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ZIB II serie

 

 Lo zibaldone e la comunità
 di Gherardo Bortolotti e Michele Zaffarano

"Nudo interno" di Antonio Pauciulo  

        Rispetto al problema di una nuova comunità letteraria ci sembra che i punti da affrontare siano due: da una parte l'effetto inibitorio che l'industria culturale possiede; dall'altra quello che potremmo definire il vero e proprio problema estetico. Soprattutto il secondo ci sembra decisivo. La letteratura, come ogni pratica artistica, muove i suoi passi all'interno del piano estetico ed è quest'ultimo che andrebbe invece considerato per primo: la comunità letteraria è così una comunità di forme, e non di persone, ed è sull'elaborazione di una forma che essa può nascere e mantenere viva la proprio produttività.
        Per quanto riguarda il primo punto, cioè il problema dell'industria culturale, ci limiteremo ad un breve accenno. Infatti, riguardo a questo, identificato ora con l'editoria ora con le varie industrie dell'intrattenimento (dalle case discografiche alla televisione), già molto è stato detto e non sembra, così, utile ribadire cose risapute. Vorremo solo segnalare che, per ora, nell'ambito della produzione di cultura, cioè della creazione di archetipi e di griglie ideologiche e così via, l'industria culturale è l'unico soggetto, veramente attivo, che sia presente oggi. Non esiste più una figura come quella dell'intellettuale, almeno per come la si poteva intendere fino a vent'anni fa, e addirittura la figura di uno "scrittore" che si ponga autonomamente rispetto all'industria culturale nella sua qualità di portavoce di una più o meno implicita umanità risulta assente da ben oltre questo lasso di tempo ("In Baudelaire il poeta rivendica per la prima volta un valore di mercato", ecc. - Walter Benjamin, Parco Centrale).
        Accanto a professionisti più o meno specializzati esiste anche una moltitudine di "dilettanti", la cui posizione è delle più evanescenti e imbelli. Usiamo la parola "dilettante" nel suo doppio senso linguistico, non volendo perdere il valore positivo del "diletto" dello scrivere, ma non volendo neppure dimenticare la marginalità e la debolezza di chi non è (ancora?) professionista della cultura. Tra i dilettanti esiste, infine, l'autore "on line", sia esso blogger o webmaster o quant'altro: una figura a cavallo tra il narratore, il giornalista, l'"intellettuale", l'artista visuale, il programmatore, il designer, ecc. Questa realtà si trova tuttavia ancora ad uno stato così germinale che non è possibile comprenderne il vero valore, e ciò vale soprattutto in area italiana, dove la tradizione culturale in qualche modo ne inibisce lo sviluppo.
        Questo, ci sembra, lo stato delle cose e crediamo che sia importante non dimenticarlo.
        Per passare al secondo punto, cioè al problema estetico, torniamo a ripetere quello che abbiamo detto poc'anzi: la comunità letteraria non può che essere una comunità di forme, a prescindere, o anche a discapito, dalle persone che a quella comunità dichiarano o meno di appartenere. La collettività che ora manca (secondo uno degli assunti del lavoro di "Zibaldoni") potrebbe formarsi soltanto a partire da una serie di problemi estetici, su cui appunto lavorare in comunità.
        Se si considerano inadeguate la letteratura e la cultura di oggi, infatti, non è solo per colpa di editors maligni e di case editrici votate all'instupidimento nazionale. La questione andrebbe analizzata in maniera un poco più radicale e soprattutto tenendo conto che il problema è quello di forme che non riescono più a gestire i contenuti. È in questo senso che l'iniziativa di De Vivo e di Virgilio può essere interessante, dato che apre a sua volta un dibattito più concreto sui criteri e sui requisiti richiesti ad una nuova comunità letteraria: recuperare una struttura come quella dello zibaldone e farla diventare il perno di una serie di lavori, considerazioni, ecc. di fonti ed ispirazioni differenti. Ovvero: porre un problema estetico, come risposta all'insoddisfazione che date posizioni, anch'esse estetiche, producono, ed eventualmente raccogliere delle risposte, varie e differentemente compatibili.
        Vorremmo, per concludere, aggiungere qualche parola sullo specifico della forma "zibaldone". Tra i tanti aspetti da considerare sotto questo riguardo (soprattutto il valore di anti-genere, l'inconcludenza strutturale, l'elenco come figura-chiave, ecc.) è fondamentale, crediamo, il discorso sullo spazio testuale zibaldoniano come luogo di pensiero e, in ultima istanza, di conoscenza (o di apertura ad una conoscenza). In effetti, ci sembra che De Vivo e Virgilio tendano a sottolineare troppo l'aspetto autoriale e a risolverlo nel concetto di "espressione", la quale troverebbe, nello zibaldone, la più intima delle testimonianze. A scapito, certo, dell'espressione, ma a tutto vantaggio della letteratura, ci sembra molto più importante lo stabilirsi di una particolare dinamica all'interno della forma-zibaldone: il processo di approssimazione, di appunto, di ipotesi che anima le sue pagine e ne obbliga in qualche modo la materia ed i risultati. Il punto ed il fascino della proposta zibaldonesca si trovano così nelle successive triangolazioni che il testo costruisce, triangolazioni in senso proprio trigonometrico, o da perito agrario, per cui con le frasi, con le parole, si disegnano delle aree, degli spazi, degli appezzamenti di senso che prima non esistevano. I significati ed i sensi non vengono scoperti, ma proprio istituiti, inaugurati ed installati in forza dell'operazione discorsiva. È così a tutti gli effetti che nascono le forme e le misure con cui ci inoltriamo nella realtà e che, volendola dire tutta, segnano la traccia del moto di un desiderio, di un'insistenza del significato, di un senso da dare alle cose e alla superficie della nostra vita.