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ZIB II serie

 
 

        Gianni Celati
        Trovo importante quello che ha detto Antonio Prete, sul fatto che in Leopardi non c'è niente di autobiografico. Nello Zibaldone tutto il parlare di sé è trasposto su altri piani: nei libri che legge, nelle idee filosofiche che studia, nell'osservazione dei costumi, nelle note filologiche. In Leopardi non esiste quello che è diventato lo stile dominante del nostro tempo: il riferimento d'ogni cosa che si dice a un'istanza soggettiva, ossia autobiografica, come se anche la lingua e l'immaginazione fossero proprietà private dell'individuo. Voglio parlare di questo, perché non è più una questione limitata alla letteratura, e anche qui Leopardi mi aiuta molto a orientarmi. Intanto, tutta la pubblicità punta su processi di soggettivazione - processi di induzione all'autoriferimento: "Questa è la banca che fa per te! Vieni in vacanza nel posto che hai spesso sognato!" Non c'è niente di più facile che indurre gli altri a pensare in questo modo. In una pubblicità basta dire: "Ecco il reggiseno disegnato apposta per il tuo corpo", e scatta un processo di autoriferimento che vi inchioda al fantasma pubblicitario. A questo proposito, c'è anche da chiedersi che senso ha la parola comunicazione usata come se fosse una faccenda scontata, dove il soggetto "si esprime liberamente". L'e-mail è un caso esemplare, perché sembra l'epopea del libero scambio, e fa perno su una soggettivazione indotta dal mezzo: "Parla liberamente! Chatta a volontà!" Ma è interessante vedere che effetti ha sul linguaggio, cosa che non è emersa dai vostri dibattiti. Intanto si suppone che un messaggio e-mail sia come una conversazione, dove dico quello che mi viene in mente e l'altro mi risponde. Infatti moltissimi utenti tendono a simulare la lingua d'un parlare diretto, informale, come nelle chiacchiere. Ma è una simulazione che sa di falso lontano un chilometro. Quello che si vede in questi usi della lingua è un addomesticamento ideologico - l'idea della comunicazione facile, non mediata, libera, che è una mitologia liberista, divenuta un modo d'addomesticare la gente per induzione all'autoriferimento: "Io... io...io...". Non c'è dubbio che questa sia la politica verso il futuro: renderci tutti inchiodati al nostro solipsismo. Leopardi diceva: "mancherà alla vita umana ogni valore, e ogni uomo odierà tutti gli altri, amando solo del suo genere sé medesimo". L'e-mail mette in luce molte cose, e in particolare una specie di tramonto della sensitività alla lingua, per cui gli utenti si scaricano addosso sbrodolature informi, prendendole per un parlare libero e diretto. In realtà i messaggi e-mail non possono avere niente a che fare con la lingua delle conversazioni, proprio perché sono un "parlare in libertà" - ossia sono un parlare senza nessun sostegno rituale, senza il va e vieni di occhiate, gesti, turni di parola, che ri-orientano la conversazione nel faccia a faccia con altri.... Non credere alla comunicazione facile, sapendo che non esiste proprio, e che ogni comunicazione è sempre in gran parte illusoria, fantasmatica - questo è il peso del mondo che abbiamo sulle spalle, ma è anche l'unico sapere dei poeti. I poeti sanno che il linguaggio deve avere una cifratura, che la lingua vive nei moti illusori del soggetto, ma se ne distacca quando tende a una autonomia come quella del linguaggio matematico. Quello è il punto in cui si riconosce una cifratura, senza la quale la lingua diventa già tutta dissacrata, senza ritualità - la lingua del disgusto, come diceva un filosofo spagnolo, José Bergamin...
        Per tornare a Leopardi e dare un esempio di cifratura, io citerei Alla primavera o delle favole antiche. Questo è un esempio in cui la lingua non può avere nessuna immediatezza, nessun forma di comunicazione libera e diretta - è una poesia faticosa, con una sintassi difficile, perché parla di qualcosa che deve restare implicito, come una connivenza silenziosa con un eventuale lettore - ed è la memoria delle favole antiche. Certi melanconici parlano così, parlano in cifra per tenere nell'implicito quello che li addolora, e questa poesia fa qualcosa del genere perché si riferisce a un implicito doloroso. Parla della scomparsa della vita, della vita nel senso pulsionale, come qualcosa che c'era ma di cui non sappiamo più niente, e viviamo in questa mancanza che è tutto il nostro sapere. Nella poesia di Leopardi c'è qualcosa del genere: un guardare là dove esisteva la vita, nelle favole antiche o nei luoghi del mondo o
nelle stagioni che ritornano. È una poesia su cui bisognerebbe tornare a riflettere, in relazione a quello che ho detto sopra. Ma bisognerebbe anche rendersi conto che la parola vita ha preso ormai un senso sempre più astratto, come negli usi transitivi del verbo vivere:"Io vivo la mia vita, vivo un'esperienza, vivo un amore". Questi usi dicono che viviamo piantati in una retorica del consumo e che anche la vita è ormai vista come un consumo, dove però ciò che possiamo consumare sono solo surrogati di vita. Ad esempio il turismo è un surrogato di vita. Ad esempio il junk food americano che produce un'obesità dilagante, è un altro surrogato delle vita e precisamente della vita come mancanza pulsionale. L'altro insegnamento di quella poesia di Leopardi è che una cifratura della lingua ci sposta fuori di noi, con lo sguardo verso un orizzonte, forse in cerca di un'altra specie d'uomini - comunque non più orientati solo sul proprio dolore, e neanche per far risorgere quello che è stato, ma per usare la mancanza come unica nostra ricchezza. Ieri sera parlavamo delle vostre polemiche con quelli di Nazione indiana, che a me sembravano discorsi informi, proprio per effetto del miraggio della comunicazione facile e diretta. E io dicevo che se aveste risposto con dei sonetti sarebbe stata un'altra cosa, perché un sonetto ha due quartine e due terzine, sono degli endecasillabi, gli endecasillabi hanno accenti tonici su certe sillabe canoniche. Sono fatti così e quindi per scriverli io mi devo alienare a qualcosa che non sono io, fuori di me - e questo è il processo di cui stiamo parlando. Se scrivendo trovo una forma, quello che conta non sono io "che mi esprimo", ma la cifratura, l'uso delle sillabe, dei toni. A questo devo alienare la mia soggettività, per poter guardare un po' in lontananza, come nella poesia di Leopardi.


  "Nudo interno" di Antonio Pauciulo

        Enrico De Vivo
        Io dico che noi, nei dibattiti pubblici cui abbiamo partecipato, abbiamo comunque cercato una differenziazione rispetto all'"informe" che ci circondava e avvolgeva. L'abbiamo cercata scrivendo in prosa, perciò una cosa che non capisco è perché non ci può essere l'"alienazione" di cui parli nella scrittura in prosa.


        Gianni Celati
        La prosa non c'entra. Penso che tutto lo scrivere sia come la poesia. Tutto lo scrivere, tutto il lavoro con le parole è un dare forma alle sillabe, cioè ai punti di articolazione della lingua, come si fa con la metrica e con gli accenti tonici. L'idea della prosa è quella del sermo humilis, ma non per questo la lingua smette di essere un organismo basato su sillabe e punti di articolazione.


        Enrico De Vivo
        Dunque l'esempio del sonetto è estremo?


        Gianni Celati
        Certo.


        Antonio Prete
        Come diceva Leopardi, in un passo bellissimo che io cito sempre, solo l'uso ha fatto sì che il poeta scriva in versi, ma non è proprio della poesia essere detta in versi. Si può essere poeti intensissimi, dice, e altissimi anche in prosa. Lui rifiuta questa distinzione di modalità espressive in sé. L'ideale è la poesia soggiacente, che ricorre a forme diverse, ma che è sempre sotto. Oggi siamo davanti a una prosa che si allontana sempre più dalla poesia.


        Enrico De Vivo
        Capisco bene questa cosa, d'altronde basta leggere un autore come Baudelaire per capire che prosa e poesia si basano sulle medesime questioni di orecchiabilità. Mentre è evidente che ormai non si sente più niente leggendo la prosa dei giornali, solo una successione astratta di significanti. Allora torno a ribadire: hai notato, tu, Gianni, delle differenze - come dicevamo ieri - tra la prosa tipica dei giornalisti o di alcuni scrittori contro cui abbiamo polemizzato, e la nostra prosa? I nostri non erano sonetti, però erano pezzi che contenevano una ricerca formale, una "scrittura ricercata". Abbiamo noi scritto in un altro modo o ci siamo solo illusi? È una domanda che facevo anche ad Andrea quando ci siamo scritti. In conclusione, dalle cose che dicevi ieri io ho capito che il problema non è tanto adottare un ritmo diverso, una prosodia diversa, quanto stare o non stare dentro un certo tipo di discorso. Nel momento in cui accetti di stare dentro un discorso che ti limita, che limita la tua ricerca formale, perdi automaticamente ogni differenza, ogni capacità di orientare il tuo sguardo in direzioni nuove.


        Gianni Celati
        Certo, nei giornali ogni tua parola diventa immersa nell'ideologia del giornale, non c'è scampo. Nel caso del dibattito internet, io dicevo che rispondere con dei sonetti sarebbe stato un modo di cavarsi via da questa lingua informe che nasce dall'ideologia della comunicazione libera e diretta.


        Antonio Prete
        Rispondere con un sonetto: non è che la forma della risposta sia importante, quanto rispondere guardando altrove, cioè costruendoti un altro interlocutore che non esiste, un interlocutore impossibile.


        Enrico De Vivo
        La posizione di Gianni è molto interessante: lui dice che, arrivati a un certo punto, bisogna non rispondere più, non farsi più vivi, in un certo senso, perché altrimenti fai solo da tappeto a chi deve esibirsi e urlare.


        Gianni Celati
        Io dicevo che nella nuova cultura italiana è entrato a pieno titolo il modello Sgarbi, che consiste in una pubblicizzazione di se stessi a forza di insulti e svelte liquidazioni di chiunque capiti a tiro. In questi casi rispondere vuol dire mettere un tappeto sotto i piedi a chi usa quel modello di azione, invitandolo a espandere i suoi insulti e trivializzazioni per farsi ancora più pubblicità.


        Andrea Cortellessa
        Riprendendo quello che diceva Antonio, credo che la parola chiave che ha usato descrivendo lo Zibaldone, e in generale la prosa e la poesia di Leopardi, sia "genealogia". L'orizzonte genealogico è quello che non riguarda solo il presente, schiacciato su se stesso, ma la sua anteriorità. Come diceva Antonio, la storia dell'interiorità vive nel suo rapporto con l'anteriorità. Che cosa c'è prima di noi? Cosa c'è, prima del presente, che ci rende incapaci di dire, su questo presente, qualcosa di sensato? Alle nostre spalle c'è una storia, ma soprattutto una genealogia - un tragitto non lineare, discontinuo e carsico - che porta al presente: alle condizioni invivibili del presente.
        Prima si discuteva del modo in cui rapportarsi all'orizzonte della pubblicità, cioè l'orizzonte di ciò che oggi si pubblica in tutte le forme, ciò che percorre l'aria, l'etere... Come rapportarsi a tutto questo? Io credo che non sia possibile rispondere in maniera diretta. Non che si possa rispondere facendo altro, cioè senza guardarlo, il presente - la catastrofe del presente con la sua faccia mostruosa -, però credo che si debba sempre tentare di capire come ci siamo arrivati, quali sono stati i passi falsi che ci hanno portato di fronte al burrone o addirittura ci hanno fatto cadere dentro. Bisognerebbe poter rispondere senza dover scalare le pareti del burrone.
        La polemica con gli scrittori di "Nazione Indiana", di cui si è parlato tanto, cerchiamo per esempio di non trattarla semplicemente nella sua materialità, nella sua sgradevolezza puntuale ed episodica; prendiamola invece come sineddoche, come esempio di uno dei possibili casi di rapporto con la pubblicità, con l'orizzonte delle scritture e delle parole che vengono pronunciate. Secondo me, nella sua prima fase Zibaldoni assolveva a meraviglia questa funzione di "guardare altrove", cioè alle spalle del presente. Naturalmente tutto si può criticare, si possono discutere i testi, vedere quali fossero più compiuti - su questo si può sempre migliorare; però credo che a quel tempo il presente non venisse negato aristocraticamente, semplicemente gli si rispondeva in maniera obliqua: quando Alessandro Banda scriveva i suoi trattati di astronomia, secondo me, per via negativa diceva qualcosa d'interessante sul presente. In questo senso Alessandro Banda non può rispondere a Tiziano Scarpa (perché non parla lo stesso linguaggio, non s'intendono, non c'è modo di avere rapporti - e dico questo senza voler offendere nessuno) però può contrapporsi a lui proponendo un altro modo di scrivere, un altro modo di respirare, di vedere il mondo, di realizzarlo. Non è possibile in ogni occasione rispondere di petto, contrapporsi frontalmente; bisogna invece cercare una forma - come diceva prima Gianni - e in questo senso compilare un trattatello di astronomia fantastica può equivalere alla ricerca di una forma - nella parola, nel pensiero - in distonia col presente, con la contingenza del presente. Non vorrei che questo discorso venisse preso come un invito al distacco aristocratico, elitario, alla Citati o alla Fumaroli... si possono trovare forme molto più contemporanee di quelle di Banda - penso alle cose che scrive Franco, per esempio: guardare il paesaggio, la presenza del paesaggio, anche nei suoi aspetti più scabrosi e disgustosi, cercando però sempre di collocarsi su una linea obliqua, una posizione in cui sulla luce cada l'ombra. Guardare in un altro modo, insomma.
        Per quanto riguarda quella famosa polemica, credo non sia stato un caso che quelle persone con le quali avete avuto occasione di discutere si siano fatte girare tanto le scatole. Chi gliele ha fatte proprio vorticare però è stato Paolo Nori, che li ha presi in giro dicendo "sulle Twin Towers non mi pare che abbiamo molte cose intelligenti da dire, magari parliamo della ripetizione nella prosa italiana". È un test: ogni volta che lo scrittore, l'artista, l'intellettuale viene richiamato al suo saper fare, alla civiltà, all'etica del suo saper fare - anche in maniera paradossale e provocatoria come ha fatto Paolo -, allora i nodi vengono al pettine perché a quel punto occorre confrontarsi non sul piano della pubblicità, ma sul piano del nostro modo concreto di rapportarci: poiché ciascuno di noi ha in mano degli strumenti, piccoli o grandi che siano; e questo implica una presa di responsabilità.


        Gianni Celati
        Cosa ha detto Nori?


        Andrea Cortellessa
        Paolo era intervenuto a un convegno che s'era fatto subito dopo l'11 settembre, Scrivere sul fronte occidentale - c'erano Scarpa, Moresco, Carla Benedetti e altri -, e mentre lì si sentivano cose non molto illuminanti, almeno secondo me, lui ha detto qualcosa come "prima di parlare di qualcosa che non conosciamo, su cui siamo frastornati, non sappiamo esattamente cosa ci sia dietro o prima, vorrei", lo diceva in maniera evidentemente provocatoria, "che almeno noi scrittori cercassimo di capire qual è oggi il senso della ripetizione nella prosa, se tornano sempre le stesse cadenze, gli stessi avverbi", eccetera. Naturalmente dopo questa lezioncina hanno preso tutti a detestarlo; l'anno scorso sono stato a un convegno, a Venezia, dove hanno parlato uno dopo l'altro lui e Scarpa, e Scarpa era talmente irritato dal semplice tono di voce di Paolo che poco ci mancava gli mettesse le mani addosso.
        In verità, come spesso capita a Paolo, scherzando dice cose molto serie: gli scrittori non possono rispondere se non facendo letteratura, ed è proprio quello che non si fa. Lo scrittore si aliena; ma in modo contrario al quale tu hai detto che dovrebbe alienarsi. Invece di alienarsi nella forma, si aliena dismettendo la forma: confrontandosi sul piano della pubblicità - del -si, come dicevano gli esistenzialisti. Ma se ci confrontiamo col -si, è chiaro che chi ha dalla sua la televisione, l'editoria e i giornali sarà destinato a vincere sempre. Bisognerebbe collocarsi su un altro piano. Io credo che davvero la prima stagione di Zibaldoni sia stata un'occasione forte - da riprendere, secondo me -; perché si è provato a fare qualcosa che ieri tu, Gianni, ci hai spiegato proprio a proposito di Leopardi. Che non si colloca nel presente, ma vede il presente come fondo: c'è un fondo, al di là delle nostre parole, che in verità è sempre presente: posso parlare delle cose più astratte, della retrogradatio cruciata nella sestina lirica; eppure alle mie spalle, al fondo di quello che dico, so che c'è Berlusconi, e c'è Bush, eccetera. Non c'è bisogno che ogni due parole debba ricordarlo, debba dire "Alla Primavera o delle favole antiche è una poesia bellissima, malgrado il fatto che ieri sono morte altre venti persone in Irak". Questo fondo pesa sulle mie parole, condiziona il modo in cui io parlerò; inevitabilmente, indipendentemente dalla mia volontà, lo cambierà.
        Quel fondo però noi lo possiamo sfondare. E credo che possiamo farlo proprio lavorando sui generi. Ma in modo esattamente inverso a come oggi ci chiedono di farlo. Come diceva oggi Antonio, nello Zibaldone di Leopardi si vede come i generi della tradizione si modifichino attraverso un differente rapporto del soggetto con i generi stessi: cioè appunto con la forma. Oggi cosa chiede l'orizzonte della pubblicità, cosa chiedono tutti quanti agli scrittori? "Lavorate con i generi, coi generi andate fortissimo: fate i gialli, la fantascienza, il noir, fate tutto quello che è possibile produrre in serie, che è possibile formattare all'infinito". Se invece si lavora per deformattare, cercando forme alienanti rispetto all'alienazione della presenza, secondo me si va nella giusta direzione.


        Enrico De Vivo
        Passo la parola a Paolo Morelli.


        Paolo Morelli
        Io ascolto. Avevo preparato una scrittura a margine. Ma mi sembra che la discussione stia andando in questo momento su un piano più interessante, e che soprattutto il fatto di rispondere a certe persone si può fare - come diceva Andrea - in questa maniera alternativa, oppure tentando forse una scrittura senza senso, togliendo il senso a quello che si scrive, ma questo nelle condizioni attuali sarebbe miracoloso.


        Andrea Di Consoli
        La discussione si è fatta molto interessante, avete messo molta carne sul fuoco. Ieri leggevo Horror vacui di Sinisgalli e a un certo punto mi ha colpito una frase dove dice, e cito a memoria: "È come se gli uomini tendessero naturalmente a parlare in versi". Insomma, è come se naturalmente il linguaggio tendesse a somigliare al verso, cioè Sinisgalli percepisce nelle parole una sorta di avvicinamento al verso. Questa frase mi ha molto colpito, perché c'è una bellezza straordinaria nelle parole: è come se tutto tendesse al verso. Quando leggo il giornale, quando guardo le cose del mondo tendo sempre a rintracciare questa dimensione, questa tensione delle parole. La volgarità del mondo io cerco di isolarla, di allontanarla; cerco di non farmi contagiare, cerco sempre di vedere le cose miracolose. Il pensiero di Sinisgalli che ho letto ieri mi ha fatto fare questa riflessione.
        Se voi siete d'accordo, vorrei leggere alcune cose che ho scritto, con le quali riporto il discorso sulla rivista Zibaldoni.
        Credo di essere l'ultimo ingaggio della rivista Zibaldoni, che oggi festeggia il suo primo anno di vita. Zibaldoni l'ho conosciuta grazie a Carlo Bordini, mio amico nonché poeta straordinario. Dopo averla letta a lungo, ho deciso anch'io di collaborare, di offrire qualche spunto. Vedo, noto con piacere che c'è un'ostinazione fuori dal comune, da parte di Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio, nel proporre un'idea di comunità. Questa della comunità è una mia vecchia malattia, nel senso che anch'io sono alla ricerca di una comunità. Devo dire che questa comunità io l'ho avuta a lungo, in Basilicata, dove sono cresciuto. Poi, da quando sono partito per Roma, io questa comunità non l'ho mai più ritrovata. Oggi non so se sia valsa la pena contestare i difetti di una piccola comunità del sud, per inseguire i miei sogni a Roma. L'ho ricreata a modo mio, una comunità: una miriade di scrittori vivi e morti, una marea di amici, vicini e lontani. Ma per realizzare una vera comunità bisognerebbe stare insieme, vivere vicini, stare uno a fianco all'altro, aiutarsi a vicenda quotidianamente. Questo non è possibile e quindi mi accontento di quello che ho, che è francamente poco. Ma non mi lamento, perché ogni giorno scopro almeno una persona che ama stare tra amici, libri e canzoni e detesta tutto quanto è potere, sopruso e orrore. È una grande famiglia, la mia, e io in questa famiglia ci credo molto. In questi giorni mi è capitato di riflettere sulla memoria. Non dico che dobbiamo sapere e ricordare tutto: non avrebbe senso, non siamo macchinette. Però la cosa che dovremmo avere - e noi abbiamo - è il desiderio di ascoltare l'esperienza degli altri, le loro storie, i loro pensieri, i loro sentimenti. Nasce la voglia di ascoltare il passato e le storie, quando anche noi scopriamo di avere delle storie e un passato. Solo chi non ha questo patrimonio umano è indifferente a tutto. Io, personalmente, mi sono incuriosito di tutto nel momento in cui ho percepito di avere io stesso una memoria di me. Insomma, si ascolta la memoria del mondo e degli altri quando si ascolta - e si ha - una memoria personale. E per avere una memoria personale bisogna vivere molto, ma anche capire, leggere, sognare. Oggi noto un dinamismo culturale e sociale puramente virtuale. La gente ha paura di tutto: del contatto fisico, dell'esperienza, del rischio umano, di confrontarsi, di mettersi in discussione, di fare le pazzie, che rendono la vita faticosa ma fantastica, unica. Questo è il male peggiore del nostro tempo, a mio avviso. Quando Enrico De Vivo mi ha detto che questo incontro era anche l'occasione per conoscerci di persona, ecco, io ho registrato il desiderio di uscire fuori dalla solitudine di un lavoro che ci allontana sempre di più dagli altri. Se dovessi dare un nome al male del mio tempo, allora direi "prudenza". È la prudenza il male oscuro del nostro tempo. La gente è prudente quando parla, quando ama, quando scrive - mi ricordo a proposito le belle pagine di Gianni Celati sulla scrittura di Leopardi, che pensava mentre scriveva, o le suggestive interpretazioni di Antonio Prete. La gente ha sempre qualcosa da fare, cioè niente, è sempre preda della pigrizia. Tutti viaggiano in giro per il mondo, tutti guardano tremila notiziari al giorno, ma il risultato è che nessuno sa mai niente di niente. Si fa un gran parlare da anni di questi giovani scrittori, che in pubblico fanno i ribelli, gli arrabbiati, i violenti, e poi, quando gli arriva la telefonata dell'editor, si mettono in ginocchio e sono disposti a vendersi l'anima pur di pubblicare un libro. Nessuno rischia niente, neanche un briciolo di potere. È penoso veder questi giovani che faticano dalla mattina alla sera per apparire su qualche giornale, in qualche catalogo delle grandi case editrici. E' per questa ragione che io mi definisco un vecchio scrittore, coetaneo degli antichi. È per questa ragione che ho imparato a scorgere il nuovo anche nel vecchio. Diceva Fellini che solo un mondo vecchio non sa vedere il nuovo del monto antico. E io, ovviamente, concordo in pieno. Mi è capitato, recentemente, proprio a casa di Carlo Bordini, di vedere una foto dei primi anni Ottanta. Era una riunione della defunta casa editrice Aelia Laelia. Nella foto c'erano Carlo, Beppe Sebaste, Remo Capone e Giorgio Messori. Credo fossero a Modena, in una casa di campagna. Avevano quasi tutti la barba lunga. Molte carte sul tavolo. Una bottiglia di vino. Molte sigarette. Se paragono quella riunione a quelle cha facciamo oggi, mi viene malinconia. Oggi siamo tutti professionali, sempre di corsa, sempre con queste buone maniere insopportabili e poi abbiamo tutti in testa che dobbiamo vincere, che dobbiamo essere i numeri uno. Questo è il male peggiore nell'Italia di Berlusconi. Siamo caduti nel tranello, nel manicheismo del perdente e del vincitore. Invece c'è un terzo modo di stare al mondo, che non prevede né la vittoria né la sconfitta: è il vivere facendo le cose che piacciono, con onestà, con passione, con generosità e senza malizia. È cambiato troppo in fretta il nostro paese, rispetto a vent'anni fa è quasi irriconoscibile. E allora io approfitto di questa giornata in onore della rivista Zibaldoni per dire alcune cose che mi stanno molto a cuore. Innanzitutto il gruppo, la famiglia, noi scrittori, pensatori, giornalisti, intellettuali che ci riconosciamo in uno stile di vita vero e umile, dovremmo essere orgogliosi di essere così, di saperci incantare di un treno o di un cane, non dovremmo mai vergognarci di avere questo stupore di stare al mondo. Mi arrabbio sempre quando sento dire che gli intellettuali e i poeti non contano niente; mi arrabbio perché non è vero, noi abbiamo delle risorse delle quali non dobbiamo vergognarci, ma essere orgogliosi. "Nudo interno" di Antonio PauciuloDavvero non capisco quegli scrittori che scrivono i libri con la testa rivolta al marketing, ai business plain, al target. Perché anche noi dobbiamo assomigliare ai tanti burattini che sgomitano per ottenere qualche briciola di successo e di danaro? Io, invece, sono orgoglioso di noi: mi piace che osserviamo tutto, che riflettiamo sul mondo, che riusciamo a prenderci a cuore le cose della vita, che ci commuoviamo. Io insisterei molto su questo orgoglio, perché altrimenti rischiamo anche noi di avallare un sistema di vita che sta diventando veramente atroce. Continuo a credere che la battaglia per una vita più vera si vinca nella vita quotidiana, coi libri, con i comportamenti, con la coerenza di chi non cede alle lusinghe del potere e dell'apparire. Per questa ragione vi chiedo di essere vecchi, di essere fuori moda, di rimanere speciali come siete. Adesso abbiamo un compito incredibile. Dobbiamo credere in quello che facciamo e non valutarlo in base all'audience che ha. Noi dobbiamo credere in quello che facciamo anche quando siamo solo in due, anche quando pubblichiamo una plaquette a tiratura limitata, anche quando parliamo da una radio locale o da una rivista on line. Questo è il nodo cruciale del mio ragionamento. Noi dobbiamo essere contenti e orgogliosi di come siamo e degli strumenti che abbiamo. La felicità, tutto sommato, nasce dal saper godere di quello che si ha. Questa è una lezione che non finisco mai d'imparare. E allora, quando usciremo da questo palazzo, quando cammineremo per strada e non ci riconosceremo nelle persone di plastica, nelle ragazzine che sembrano tutte modelle, negli adulti che vogliono assomigliare ai ragazzi, noi non dobbiamo sentirci degli estranei. La nostra socialità, la nostra idea di comunità non deve nascere dalla persuasione degli altri o dalla conversione - da una quantità puramente numerica -, ma dalla libertà di stare insieme e di ascoltarci. Siamo pochi? Va benissimo. Ma cerchiamoci sempre, ascoltiamoci e gioiamo dei nostri stupori e del nostro coraggio. Ultima precisazione: non sto sostenendo che noi siamo migliori degli altri. Sto semplicemente dicendo che siamo diversi dagli altri. E, francamente, spero che un giorno saremo tutti diversi dagli altri.

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