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Qualche
volta mi chiedo che cosa ci stanno a fare
le mie leggende contemporanee tra gli Zibaldoni.
Che cosa ci sarà mai di zibaldoniano
nella storia di una ragazza che sparisce
da un'auto in corsa, o nei morti che tornano
sulla provinciale della Valle Brembana?
O in un' adolescente che alla fermata di
un autobus, nel baccano di un intervallo,
o nel ronzio di una lezione, rivela a un'altra
adolescente che Mac Donald, quello dei panini,
trita la carne dei bambini brasiliani sventrati
dai mercanti di organi?
Forse
perché le leggende contemporanee
sono per le scienze umane - etnografia etnologia
antropologia sociologia - quello che gli
zibaldoni sono per la letteratura: materiale
non finito, senza caselle in cui giacere,
senza nome o con troppi nomi.
Storie
che qualcuno - uomini, donne, ragazzi, sfaccendati,
bene informati - ascolta, dimentica, racconta
e alla fine ritrova stampate e illustrate,
con un titolo allettante e un sottotitolo
semiaccademico, un po' astruso e un po'
maccheronico, che combina nomi caldi e aggettivi
freddi.
Leggende
contemporanee, ma ancora con la patina scura
delle veglie di stalla; leggende urbane,
metropolitane, ma che germinano tra boschi
e discoteche, cippi per i morti della peste
e lapidi per quelli del sabato sera.
Voci.
Dicerie. Bufale. Panzane. Verità
nascoste. Cose che furono sempre e non avvennero
mai.
Spuntano
e si dileguano all' improvviso, come passanti
che credi di riconoscere. Per ritrovarle,
non servono cacciatori (le voci e leggende
non si lasciano stanare da un microfono
aggressivo), ma raccoglitori, spigolatori,
pescatori dai lunghi tempi morti e dai risvegli
improvvisi, ricercatori disposti a perdere
la bussola e la faccia per ritrovarsi comuni
cercatori tra immagini e parole, voci e
scritture, arcaico e moderno, trivialità
e ineffabile.
Raccogliere
voci non consuma energie; nella fase iniziale,
zibaldonesca, quando l' indice del percorso
non è ancora tracciato, e chissà
se lo sarà mai, è piuttosto
una pratica che favorisce la sonnolenza,
mentre si ascolta un gorgoglio adolescenziale
da cui affiorano, filtrati da aule, oratori,
campeggi, spogliatoi, sale giochi, altarini
televisivi, riassunti di film horror, reminiscenze
disneyane della foresta di Biancaneve e
delle lacrime di Bambi, frammenti di Stephen
King, spicchi di letture edificanti laiche
e devote, aneddoti storici e paesani, exempla
dei nonni reduci di guerra, barzellette
nere, casistiche di ospedale e di obitorio,
incubi infantili, spauracchi di suore e
maestre.
Aspettando,
stuzzicando, gingillandosi, guardando dal
finestrino, prima o poi una voce si ritrova,
sgualcita, ammaccata dalle rifritture giornalistiche,
televisive, letterarie, e al raccoglitore,
impigrito dalla postura dell'ascolto, tocca
l'ingrata bisogna di rimettere insieme per
loro anche una sintassi e uno stile che
forse non hanno mai avuto.
Allora,
per riprendere la mano, non gli resta che
snidare qualcosa da tradurre, se possibile
qualcosa di fantastico, qualcosa di fiabesco,
qualcosa che galleggi nel ciberspazio, qualcosa
di tanto vecchio da sembrare nuovo. Come
il fantastico, voci e leggende sono seminatrici
di dubbi, esercizi di credulità e
incredulità per cinici e ingenui,
ma consolano e spaventano come le fiabe,
scarabocchiano la stessa morale bicolore,
si accampano con la stessa zingaraggine
nell' etere, sulla carta o in un computer,
e hanno il dono di ringiovanire con l'oblio.
Io
ho tradotto per Zibaldoni:
-
Una storia di autostoppista fantasma trovata
sul sito di uno scrittore belga francofono
che scrive racconti fantastici, fantascientifici,
grotteschi, pamphlet anticlericali e saggi
sul fantastico, che non parla l' italiano
ma raccoglie traduzioni italiane di poligrafi
francesi: Claude Thomas, "La mort en
stop", L'Ile fantastique (la
morte autostoppista).
-
Una storia di vivi e morti nelle notti veneziane
apparsa sul sito dei racconti fantastici
di un ingegnere informatico francese altrettanto
monoglotta: Thierry Caspar, "La cité
des damnés", La porte du
fantastique (la città dei dannati).
-
Cinque storie (due già apparse) di
Claude Seignolle, etnografo e narratore
della Francia oscura e degli anfratti di
Parigi: due storie di strada e cimitero,
"Pauvre Sonia" (Povera Sonia)
e "Un louis terreux" (Incrostata
di terra) e tre storie di case fuori dal
tempo "Un vieux mélomane"
(Un vecchio melomane), "Le numéro
141" (Il numero 141) e "Les roses
d'en haut" (Le rose di sopra).
Più
che un bilancio da valutare, è una
mappa, un fregio, una cadenza, un tambureggiamento,
un tapis roulant che fa scorrere
auto e autostop, strade, cimiteri, periferia,
città, Parigi, provincia, Belgio,
valli, case, porte, passaggi, internet,
luoghi e non luoghi.
È
una lista, e come tutte le liste ha un elemento
di continuità, di quelli che noti
alla fine, quando credi di essertela cavata,
di avere detto tanto senza dire niente:
l'imbarazzo della scelta tra il dentro e
il fuori, dentro o fuori dai generi, dai
campi d'indagine, dal quotidiano, dalla
scrittura. Ho sempre altro da fare, troppi
spunti vaganti, e sono pigra. Produco poco,
ma alla fine capisco perché proprio
per Zibaldoni. Tra quelli di Zibaldoni
il dentro e il fuori sono accoglienti.
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