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Cari
amici di Zibaldoni,
permettetemi
di chiamarvi amici, anche se personalmente
non ci conosciamo, vorrei veramente essere
lì con voi, a Frascati, ma sono uno
schiavo, e lavoro di sabato, quattro lunghe
ore.
Inoltre
sono anche lontano, disperso tra le brume
cimmerie, uno schiavo altoatesino.
Mi
auguro che questo incontro sia il primo
di una lunga serie, in tal caso, adottando
le opportune strategie, farò di tutto
per esserci al secondo, terzo, ennesimo
appuntamento. Questa prima volta, inaugurale,
è andata così.
L'amico
Enrico De Vivo (l'unico che conosco, anche
se solo di voce, e di mail) mi ha chiesto
di scrivere qualche riga sul mio lavoro
di scrittura, e di aggiungere un paio di
considerazioni sulla rivista.
Io
non so dire molto su quello che scrivo.
Da giovane teorizzavo, adesso, passati i
quaranta, sono diventato abbastanza incapace
di teorizzazioni pur che siano.
Credo
che sull'attività letteraria in genere
siano sempre attuali, anzi: attualissime,
le pagine del Parini ovvero della gloria
del nostro Giacomo. Soprattutto il capitolo
secondo.
Sono
pagine di fronte alle quali impallidiscono
tutti i saggi e trattati di sociologia della
letteratura, e anche le estetiche della
ricezione, e anche tutto il resto.
Insomma,
se proprio devo dirlo, ho finito un libro
sul posto dove vivo, a petto del quale la
Recanati ottocentesca era più o meno
un paradiso della conoscenza, oltreché
un luogo di gradevoli rapporti sociali.
Questo
libro, che è un romanzo fatto di
racconti, uscirà, forse, nel settembre
di quest'anno. Posto che ciò possa
interessare a qualcuno.
Ecco
tutto, io mi considero uno scrittore realista,
e quindi paradossale e grottesco perché
la realtà in cui vivo è, mi
par proprio, così: paradossale e
grottesca.
Anzi:
oso dire che non solo la realtà dove
vivo io è così, paradossale
e grottesca, ma tutta, tutta la cosiddetta
realtà è così, paradossale
e grottesca.
Allora
la scrittura si configura come un'attività
di legittima difesa. L'unica che mi resta.
Che ci resta, credo.
(Lasciatemi
aggiungere che su queste questioni del paradosso,
del grottesco, del comico, del doppio parodico
e altre devo molto alle pagine di Gianni
Celati, quelle di Finzioni occidentali,
un libro del 1975, rielaborato e riedito,
anche di recente, 2001, ma a me è
più cara la prima edizione).
E
veniamo a Zibaldoni. Per me è
presto detto. La rivista è un'oasi
di libertà. Un luogo di libere scritture
di liberi scrittori. Mi sembra che non ci
sia molto altro da aggiungere.
Non
so se abbia una linea, e non so neanche
se una rivista debba avere una linea. Se
sì, sarà quella erratica della
prosa zibaldoniana, appunto.
Sulle
polemiche. Le polemiche nascono sempre da
un fondo non conoscitivo, o meglio: rarissimamente
da un fondo puramente conoscitivo; in genere
le polemiche nascono da motivi psicologici,
nel senso deteriore del termine, cioè
da bassezza, meschinità, rancori
personali eccetera. E quando uno si lascia
coinvolgere da queste polemiche vive poi
in un'atmosfera negativa, asfittica, eternamente
sopra le righe.
Quanto
al resto, seguiamo il nostro fato, dove
che egli ci tragga, se possibile con animo
forte e grande. E se no, come possiamo.
Un
caro saluto dal Vostro
Alessandro
Banda
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