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Rispetto
al problema di una nuova comunità
letteraria ci sembra che i punti da affrontare
siano due: da una parte l'effetto inibitorio
che l'industria culturale possiede; dall'altra
quello che potremmo definire il vero e proprio
problema estetico. Soprattutto il secondo
ci sembra decisivo. La letteratura, come
ogni pratica artistica, muove i suoi passi
all'interno del piano estetico ed è
quest'ultimo che andrebbe invece considerato
per primo: la comunità letteraria
è così una comunità
di forme, e non di persone, ed è
sull'elaborazione di una forma che essa
può nascere e mantenere viva la proprio
produttività.
Per
quanto riguarda il primo punto, cioè
il problema dell'industria culturale, ci
limiteremo ad un breve accenno. Infatti,
riguardo a questo, identificato ora con
l'editoria ora con le varie industrie dell'intrattenimento
(dalle case discografiche alla televisione),
già molto è stato detto e
non sembra, così, utile ribadire
cose risapute. Vorremo solo segnalare che,
per ora, nell'ambito della produzione di
cultura, cioè della creazione di
archetipi e di griglie ideologiche e così
via, l'industria culturale è l'unico
soggetto, veramente attivo, che sia presente
oggi. Non esiste più una figura come
quella dell'intellettuale, almeno per come
la si poteva intendere fino a vent'anni
fa, e addirittura la figura di uno "scrittore"
che si ponga autonomamente rispetto all'industria
culturale nella sua qualità di portavoce
di una più o meno implicita umanità
risulta assente da ben oltre questo lasso
di tempo ("In Baudelaire il poeta rivendica
per la prima volta un valore di mercato",
ecc. - Walter Benjamin, Parco Centrale).
Accanto
a professionisti più o meno specializzati
esiste anche una moltitudine di "dilettanti",
la cui posizione è delle più
evanescenti e imbelli. Usiamo la parola
"dilettante" nel suo doppio senso
linguistico, non volendo perdere il valore
positivo del "diletto" dello scrivere,
ma non volendo neppure dimenticare la marginalità
e la debolezza di chi non è (ancora?)
professionista della cultura. Tra i dilettanti
esiste, infine, l'autore "on line",
sia esso blogger o webmaster o quant'altro:
una figura a cavallo tra il narratore, il
giornalista, l'"intellettuale",
l'artista visuale, il programmatore, il
designer, ecc. Questa realtà si trova
tuttavia ancora ad uno stato così
germinale che non è possibile comprenderne
il vero valore, e ciò vale soprattutto
in area italiana, dove la tradizione culturale
in qualche modo ne inibisce lo sviluppo.
Questo,
ci sembra, lo stato delle cose e crediamo
che sia importante non dimenticarlo.
Per
passare al secondo punto, cioè al
problema estetico, torniamo a ripetere quello
che abbiamo detto poc'anzi: la comunità
letteraria non può che essere una
comunità di forme, a prescindere,
o anche a discapito, dalle persone che a
quella comunità dichiarano o meno
di appartenere. La collettività che
ora manca (secondo uno degli assunti del
lavoro di "Zibaldoni") potrebbe
formarsi soltanto a partire da una serie
di problemi estetici, su cui appunto lavorare
in comunità.
Se
si considerano inadeguate la letteratura
e la cultura di oggi, infatti, non è
solo per colpa di editors maligni e di case
editrici votate all'instupidimento nazionale.
La questione andrebbe analizzata in maniera
un poco più radicale e soprattutto
tenendo conto che il problema è quello
di forme che non riescono più a gestire
i contenuti. È in questo senso che
l'iniziativa di De Vivo e di Virgilio può
essere interessante, dato che apre a sua
volta un dibattito più concreto sui
criteri e sui requisiti richiesti ad una
nuova comunità letteraria: recuperare
una struttura come quella dello zibaldone
e farla diventare il perno di una serie
di lavori, considerazioni, ecc. di fonti
ed ispirazioni differenti. Ovvero: porre
un problema estetico, come risposta all'insoddisfazione
che date posizioni, anch'esse estetiche,
producono, ed eventualmente raccogliere
delle risposte, varie e differentemente
compatibili.
Vorremmo,
per concludere, aggiungere qualche parola
sullo specifico della forma "zibaldone".
Tra i tanti aspetti da considerare sotto
questo riguardo (soprattutto il valore di
anti-genere, l'inconcludenza strutturale,
l'elenco come figura-chiave, ecc.) è
fondamentale, crediamo, il discorso sullo
spazio testuale zibaldoniano come luogo
di pensiero e, in ultima istanza, di conoscenza
(o di apertura ad una conoscenza). In effetti,
ci sembra che De Vivo e Virgilio tendano
a sottolineare troppo l'aspetto autoriale
e a risolverlo nel concetto di "espressione",
la quale troverebbe, nello zibaldone, la
più intima delle testimonianze. A
scapito, certo, dell'espressione, ma a tutto
vantaggio della letteratura, ci sembra molto
più importante lo stabilirsi di una
particolare dinamica all'interno della forma-zibaldone:
il processo di approssimazione, di appunto,
di ipotesi che anima le sue pagine e ne
obbliga in qualche modo la materia ed i
risultati. Il punto ed il fascino della
proposta zibaldonesca si trovano così
nelle successive triangolazioni che il testo
costruisce, triangolazioni in senso proprio
trigonometrico, o da perito agrario, per
cui con le frasi, con le parole, si disegnano
delle aree, degli spazi, degli appezzamenti
di senso che prima non esistevano. I significati
ed i sensi non vengono scoperti, ma proprio
istituiti, inaugurati ed installati in forza
dell'operazione discorsiva. È così
a tutti gli effetti che nascono le forme
e le misure con cui ci inoltriamo nella
realtà e che, volendola dire tutta,
segnano la traccia del moto di un desiderio,
di un'insistenza del significato, di un
senso da dare alle cose e alla superficie
della nostra vita.
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