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Presentiamo
qui di seguito gli interventi relativi al
convegno che si è svolto a Frascati,
presso le Scuderie Aldobrandini, il 31 gennaio
2004, in occasione del primo anniversario
della rivista Zibaldoni e altre meraviglie
(leggi qui
il comunicato stampa dell'iniziativa).
Non
essendosi trattato di un incontro accademico,
non ci sono state "relazioni"
specifiche, e la discussione si è
svolta piuttosto liberamente, secondo una
minima ritualità seminariale, a partire
dai temi della rivista-zibaldone e della
comunità. Gli interventi sono stati
raccolti e registrati, quindi trascritti
e infine rivisti dai singoli autori, che
hanno apportato in alcuni casi anche consistenti
modifiche, tese soprattutto a contestualizzare
meglio alcune affermazioni, a smussare le
asperità del discorso parlato e a
dare spiegazione più piana ai discorsi
più complessi.
Oltre
agli interventi dei presenti a Frascati,
ci erano pervenuti diversi scritti di amici
impossibilitati a venire. Li riproduciamo
qui,
anche se possono considerarsi ugualmente
parte integrante del dibattito che si è
svolto - che in effetti era cominciato molto
prima del 31 gennaio 2004, forse fin dalla
nascita di Zibaldoni e altre meraviglie.
Il
risultato complessivo del convegno, se dobbiamo
esprimere un parere, ci sembra molto interessante,
sia per la varietà degli spunti che
emergono dai singoli interventi, sia per
la profondità, l'antiaccademicità,
la visionarietà di tanti discorsi
e modi di parlare che, nell'attuale panorama
della cultura italiana, sembrano davvero
provenire da un altro pianeta. D'altronde
Gianni Celati, nel corso di una lettura
dello Zibaldone del giorno prima
(leggi qui
un nostro articolo per l'Unità
che vi fa riferimento), aveva definito Leopardi
un "alieno" rispetto al mondo
viziato dalla pubblicità e dall'arrivismo
nel quale viviamo, e noi non possiamo che
essere d'accordo con lui. Nel senso che,
per leggere e parlare liberamente, ormai
non basta più "avere la parola",
ma tocca quasi "rifarle" le parole,
tutte, ricominciando a riconoscere i contesti
giusti nei quali discutere anche le cose
più semplici, più elementari,
mantenendo la letteratura come orizzonte
fisso cui guardare sempre con fiducia. Il
rischio, sempre più reale, è
quello di precipitare nell'"informe",
nella chiacchiera vana, nei ricatti del
soggettivismo consumistico. Ovvero in una
condizione che, infine, costituirebbe la
condanna definitiva di qualsiasi parola.
Buona
lettura.
Edv
- Gv
*
Enrico
De Vivo
Per
prima cosa voglio ringraziare, anche a nome
di Gianluca Virgilio e di tutti gli amici
presenti, il Comune di Frascati e l'Assessore
alla cultura, che ci ospitano, e Andrea
Cortellessa, al cui interessamento dobbiamo
la nostra presenza qui oggi.
Siamo
venuti qui con un desiderio, soprattutto:
quello di sentire le vostre domande, i vostri
dubbi, i vostri pareri sul lavoro che abbiamo
svolto con Zibaldoni e altre meraviglie.
Negli
ultimi tempi, la rivista ha assunto un aspetto
leggermente diverso, più militante
potrei dire, a causa di certe discussioni
pubbliche cui abbiamo partecipato, che hanno
fatto molto discutere anche alcuni nostri
amici, come Rocco Brindisi e Gianni Celati,
Andrea Cortellessa e Alessandro Banda, dai
quali spesso sono venute critiche. Zibaldoni
era nata, senza troppe velleità,
per mettere insieme esperienze letterarie
diverse alla luce della lettura di alcuni
libri che amiamo molto amato, come lo Zibaldone
leopardiano. Forse ci animava una sorta
di fremito letterario, come diceva ieri
Gianni affettuosamente. In realtà,
io non so se avevamo intenzione di manifestare
idee o propagandare scritture, o far vedere
quello che studiavamo - forse avevamo semplicemente
una profonda necessità di cercare
contatti, ovvero di istituzionalizzare i
contatti che avevamo all'inizio tra amici,
con i quali ci scambiavamo le cose che leggevamo
e scrivevamo.
Abbiamo
realizzato la rivista in Internet perché
non avevamo altre possibilità, essendo
fuori da qualsiasi giro. Ma a parte questo,
Zibaldoni è venuta fuori
soprattutto dalle discussioni fatte con
Gianluca Virgilio nel corso di molti anni
di amicizia e di interessi comuni, e in
particolare, come dicevo, dalle letture
leopardiane degli ultimi tempi, che ci hanno
offerto spunti notevoli per quello che scrivevamo,
facevamo e un po' per tutte le cose che
pensavamo.
Addirittura
le polemiche nelle quali ci siamo buttati
a capofitto negli ultimi tempi con una certa
dose di incoscienza, eravamo convinti che
avessero a che fare in qualche modo con
Leopardi. Invece, la lettura dello Zibaldone
che ha fatto ieri Gianni Celati, fa capire
bene che nessuna polemica può esser
fatta rimanendo troppo invischiati nello
sfondo di attualità dal quale bisognerebbe
sempre sforzarsi di staccare le proprie
parole. Leopardi - secondo quello che ho
capito io - faceva sempre in modo di staccare
dallo sfondo dell'attualità tutto
quello che pensava e scriveva: senza cancellare
o eliminare questo sfondo, ma tenendolo
sottinteso, implicito, proiettando così
tutto in un tempo diverso. Questo tempo
potrebbe essere il futuro nel quale noi
oggi riusciamo a percepire l'eco di scritture
che riescono miracolosamente a guidarci
come poche altre proprio grazie al sentimento
della lontananza che le pervade. Scrivendo
e pensando mantenendo l'attualità
come sfondo lontano, Leopardi è riuscito
a staccare le sue parole dall'attualità
e a farle arrivare fino a noi oggi, qui.
In
questa sede, quindi, non saprei stabilire
se abbiamo frainteso Leopardi abbandonandoci
a far polemiche molto poco "distanziate"
in giro in forum e blog, oppure se l'abbiamo
usato per fini illegittimi; ovvero se abbiamo
fatto dei proclami, se siamo stati enfatici,
se abbiamo assunto un tono aggressivo -
davvero non saprei stabilirlo, e forse sono
qui innanzitutto per capire attraverso le
vostre parole quello che ci è capitato.
Una sola cosa mi sento di affermare con
sicurezza: alla fine, il risultato più
importante che abbiamo raggiunto non è
certo quello che abbiamo ricavato dalle
polemiche degli ultimi tempi, ma la produzione
precipuamente letteraria di Zibaldoni
e altre meraviglie, i tanti scrittori
proposti, le opere messe in evidenza, le
ricerche che alcuni di noi stanno portando
avanti.
Nella
nostra rivista letteraria hanno trovato
collocazione cose diversissime, cose che
non hanno a che fare con i "gusti personali"
nostri o di qualcun altro, e la scelta di
fare una rivista che non abbia a che fare
con i "gusti personali" è,
secondo me, una cosa degna di esser realizzata.
Quando si fanno le cose solo per il "proprio
gusto", nella letteratura come in altre
cose, si rischia sempre di finire all'interno
di un gruppo che poi è fatto di corrispondenze
per darsi ragione, di ricerche di appoggi
e così via, per cui segue quasi sempre,
quasi subito, automaticamente una specie
di decadimento. Invece noi abbiamo scelto
un'altra strada, quella che ci ha portati
ad aprirci continuamente e ad accettare
di mettere continuamente in discussione
quello che facevamo, affinché la
meraviglia, e non la "nostra poetica",
avesse libero accesso e potesse continuamente
manifestarsi.
Personalmente,
sono stato attento a tanti modi di scrivere,
e posso dire di aver imparato molto. Un'esperienza
particolare è stata quella del fitto
scambio epistolare, in partenza assolutamente
imprevedibile: una rivista costruita attraverso
dialoghi molto serrati con amici e scrittori
conosciuti per l'occasione, con discussioni
vive sulle cose che scrivevamo e leggevamo
- quando è evidente che nel mondo
nel quale siamo non si costruiscono così
le riviste, i libri e altri "prodotti
intellettuali", ci sono altri meccanismi,
altri giochi di potere e di mercato che
si fanno senza alcun pudore, giochi in ogni
caso sempre molto "produttivi"
e "corretti".
Faccio
queste osservazioni anche per spiegare che
non è per caso o per vanagloria che
abbiamo scelto di fondare una rivista. La
rivista è il luogo perfetto per il
dibattito amichevole delle idee,
perché nella rivista ogni contributo
personale serve innanzitutto a un discorso
collettivo. Oggi pochi amano le riviste,
primi fra tutti gli editori, ma anche tanti
scrittori pervenuti - o scrittori immuni,
come diciamo ultimamente.
Il
progetto di Zibaldoni era ed è
solo un punto di partenza: un'idea aggregante,
malleabile, versatile, che ci consente innanzitutto
di girovagare in tutte le direzioni possibili.
Inoltre, cosa c'è di più naturale
e antimercantile di un prodotto che non
è un prodotto, di un libro che non
è un libro, quale appunto è
uno zibaldone? Lo zibaldone, almeno nell'uso
che ne stiamo facendo noi nella scia leopardiana,
è uno strumento potentissimo
e senza attualità, che si
presta ottimamente, per la sua intima natura
mnemonica e misteriosa, a mostrare la via
- intrecciata a quella degli altri - che
ciascuno di noi percorre vivendo. Uno zibaldone
non è un'eruzione gratuita di scrittura,
ma il frutto meditato di una vita che si
fa scrivendo, opera di chi pensa
scrivendo. Lo zibaldone mostra
l'ordine delle menti che scrivono,
non l'ordine fatto dai pezzi messi a caso
dentro un contenitore, 'consumati' solo
per il piacere di trasgredire o di fare
spettacolo - e nemmeno l'ordine precotto
dei tecnicismi o virtuosismi letterari.
Come
sapete, la rivista la facciamo, materialmente
parlando, io e Gianluca Virgilio. Scrivendo
in due, si ha l'opportunità di poter
mettere in azione dialogica immediata il
proprio pensiero, e di scoprirne subito
tutte le debolezze e le manie. Come dicevo
poco fa, quello che abbiamo scritto è
il frutto di tante cose che pensavamo mentre
scrivevamo, ma soprattutto che pensavamo
insieme.
E
questa era l'ultima cosa, ma forse la più
importante, che avevo da dire.
Credo
che questo come spunto per la discussione
possa bastare.
Do
la parola a Gianluca.
Gianluca
Virgilio
Permettetemi
una breve riflessione molto personale su
questo anno di lavoro. Vorrei dire che cosa
abbia significato per me trovarmi per la
prima volta in una comunità di persone
che si esprime attraverso lo strumento della
letteratura; perché questo, e non
altro, è una rivista: una comunità
di scrittori che sente quanto sia importante
avere come destinatario non solo un pubblico
di lettori più o meno indifferenziato,
bensì, in primo luogo, degli scrittori
coi quali coopera nella redazione di una
rivista. La rivista ci immette in una dimensione
comunitaria dello scrivere, nella quale
i nostri lavori individuali trovano un riconoscimento
reciproco, una reciproca sanzione. A questo
proposito, Roland Barthes ha scritto una
pagina che a me pare molto significativa:
"Quando
si scrive un testo per una rivista, - egli
dice - non è tanto al pubblico di
quella rivista che si pensa (il pubblico
è ad ogni modo poco "pensabile")
ma al gruppo dei suoi redattori; essi hanno
il merito di costituire una sorta di indirizzo
collettivo ma non, a essere precisi, pubblico.
Si tratta di una sorta di laboratorio, di
una "classe" (come si dice: la
classe di violino al Conservatorio): si
scrive per la "classe". La rivista
- al di là di ogni considerazione
tattica di lotta, di solidarietà,
di cui qui non parlo - è una tappa
della scrittura: la tappa in cui si scrive
per essere amati da tutti coloro che si
conoscono, la tappa prudente, ragionevole,
in cui si comincia ad allentare,
senza ancora romperlo, il cordone ombelicale
del trasfert che è proprio del linguaggio
(questa tappa non viene mai del tutto liquidata:
se non avessi amici, se non potessi scrivere
per loro, avrei ancora il coraggio di scrivere?
Alla rivista si ritorna sempre)." (Autopresentazione,
in Scritti, Einaudi, Torino 1998
[1971], pp. 11-12).
Ripenso
all'esperienza solitaria della mia giovinezza,
alla lunga sequela di letture, agli studi
più disparati e senz'altro dispersivi,
volti com'erano in molteplici direzioni,
i tentativi più o meno falliti delle
mie prime scritture. Chi di noi può
dire di non aver sperimentato che cosa significhi
leggere e scrivere in modo solitario, eppure
in un modo già sufficientemente attendibile
di essere nel mondo? Leggere Proust e Svevo,
Joyce e Gadda, Musil e Pasolini, Kafka e
Tomasi, per ritrovare se stessi, per costruire
se stessi, il proprio mondo morale e intellettuale,
quasi come in un continuo rispecchiamento
della nostra esperienza ancora acerba ed
immatura. Nella frequentazione solitaria
della letteratura c'è sempre una
buona dose di narcisismo che ci induce a
compiacerci troppo della nostra immagine
riflessa. Leggere significa specchiarsi
e riconoscersi; riconoscere non solo le
nostre virtù, ma anche, se abbiamo
solo un po' di spirito critico, i nostri
difetti, esaltarsi per le une e deprimersi
per gli altri, in un'altalena sentimentale
che è propria di qualunque prolungata
giovinezza. Leggere, leggere in questo modo,
è un atto sommamente giovanile e,
starei per dire, adolescenziale. È
inutile che aggiunga come tutto questo si
riverberi anche nell'atto dello scrivere
in solitudine, quando il giovane fa le sue
prime prove sulle ali dell'entusiasmo per
qualche autore prediletto, tutto preso dal
demone dell'imitazione. Scrivere in solitudine
significa tentare una operazione difficilissima
e destinata a certo fallimento: quella di
ripetere, scrivendo, la varietà e
direi il guazzabuglio che il nostro animo
ha in sé, frutto della lettura degli
autori prediletti. È così
che vengono fuori scritture di maniera,
acerbe, in cui la pagina mal sopporta quest'inutile
narcisismo velato di sapienza narrativa.
Solo condizioni estremamente rare consentono
a un giovane di produrre un'opera veramente
originale, e la causa di ciò, a mio
avviso, deve essere rintracciata in questo
difetto di aura comunitaria nella quale
il giovane spesso è destinato a crescere.
Ora,
il lavoro per la rivista mi ha sottratto
a tutto questo, potrei dire che mi ha sottratto
alla mia giovinezza tutta improntata all'atto
del leggere e dello scrivere in solitudine.
Finché noi leggiamo e scriviamo in
solitudine, non ascoltiamo che noi stessi
riflessi negli scrittori amati; quando questa
fase ha termine, noi ascoltiamo anche la
voce degli altri, di coloro che, senza che
noi lo immaginassimo, stavano percorrendo
la nostra stessa strada, solo un po' più
in là, parallelamente a noi, e noi,
tutti chini sulle nostre carte, non lo sapevamo.
Ora sappiamo che questi nostri amici non
erano tanto lontano da noi, non tanto da
non poterli scorgere e sentire e da non
poter interloquire con loro. Leggere uno
scrittore che scrive insieme a te, per la
stessa rivista, nel tuo stesso tempo, anche
se in un luogo diverso dal tuo, non è
la stessa cosa che leggere un romanziere
del Novecento. Leggere un compagno di rivista
significa sentire le sue parole mentre le
pronuncia, quasi scriverle insieme a lui,
raccontare insieme a lui la tua esperienza
di vita. Non solo leggere, ma anche scrivere
in queste condizioni assume un valore del
tutto diverso. Scrivere per la rivista significa
prevedere le possibili obiezioni degli altri,
e si sa come le obiezioni degli altri ci
impongano almeno una seria verifica e l'adozione
di una certa misura. Scrivere per una rivista
significa rispondere alle possibili, immancabili
obiezioni degli altri, e rispondere attraverso
un giro di frase che contiene in sé
quanto l'interlocutore ha voluto dirci.
Il
lavoro di questo anno - ma potrei dire degli
ultimi tre anni, perché la pubblicazione
del primo numero della rivista ha avuto
una lunga incubazione - ha significato per
me l'abbandono di un modo solitario e narcisistico
di fare letteratura. E non tanto perché
ogni scelta è stata sempre discussa
con Enrico e con altri, ma anche perché
mi ha insegnato a scrivere con lui a due
mani, cosa che fino a ieri mi sembrava semplicemente
impossibile. Scrivere a due mani significa
avere un linguaggio comune, una comune grammatica,
un comune sentire; significa controllare
le mosse dell'amico e farsi controllare,
vuol dire autocontrollarsi per non lasciarsi
andare a frasi gratuite e non condivisibili;
significa fare un passo avanti verso quella
dimensione comunitaria della letteratura
che, proprio in seguito a questa esperienza
di Zibaldoni e altre meraviglie,
andiamo da un anno in qua predicando. E
quello che io dico dello scrivere a due
mani, vale a maggior ragione per quanto
riguarda lo scrivere in proprio. Scrivere
in proprio, in queste condizioni comunitarie,
significa non avere più davanti i
modelli dei grandi scrittori del Novecento
che hanno abitato la mia solitudine giovanile,
bensì, imparata la lezione, significa
avere sempre dinnanzi un orizzonte reale,
frastagliato e vario quanto volete, ma su
cui si dispongono in modo ordinato le figure
di tutti coloro che partecipano a questa
nostra impresa e di tutti coloro che vi
potrebbero partecipare. Io potrei dispiacervi,
potrei suscitare le vostre critiche, il
vostro malumore o il vostro dissenso, ma
in nessun caso potrei disattendere i miei
interlocutori, ovvero voi, che mi state
ascoltando, perché voi, a partire
da quest'ultimo anno, siete stati e siete
i primi giudici di ogni mia parola. E questo
sia detto senza alcuna piaggeria.
Così,
io penso che la rivista abbia apportato
un cambiamento radicale nella mia vita:
dalla solitudine delle letture e delle prime
scritture giovanili, alla dimensione comunitaria
del leggere e dello scrivere. Vi prego di
considerare che io non dico tutto questo
perché ami parlare di me, bensì
perché è questo il senso che
attribuisco al nostro fare insieme la rivista
Zibaldoni e altre meraviglie.
In
conclusione, permettetemi di rivolgere un
augurio a tutti i presenti, un augurio che
mi è dettato proprio dall'esperienza
personale, che in questo intervento ho provato
a descrivere. Se noi abbiamo deciso di incontrarci,
per fare un bilancio del lavoro fin qui
svolto - un anno di Zibaldoni e altre
meraviglie - ciò è accaduto
perché non siamo quella "comunità
ossimorica" di cui parla Zygmunt Bauman
a proposito dei talk-show, cioè "una
comunità di individui uniti solo
dalla loro autosegregazione e autoindipendenza":
"Ciò
che i membri di una così bizzarra
comunità hanno in comune - scrive
Bauman in La società sotto assedio,
Laterza, Bari-Roma, 2003, p. 181 - è
che ciascuno di essi soffre in solitudine;
tutti lottano per tirarsi fuori dai guai
seguendo la formula del barone di Munchausen:
quella cioè di trarsi d'impaccio
da soli, e nessuno di essi spera di poter
agevolare il compito unendo le forze con
altri che stanno patendo la stessa agonia".
Il
mio augurio è, dunque, che mai tutto
ciò possa accaderci, che il lavoro
di tutti noi possa continuare nel migliore
dei modi, ed anzi veda un'accresciuta partecipazione
di altri scrittori e lettori, si sostanzi
di nuove idee e di nuovi obiettivi comuni;
e soprattutto che Zibaldoni e altre
meraviglie possa continuare ad essere
quell'opera autenticamente comune - così
come sin dall'inizio è stata concepita
- in cui la solitudine dell'individuo si
annulla nella dimensione comunitaria - l'unica
vera - del fare letteratura.
Mi
fermo qui, perché voglio che siano
gli altri a rimarcare eventuali lacune,
difetti sicuramente presenti nella rivista
e nel nostro operato. Solo una cosa potrei
aggiungere, a proposito dell'esperienza
di COL
COLTELLO. Facciamo
autocritica, certo, ma consideriamo anche
che l'esperienza di COL
COLTELLO è
solo una fase che abbiamo attraversato per
approdare da un'altra parte, ancora non
so dove. Però è chiaro che
se non c'è un momento di polemica
con ciò che avviene nel mondo, se
non c'è lo scontro con le cose che
non condividiamo, allora non ci può
essere neanche la pars construens,
il momento in cui noi costruiamo qualcosa
di positivo.
Antonio
Prete
Sono
stato convocato per intrattenere gli amici
sullo Zibaldone leopardiano. Che
non è certo un luogo fondativo di
una qualche possibile comunità, ma
è, può essere, un luogo di
riferimento costante, di interrogazione
e di avventura intellettuale. Mi piacerebbe
se riuscissimo a collegare l'idea dello
Zibaldone con l'esperienza che
presso la rivista Zibaldoni e altre
meraviglie si vuol fare o di fatto
già si fa.
Lo
Zibaldone l'ho vissuto sempre come
una terra avventurosa, per questo sono stato
molto felice di ritrovare in Gianni Celati
uno scrittore che a sua volta ha fatto un
cammino nello Zibaldone dello stesso
tipo: lo Zibaldone inteso come
una scrittura in movimento, che ti coinvolge,
ti interroga, ti provoca costantemente,
ti chiede di avere un rapporto con la letteratura,
con i generi, con le forme, con gli stili,
davvero singolare e nuovo. Molti anni fa,
quando uscì la prima edizione del
Pensiero poetante, alcuni studiosi
di Leopardi mostrarono di non comprendere
la mia definizione dello Zibaldone
come non-opera, cioè come scrittura
mai conclusa, sempre in movimento, pensiero
- come dirà poi Valéry dei
suoi Cahiers - inachevé,
incompiuto. Dunque aperto e interrogativo.
Nella
scrittura dello Zibaldone c'è
il riverbero costante di due confini, che
sono anche due tensioni. Da una parte ci
sono i silenzi che separano un frammento
da un altro frammento, dall'altra parte
c'è la tessitura di un progetto,
di molti progetti. I silenzi che separano
un pensiero da un altro pensiero sono aperti
su un tempo, il tempo di Leopardi: le occasioni
esterne, gli eventi, la datazione che segue
il calendario, le stagioni dell'anno, le
festività, gli anniversari, eccetera.
Lo stacco tra e un pensiero e l'altro è
l'apertura, la finestra, su un mondo soggettivo
che non lascia corso alla autobiografia,
alla autorappresentazione, allo sguardo
su di sé, ma si presenta come apertura
sul mondo e allo stesso tempo sottrazione
austera e ascetica a quel mondo. Lo Zibaldone
è anche separazione, esperienza di
scrittura in una stanza, o in diverse stanze.
La
felicità dipende spesso da una stanza:
le bonheur de chambre, aveva detto
Pascal, uno dei classici che Leopardi leggeva.
In realtà sono tante stanze: Leopardi
si porta i quaderni a Firenze, a Bologna,
a Pisa e a Napoli, questi quaderni viaggiano
con Leopardi, però ogni volta c'è
una stanza , e questa stanza evoca una biblioteca,
reale per un certo periodo, ma anche fantastica,
immaginaria, di memoria in un altro periodo.
Dunque, dicevo, da una parte nello Zibaldone
c'è un confine che è lo stacco,
il silenzio, la pausa, l'interruzione, dall'altra
c'è un altro confine che anima la
scrittura: il farsi di una trama, di una
tessitura sottile, costituita da rinvii
e rimbalzi, da riprese e ritorni. C'è
l'ordito di una trama che è costantemente
proiettata verso la composizione e poi scomposizione
di campi di sapere, di orizzonti discorsivi,
di fili di meditazione. Via via si costruisce
una mappa di conoscenze, una sorta di cartografia
dei saperi, anzi una vera e propria genealogia
dei saperi. Non c'è mai una chiusura
del discorso, non c'è un discorso
a tesi che poi si chiude; tutto resta aperto
verso ogni possibile ripresa.
C'è
una esitazione: quella che Valéry
riferendosi al verso chiamerà hésitation
prolongée Leopardi la pratica
nella scrittura dello Zibaldone.
Esitazione tra il momento del frammento
e il momento del progetto. Questa esitazione
mi sembra che sia la sorgente della intensissima
vita che è lo Zibaldone.
Il
dialogo di Leopardi non è con il
suo tempo. Ieri sera, appena arrivato, ho
sentito Gianni purtroppo solo nei passaggi
finali: accennava a questa relazione col
tempo. Il tempo che c'è nello Zibaldone
è poi il nostro tempo: nel senso
di un tempo interiore, che solo adesso noi
sentiamo essere in sintonia con quel tempo
che circola nello Zibaldone. Perché
per Leopardi c'era un grande scarto col
suo proprio tempo cronologico. Semmai il
colloquio era a distanza con i classici,
con la biblioteca dei classici, quella che
un poeta come René Char chiamava
la conversation souveraine, la conversazione
sovrana.
Ci
sono delle forme di scrittura che emergono
in maniera più esplicita, che sono
forme della tradizione, tradizione che Leopardi
sceglie: una è quella dell'essai,
l'essai nel senso proprio dell'assaggio,
quello che Barthes chiamava il rapporto
tra saveur e savoir: l'assaporare
un pensiero, un'idea, prendersela e citarla,
portarla dentro il proprio ragionamento.
L'essai viene dalla tradizione
dei moralisti francesi, da Montaigne, ha
al centro quello che Montaigne diceva, nell'avviso
al lettore: je suis moy-mesmes la matiere
de mon livre, sono io stesso la materia
del mio libro. Ma questo io di
Leopardi che circola nello Zibaldone
non è un io definibile con
i nostri termini di soggetto, perché
è un io che si mostra quasi
sempre attraverso un libro, con la biblioteca,
con la citazione, con il margine e il commento,
con la meditazione che lambisce un pensiero
altrui e da esso è mossa fino a staccarsi
e farsi autonoma. L'io si disloca
nel margine di altri libri, di altri pensieri.
Anche quando Leopardi raccoglie negli Indici
e designa nel corso della scrittura molti
pensieri sotto la voce Memorie della
mia vita - voce di un possibile libro
che egli non ha mai fatto ma che a un certo
momento ha pensato - anche allora i frammenti
raccolti sotto quell'intestazione così
esplicita, Memorie della mia vita,
di autobiografico hanno ben poco: qualche
ricordo, qualche battuta, la voce del fratello
minore, un'abitudine nella Recanati della
sua infanzia, pochissime cose, ma la maggior
parte dei seicento pensieri raccolti sotto
la voce Memorie della mia vita
sono pensieri sopra abitudini, costumi,
riflessioni sul giovane, sul vecchio, sull'antico,
sul moderno, sulle arti. La presenza dell'io
è una presenza che dobbiamo trovare
sotto, scrostando; e vedremo che c'è
un'appartenenza di sé a qualcosa
che non è più suo. Per questo
è interessante studiare le Memorie
della mia vita come libro possibile
(o forse impossibile), studiarlo come relazione
di un soggetto che si perde all'interno
di una serie di situazioni culturali, di
riflessioni sulla letteratura, sulla lingua,
sui classici, sulle forme dell'arte, sul
"macchiavellismo di società",
ecc. Così, certo, l'essai
è la forma dove c'è un io,
un soggetto, ma affidato alla riflessione
su qualcosa che non riguarda più
se stesso, ma riguarda gli altri, il visibile
e l'invisibile degli altri, del mondo: questa
forse è l'idea di comunità,
l'idea per cui il soggetto non riporta tutto
a sé, ma si perde per poi trovare
su di sé un qualche riverbero, un
qualche rimbalzo che viene dall'altro, dal
tu, che per Leopardi forse è un lettore
futuro. Quel suo Frammento di una Lettera
a un giovane del XX secolo forse voleva
dire questo (era un progetto che aveva):
quel giovane era un lettore possibile, se
non del suo Zibaldone, comunque
delle sue scritture.
L'altra
figura che ci aiuta a definire la scrittura
leopardiana dello Zibaldone è
il preludio. Dico questo, perché
in una lettera del 1836 al giovane Lebreton,
che gli chiedeva quali altre opere avesse
scritto, Leopardi rispondeva: je n'ai
jamais fait d'ouvrage, j'ai fait seulement
des essais en comptant toujours préluder.
La scrittura come essai e come
preludio. Il preludio è
una forma della scrittura che è al
di qua della trattazione, che non si chiude.
Offerta tematica. Annuncio. Soglia del dicibile.
Apertura che del sapere dice il progetto,
l'avvio. Figura dell'inizio.
Queste
sono alcune forme della scrittura leopardiana.
Ma soprattutto ci colpisce una relazione
che è costante nello Zibaldone,
il rapporto tra un pensiero e l'altro, un
rapporto che non ricorre alle vie logico-sistematiche,
discorsive della tradizione filosofica,
ma segue continui sbalzi. Per esempio, le
pagine sul male dell' aprile-maggio del
'26 da Bologna: c'è un orizzonte,
una cosmografia abissale: tutto è
male. Se osserviamo cosa c'è
prima e cosa c'è dopo, notiamo delle
cose sorprendenti: una annotazione filologica,
una curiosità sul lessico, su una
parola greca, su un'etimologia, la consultazione
di un dizionario (il Forcellini). Questa
riflessione sul male, sul fatto
che tutto è male, questo momento
altamente "metafisico", questa
interrogazione estrema, dove il pensiero
mostra il suo rapporto con l'enigma, emerge
dal quotidiano compulsare curioso di dizionari,
di testi tradotti e di pagine legate alla
grande questione omerica. Insomma nella
stessa giornata troviamo degli sbalzi, dei
movimenti di scrittura che vanno dalla ricerca
di una etimologia alla considerazione filologica
alla meditazione che ha lo sfondo abissale
del "tutto è male". Questo
procedimento rompe l'idea restaurativa,
ottocentesca, dell'opera come qualcosa di
omogeneo, unitario, concluso, rompe il discorso
del sapere, la sua organizzazione tematica.
In
questa composizione e scomposizione di una
genealogia del sapere, in questa cartografia,
in questa mappa delle passioni, nella meditazione
sulla lingua, sugli stili di vita, eccetera,
ci sono delle aree del discorso che si rappresentano
secondo un ordito, tendono a un progetto,
cercano campi di convergenza tematica. Nelle
schedine preparate per gli Indici,
e più nelle grandi schede, Leopardi
prevede una possibile aggregazione di frammenti.
Alle grandi schede aveva dato dei titoli:
Trattato delle passioni, Manuale di
Filosofia pratica, Della natura degli uomini
e delle cose, Teorica delle arti (parte
speculativa e parte pratica), Memorie della
mia vita, e poi la parte linguistica,
che è un terzo dello Zibaldone.
Non dobbiamo dimenticare la preponderanza
di questa passione leopardiana per le lingue,
che è una passione per la genealogia,
per il movimento attraverso cui la lingua
si fa, si confronta, si raffronta con altre
lingue, passa attraverso i testi, va al
là dei testi e ha sempre costante
collegamento con l'oralità: l'attenzione
alla lingua è anche l'attenzione
all'oralità, al prima della scrittura,
a quell'oralità che persiste anche
laddove compare la scrittura, persino dove
c'è la scrittura.
Se
per esempio osserviamo uno dei campi tematici
sopra citati, vediamo che non possiamo ridurlo
a un trattato: il titolo stesso che Leopardi
dà di Trattato delle passioni,
è un titolo simile a quello di Operette
morali, un titolo che ha anche una
luce parodistica, autoironica, di omaggio
a una tradizione, ma che poi non è
una vera e propria trattazione, perché
il discorso sulle passioni diventa un discorso
sulla mancanza delle passioni, sulla fine
delle passioni, sul deserto che ci circonda,
deserto del sentire, diventa meditazione
sul rapporto tra il sentire e altre cose
che appartengono al sentire, ma che sono
stili, stili di comportamento. Diventa discorso
sul rapporto della bellezza con la grazia.
È questo un tema che nello Zibaldone
appare prestissimo: grazia e debolezza,
grazia e vivacità, grazia e movimento.
E così, se osserviamo altre zone,
dove Leopardi cerca una connessione, una
tessitura, dei vari frammenti, vediamo che
in rapporto con l'intestazione prevista
negli Indici ci sono degli scarti,
per cui questa genealogia del sapere viene
presentata ogni volta in maniera originale
e propria. Questi movimenti portano, per
indicare solo qualche percorso, a una ricostruzione
di una storia dell'interiorità -
nello Zibaldone c'è una
vera e propria storia dell'interiorità,
intesa come cura di sé (da Epittèto
in poi), che si modula in molte forme e
in molti movimenti. Ma c'è anche
una relazione con tutto quello che diremmo
anteriorità: la favola antica,
il mondo degli animali, il sapere degli
animali, il fanciullo, cioè tutta
quella soglia dell'alterità da cui
si può guardare alla civiltà,
alla contemporaneità, al secolo della
ragione, all'epoca della "spiritualizzazione"
e guardare in modo critico, da una distanza
"ingenua", semplice, e per questo
vera. L'anteriorità: qualcosa
che non c'è più, che però
agisce come alterità, che diventa
luogo della critica, soglia della critica.
Da lì muove lo sguardo sulla modernità,
che è luogo di una sensibilità
affinata, affinata ma anche astratta: la
civiltà per Leopardi progredisce,
raffinando certo la sensibilità,
la visione delle cose, che diventa minuziosa,
analitica, estrema, ma allo stesso tempo
astrae dal corpo, perde quel rapporto -
ne parlavamo con Gianni stamattina a colazione
- con la materialità, la fisicità,
la corporeità del fantastico. Perché
l'astrazione è collegata strettamente
con la ragione e, dunque, anche con la violenza:
un altro grande tema dello Zibaldone
è la nascita della storia come storia
di violenza. Un tema che oggi ci interpella
con forza.
Sono
tanti i temi che potremo vedere, ma sempre,
ogni volta che ci accostiamo a un tema,
vediamo che non è mai risolto e chiuso
dentro una trattazione; è un tema
che provoca e ci provoca costantemente.
Lo Zibaldone chiede che il lettore
partecipi, che il lettore continui lui questo
incompiuto: è un invito al lettore
che si metta al margine di questa scrittura
per intraprendere un dialogo. Se noi rispondessimo
allo Zibaldone dicendo: prendiamo
questo punto, lo continuiamo e lo chiudiamo,
faremmo un discorso antizibaldoniano. Dovremmo
forse rispondere alla scrittura dello Zibaldone
o con altre scritture a margine - ecco forse
il senso della comunità che passa
attraverso la scrittura - o con dei pensieri
isolati, come li chiamava Leopardi, pensieri
che si depositano lì a margine, ma
si depositano anch'essi in modo interrogativo
e aperto.
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