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ZIB II serie

 

 Una lettera
 di Alessandro Banda

"Nudo interno" di Antonio Pauciulo  

        Cari amici di Zibaldoni,
        permettetemi di chiamarvi amici, anche se personalmente non ci conosciamo, vorrei veramente essere lì con voi, a Frascati, ma sono uno schiavo, e lavoro di sabato, quattro lunghe ore.
        Inoltre sono anche lontano, disperso tra le brume cimmerie, uno schiavo altoatesino.
        Mi auguro che questo incontro sia il primo di una lunga serie, in tal caso, adottando le opportune strategie, farò di tutto per esserci al secondo, terzo, ennesimo appuntamento. Questa prima volta, inaugurale, è andata così.
        L'amico Enrico De Vivo (l'unico che conosco, anche se solo di voce, e di mail) mi ha chiesto di scrivere qualche riga sul mio lavoro di scrittura, e di aggiungere un paio di considerazioni sulla rivista.
        Io non so dire molto su quello che scrivo. Da giovane teorizzavo, adesso, passati i quaranta, sono diventato abbastanza incapace di teorizzazioni pur che siano.
        Credo che sull'attività letteraria in genere siano sempre attuali, anzi: attualissime, le pagine del Parini ovvero della gloria del nostro Giacomo. Soprattutto il capitolo secondo.
        Sono pagine di fronte alle quali impallidiscono tutti i saggi e trattati di sociologia della letteratura, e anche le estetiche della ricezione, e anche tutto il resto.
        Insomma, se proprio devo dirlo, ho finito un libro sul posto dove vivo, a petto del quale la Recanati ottocentesca era più o meno un paradiso della conoscenza, oltreché un luogo di gradevoli rapporti sociali.
        Questo libro, che è un romanzo fatto di racconti, uscirà, forse, nel settembre di quest'anno. Posto che ciò possa interessare a qualcuno.
        Ecco tutto, io mi considero uno scrittore realista, e quindi paradossale e grottesco perché la realtà in cui vivo è, mi par proprio, così: paradossale e grottesca.
        Anzi: oso dire che non solo la realtà dove vivo io è così, paradossale e grottesca, ma tutta, tutta la cosiddetta realtà è così, paradossale e grottesca.
        Allora la scrittura si configura come un'attività di legittima difesa. L'unica che mi resta. Che ci resta, credo.
        (Lasciatemi aggiungere che su queste questioni del paradosso, del grottesco, del comico, del doppio parodico e altre devo molto alle pagine di Gianni Celati, quelle di Finzioni occidentali, un libro del 1975, rielaborato e riedito, anche di recente, 2001, ma a me è più cara la prima edizione).
        E veniamo a Zibaldoni. Per me è presto detto. La rivista è un'oasi di libertà. Un luogo di libere scritture di liberi scrittori. Mi sembra che non ci sia molto altro da aggiungere.
        Non so se abbia una linea, e non so neanche se una rivista debba avere una linea. Se sì, sarà quella erratica della prosa zibaldoniana, appunto.
        Sulle polemiche. Le polemiche nascono sempre da un fondo non conoscitivo, o meglio: rarissimamente da un fondo puramente conoscitivo; in genere le polemiche nascono da motivi psicologici, nel senso deteriore del termine, cioè da bassezza, meschinità, rancori personali eccetera. E quando uno si lascia coinvolgere da queste polemiche vive poi in un'atmosfera negativa, asfittica, eternamente sopra le righe.
        Quanto al resto, seguiamo il nostro fato, dove che egli ci tragga, se possibile con animo forte e grande. E se no, come possiamo.
        Un caro saluto dal Vostro

Alessandro Banda