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INTERVENTI
PERVENUTI PER IL CONVEGNO DI ZIBALDONI |
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| Una
lettera
di Alessandro Banda
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Cari
amici di Zibaldoni,
permettetemi
di chiamarvi amici, anche se personalmente
non ci conosciamo, vorrei veramente essere
lì con voi, a Frascati, ma sono uno
schiavo, e lavoro di sabato, quattro lunghe
ore.
Inoltre
sono anche lontano, disperso tra le brume
cimmerie, uno schiavo altoatesino.
Mi
auguro che questo incontro sia il primo
di una lunga serie, in tal caso, adottando
le opportune strategie, farò di tutto
per esserci al secondo, terzo, ennesimo
appuntamento. Questa prima volta, inaugurale,
è andata così.
L'amico
Enrico De Vivo (l'unico che conosco, anche
se solo di voce, e di mail) mi ha chiesto
di scrivere qualche riga sul mio lavoro
di scrittura, e di aggiungere un paio di
considerazioni sulla rivista.
Io
non so dire molto su quello che scrivo.
Da giovane teorizzavo, adesso, passati i
quaranta, sono diventato abbastanza incapace
di teorizzazioni pur che siano.
Credo
che sull'attività letteraria in genere
siano sempre attuali, anzi: attualissime,
le pagine del Parini ovvero della gloria
del nostro Giacomo. Soprattutto il capitolo
secondo.
Sono
pagine di fronte alle quali impallidiscono
tutti i saggi e trattati di sociologia della
letteratura, e anche le estetiche della
ricezione, e anche tutto il resto.
Insomma,
se proprio devo dirlo, ho finito un libro
sul posto dove vivo, a petto del quale la
Recanati ottocentesca era più o meno
un paradiso della conoscenza, oltreché
un luogo di gradevoli rapporti sociali.
Questo
libro, che è un romanzo fatto di
racconti, uscirà, forse, nel settembre
di quest'anno. Posto che ciò possa
interessare a qualcuno.
Ecco
tutto, io mi considero uno scrittore realista,
e quindi paradossale e grottesco perché
la realtà in cui vivo è, mi
par proprio, così: paradossale e
grottesca.
Anzi:
oso dire che non solo la realtà dove
vivo io è così, paradossale
e grottesca, ma tutta, tutta la cosiddetta
realtà è così, paradossale
e grottesca.
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| Lo
zibaldone e la comunità
di
Gherardo Bortolotti e Michele Zaffarano
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Rispetto
al problema di una nuova comunità
letteraria ci sembra che i punti da affrontare
siano due: da una parte l'effetto inibitorio
che l'industria culturale possiede; dall'altra
quello che potremmo definire il vero e proprio
problema estetico. Soprattutto il secondo
ci sembra decisivo. La letteratura, come
ogni pratica artistica, muove i suoi passi
all'interno del piano estetico ed è
quest'ultimo che andrebbe invece considerato
per primo: la comunità letteraria
è così una comunità
di forme, e non di persone, ed è
sull'elaborazione di una forma che essa
può nascere e mantenere viva la proprio
produttività.
Per
quanto riguarda il primo punto, cioè
il problema dell'industria culturale, ci
limiteremo ad un breve accenno. Infatti,
riguardo a questo, identificato ora con
l'editoria ora con le varie industrie dell'intrattenimento
(dalle case discografiche alla televisione),
già molto è stato detto e
non sembra, così, utile ribadire
cose risapute. Vorremo solo segnalare che,
per ora, nell'ambito della produzione di
cultura, cioè della creazione di
archetipi e di griglie ideologiche e così
via, l'industria culturale è l'unico
soggetto, veramente attivo, che sia presente
oggi. Non esiste più una figura come
quella dell'intellettuale, almeno per come
la si poteva intendere fino a vent'anni
fa, e addirittura la figura di uno "scrittore"
che si ponga autonomamente rispetto all'industria
culturale nella sua qualità di portavoce
di una più o meno implicita umanità
risulta assente da ben oltre questo lasso
di tempo ("In Baudelaire il poeta rivendica
per la prima volta un valore di mercato",
ecc. - Walter Benjamin, Parco Centrale).
Accanto
a professionisti più o meno specializzati
esiste anche una moltitudine di "dilettanti",
la cui posizione è delle più
evanescenti e imbelli. Usiamo la parola
"dilettante" nel suo doppio senso
linguistico, non volendo perdere il valore
positivo del "diletto" dello scrivere,
ma non volendo neppure dimenticare la marginalità
e la debolezza di chi non è (ancora?)
professionista della cultura. Tra i dilettanti
esiste, infine, l'autore "on line",
sia esso blogger o webmaster o quant'altro:
una figura a cavallo tra il narratore, il
giornalista, l'"intellettuale",
l'artista visuale, il programmatore, il
designer, ecc. Questa realtà si trova
tuttavia ancora ad uno stato così
germinale che non è possibile comprenderne
il vero valore, e ciò vale soprattutto
in area italiana, dove la tradizione culturale
in qualche modo ne inibisce lo sviluppo.
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| Zibaldoni
leggendari
di
Stefania Fumagalli
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Qualche
volta mi chiedo che cosa ci stanno a fare
le mie leggende contemporanee tra gli
Zibaldoni. Che cosa ci sarà
mai di zibaldoniano nella storia di una
ragazza che sparisce da un'auto in corsa,
o nei morti che tornano sulla provinciale
della Valle Brembana? O in un' adolescente
che alla fermata di un autobus, nel baccano
di un intervallo, o nel ronzio di una
lezione, rivela a un'altra adolescente
che Mac Donald, quello dei panini, trita
la carne dei bambini brasiliani sventrati
dai mercanti di organi?
Forse
perché le leggende contemporanee
sono per le scienze umane - etnografia
etnologia antropologia sociologia - quello
che gli zibaldoni sono per la letteratura:
materiale non finito, senza caselle in
cui giacere, senza nome o con troppi nomi.
Storie
che qualcuno - uomini, donne, ragazzi,
sfaccendati, bene informati - ascolta,
dimentica, racconta e alla fine ritrova
stampate e illustrate, con un titolo allettante
e un sottotitolo semiaccademico, un po'
astruso e un po' maccheronico, che combina
nomi caldi e aggettivi freddi.
Leggende
contemporanee, ma ancora con la patina
scura delle veglie di stalla; leggende
urbane, metropolitane, ma che germinano
tra boschi e discoteche, cippi per i morti
della peste e lapidi per quelli del sabato
sera.
Voci.
Dicerie. Bufale. Panzane. Verità
nascoste. Cose che furono sempre e non
avvennero mai.
Spuntano
e si dileguano all' improvviso, come passanti
che credi di riconoscere. Per ritrovarle,
non servono cacciatori (le voci e leggende
non si lasciano stanare da un microfono
aggressivo), ma raccoglitori, spigolatori,
pescatori dai lunghi tempi morti e dai
risvegli improvvisi, ricercatori disposti
a perdere la bussola e la faccia per ritrovarsi
comuni cercatori tra immagini e parole,
voci e scritture, arcaico e moderno, trivialità
e ineffabile.
Raccogliere
voci non consuma energie; nella fase iniziale,
zibaldonesca, quando l' indice del percorso
non è ancora tracciato, e chissà
se lo sarà mai, è piuttosto
una pratica che favorisce la sonnolenza,
mentre si ascolta un gorgoglio adolescenziale
da cui affiorano, filtrati da aule, oratori,
campeggi, spogliatoi, sale giochi, altarini
televisivi, riassunti di film horror,
reminiscenze disneyane della foresta di
Biancaneve e delle lacrime di Bambi, frammenti
di Stephen King, spicchi di letture edificanti
laiche e devote, aneddoti storici e paesani,
exempla dei nonni reduci di guerra, barzellette
nere, casistiche di ospedale e di obitorio,
incubi infantili, spauracchi di suore
e maestre.
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| Una
lettera
di Ivan Levrini
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Caro
Enrico,
una
cosa che mi piacerebbe dire per sentire
le opinioni degli altri è che il
fatto di scrivere secondo me ha qualcosa
di molto vicino alla pratica ascetica, e
se non fosse che la parola religione chiama
subito in causa il lato confessionale e
dottrinario, direi anche religiosa. Ha una
tale presa sui pensieri e sulla vita che
si conduce che obbliga a salire sempre oltre,
dopo un po' si scopre che fare i conti con
la realtà del linguaggio è
un'esperienza totale. Se si imbocca questa
strada, oltre al fatto che mi sembra molto
difficile tornare indietro, succede anche
che si viene trasformati, e l'aspetto religioso
sta nella scoperta che dal un lato si è
attratti dall'abitare nel linguaggio e dall'altra
non si sa mai bene come fare a starci dentro,
cioè se si è in regola oppure
no con la potenza che offre, e dopo un po'
si scopre che questo starci dentro è
legato al flusso continuo di parole e discorsi
che ci legano agli altri. Forse sono cose
banali, quello che invece non mi sembra
banale è il cammino pratico che si
compie nel misurarsi con questo lato della
vita. Ecco certe cose che se trovassi l'estro
mi piacerebbe dire, ma dovrei anzitutto
vederle io stesso con più chiarezza
e quindi non garantisco niente. Mi accorgo
che una grossa parte delle mie energie mentali
se ne va alla mattina quando parlo coi miei
studenti. A causa della Moratti quest'anno
anziché le solite tre classi liceali
ne ho cinque, e per di più in due
scuole, sento molto la stanchezza. Quando
torno a casa certi giorni dopo aver parlato
ininterrottamente per cinque ore sono svuotato.
Vedremo.
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| Scrittura
zibaldoniana
Saggio in 18 punti (di sutura)
di
Stefano Zuccalà
1.
Scrivere.
Riappropriarsi dell'etimo per poi disperderlo.
Scrivere dello scrivere, comunque: scrivere.
Come passare una borsa di ghiaccio sulla
fronte madida, ribollente di fuochi, per
cercare un po' di sollievo nella febbre
dei giorni che contano non poche vittime
e innumerevoli adepti. Riannodare qualche
filo, sì, far scorrere la penna a
notte inoltrata. Non usare nessun sotterfugio,
nessun trucco, eppure usare tutti i possibili
imbrogli di cui la vita e la realtà
sono capaci - queste grasse puttane.
2.
Scrivere
dello scrivere. Come dire: vivere del vivere.
Qualche possibilità di scandalo?
Qualche contraddizione in termini?
3.
Scrivere
boccheggiando, dopo una serata di bagordi,
per confessare che quel tale lo condanneresti
alla gogna, se solo fosse possibile. Per
un sano e dubbiosamente liberatorio accesso
d'odio, per un'iperbole che concedi al pensiero
quando tutto il resto potrebbe andare a
farsi strafottere - ma poi ricordi che l'accanimento
non è elegante, che non ne vale la
pena. E allora appunti i tuoi stinti sorrisi,
i tuoi stretti saluti su di un foglio semplicemente
per il gusto di farlo. Semplicemente per
la piccola ossessione che ti attanaglia
la gola, il respiro, la mano: vedere ben
ordinate su poche righe le briciole di una
giornata qualunque. Una giornata comunque
troppo qualunque.
4.
Scrivere
a notte inoltrata. Di: miagolii di cani
randagi, scoregge di spettri e grugniti
di amanti. La tua risata è potente,
nel nero del nero: sai che non potresti
desiderare di meglio.
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