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Gianni Celati
Trovo
importante quello che ha detto Antonio Prete,
sul fatto che in Leopardi non c'è
niente di autobiografico. Nello Zibaldone
tutto il parlare di sé è trasposto
su altri piani: nei libri che legge, nelle
idee filosofiche che studia, nell'osservazione
dei costumi, nelle note filologiche. In
Leopardi non esiste quello che è
diventato lo stile dominante del nostro
tempo: il riferimento d'ogni cosa che si
dice a un'istanza soggettiva, ossia autobiografica,
come se anche la lingua e l'immaginazione
fossero proprietà private dell'individuo.
Voglio parlare di questo, perché
non è più una questione limitata
alla letteratura, e anche qui Leopardi mi
aiuta molto a orientarmi. Intanto, tutta
la pubblicità punta su processi di
soggettivazione - processi di induzione
all'autoriferimento: "Questa è
la banca che fa per te! Vieni in vacanza
nel posto che hai spesso sognato!"
Non c'è niente di più facile
che indurre gli altri a pensare in questo
modo. In una pubblicità basta dire:
"Ecco il reggiseno disegnato apposta
per il tuo corpo", e scatta un processo
di autoriferimento che vi inchioda al fantasma
pubblicitario. A questo proposito, c'è
anche da chiedersi che senso ha la parola
comunicazione usata come se fosse una faccenda
scontata, dove il soggetto "si esprime
liberamente". L'e-mail è un
caso esemplare, perché sembra l'epopea
del libero scambio, e fa perno su una soggettivazione
indotta dal mezzo: "Parla liberamente!
Chatta a volontà!" Ma è
interessante vedere che effetti ha sul linguaggio,
cosa che non è emersa dai vostri
dibattiti. Intanto si suppone che un messaggio
e-mail sia come una conversazione, dove
dico quello che mi viene in mente e l'altro
mi risponde. Infatti moltissimi utenti tendono
a simulare la lingua d'un parlare diretto,
informale, come nelle chiacchiere. Ma è
una simulazione che sa di falso lontano
un chilometro. Quello che si vede in questi
usi della lingua è un addomesticamento
ideologico - l'idea della comunicazione
facile, non mediata, libera, che è
una mitologia liberista, divenuta un modo
d'addomesticare la gente per induzione all'autoriferimento:
"Io... io...io...". Non c'è
dubbio che questa sia la politica verso
il futuro: renderci tutti inchiodati al
nostro solipsismo. Leopardi diceva: "mancherà
alla vita umana ogni valore, e ogni uomo
odierà tutti gli altri, amando solo
del suo genere sé medesimo".
L'e-mail mette in luce molte cose, e in
particolare una specie di tramonto della
sensitività alla lingua, per cui
gli utenti si scaricano addosso sbrodolature
informi, prendendole per un parlare libero
e diretto. In realtà i messaggi e-mail
non possono avere niente a che fare con
la lingua delle conversazioni, proprio perché
sono un "parlare in libertà"
- ossia sono un parlare senza nessun sostegno
rituale, senza il va e vieni di occhiate,
gesti, turni di parola, che ri-orientano
la conversazione nel faccia a faccia con
altri.... Non credere alla comunicazione
facile, sapendo che non esiste proprio,
e che ogni comunicazione è sempre
in gran parte illusoria, fantasmatica -
questo è il peso del mondo che abbiamo
sulle spalle, ma è anche l'unico
sapere dei poeti. I poeti sanno che il linguaggio
deve avere una cifratura, che la lingua
vive nei moti illusori del soggetto, ma
se ne distacca quando tende a una autonomia
come quella del linguaggio matematico. Quello
è il punto in cui si riconosce una
cifratura, senza la quale la lingua diventa
già tutta dissacrata, senza ritualità
- la lingua del disgusto, come diceva un
filosofo spagnolo, José Bergamin...
Per
tornare a Leopardi e dare un esempio di
cifratura, io citerei Alla primavera
o delle favole antiche. Questo è
un esempio in cui la lingua non può
avere nessuna immediatezza, nessun forma
di comunicazione libera e diretta - è
una poesia faticosa, con una sintassi difficile,
perché parla di qualcosa che deve
restare implicito, come una connivenza silenziosa
con un eventuale lettore - ed è la
memoria delle favole antiche. Certi melanconici
parlano così, parlano in cifra per
tenere nell'implicito quello che li addolora,
e questa poesia fa qualcosa del genere perché
si riferisce a un implicito doloroso. Parla
della scomparsa della vita, della vita nel
senso pulsionale, come qualcosa che c'era
ma di cui non sappiamo più niente,
e viviamo in questa mancanza che è
tutto il nostro sapere. Nella poesia di
Leopardi c'è qualcosa del genere:
un guardare là dove esisteva la vita,
nelle favole antiche o nei luoghi del mondo
o nelle
stagioni che ritornano. È una poesia
su cui bisognerebbe tornare a riflettere,
in relazione a quello che ho detto sopra.
Ma bisognerebbe anche rendersi conto che
la parola vita ha preso ormai un
senso sempre più astratto, come negli
usi transitivi del verbo vivere:"Io
vivo la mia vita, vivo un'esperienza, vivo
un amore". Questi usi dicono che viviamo
piantati in una retorica del consumo e che
anche la vita è ormai vista come
un consumo, dove però ciò
che possiamo consumare sono solo surrogati
di vita. Ad esempio il turismo è
un surrogato di vita. Ad esempio il junk
food americano che produce un'obesità
dilagante, è un altro surrogato delle
vita e precisamente della vita come mancanza
pulsionale. L'altro insegnamento di quella
poesia di Leopardi è che una cifratura
della lingua ci sposta fuori di noi, con
lo sguardo verso un orizzonte, forse in
cerca di un'altra specie d'uomini - comunque
non più orientati solo sul proprio
dolore, e neanche per far risorgere quello
che è stato, ma per usare la mancanza
come unica nostra ricchezza. Ieri sera parlavamo
delle vostre polemiche con quelli di Nazione
indiana, che a me sembravano discorsi
informi, proprio per effetto del miraggio
della comunicazione facile e diretta. E
io dicevo che se aveste risposto con dei
sonetti sarebbe stata un'altra cosa, perché
un sonetto ha due quartine e due terzine,
sono degli endecasillabi, gli endecasillabi
hanno accenti tonici su certe sillabe canoniche.
Sono fatti così e quindi per scriverli
io mi devo alienare a qualcosa che non sono
io, fuori di me - e questo è il processo
di cui stiamo parlando. Se scrivendo trovo
una forma, quello che conta non sono io
"che mi esprimo", ma la cifratura,
l'uso delle sillabe, dei toni. A questo
devo alienare la mia soggettività,
per poter guardare un po' in lontananza,
come nella poesia di Leopardi.
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Enrico
De Vivo
Io
dico che noi, nei dibattiti pubblici cui
abbiamo partecipato, abbiamo comunque cercato
una differenziazione rispetto all'"informe"
che ci circondava e avvolgeva. L'abbiamo
cercata scrivendo in prosa, perciò
una cosa che non capisco è perché
non ci può essere l'"alienazione"
di cui parli nella scrittura in prosa.
Gianni
Celati
La
prosa non c'entra. Penso che tutto lo scrivere
sia come la poesia. Tutto lo scrivere, tutto
il lavoro con le parole è un dare
forma alle sillabe, cioè ai punti
di articolazione della lingua, come si fa
con la metrica e con gli accenti tonici.
L'idea della prosa è quella del sermo
humilis, ma non per questo la lingua
smette di essere un organismo basato su
sillabe e punti di articolazione.
Enrico
De Vivo
Dunque
l'esempio del sonetto è estremo?
Gianni
Celati
Certo.
Antonio
Prete
Come
diceva Leopardi, in un passo bellissimo
che io cito sempre, solo l'uso ha fatto
sì che il poeta scriva in versi,
ma non è proprio della poesia essere
detta in versi. Si può essere poeti
intensissimi, dice, e altissimi anche in
prosa. Lui rifiuta questa distinzione di
modalità espressive in sé.
L'ideale è la poesia soggiacente,
che ricorre a forme diverse, ma che è
sempre sotto. Oggi siamo davanti a una prosa
che si allontana sempre più dalla
poesia.
Enrico
De Vivo
Capisco
bene questa cosa, d'altronde basta leggere
un autore come Baudelaire per capire che
prosa e poesia si basano sulle medesime
questioni di orecchiabilità. Mentre
è evidente che ormai non si sente
più niente leggendo la prosa dei
giornali, solo una successione astratta
di significanti. Allora torno a ribadire:
hai notato, tu, Gianni, delle differenze
- come dicevamo ieri - tra la prosa tipica
dei giornalisti o di alcuni scrittori contro
cui abbiamo polemizzato, e la nostra prosa?
I nostri non erano sonetti, però
erano pezzi che contenevano una ricerca
formale, una "scrittura ricercata".
Abbiamo noi scritto in un altro
modo o ci siamo solo illusi? È una
domanda che facevo anche ad Andrea quando
ci siamo scritti. In conclusione, dalle
cose che dicevi ieri io ho capito che il
problema non è tanto adottare un
ritmo diverso, una prosodia diversa, quanto
stare o non stare dentro un certo tipo di
discorso. Nel momento in cui accetti di
stare dentro un discorso che ti limita,
che limita la tua ricerca formale, perdi
automaticamente ogni differenza, ogni capacità
di orientare il tuo sguardo in direzioni
nuove.
Gianni
Celati
Certo,
nei giornali ogni tua parola diventa immersa
nell'ideologia del giornale, non c'è
scampo. Nel caso del dibattito internet,
io dicevo che rispondere con dei sonetti
sarebbe stato un modo di cavarsi via da
questa lingua informe che nasce dall'ideologia
della comunicazione libera e diretta.
Antonio
Prete
Rispondere
con un sonetto: non è che la forma
della risposta sia importante, quanto rispondere
guardando altrove, cioè costruendoti
un altro interlocutore che non esiste, un
interlocutore impossibile.
Enrico
De Vivo
La
posizione di Gianni è molto interessante:
lui dice che, arrivati a un certo punto,
bisogna non rispondere più, non farsi
più vivi, in un certo senso, perché
altrimenti fai solo da tappeto a chi deve
esibirsi e urlare.
Gianni
Celati
Io
dicevo che nella nuova cultura italiana
è entrato a pieno titolo il modello
Sgarbi, che consiste in una pubblicizzazione
di se stessi a forza di insulti e svelte
liquidazioni di chiunque capiti a tiro.
In questi casi rispondere vuol dire mettere
un tappeto sotto i piedi a chi usa quel
modello di azione, invitandolo a espandere
i suoi insulti e trivializzazioni per farsi
ancora più pubblicità.
Andrea
Cortellessa
Riprendendo
quello che diceva Antonio, credo che la
parola chiave che ha usato descrivendo lo
Zibaldone, e in generale la prosa
e la poesia di Leopardi, sia "genealogia".
L'orizzonte genealogico è quello
che non riguarda solo il presente, schiacciato
su se stesso, ma la sua anteriorità.
Come diceva Antonio, la storia dell'interiorità
vive nel suo rapporto con l'anteriorità.
Che cosa c'è prima di noi? Cosa c'è,
prima del presente, che ci rende incapaci
di dire, su questo presente, qualcosa di
sensato? Alle nostre spalle c'è una
storia, ma soprattutto una genealogia -
un tragitto non lineare, discontinuo e carsico
- che porta al presente: alle condizioni
invivibili del presente.
Prima
si discuteva del modo in cui rapportarsi
all'orizzonte della pubblicità, cioè
l'orizzonte di ciò che oggi si
pubblica in tutte le forme, ciò
che percorre l'aria, l'etere... Come rapportarsi
a tutto questo? Io credo che non sia possibile
rispondere in maniera diretta. Non che si
possa rispondere facendo altro, cioè
senza guardarlo, il presente -
la catastrofe del presente con la sua faccia
mostruosa -, però credo che si debba
sempre tentare di capire come ci siamo arrivati,
quali sono stati i passi falsi che ci hanno
portato di fronte al burrone o addirittura
ci hanno fatto cadere dentro. Bisognerebbe
poter rispondere senza dover scalare le
pareti del burrone.
La
polemica con gli scrittori di "Nazione
Indiana", di cui si è parlato
tanto, cerchiamo per esempio di non trattarla
semplicemente nella sua materialità,
nella sua sgradevolezza puntuale ed episodica;
prendiamola invece come sineddoche, come
esempio di uno dei possibili casi di rapporto
con la pubblicità, con l'orizzonte
delle scritture e delle parole che vengono
pronunciate. Secondo me, nella sua prima
fase Zibaldoni assolveva a meraviglia
questa funzione di "guardare altrove",
cioè alle spalle del presente. Naturalmente
tutto si può criticare, si possono
discutere i testi, vedere quali fossero
più compiuti - su questo si può
sempre migliorare; però credo che
a quel tempo il presente non venisse negato
aristocraticamente, semplicemente gli si
rispondeva in maniera obliqua: quando Alessandro
Banda scriveva i suoi trattati
di astronomia, secondo
me, per via negativa diceva qualcosa d'interessante
sul presente. In questo senso Alessandro
Banda non può rispondere a Tiziano
Scarpa (perché non parla lo stesso
linguaggio, non s'intendono, non c'è
modo di avere rapporti - e dico questo senza
voler offendere nessuno) però può
contrapporsi a lui proponendo un altro modo
di scrivere, un altro modo di respirare,
di vedere il mondo, di realizzarlo. Non
è possibile in ogni occasione rispondere
di petto, contrapporsi frontalmente; bisogna
invece cercare una forma - come
diceva prima Gianni - e in questo senso
compilare un trattatello di astronomia fantastica
può equivalere alla ricerca di una
forma - nella parola, nel pensiero - in
distonia col presente, con la contingenza
del presente. Non vorrei che questo discorso
venisse preso come un invito al distacco
aristocratico, elitario, alla Citati o alla
Fumaroli... si possono trovare forme molto
più contemporanee di quelle di Banda
- penso alle cose che scrive Franco, per
esempio: guardare il paesaggio, la presenza
del paesaggio, anche nei suoi aspetti più
scabrosi e disgustosi, cercando però
sempre di collocarsi su una linea obliqua,
una posizione in cui sulla luce cada l'ombra.
Guardare in un altro modo, insomma.
Per
quanto riguarda quella famosa polemica,
credo non sia stato un caso che quelle persone
con le quali avete avuto occasione di discutere
si siano fatte girare tanto le scatole.
Chi gliele ha fatte proprio vorticare però
è stato Paolo Nori, che li ha presi
in giro dicendo "sulle Twin Towers
non mi pare che abbiamo molte cose intelligenti
da dire, magari parliamo della ripetizione
nella prosa italiana". È un
test: ogni volta che lo scrittore, l'artista,
l'intellettuale viene richiamato al suo
saper fare, alla civiltà, all'etica
del suo saper fare - anche in maniera paradossale
e provocatoria come ha fatto Paolo -, allora
i nodi vengono al pettine perché
a quel punto occorre confrontarsi non sul
piano della pubblicità, ma sul piano
del nostro modo concreto di rapportarci:
poiché ciascuno di noi ha in mano
degli strumenti, piccoli o grandi che siano;
e questo implica una presa di responsabilità.
Gianni
Celati
Cosa
ha detto Nori?
Andrea
Cortellessa
Paolo
era intervenuto a un convegno che s'era
fatto subito dopo l'11 settembre, Scrivere
sul fronte occidentale - c'erano Scarpa,
Moresco, Carla Benedetti e altri -, e mentre
lì si sentivano cose non molto illuminanti,
almeno secondo me, lui ha detto qualcosa
come "prima di parlare di qualcosa
che non conosciamo, su cui siamo frastornati,
non sappiamo esattamente cosa ci sia dietro
o prima, vorrei", lo diceva in maniera
evidentemente provocatoria, "che almeno
noi scrittori cercassimo di capire qual
è oggi il senso della ripetizione
nella prosa, se tornano sempre le stesse
cadenze, gli stessi avverbi", eccetera.
Naturalmente dopo questa lezioncina hanno
preso tutti a detestarlo; l'anno scorso
sono stato a un convegno, a Venezia, dove
hanno parlato uno dopo l'altro lui e Scarpa,
e Scarpa era talmente irritato dal semplice
tono di voce di Paolo che poco ci mancava
gli mettesse le mani addosso.
In
verità, come spesso capita a Paolo,
scherzando dice cose molto serie: gli scrittori
non possono rispondere se non facendo letteratura,
ed è proprio quello che non si fa.
Lo scrittore si aliena; ma in modo contrario
al quale tu hai detto che dovrebbe alienarsi.
Invece di alienarsi nella forma, si aliena
dismettendo la forma: confrontandosi sul
piano della pubblicità - del -si,
come dicevano gli esistenzialisti. Ma se
ci confrontiamo col -si, è
chiaro che chi ha dalla sua la televisione,
l'editoria e i giornali sarà destinato
a vincere sempre. Bisognerebbe collocarsi
su un altro piano. Io credo che davvero
la prima stagione di Zibaldoni
sia stata un'occasione forte - da riprendere,
secondo me -; perché si è
provato a fare qualcosa che ieri tu, Gianni,
ci hai spiegato proprio a proposito di Leopardi.
Che non si colloca nel presente,
ma vede il presente come fondo:
c'è un fondo, al di là delle
nostre parole, che in verità è
sempre presente: posso parlare
delle cose più astratte, della retrogradatio
cruciata nella sestina lirica; eppure
alle mie spalle, al fondo di quello
che dico, so che c'è Berlusconi,
e c'è Bush, eccetera. Non c'è
bisogno che ogni due parole debba ricordarlo,
debba dire "Alla Primavera o delle
favole antiche è una poesia
bellissima, malgrado il fatto che ieri sono
morte altre venti persone in Irak".
Questo fondo pesa sulle mie parole,
condiziona il modo in cui io parlerò;
inevitabilmente, indipendentemente dalla
mia volontà, lo cambierà.
Quel
fondo però noi lo possiamo sfondare.
E credo che possiamo farlo proprio lavorando
sui generi. Ma in modo esattamente inverso
a come oggi ci chiedono di farlo. Come diceva
oggi Antonio, nello Zibaldone di
Leopardi si vede come i generi della tradizione
si modifichino attraverso un differente
rapporto del soggetto con i generi stessi:
cioè appunto con la forma. Oggi cosa
chiede l'orizzonte della pubblicità,
cosa chiedono tutti quanti agli scrittori?
"Lavorate con i generi, coi generi
andate fortissimo: fate i gialli, la fantascienza,
il noir, fate tutto quello che è
possibile produrre in serie, che è
possibile formattare all'infinito".
Se invece si lavora per deformattare,
cercando forme alienanti rispetto all'alienazione
della presenza, secondo me si va nella giusta
direzione.
Enrico
De Vivo
Passo
la parola a Paolo Morelli.
Paolo
Morelli
Io
ascolto. Avevo preparato una scrittura a
margine. Ma mi sembra che la discussione
stia andando in questo momento su un piano
più interessante, e che soprattutto
il fatto di rispondere a certe persone si
può fare - come diceva Andrea - in
questa maniera alternativa, oppure tentando
forse una scrittura senza senso, togliendo
il senso a quello che si scrive, ma questo
nelle condizioni attuali sarebbe miracoloso.
Andrea
Di Consoli
La
discussione si è fatta molto interessante,
avete messo molta carne sul fuoco. Ieri
leggevo Horror vacui di Sinisgalli
e a un certo punto mi ha colpito una frase
dove dice, e cito a memoria: "È
come se gli uomini tendessero naturalmente
a parlare in versi". Insomma, è
come se naturalmente il linguaggio tendesse
a somigliare al verso, cioè Sinisgalli
percepisce nelle parole una sorta di avvicinamento
al verso. Questa frase mi ha molto colpito,
perché c'è una bellezza straordinaria
nelle parole: è come se tutto tendesse
al verso. Quando leggo il giornale, quando
guardo le cose del mondo tendo sempre a
rintracciare questa dimensione, questa tensione
delle parole. La volgarità del mondo
io cerco di isolarla, di allontanarla; cerco
di non farmi contagiare, cerco sempre di
vedere le cose miracolose. Il pensiero di
Sinisgalli che ho letto ieri mi ha fatto
fare questa riflessione.
Se
voi siete d'accordo, vorrei leggere alcune
cose che ho scritto, con le quali riporto
il discorso sulla rivista Zibaldoni.
Credo
di essere l'ultimo ingaggio della rivista
Zibaldoni, che oggi festeggia il
suo primo anno di vita. Zibaldoni
l'ho conosciuta grazie a Carlo Bordini,
mio amico nonché poeta straordinario.
Dopo averla letta a lungo, ho deciso anch'io
di collaborare, di offrire qualche spunto.
Vedo, noto con piacere che c'è un'ostinazione
fuori dal comune, da parte di Enrico De
Vivo e Gianluca Virgilio, nel proporre un'idea
di comunità. Questa della comunità
è una mia vecchia malattia, nel senso
che anch'io sono alla ricerca di una comunità.
Devo dire che questa comunità io
l'ho avuta a lungo, in Basilicata, dove
sono cresciuto. Poi, da quando sono partito
per Roma, io questa comunità non
l'ho mai più ritrovata. Oggi non
so se sia valsa la pena contestare i difetti
di una piccola comunità del sud,
per inseguire i miei sogni a Roma. L'ho
ricreata a modo mio, una comunità:
una miriade di scrittori vivi e morti, una
marea di amici, vicini e lontani. Ma per
realizzare una vera comunità bisognerebbe
stare insieme, vivere vicini, stare uno
a fianco all'altro, aiutarsi a vicenda quotidianamente.
Questo non è possibile e quindi mi
accontento di quello che ho, che è
francamente poco. Ma non mi lamento, perché
ogni giorno scopro almeno una persona che
ama stare tra amici, libri e canzoni e detesta
tutto quanto è potere, sopruso e
orrore. È una grande famiglia, la
mia, e io in questa famiglia ci credo molto.
In questi giorni mi è capitato di
riflettere sulla memoria. Non dico che dobbiamo
sapere e ricordare tutto: non avrebbe senso,
non siamo macchinette. Però la cosa
che dovremmo avere - e noi abbiamo - è
il desiderio di ascoltare l'esperienza degli
altri, le loro storie, i loro pensieri,
i loro sentimenti. Nasce la voglia di ascoltare
il passato e le storie, quando anche noi
scopriamo di avere delle storie e un passato.
Solo chi non ha questo patrimonio umano
è indifferente a tutto. Io, personalmente,
mi sono incuriosito di tutto nel momento
in cui ho percepito di avere io stesso una
memoria di me. Insomma, si ascolta la memoria
del mondo e degli altri quando si ascolta
- e si ha - una memoria personale. E per
avere una memoria personale bisogna vivere
molto, ma anche capire, leggere, sognare.
Oggi noto un dinamismo culturale e sociale
puramente virtuale. La gente ha paura di
tutto: del contatto fisico, dell'esperienza,
del rischio umano, di confrontarsi, di mettersi
in discussione, di fare le pazzie, che rendono
la vita faticosa ma fantastica, unica. Questo
è il male peggiore del nostro tempo,
a mio avviso. Quando Enrico De Vivo mi ha
detto che questo incontro era anche l'occasione
per conoscerci di persona, ecco, io ho registrato
il desiderio di uscire fuori dalla solitudine
di un lavoro che ci allontana sempre di
più dagli altri. Se dovessi dare
un nome al male del mio tempo, allora direi
"prudenza". È la prudenza
il male oscuro del nostro tempo. La gente
è prudente quando parla, quando ama,
quando scrive - mi ricordo a proposito le
belle pagine di Gianni Celati sulla scrittura
di Leopardi, che pensava mentre scriveva,
o le suggestive interpretazioni di Antonio
Prete. La gente ha sempre qualcosa da fare,
cioè niente, è sempre preda
della pigrizia. Tutti viaggiano in giro
per il mondo, tutti guardano tremila notiziari
al giorno, ma il risultato è che
nessuno sa mai niente di niente. Si fa un
gran parlare da anni di questi giovani scrittori,
che in pubblico fanno i ribelli, gli arrabbiati,
i violenti, e poi, quando gli arriva la
telefonata dell'editor, si mettono in ginocchio
e sono disposti a vendersi l'anima pur di
pubblicare un libro. Nessuno rischia niente,
neanche un briciolo di potere. È
penoso veder questi giovani che faticano
dalla mattina alla sera per apparire su
qualche giornale, in qualche catalogo delle
grandi case editrici. E' per questa ragione
che io mi definisco un vecchio scrittore,
coetaneo degli antichi. È per questa
ragione che ho imparato a scorgere il nuovo
anche nel vecchio. Diceva Fellini che solo
un mondo vecchio non sa vedere il nuovo
del monto antico. E io, ovviamente, concordo
in pieno. Mi è capitato, recentemente,
proprio a casa di Carlo Bordini, di vedere
una foto dei primi anni Ottanta. Era una
riunione della defunta casa editrice Aelia
Laelia. Nella foto c'erano Carlo, Beppe
Sebaste, Remo Capone e Giorgio Messori.
Credo fossero a Modena, in una casa di campagna.
Avevano quasi tutti la barba lunga. Molte
carte sul tavolo. Una bottiglia di vino.
Molte sigarette. Se paragono quella riunione
a quelle cha facciamo oggi, mi viene malinconia.
Oggi siamo tutti professionali, sempre di
corsa, sempre con queste buone maniere insopportabili
e poi abbiamo tutti in testa che dobbiamo
vincere, che dobbiamo essere i numeri uno.
Questo è il male peggiore nell'Italia
di Berlusconi. Siamo caduti nel tranello,
nel manicheismo del perdente e del vincitore.
Invece c'è un terzo modo di stare
al mondo, che non prevede né la vittoria
né la sconfitta: è il vivere
facendo le cose che piacciono, con onestà,
con passione, con generosità e senza
malizia. È cambiato troppo in fretta
il nostro paese, rispetto a vent'anni fa
è quasi irriconoscibile. E allora
io approfitto di questa giornata in onore
della rivista Zibaldoni per dire
alcune cose che mi stanno molto a cuore.
Innanzitutto il gruppo, la famiglia, noi
scrittori, pensatori, giornalisti, intellettuali
che ci riconosciamo in uno stile di vita
vero e umile, dovremmo essere orgogliosi
di essere così, di saperci incantare
di un treno o di un cane, non dovremmo mai
vergognarci di avere questo stupore di stare
al mondo. Mi arrabbio sempre quando sento
dire che gli intellettuali e i poeti non
contano niente; mi arrabbio perché
non è vero, noi abbiamo delle risorse
delle quali non dobbiamo vergognarci, ma
essere orgogliosi. Davvero
non capisco quegli scrittori che scrivono
i libri con la testa rivolta al marketing,
ai business plain, al target.
Perché anche noi dobbiamo assomigliare
ai tanti burattini che sgomitano per ottenere
qualche briciola di successo e di danaro?
Io, invece, sono orgoglioso di noi: mi piace
che osserviamo tutto, che riflettiamo sul
mondo, che riusciamo a prenderci a cuore
le cose della vita, che ci commuoviamo.
Io insisterei molto su questo orgoglio,
perché altrimenti rischiamo anche
noi di avallare un sistema di vita che sta
diventando veramente atroce. Continuo a
credere che la battaglia per una vita più
vera si vinca nella vita quotidiana, coi
libri, con i comportamenti, con la coerenza
di chi non cede alle lusinghe del potere
e dell'apparire. Per questa ragione vi chiedo
di essere vecchi, di essere fuori moda,
di rimanere speciali come siete. Adesso
abbiamo un compito incredibile. Dobbiamo
credere in quello che facciamo e non valutarlo
in base all'audience che ha. Noi dobbiamo
credere in quello che facciamo anche quando
siamo solo in due, anche quando pubblichiamo
una plaquette a tiratura limitata, anche
quando parliamo da una radio locale o da
una rivista on line. Questo è il
nodo cruciale del mio ragionamento. Noi
dobbiamo essere contenti e orgogliosi di
come siamo e degli strumenti che abbiamo.
La felicità, tutto sommato, nasce
dal saper godere di quello che si ha. Questa
è una lezione che non finisco mai
d'imparare. E allora, quando usciremo da
questo palazzo, quando cammineremo per strada
e non ci riconosceremo nelle persone di
plastica, nelle ragazzine che sembrano tutte
modelle, negli adulti che vogliono assomigliare
ai ragazzi, noi non dobbiamo sentirci degli
estranei. La nostra socialità, la
nostra idea di comunità non deve
nascere dalla persuasione degli altri o
dalla conversione - da una quantità
puramente numerica -, ma dalla libertà
di stare insieme e di ascoltarci. Siamo
pochi? Va benissimo. Ma cerchiamoci sempre,
ascoltiamoci e gioiamo dei nostri stupori
e del nostro coraggio. Ultima precisazione:
non sto sostenendo che noi siamo migliori
degli altri. Sto semplicemente dicendo che
siamo diversi dagli altri. E, francamente,
spero che un giorno saremo tutti diversi
dagli altri.
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