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ZIB II serie

 

 Un anno di Zibaldoni e altre meraviglie
 Visioni e idee per la comunità avvenire
 Atti del convegno di Frascati del 31 gennaio 2004
 A cura di Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio
 

"Nudo interno" di Antonio Pauciulo

La saggezza si circonda di amici
Michel Foucault
(Ermeneutica del soggetto, Lezione del 3 febbraio 1982)


INTERVENTI PERVENUTI PER IL CONVEGNO
IL COMUNICATO STAMPA DELLA MANIFESTAZIONE

IL DESIDERIO INFINITO

        Presentiamo qui di seguito gli interventi relativi al convegno che si è svolto a Frascati, presso le Scuderie Aldobrandini, il 31 gennaio 2004, in occasione del primo anniversario della rivista Zibaldoni e altre meraviglie (leggi qui il comunicato stampa dell'iniziativa).
        Non essendosi trattato di un incontro accademico, non ci sono state "relazioni" specifiche, e la discussione si è svolta piuttosto liberamente, secondo una minima ritualità seminariale, a partire dai temi della rivista-zibaldone e della comunità. Gli interventi sono stati raccolti e registrati, quindi trascritti e infine rivisti dai singoli autori, che hanno apportato in alcuni casi anche consistenti modifiche, tese soprattutto a contestualizzare meglio alcune affermazioni, a smussare le asperità del discorso parlato e a dare spiegazione più piana ai discorsi più complessi.
        Oltre agli interventi dei presenti a Frascati, ci erano pervenuti diversi scritti di amici impossibilitati a venire. Li riproduciamo qui, anche se possono considerarsi ugualmente parte integrante del dibattito che si è svolto - che in effetti era cominciato molto prima del 31 gennaio 2004, forse fin dalla nascita di Zibaldoni e altre meraviglie.
        Il risultato complessivo del convegno, se dobbiamo esprimere un parere, ci sembra molto interessante, sia per la varietà degli spunti che emergono dai singoli interventi, sia per la profondità, l'antiaccademicità, la visionarietà di tanti discorsi e modi di parlare che, nell'attuale panorama della cultura italiana, sembrano davvero provenire da un altro pianeta. D'altronde Gianni Celati, nel corso di una lettura dello Zibaldone del giorno prima (leggi qui un nostro articolo per l'Unità che vi fa riferimento), aveva definito Leopardi un "alieno" rispetto al mondo viziato dalla pubblicità e dall'arrivismo nel quale viviamo, e noi non possiamo che essere d'accordo con lui. Nel senso che, per leggere e parlare liberamente, ormai non basta più "avere la parola", ma tocca quasi "rifarle" le parole, tutte, ricominciando a riconoscere i contesti giusti nei quali discutere anche le cose più semplici, più elementari, mantenendo la letteratura come orizzonte fisso cui guardare sempre con fiducia. Il rischio, sempre più reale, è quello di precipitare nell'"informe", nella chiacchiera vana, nei ricatti del soggettivismo consumistico. Ovvero in una condizione che, infine, costituirebbe la condanna definitiva di qualsiasi parola.
        Buona lettura.

Edv - Gv

*

        Enrico De Vivo
        Per prima cosa voglio ringraziare, anche a nome di Gianluca Virgilio e di tutti gli amici presenti, il Comune di Frascati e l'Assessore alla cultura, che ci ospitano, e Andrea Cortellessa, al cui interessamento dobbiamo la nostra presenza qui oggi.
        Siamo venuti qui con un desiderio, soprattutto: quello di sentire le vostre domande, i vostri dubbi, i vostri pareri sul lavoro che abbiamo svolto con Zibaldoni e altre meraviglie.
        Negli ultimi tempi, la rivista ha assunto un aspetto leggermente diverso, più militante potrei dire, a causa di certe discussioni pubbliche cui abbiamo partecipato, che hanno fatto molto discutere anche alcuni nostri amici, come Rocco Brindisi e Gianni Celati, Andrea Cortellessa e Alessandro Banda, dai quali spesso sono venute critiche. Zibaldoni era nata, senza troppe velleità, per mettere insieme esperienze letterarie diverse alla luce della lettura di alcuni libri che amiamo molto amato, come lo Zibaldone leopardiano. Forse ci animava una sorta di fremito letterario, come diceva ieri Gianni affettuosamente. In realtà, io non so se avevamo intenzione di manifestare idee o propagandare scritture, o far vedere quello che studiavamo - forse avevamo semplicemente una profonda necessità di cercare contatti, ovvero di istituzionalizzare i contatti che avevamo all'inizio tra amici, con i quali ci scambiavamo le cose che leggevamo e scrivevamo.
        Abbiamo realizzato la rivista in Internet perché non avevamo altre possibilità, essendo fuori da qualsiasi giro. Ma a parte questo, Zibaldoni è venuta fuori soprattutto dalle discussioni fatte con Gianluca Virgilio nel corso di molti anni di amicizia e di interessi comuni, e in particolare, come dicevo, dalle letture leopardiane degli ultimi tempi, che ci hanno offerto spunti notevoli per quello che scrivevamo, facevamo e un po' per tutte le cose che pensavamo.
        Addirittura le polemiche nelle quali ci siamo buttati a capofitto negli ultimi tempi con una certa dose di incoscienza, eravamo convinti che avessero a che fare in qualche modo con Leopardi. Invece, la lettura dello Zibaldone che ha fatto ieri Gianni Celati, fa capire bene che nessuna polemica può esser fatta rimanendo troppo invischiati nello sfondo di attualità dal quale bisognerebbe sempre sforzarsi di staccare le proprie parole. Leopardi - secondo quello che ho capito io - faceva sempre in modo di staccare dallo sfondo dell'attualità tutto quello che pensava e scriveva: senza cancellare o eliminare questo sfondo, ma tenendolo sottinteso, implicito, proiettando così tutto in un tempo diverso. Questo tempo potrebbe essere il futuro nel quale noi oggi riusciamo a percepire l'eco di scritture che riescono miracolosamente a guidarci come poche altre proprio grazie al sentimento della lontananza che le pervade. Scrivendo e pensando mantenendo l'attualità come sfondo lontano, Leopardi è riuscito a staccare le sue parole dall'attualità e a farle arrivare fino a noi oggi, qui.
        In questa sede, quindi, non saprei stabilire se abbiamo frainteso Leopardi abbandonandoci a far polemiche molto poco "distanziate" in giro in forum e blog, oppure se l'abbiamo usato per fini illegittimi; ovvero se abbiamo fatto dei proclami, se siamo stati enfatici, se abbiamo assunto un tono aggressivo - davvero non saprei stabilirlo, e forse sono qui innanzitutto per capire attraverso le vostre parole quello che ci è capitato. Una sola cosa mi sento di affermare con sicurezza: alla fine, il risultato più importante che abbiamo raggiunto non è certo quello che abbiamo ricavato dalle polemiche degli ultimi tempi, ma la produzione precipuamente letteraria di Zibaldoni e altre meraviglie, i tanti scrittori proposti, le opere messe in evidenza, le ricerche che alcuni di noi stanno portando avanti.
        Nella nostra rivista letteraria hanno trovato collocazione cose diversissime, cose che non hanno a che fare con i "gusti personali" nostri o di qualcun altro, e la scelta di fare una rivista che non abbia a che fare con i "gusti personali" è, secondo me, una cosa degna di esser realizzata. Quando si fanno le cose solo per il "proprio gusto", nella letteratura come in altre cose, si rischia sempre di finire all'interno di un gruppo che poi è fatto di corrispondenze per darsi ragione, di ricerche di appoggi e così via, per cui segue quasi sempre, quasi subito, automaticamente una specie di decadimento. Invece noi abbiamo scelto un'altra strada, quella che ci ha portati ad aprirci continuamente e ad accettare di mettere continuamente in discussione quello che facevamo, affinché la meraviglia, e non la "nostra poetica", avesse libero accesso e potesse continuamente manifestarsi.
        Personalmente, sono stato attento a tanti modi di scrivere, e posso dire di aver imparato molto. Un'esperienza particolare è stata quella del fitto scambio epistolare, in partenza assolutamente imprevedibile: una rivista costruita attraverso dialoghi molto serrati con amici e scrittori conosciuti per l'occasione, con discussioni vive sulle cose che scrivevamo e leggevamo - quando è evidente che nel mondo nel quale siamo non si costruiscono così le riviste, i libri e altri "prodotti intellettuali", ci sono altri meccanismi, altri giochi di potere e di mercato che si fanno senza alcun pudore, giochi in ogni caso sempre molto "produttivi" e "corretti".
        Faccio queste osservazioni anche per spiegare che non è per caso o per vanagloria che abbiamo scelto di fondare una rivista. La rivista è il luogo perfetto per il dibattito amichevole delle idee, perché nella rivista ogni contributo personale serve innanzitutto a un discorso collettivo. Oggi pochi amano le riviste, primi fra tutti gli editori, ma anche tanti scrittori pervenuti - o scrittori immuni, come diciamo ultimamente.
        Il progetto di Zibaldoni era ed è solo un punto di partenza: un'idea aggregante, malleabile, versatile, che ci consente innanzitutto di girovagare in tutte le direzioni possibili. Inoltre, cosa c'è di più naturale e antimercantile di un prodotto che non è un prodotto, di un libro che non è un libro, quale appunto è uno zibaldone? Lo zibaldone, almeno nell'uso che ne stiamo facendo noi nella scia leopardiana, è uno strumento potentissimo e senza attualità, che si presta ottimamente, per la sua intima natura mnemonica e misteriosa, a mostrare la via - intrecciata a quella degli altri - che ciascuno di noi percorre vivendo. Uno zibaldone non è un'eruzione gratuita di scrittura, ma il frutto meditato di una vita che si fa scrivendo, opera di chi pensa scrivendo. Lo zibaldone mostra l'ordine delle menti che scrivono, non l'ordine fatto dai pezzi messi a caso dentro un contenitore, 'consumati' solo per il piacere di trasgredire o di fare spettacolo - e nemmeno l'ordine precotto dei tecnicismi o virtuosismi letterari.
        Come sapete, la rivista la facciamo, materialmente parlando, io e Gianluca Virgilio. Scrivendo in due, si ha l'opportunità di poter mettere in azione dialogica immediata il proprio pensiero, e di scoprirne subito tutte le debolezze e le manie. Come dicevo poco fa, quello che abbiamo scritto è il frutto di tante cose che pensavamo mentre scrivevamo, ma soprattutto che pensavamo insieme.
        E questa era l'ultima cosa, ma forse la più importante, che avevo da dire.
        Credo che questo come spunto per la discussione possa bastare.
        Do la parola a Gianluca.


        Gianluca Virgilio
        Permettetemi una breve riflessione molto personale su questo anno di lavoro. Vorrei dire che cosa abbia significato per me trovarmi per la prima volta in una comunità di persone che si esprime attraverso lo strumento della letteratura; perché questo, e non altro, è una rivista: una comunità di scrittori che sente quanto sia importante avere come destinatario non solo un pubblico di lettori più o meno indifferenziato, bensì, in primo luogo, degli scrittori coi quali coopera nella redazione di una rivista. La rivista ci immette in una dimensione comunitaria dello scrivere, nella quale i nostri lavori individuali trovano un riconoscimento reciproco, una reciproca sanzione. A questo proposito, Roland Barthes ha scritto una pagina che a me pare molto significativa:

        "Quando si scrive un testo per una rivista, - egli dice - non è tanto al pubblico di quella rivista che si pensa (il pubblico è ad ogni modo poco "pensabile") ma al gruppo dei suoi redattori; essi hanno il merito di costituire una sorta di indirizzo collettivo ma non, a essere precisi, pubblico. Si tratta di una sorta di laboratorio, di una "classe" (come si dice: la classe di violino al Conservatorio): si scrive per la "classe". La rivista - al di là di ogni considerazione tattica di lotta, di solidarietà, di cui qui non parlo - è una tappa della scrittura: la tappa in cui si scrive per essere amati da tutti coloro che si conoscono, la tappa prudente, ragionevole, in cui si comincia ad allentare, senza ancora romperlo, il cordone ombelicale del trasfert che è proprio del linguaggio (questa tappa non viene mai del tutto liquidata: se non avessi amici, se non potessi scrivere per loro, avrei ancora il coraggio di scrivere? Alla rivista si ritorna sempre)." (Autopresentazione, in Scritti, Einaudi, Torino 1998 [1971], pp. 11-12).

        Ripenso all'esperienza solitaria della mia giovinezza, alla lunga sequela di letture, agli studi più disparati e senz'altro dispersivi, volti com'erano in molteplici direzioni, i tentativi più o meno falliti delle mie prime scritture. Chi di noi può dire di non aver sperimentato che cosa significhi leggere e scrivere in modo solitario, eppure in un modo già sufficientemente attendibile di essere nel mondo? Leggere Proust e Svevo, Joyce e Gadda, Musil e Pasolini, Kafka e Tomasi, per ritrovare se stessi, per costruire se stessi, il proprio mondo morale e intellettuale, quasi come in un continuo rispecchiamento della nostra esperienza ancora acerba ed immatura. Nella frequentazione solitaria della letteratura c'è sempre una buona dose di narcisismo che ci induce a compiacerci troppo della nostra immagine riflessa. Leggere significa specchiarsi e riconoscersi; riconoscere non solo le nostre virtù, ma anche, se abbiamo solo un po' di spirito critico, i nostri difetti, esaltarsi per le une e deprimersi per gli altri, in un'altalena sentimentale che è propria di qualunque prolungata giovinezza. Leggere, leggere in questo modo, è un atto sommamente giovanile e, starei per dire, adolescenziale. È inutile che aggiunga come tutto questo si riverberi anche nell'atto dello scrivere in solitudine, quando il giovane fa le sue prime prove sulle ali dell'entusiasmo per qualche autore prediletto, tutto preso dal demone dell'imitazione. Scrivere in solitudine significa tentare una operazione difficilissima e destinata a certo fallimento: quella di ripetere, scrivendo, la varietà e direi il guazzabuglio che il nostro animo ha in sé, frutto della lettura degli autori prediletti. È così che vengono fuori scritture di maniera, acerbe, in cui la pagina mal sopporta quest'inutile narcisismo velato di sapienza narrativa. Solo condizioni estremamente rare consentono a un giovane di produrre un'opera veramente originale, e la causa di ciò, a mio avviso, deve essere rintracciata in questo difetto di aura comunitaria nella quale il giovane spesso è destinato a crescere.
        Ora, il lavoro per la rivista mi ha sottratto a tutto questo, potrei dire che mi ha sottratto alla mia giovinezza tutta improntata all'atto del leggere e dello scrivere in solitudine. Finché noi leggiamo e scriviamo in solitudine, non ascoltiamo che noi stessi riflessi negli scrittori amati; quando questa fase ha termine, noi ascoltiamo anche la voce degli altri, di coloro che, senza che noi lo immaginassimo, stavano percorrendo la nostra stessa strada, solo un po' più in là, parallelamente a noi, e noi, tutti chini sulle nostre carte, non lo sapevamo. Ora sappiamo che questi nostri amici non erano tanto lontano da noi, non tanto da non poterli scorgere e sentire e da non poter interloquire con loro. Leggere uno scrittore che scrive insieme a te, per la stessa rivista, nel tuo stesso tempo, anche se in un luogo diverso dal tuo, non è la stessa cosa che leggere un romanziere del Novecento. Leggere un compagno di rivista significa sentire le sue parole mentre le pronuncia, quasi scriverle insieme a lui, raccontare insieme a lui la tua esperienza di vita. Non solo leggere, ma anche scrivere in queste condizioni assume un valore del tutto diverso. Scrivere per la rivista significa prevedere le possibili obiezioni degli altri, e si sa come le obiezioni degli altri ci impongano almeno una seria verifica e l'adozione di una certa misura. Scrivere per una rivista significa rispondere alle possibili, immancabili obiezioni degli altri, e rispondere attraverso un giro di frase che contiene in sé quanto l'interlocutore ha voluto dirci.
        Il lavoro di questo anno - ma potrei dire degli ultimi tre anni, perché la pubblicazione del primo numero della rivista ha avuto una lunga incubazione - ha significato per me l'abbandono di un modo solitario e narcisistico di fare letteratura. E non tanto perché ogni scelta è stata sempre discussa con Enrico e con altri, ma anche perché mi ha insegnato a scrivere con lui a due mani, cosa che fino a ieri mi sembrava semplicemente impossibile. Scrivere a due mani significa avere un linguaggio comune, una comune grammatica, un comune sentire; significa controllare le mosse dell'amico e farsi controllare, vuol dire autocontrollarsi per non lasciarsi andare a frasi gratuite e non condivisibili; significa fare un passo avanti verso quella dimensione comunitaria della letteratura che, proprio in seguito a questa esperienza di Zibaldoni e altre meraviglie, andiamo da un anno in qua predicando. E quello che io dico dello scrivere a due mani, vale a maggior ragione per quanto riguarda lo scrivere in proprio. Scrivere in proprio, in queste condizioni comunitarie, significa non avere più davanti i modelli dei grandi scrittori del Novecento che hanno abitato la mia solitudine giovanile, bensì, imparata la lezione, significa avere sempre dinnanzi un orizzonte reale, frastagliato e vario quanto volete, ma su cui si dispongono in modo ordinato le figure di tutti coloro che partecipano a questa nostra impresa e di tutti coloro che vi potrebbero partecipare. Io potrei dispiacervi, potrei suscitare le vostre critiche, il vostro malumore o il vostro dissenso, ma in nessun caso potrei disattendere i miei interlocutori, ovvero voi, che mi state ascoltando, perché voi, a partire da quest'ultimo anno, siete stati e siete i primi giudici di ogni mia parola. E questo sia detto senza alcuna piaggeria.
        Così, io penso che la rivista abbia apportato un cambiamento radicale nella mia vita: dalla solitudine delle letture e delle prime scritture giovanili, alla dimensione comunitaria del leggere e dello scrivere. Vi prego di considerare che io non dico tutto questo perché ami parlare di me, bensì perché è questo il senso che attribuisco al nostro fare insieme la rivista Zibaldoni e altre meraviglie.
        In conclusione, permettetemi di rivolgere un augurio a tutti i presenti, un augurio che mi è dettato proprio dall'esperienza personale, che in questo intervento ho provato a descrivere. Se noi abbiamo deciso di incontrarci, per fare un bilancio del lavoro fin qui svolto - un anno di Zibaldoni e altre meraviglie - ciò è accaduto perché non siamo quella "comunità ossimorica" di cui parla Zygmunt Bauman a proposito dei talk-show, cioè "una comunità di individui uniti solo dalla loro autosegregazione e autoindipendenza":

        "Ciò che i membri di una così bizzarra comunità hanno in comune - scrive Bauman in La società sotto assedio, Laterza, Bari-Roma, 2003, p. 181 - è che ciascuno di essi soffre in solitudine; tutti lottano per tirarsi fuori dai guai seguendo la formula del barone di Munchausen: quella cioè di trarsi d'impaccio da soli, e nessuno di essi spera di poter agevolare il compito unendo le forze con altri che stanno patendo la stessa agonia".

        Il mio augurio è, dunque, che mai tutto ciò possa accaderci, che il lavoro di tutti noi possa continuare nel migliore dei modi, ed anzi veda un'accresciuta partecipazione di altri scrittori e lettori, si sostanzi di nuove idee e di nuovi obiettivi comuni; e soprattutto che Zibaldoni e altre meraviglie possa continuare ad essere quell'opera autenticamente comune - così come sin dall'inizio è stata concepita - in cui la solitudine dell'individuo si annulla nella dimensione comunitaria - l'unica vera - del fare letteratura.
        Mi fermo qui, perché voglio che siano gli altri a rimarcare eventuali lacune, difetti sicuramente presenti nella rivista e nel nostro operato. Solo una cosa potrei aggiungere, a proposito dell'esperienza di COL COLTELLO. Facciamo autocritica, certo, ma consideriamo anche che l'esperienza di COL COLTELLO è solo una fase che abbiamo attraversato per approdare da un'altra parte, ancora non so dove. Però è chiaro che se non c'è un momento di polemica con ciò che avviene nel mondo, se non c'è lo scontro con le cose che non condividiamo, allora non ci può essere neanche la pars construens, il momento in cui noi costruiamo qualcosa di positivo.


        Antonio Prete
        Sono stato convocato per intrattenere gli amici sullo Zibaldone leopardiano. Che non è certo un luogo fondativo di una qualche possibile comunità, ma è, può essere, un luogo di riferimento costante, di interrogazione e di avventura intellettuale. Mi piacerebbe se riuscissimo a collegare l'idea dello Zibaldone con l'esperienza che presso la rivista Zibaldoni e altre meraviglie si vuol fare o di fatto già si fa.
        Lo Zibaldone l'ho vissuto sempre come una terra avventurosa, per questo sono stato molto felice di ritrovare in Gianni Celati uno scrittore che a sua volta ha fatto un cammino nello Zibaldone dello stesso tipo: lo Zibaldone inteso come una scrittura in movimento, che ti coinvolge, ti interroga, ti provoca costantemente, ti chiede di avere un rapporto con la letteratura, con i generi, con le forme, con gli stili, davvero singolare e nuovo. Molti anni fa, quando uscì la prima edizione del Pensiero poetante, alcuni studiosi di Leopardi mostrarono di non comprendere la mia definizione dello Zibaldone come non-opera, cioè come scrittura mai conclusa, sempre in movimento, pensiero - come dirà poi Valéry dei suoi Cahiers - inachevé, incompiuto. Dunque aperto e interrogativo.
        Nella scrittura dello Zibaldone c'è il riverbero costante di due confini, che sono anche due tensioni. Da una parte ci sono i silenzi che separano un frammento da un altro frammento, dall'altra parte c'è la tessitura di un progetto, di molti progetti. I silenzi che separano un pensiero da un altro pensiero sono aperti su un tempo, il tempo di Leopardi: le occasioni esterne, gli eventi, la datazione che segue il calendario, le stagioni dell'anno, le festività, gli anniversari, eccetera. Lo stacco tra e un pensiero e l'altro è l'apertura, la finestra, su un mondo soggettivo che non lascia corso alla autobiografia, alla autorappresentazione, allo sguardo su di sé, ma si presenta come apertura sul mondo e allo stesso tempo sottrazione austera e ascetica a quel mondo. Lo Zibaldone è anche separazione, esperienza di scrittura in una stanza, o in diverse stanze.
        La felicità dipende spesso da una stanza: le bonheur de chambre, aveva detto Pascal, uno dei classici che Leopardi leggeva. In realtà sono tante stanze: Leopardi si porta i quaderni a Firenze, a Bologna, a Pisa e a Napoli, questi quaderni viaggiano con Leopardi, però ogni volta c'è una stanza , e questa stanza evoca una biblioteca, reale per un certo periodo, ma anche fantastica, immaginaria, di memoria in un altro periodo. Dunque, dicevo, da una parte nello Zibaldone c'è un confine che è lo stacco, il silenzio, la pausa, l'interruzione, dall'altra c'è un altro confine che anima la scrittura: il farsi di una trama, di una tessitura sottile, costituita da rinvii e rimbalzi, da riprese e ritorni. C'è l'ordito di una trama che è costantemente proiettata verso la composizione e poi scomposizione di campi di sapere, di orizzonti discorsivi, di fili di meditazione. Via via si costruisce una mappa di conoscenze, una sorta di cartografia dei saperi, anzi una vera e propria genealogia dei saperi. Non c'è mai una chiusura del discorso, non c'è un discorso a tesi che poi si chiude; tutto resta aperto verso ogni possibile ripresa.
        C'è una esitazione: quella che Valéry riferendosi al verso chiamerà hésitation prolongée Leopardi la pratica nella scrittura dello Zibaldone. Esitazione tra il momento del frammento e il momento del progetto. Questa esitazione mi sembra che sia la sorgente della intensissima vita che è lo Zibaldone.
        Il dialogo di Leopardi non è con il suo tempo. Ieri sera, appena arrivato, ho sentito Gianni purtroppo solo nei passaggi finali: accennava a questa relazione col tempo. Il tempo che c'è nello Zibaldone è poi il nostro tempo: nel senso di un tempo interiore, che solo adesso noi sentiamo essere in sintonia con quel tempo che circola nello Zibaldone. Perché per Leopardi c'era un grande scarto col suo proprio tempo cronologico. Semmai il colloquio era a distanza con i classici, con la biblioteca dei classici, quella che un poeta come René Char chiamava la conversation souveraine, la conversazione sovrana.
        Ci sono delle forme di scrittura che emergono in maniera più esplicita, che sono forme della tradizione, tradizione che Leopardi sceglie: una è quella dell'essai, l'essai nel senso proprio dell'assaggio, quello che Barthes chiamava il rapporto tra saveur e savoir: l'assaporare un pensiero, un'idea, prendersela e citarla, portarla dentro il proprio ragionamento. L'essai viene dalla tradizione dei moralisti francesi, da Montaigne, ha al centro quello che Montaigne diceva, nell'avviso al lettore: je suis moy-mesmes la matiere de mon livre, sono io stesso la materia del mio libro. Ma questo io di Leopardi che circola nello Zibaldone non è un io definibile con i nostri termini di soggetto, perché è un io che si mostra quasi sempre attraverso un libro, con la biblioteca, con la citazione, con il margine e il commento, con la meditazione che lambisce un pensiero altrui e da esso è mossa fino a staccarsi e farsi autonoma. L'io si disloca nel margine di altri libri, di altri pensieri. Anche quando Leopardi raccoglie negli Indici e designa nel corso della scrittura molti pensieri sotto la voce Memorie della mia vita - voce di un possibile libro che egli non ha mai fatto ma che a un certo momento ha pensato - anche allora i frammenti raccolti sotto quell'intestazione così esplicita, Memorie della mia vita, di autobiografico hanno ben poco: qualche ricordo, qualche battuta, la voce del fratello minore, un'abitudine nella Recanati della sua infanzia, pochissime cose, ma la maggior parte dei seicento pensieri raccolti sotto la voce Memorie della mia vita sono pensieri sopra abitudini, costumi, riflessioni sul giovane, sul vecchio, sull'antico, sul moderno, sulle arti. La presenza dell'io è una presenza che dobbiamo trovare sotto, scrostando; e vedremo che c'è un'appartenenza di sé a qualcosa che non è più suo. Per questo è interessante studiare le Memorie della mia vita come libro possibile (o forse impossibile), studiarlo come relazione di un soggetto che si perde all'interno di una serie di situazioni culturali, di riflessioni sulla letteratura, sulla lingua, sui classici, sulle forme dell'arte, sul "macchiavellismo di società", ecc. Così, certo, l'essai è la forma dove c'è un io, un soggetto, ma affidato alla riflessione su qualcosa che non riguarda più se stesso, ma riguarda gli altri, il visibile e l'invisibile degli altri, del mondo: questa forse è l'idea di comunità, l'idea per cui il soggetto non riporta tutto a sé, ma si perde per poi trovare su di sé un qualche riverbero, un qualche rimbalzo che viene dall'altro, dal tu, che per Leopardi forse è un lettore futuro. Quel suo Frammento di una Lettera a un giovane del XX secolo forse voleva dire questo (era un progetto che aveva): quel giovane era un lettore possibile, se non del suo Zibaldone, comunque delle sue scritture.
        L'altra figura che ci aiuta a definire la scrittura leopardiana dello Zibaldone è il preludio. Dico questo, perché in una lettera del 1836 al giovane Lebreton, che gli chiedeva quali altre opere avesse scritto, Leopardi rispondeva: je n'ai jamais fait d'ouvrage, j'ai fait seulement des essais en comptant toujours préluder. La scrittura come essai e come preludio. Il preludio è una forma della scrittura che è al di qua della trattazione, che non si chiude. Offerta tematica. Annuncio. Soglia del dicibile. Apertura che del sapere dice il progetto, l'avvio. Figura dell'inizio.
        Queste sono alcune forme della scrittura leopardiana. Ma soprattutto ci colpisce una relazione che è costante nello Zibaldone, il rapporto tra un pensiero e l'altro, un rapporto che non ricorre alle vie logico-sistematiche, discorsive della tradizione filosofica, ma segue continui sbalzi. Per esempio, le pagine sul male dell' aprile-maggio del '26 da Bologna: c'è un orizzonte, una cosmografia abissale: tutto è male. Se osserviamo cosa c'è prima e cosa c'è dopo, notiamo delle cose sorprendenti: una annotazione filologica, una curiosità sul lessico, su una parola greca, su un'etimologia, la consultazione di un dizionario (il Forcellini). Questa riflessione sul male, sul fatto che tutto è male, questo momento altamente "metafisico", questa interrogazione estrema, dove il pensiero mostra il suo rapporto con l'enigma, emerge dal quotidiano compulsare curioso di dizionari, di testi tradotti e di pagine legate alla grande questione omerica. Insomma nella stessa giornata troviamo degli sbalzi, dei movimenti di scrittura che vanno dalla ricerca di una etimologia alla considerazione filologica alla meditazione che ha lo sfondo abissale del "tutto è male". Questo procedimento rompe l'idea restaurativa, ottocentesca, dell'opera come qualcosa di omogeneo, unitario, concluso, rompe il discorso del sapere, la sua organizzazione tematica.
        In questa composizione e scomposizione di una genealogia del sapere, in questa cartografia, in questa mappa delle passioni, nella meditazione sulla lingua, sugli stili di vita, eccetera, ci sono delle aree del discorso che si rappresentano secondo un ordito, tendono a un progetto, cercano campi di convergenza tematica. Nelle schedine preparate per gli Indici, e più nelle grandi schede, Leopardi prevede una possibile aggregazione di frammenti. Alle grandi schede aveva dato dei titoli: Trattato delle passioni, Manuale di Filosofia pratica, Della natura degli uomini e delle cose, Teorica delle arti (parte speculativa e parte pratica), Memorie della mia vita, e poi la parte linguistica, che è un terzo dello Zibaldone. Non dobbiamo dimenticare la preponderanza di questa passione leopardiana per le lingue, che è una passione per la genealogia, per il movimento attraverso cui la lingua si fa, si confronta, si raffronta con altre lingue, passa attraverso i testi, va al là dei testi e ha sempre costante collegamento con l'oralità: l'attenzione alla lingua è anche l'attenzione all'oralità, al prima della scrittura, a quell'oralità che persiste anche laddove compare la scrittura, persino dove c'è la scrittura.
        Se per esempio osserviamo uno dei campi tematici sopra citati, vediamo che non possiamo ridurlo a un trattato: il titolo stesso che Leopardi dà di Trattato delle passioni, è un titolo simile a quello di Operette morali, un titolo che ha anche una luce parodistica, autoironica, di omaggio a una tradizione, ma che poi non è una vera e propria trattazione, perché il discorso sulle passioni diventa un discorso sulla mancanza delle passioni, sulla fine delle passioni, sul deserto che ci circonda, deserto del sentire, diventa meditazione sul rapporto tra il sentire e altre cose che appartengono al sentire, ma che sono stili, stili di comportamento. Diventa discorso sul rapporto della bellezza con la grazia. È questo un tema che nello Zibaldone appare prestissimo: grazia e debolezza, grazia e vivacità, grazia e movimento. E così, se osserviamo altre zone, dove Leopardi cerca una connessione, una tessitura, dei vari frammenti, vediamo che in rapporto con l'intestazione prevista negli Indici ci sono degli scarti, per cui questa genealogia del sapere viene presentata ogni volta in maniera originale e propria. Questi movimenti portano, per indicare solo qualche percorso, a una ricostruzione di una storia dell'interiorità - nello Zibaldone c'è una vera e propria storia dell'interiorità, intesa come cura di sé (da Epittèto in poi), che si modula in molte forme e in molti movimenti. Ma c'è anche una relazione con tutto quello che diremmo anteriorità: la favola antica, il mondo degli animali, il sapere degli animali, il fanciullo, cioè tutta quella soglia dell'alterità da cui si può guardare alla civiltà, alla contemporaneità, al secolo della ragione, all'epoca della "spiritualizzazione" e guardare in modo critico, da una distanza "ingenua", semplice, e per questo vera. L'anteriorità: qualcosa che non c'è più, che però agisce come alterità, che diventa luogo della critica, soglia della critica. Da lì muove lo sguardo sulla modernità, che è luogo di una sensibilità affinata, affinata ma anche astratta: la civiltà per Leopardi progredisce, raffinando certo la sensibilità, la visione delle cose, che diventa minuziosa, analitica, estrema, ma allo stesso tempo astrae dal corpo, perde quel rapporto - ne parlavamo con Gianni stamattina a colazione - con la materialità, la fisicità, la corporeità del fantastico. Perché l'astrazione è collegata strettamente con la ragione e, dunque, anche con la violenza: un altro grande tema dello Zibaldone è la nascita della storia come storia di violenza. Un tema che oggi ci interpella con forza.
        Sono tanti i temi che potremo vedere, ma sempre, ogni volta che ci accostiamo a un tema, vediamo che non è mai risolto e chiuso dentro una trattazione; è un tema che provoca e ci provoca costantemente. Lo Zibaldone chiede che il lettore partecipi, che il lettore continui lui questo incompiuto: è un invito al lettore che si metta al margine di questa scrittura per intraprendere un dialogo. Se noi rispondessimo allo Zibaldone dicendo: prendiamo questo punto, lo continuiamo e lo chiudiamo, faremmo un discorso antizibaldoniano. Dovremmo forse rispondere alla scrittura dello Zibaldone o con altre scritture a margine - ecco forse il senso della comunità che passa attraverso la scrittura - o con dei pensieri isolati, come li chiamava Leopardi, pensieri che si depositano lì a margine, ma si depositano anch'essi in modo interrogativo e aperto.

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