idee per partire
col coltello
archivi
immagini
ZIB II serie

 

 

        Livio Borriello
        Io mi pongo su una linea abbastanza diversa rispetto ad Andrea Cortellessa. Penso che sia necessario non fermarsi all'estetica della forma, all'estetica dell'avverbio, secondo le parole di Cortellessa, ma capire una buona volta che è molto più importante l'uomo dell'opera, che è importante scrivere bene, ma è più importante scriverci bene nella vita. Io credo insomma che l'opera è un prodotto dell'uomo, ma l'evento è l'uomo, ciò che ci deve interessare, l'evento misterioso e miracoloso è la presenza dell'uomo. Lo scrittore deve quindi farsi a mio avviso innanzitutto produttore di etica.
        Una delle ragioni per cui ho appoggiato subito l'iniziativa di Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio - oltre che la vanità personale, l'amicizia con Enrico ed altre - è che mi è sembrato che Zibaldoni si differenziasse da altre riviste per una maggiore attenzione al rapporto fra etica e scrittura.
        Personalmente ritengo che la ricerca e la trasmissione di valori etici, nel senso più ampio, sia una funzione assolutamente inscindibile dall'attività dello scrivere. Si potrebbe forse arrivare a dimostrare che il linguaggio stesso, stabilendo un rapporto fra l'io e l'altro, ed essendo anzi essenzialmente questo rapporto, fonda l'etica, e che la scrittura la istituisce. Non discuterò gli aspetti più strettamente filosofici della questione, ma voglio almeno ricordare che secondo il filosofo di area milanese Carlo Sini l'etica nasce addirittura non da un senso innato, come vogliono le metafisiche, non dalle relazioni fra gli uomini, come sostenevano gli illuministi, non dal linguaggio, ma propriamente dalla scrittura. È solo la scrittura infatti che, fissando su un supporto materiale e duraturo le parole, oggettivandole e attribuendo loro uno statuto astratto, impersonale, universale, staccandole dal corpo che le proferiva e dall'io, ha trasformato una serie di comportamenti istintuali, una serie di pratiche volte ai fini concreti della convivenza, in un sistema a sé stante, e ha permesso la nascita di un sentimento morale. È la carta stessa, potremmo dire con Sini, che dialoga con la nostra psiche e la modifica, e permette una sua strutturazione diversa. È un fatto che non ha un'evidenza immediata, un po' come quello che chi è sordo è anche muto. Ma il meccanismo è affine. Senza che ce ne rendiamo conto, la nostra anima viene costituita dalla carta, dall'inchiostro.
        Se le cose, stanno così, noi cosiddetti letterati, o scrittori, o scrivani come forse è meglio dire, abbiamo una grande responsabilità, e dobbiamo stare ben attenti a cosa scriviamo.
        L'onestà che lo scrittore deve perseguire è secondo me di tre tipi: Onestà di tipo 1) Esiste innanzitutto un'onestà della scrittura in sé, un'onesta della trascrizione: usare il termine più vero per significare un oggetto. ad es. dire la rosa è rossa, invece che la rosa è purpurea, (come erano tutte le rose dei secentisti) - e dire che la rosa è purpurea solo in quei rari casi in cui la rosa è effettivamente di quel rosso più carico, bruno-violaceo, cardinalizio che viene detto purpureo. Personalmente, per inciso, non credo di essere un campione di questo tipo di onestà, perché la mia scrittura è spesso intellettualistica. Ma l'intellettualismo ha il vantaggio di innalzare il tasso di onestà di tipo 2.
        Onestà di tipo 2) onestà dei contenuti della scrittura. Scrivere cose che abbiano un utilizzo nel mondo, e che magari servano a migliorare la nostra condizione, o, con termine un po' fuori moda, a edificarci.
        Onesta di tipo 3) onestà del corpo e della vita di cui la scrittura è un calco - avvalorare, sostanziare, convalidare direi la scrittura con le proprie azioni nel mondo
        Di questa tre onestà la n. 2, quella dei contenuti, e la n. 3, quella della vita, sono cadute da tempo in forte discredito. Io vorrei tuttavia argomentare che esse vanno riaffermate con forza, la n. 2 perché è stata svalutata dalla cultura contemporanea per un equivoco, la n. 3 perché è la sola che possa dare vera pienezza di senso alle parole, il che di questi tempi mi pare piuttosto necessario.
        Una delle principali divergenze fra me ed Enrico De Vivo è che secondo lui i 3 punti coincidono e sono riconducibili al primo punto, e che comunque una lettura particolarmente affinata - anzi diciamo una lettura onesta - riesce a riconoscere l'eticità di una scrittura. Secondo questa concezione scrivere eticamente significa scrivere bene - e viceversa.
        Questa idea presuppone secondo me una sorta di trasparenza del linguaggio, a cui mi piacerebbe"Nudo interno" di Antonio Pauciulo credere, ma che è di fatto illusoria, perché il linguaggio è in realtà un materiale opaco, solido, o nel migliore dei casi fortemente rifrangente. È pur vero che c'è un punto in cui noi coincidiamo col linguaggio, e che forse proprio questo punto è la poesia. Ma anche in questo punto, la poesia ci deve comunque attraversare, e sarà inevitabilmente sagomata dal nostro io, dal nostro corpo. Ecco perché il linguaggio può nascondere e essere reticente, deformare, eufemizzare o addirittura denegare la realtà.
        Il linguaggio, in definitiva, limita, circoscrive, definisce, mentre il mondo è infinito. La parola cane, non ci potrà mai mostrare l'infinito cane, ma solo un cane scorciato e deformato.
        L'eccessiva fiducia nel linguaggio tende a mio avviso a risolversi in una forma di estetismo, come è comprovato dalla stessa genealogia di questa concezione. Estranea a Platone, a Dante e ancora a Manzoni, essa fu introdotta probabilmente da Baudelaire, fu sintetizzata al meglio da Oscar Wilde, secondo cui l'unica distinzione morale era fra libri scritti bene e scritti male, e da Proust, che contestò il biografismo critico di Sainte-Beuve - e infine ai nostri giorni, è stata assimilata dal formalismo russo e dallo strutturalismo.
        In opposizione a questa impostazione io voglio invece sostenere che, nell'attuale momento storico, sia necessario ritornare a una forma di etica letteraria meno formalistica, che ponga di nuovo al centro della scrittura l'uomo e non le parole. Ciò significa che le parole devono essere considerate nella loro natura di secrezione, prodotto o manufatto dell'uomo - sia pure un uomo corredato delle sue faglie e vertigini metafisiche, della sua componente non umana, diciamo. Il nostro interesse per la biografia (ovvero per i comportamenti sociali) di Beethoven o Melissa P. , non è sciocca curiosità, ma percezione del mistero che racchiude l'esistenza dell'uomo in sé, di questo incomprensibile pezzo di carne che si aggira nel mondo producendo suoni o libricini. E' più sconvolgente, è più ricco in sé di significati che l'Altro esista, e abbia una vita e una biografia, che non l'elementare architettura in cui può disporre un repertorio di fonemi e grafemi.
        Se De Sade avesse praticato le nefandezze che descrive anche nella vita, ciò avrebbe a mio avviso fortemente indebolito la sua opera. In realtà De Sade - come Savonarola, Bruno, Bataille o Sandro Penna - ha agito in opposizione al moralismo dei tempi, ma compatibilmente alla morale, almeno a quanto ci risulta attualmente. L'equivoco in cui è incorso il decadentismo è proprio questo: credere che la scrittura, dovendo prescindere dal moralismo, dovesse prescindere anche dalla morale. Baudelaire si è dovuto sganciare dall'etica appunto per vivere il suo dandysmo anti-borghese, Proust per giustificare le sua trasgressioni omosessuali, ma oggi non ne avrebbero più bisogno.
        Né è un caso che lo scrittore si venga a trovare spesso in conflitto colla morale dominante e codificata. Il fatto è, e qui torniamo alla teoria di Sini da cui siamo partiti, che lo scrittore deve produrre l'etica, deve creare un'etica nuova, che sia rigorosa, che sia sostenibile, ma che si troverà sempre in anticipo su quella corrente.
        Conclusioni pratiche.
        Vorrei infine trarre qualche indicazione e regoletta pratica da queste mie riflessioni.
        Noi letterati, ci dovremmo fare assertori di una nuova morale, scaturita dalle nostre esplorazioni nel pensare e nel sentire.
        Ricercare ad esempio nuove forme possibili di socialità, o magari anche di asocialità - purché eticamente sostenibile; esplorare ad esempio nuove possibilità di collettivismo sul piano economico, o quelle della poligamia su quello interpersonale. Indagare il non indagabile, l'impensabile, l'impossibile - le regioni psichiche dove non si avventurano gli altri.
        Ma in queste regioni dovremmo trovare innanzitutto una maggiore onestà personale. E se è vero che non c'è etica fuori dalla consapevolezza, dobbiamo innanzitutto cominciare col riconoscere in noi stessi i meccanismi torbidi che vogliamo analizzare nel mondo - e da cui siamo tutti ugualmente agiti. Se non partiamo da questo, se ci limitiamo a tuonare contro Berlusconi e Bush, che è quello che sembra intendersi oggigiorno per impegno, non otterremo altro che riprodurre nella comunità letteraria quella ridicola rappresentazione di faziosità opposte che è diventata attualmente la vita civile e politica italiana.
        Personalmente, ho sempre sostenuto che scopo della mia vita è fare le scarpe agli altri, che scrivo per farmi bello con le ragazze e che se fossi stato una sventola dal fisico perfetto non avrei scritto una riga ma mi sarei fatto fischiare per strada.
        Questa coscienza dei miei bassi fini, a mio avviso è l'unica che mi può permettere di perseguirli con correttezza, lealtà e nobiltà. Così se sostengo la letteratura di Levinas contro quella di Lino Banfi, lo faccio con la coscienza che sto semplicemente cercando di imporre il mio punto di vista, di accaparrarmi legittimamente il mio spazio del mondo. Madre Teresa di Calcutta professava in proposito idee opposte, e forse sinceramente. Ma di fatto la sua etica ha prodotto i maggiori vantaggi per lei, che è andata in paradiso, al contrario della gran parte del suo prossimo.
        E ancora, non dovremmo recriminare spropositate attenzioni in un mondo dove sei miliardi di persone hanno diritto di parlare, pretenderla solo se si ha qualcosa di nuovo o di utile da dire - o altrimenti riproporre soltanto ciò che hanno detto gli altri. In questo senso si muovono certamente le scritture di servizio, le letture e le traduzioni di Celati e le riscritture e le ricollocazioni linguistiche di Enrico De Vivo - ma non sempre le diatribe logorroiche fra riviste, Zibaldoni compreso.
        Non fare della letteratura un esercizio, una gara di abilità nell'esecuzione di un canone, come è diventato il romanzo.
        Ridurre ovviamente al minimo fisiologico le pastette letterarie, le conventicole ecc.
Infine, cercare di essere brevi, anche se temo che in questa occasione lo sono stato meno di quanto avrei voluto.
        Quale profitto trarremo da questo comportamento probo? Nell'aldilà, poco, su questa terra meno. Ma in qualche istante di distrazione in cui ci sovverà all'improvviso una frase, una parola, noi avvertiremo forse in quella parola un senso di pienezza, sentiremo che quella parola è davvero nostra, e veramente esiste.

        P.S. (aggiunto dopo l'incontro di Frascati, in replica in particolare alle obiezioni di Gianni Celati, Andrea Cortellessa, Andrea Di Consoli, Elio Paoloni): So bene che tutto quello che esprime un testo bisogna cercarlo solo nel testo. Non solo: Roman Jakobson ci ha dimostrato che bisogna rintracciarlo propriamente nella sua struttura formale e grammaticale. Ma io sostengo una cosa diversa: e cioè che a noi deve interessare, più che quel testo, l'uomo o più ampiamente la realtà che l'ha prodotto: perché quel testo fa parte del tessuto (del testo) dell'esistere, e non viceversa. L' evento è l'uomo, non l'opera, e quindi l'opera va giudicata come un riflesso dell'uomo. E se l'uomo non l'ha convalidata, di quei quattro pezzi di carta alla fine non ci deve interessare molto. Se Petrarca fa un sonetto perfetto in cui dice che bisogna pagare le tasse, e poi non le paga, a me subito dopo appare più brutto anche quel sonetto. È un'idea forse provocatoria o paradossale, ma niente affatto gratuita


        Mariagrazia Maldera
        Io ho un punto di osservazione diverso da voi, perché non sono una scrittrice; sono una lettrice che è approdata a Zibaldoni e che ha cominciato a frequentarlo e a leggerlo ed è entrata in contatto con loro [Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio], con delle osservazioni e con delle critiche, e poi anche intervenendo sulla famosa questione della polemica. Avevo preparato un intervento che si intitola Parlo, quindi sono, e che vi risparmio, almeno nella prima parte. Il mio discorso sarà un po' diverso dal vostro, perché io non ho frequentazioni con chi indaga, lavora, ha un'attenzione particolare alla parola, su come e perché si sviluppa un'attenzione alla parola come forma, strumento, senso della storia, ma la usa e la fruisce, l'ascolta come se fosse un placebo, qualcosa che ci passa addosso, che ha un effetto su cui non si riflette. Io sono laureata in legge, nel lavoro che faccio mi accorgo di quale uso della parola si può fare, anche se mi capita di lavorare con persone che non ne hanno piena conoscenza. La prima parte della relazione che avevo preparato (si intitola Discorrendo dell'etica globale) iniziava proprio con questo messaggio, che passa o viene fatto passare e viene assorbito spesso inconsapevolmente. La parola è un segno, un punto che si lega ad altri in un discorso, quindi nascono delle proposte e ci si trova coinvolti senza sapere esattamente da dove vengano e perché. Il mio punto di vista di lettore, che cerca di stare attento all'uso della parola che fa e che viene fatto, è quello di indagare lo spazio della scrittura come forma, senza dare per scontati certi usi. Leggo la seconda parte dell'intervento, una mia riflessione dal titolo Leggermente virando:
        Mi distraggo dall'essere parlato, e sperimento il silenzio, quello denso e ribollente di caos. Da qui, è dell'essere parlante che provo a dire: in controtempo, estruso, inesatto.
        Dilatata, oppure solo evocata, la sua parola si scopre un'anima: che poi non è mica strutturalmente antropomorfa.
        Sciogliere e legare, si tratterà di avere coraggio: sono troppi i racconti - i più veri - di cui non esiste traccia né ricordo.


        Enrico De Vivo
        Mi piacerebbe sentire un intervento di Elio Paoloni


        Elio Paoloni
        Io sono qui in veste di fotoreporter.


        Enrico De Vivo
        Tu [Gianni Celati] hai detto prima che le e-mail sono l'informe. Credo che tu volessi riferirti in generale al moderno "scrivere libero" internettiano, quindi ai blog, alle chat, etc. Alla fine di un'intervista sul documentario (cfr. Zibaldoni e altre meraviglie, numero 6), dici che ti piace realizzare documentari perché nei documentari, a differenza che nella letteratura dei romanzi scritti tutti uguali, c'è ancora la libertà e la possibilità di realizzare qualcosa di diverso dal "già pensato". Associo questa conclusione alla critica che fai dei libri moderni, forse da collegare alla cosa che dicevi prima, che ormai le parole, nella nostra sensibilità di parlanti, non sembrano avere più alcuna carica ritmico-espressiva, alcuna cifratura - più o meno la stessa osservazione che hai fatto a proposito delle e-mail/blog/chat, sostenendo che è troppo facile scrivere così, non c'è nessuna costruzione formale, e così via. Le ultime parole della tua intervista sul documentario sono, tuttavia, piuttosto scettiche, perché dici che non sai quanto durerà la libertà di fare documentari, come se ci fosse una capacità di fagocitare, di assorbire, di distruggere le forme da parte dell'ordine sociale. Allora: se di documentari belli ne vedremo ancora per poco... se i libri sono scritti tutti allo stesso modo...


        Gianni Celati
        Non penso che i libri siano tutti scritti allo stesso modo. Però nell'editoria il gioco finanziario è diventato più importante della produzione, come è successo in molti altri settori. Per i documentari la situazione è diversa, perché è un settore dove non ci sono ancora i giochi finanziari dell'editoria o del cinema. Ma in quell'intervista io parlavo d'un fatto preciso: dove è possibile continuare un lavoro di ricerca? Un lavoro di ricerca è un lavoro che si sgancia dalle finzioni ufficiali, per porsi delle domande sul mezzo che si usa, e su come si usa. Questo nel campo dei libri diventa problematico, per vari motivi che non sto a spiegare - ma quanto alla "capacità di fagocitare, di distruggere le forme", come dici tu, io credo che bastino tre o quattro generazioni per fare tabula rasa di tutti i nostri fervori letterari. L'idea di permanenza e salvezza delle cose è il succo più falso del modo di vita borghese. Forse tu pensi alla letteratura come un patrimonio di oggetti concreti, i libri, dove sono depositate le forme del dire e del narrare - allora ti chiedi come queste cose oggettive possono scomparire. Io credo che quella dei libri sia una falsa oggettività. Io credo che la letteratura in sé esiste come uso, quello è il suo impianto ontologico. Ad esempio: io imparo cos'è la poesia abituandomi a un certo uso del linguaggio, che non è quello dei giornali, né quello dei critici, né quello della comunicazione pratica e deduttiva delle faccende quotidiane. Per avvicinarmi alla poesia devo imparare un uso delle sillabe e degli accenti tonici che è quello metrico o ritmico, e imparare a vedere le immagini che passano nelle parole, e imparare a pensare per immagini. Tutto ciò colloca la poesia tra le altre pratiche sociali, ognuna delle quali richiede un simile apprendistato per imparare i suoi usi. Ma proprio per questo, bastano poche generazioni abituate solo agli usi della prosa giornalistica, per fare sì che le poesie di Leopardi diventino una lingua sconosciuta, materia di consultazione accademica. Niente come la letteratura è costituzionalmente aggrappato ad un lavoro iniziatico, per cui succede come in certe società africane: scomparso il rito di iniziazione scompare tutta la cultura tradizionale. Siamo già vicini a certi tracolli, che dipendono proprio dal fatto che si pensa alla letteratura come un patrimonio di cose oggettive, dove l'uso è scontato - per cui si suppone che tutti sappiano come leggere una qualsiasi poesia. Sarebbe come dire che la musica di Bach esisterebbe anche se nessuno sapesse più leggere uno spartito. Dunque sì, l'ordine sociale ha la capacità di fagocitare e distruggere le forme, abolendo in breve la memoria dei loro usi... Ho un'altra cosa da dire, sempre per rispondere alle domande di Enrico. Prima mentre ascoltavo Livio Borriello, m'è venuto in mente che quando leggo i suoi testi ho sempre voglia di immaginarmi dov'è seduto, o dov'era seduto mentre scriveva quelle cose. Perché in quello che Livio scrive non c'è neanche un'immagine, ed è come attraversare un deserto a piedi scalzi. Sono testi con una qualità penitenziale molto evidente, molto intensa, dove ci vedo uno sforzo di concentrazione che deve essere stato doloroso. Comunque il risultato è un parlare molto astratto, ed è come se in quei testi tutto fosse riassorbito in un'implosione del soggetto. Pssss! Vraoumb! Dov'è andato Livio? Mah! Quello che volevo dire è che scrivendo noi tendiamo a diventare esseri puramente astratti, ognuno aggrappato alle sue teorie, spesso detestando quelle degli altri. Questo grado di astrazione mentale in cui siamo precipitati è come un grande circo senza uscita, dove tutti scrivono, tutti, ognuno nel suo deserto. Ma ognuno alza la mano ogni tanto e grida: "Io, io, io esisto", aspettandosi un attestato di identità concesso dall'alto. E ogni tanto scende dall'alto un professore con le ali colorate e distribuisce attestati dove c'è scritto: SI' TU ESISTI, SEI PROPRIO BRAVO, PUO' ANCHE DARSI CHE NON MORIRAI MAI. Io credo di essere passato a fare documentari perché in questo lavoro c'è un minore grado di astrazione: voglio dire che non c'è lo sfondo mentale di quel circo dove si invocano attestati di eternità. E mentre l'eternità in sé mi è sempre sembrata una bella idea, io mi trovo bene negli usi quotidiani delle pratiche di lavoro, dove si può andare avanti senza dover gridare sempre: "Io, io, io esisto!" Per fortuna il documentario non interessa a nessuno (risate degli amici), perché tutti credono solo al cinema. Io dico che tra pochi anni anche qui cambieranno gli usi, tutto diventerà professionale (idea che io detesto), e dunque ci saranno solo posti assegnati in quel circo di nevrotici che ho detto.
        Un'ultima cosa. Tu, Enrico, hai scritto le Divagazioni stanziali, dove mi sembra citi qualcuno che aveva detto del tuo paese: "Qui non succede niente". E tu rispondi: "Come non succede niente? Come è possibile che in un qualsiasi posto del mondo non succeda niente?" Ecco, quella risposta riassume la mia idea di lavoro con le immagini e la macchina da presa. Questa è la cosa rinfrescante - che esistano i luoghi del mondo, le cose più elementari, e le diversità, gli usi, e gli andamenti delle giornate, e tutto il variare minimo delle ore del giorno secondo i vari luoghi. Lo so che è una stranezza pensare che certe cose che fanno parte di noi, certe forme su cui abbiamo tanto pensato, scompariranno del tutto, fagocitate o distrutte dal cosiddetto progresso. Ma alla fine del nostro lavoro sui luoghi, forse sorgerà questa scoperta: che in fondo noi non sappiamo veramente niente del mondo esterno, sappiamo solo le razionalizzazioni tramandate, sappiamo solo i copioni già pronti.


        Antonio Prete
        Questo è un punto molto importante, e mi fa ripensare a una cosa alla quale da qualche anno sto pensando. Si tratta di un tema al quale non vorrei tanto dare delle risposte, quanto cercare solo di porre delle interrogazioni. Noi siamo in un mondo dove tutto ciò che è lontano arriva, si fa presente, si rappresenta attraverso i mezzi telematici: il telefono, la televisione, internet. Viviamo in un mondo telematico, dove la radice tele, lontano, è pervasiva, e accoglie il nostro rapporto col lontano. Ma anche la scrittura prevede questo rapporto col lontano. Solo che il lontano che finisce nella rappresentazione dello schermo televisivo, elettronico, questo lontano così ossessivo e pervasivo, è un lontano che perde proprio la lontananza, è un lontano che diventa appunto superficie, che cancella le presenze che stanno intorno a noi - come diceva Gianni - e che è ben altra cosa dal senso della lontananza che è nella scrittura. Anzi, nel nostro tempo la tecnica ha preso la sostanza della scrittura per privarla di una cosa che le era propria - il senso della lontananza - e riproporla per suo conto, con i suoi mezzi, in altro modo. Ci sono scrittori che mimano lo stesso procedimento della tecnica, si muovono nell'esotico, rappresentano il lontano ma con l'artificio della vicinanza assoluta, insomma vivono con piena adesione il procedimento della tecnica. Il problema allora è, secondo me, come tenere aperta la lontananza - quella lontananza che era propria della letteratura - senza appiattirla sulla superficie dello schermo, sulla superficie del tutto detto, del tutto presente, del tutto visibile. E come, allo stesso tempo, tenere aperto il rapporto con la presenza corporale degli altri che sono intorno a noi, e di noi stessi - come diceva Gianni -, insomma come aver presente il luogo dove siamo, il paesaggio che vi è intorno, tutto questo portarlo dentro la scrittura, col suo sfondo di lontananza, di imprendibilità, di invisibilità, senza mimare il movimento della tecnica. Cosa fare perché la lontananza resti aperta nella scrittura, cosa fare per la presenza dei luoghi nella scrittura? Se troviamo delle forme, se inseguiamo delle forme, in grado di accogliere questa lontananza e questa presenza, forse rispondiamo con un altro linguaggio a questo inesorabile e intensissimo linguaggio cinematico e telematico.
        Il documentario di cui parlava Gianni non a caso è fatto altrove, c'è una lontananza che però non viene affidata all'occhio dell'antropologo o del documentarista che va lì perché la televisione deve mostrare come vivono certi popoli. In questo caso, mi è sembrato di capire, nel film c'è l'esperienza stessa di un villaggio, le la lontananza scarta ogni residuo esotico, cerca di diventare presenza attraverso un mezzo che usa procedimenti che non sono quelli della rappresentazione televisiva. L'esperienza sul luogo, la presenza dei corpi, della loro lingua, della loro vita, è un modo, secondo me, di rispondere a questa lontananza che la tecnica assorbe e cancella, non la fa più vedere. Tutto quello che è lontano lo vediamo continuamente nelle rappresentazioni televisive, ma paradossalmente è abolito il senso della lontananza. Mentre proprio il fatto di non sopprimere la lontananza è il principio della scrittura. Mi piacerebbe un giorno lavorare su questo tema della lontananza, capire come è accaduto che tante esperienze letterarie importanti hanno tenuto aperto il senso della lontananza, affidandolo a figure della rappresentazione come l'addio, la partenza, il viaggio, il confine, ecc. È un lavoro che vorrei fare, riflettere su queste figure della lontananza.


        Andrea Cortellessa
        Credo che sia una parola importante, "presenza", su cui dobbiamo interrogarci. Come si può mantenere il senso della presenza, se l'orizzonte della pubblicità e dello spettacolo ce la sottrae? Quello che tocchiamo con mano non è la realtà pubblicizzata dallo spettacolo, è lo spettacolo. Come far sì che questa presenza incontri la necessità di una forma? Vorrei rispondere a quello che ha detto prima Livio, con l'idea che la forma debba essere essenzialmente un mezzo per tornare alla presenza, che prima della cura formale vi sia, indispensabile, una forte posizione etica. Livio ha fatto un forte richiamo alla nostra comune umanità, e io l'ho apprezzato. Però gli chiedo: come costruire questa presenza, come fare in modo che questa umanità non sia confusa con lo spettacolo del mondo? In fondo l'orizzonte della pubblicità ci dice: siete tutti uomini, donne, siete tutti corpi, tutti desiderate altri corpi. Dunque quelli che ci invia sono messaggi veri, dal punto di vista soggettivo. Eppure vengono resi scontati, retorici; vengono falsificati. La grande invenzione della pubblicità di oggi è quella di usare cose vere - perché effettivamente i nostri corpi sono veri, purtroppo - per falsificarle, per prenderci in giro; perché della realtà non ci viene data la presenza, bensì il fantasma.
        Allora qui vorrei ripetere un vecchio adagio ormai a sua volta mille volte banalizzato, e cioè lo stile è l'uomo. Perché lo stile - sì, la forma anche nel senso più ristretto che al concetto si possa dare - rappresenta sempre la ricerca di un contatto, di un interfaccia con l'altro. Se quello che Levinas dice in termini filosofici noi lo trasportiamo all'interno del codice letterario - non è forse quanto da duemila anni ci insegna la retorica? L'interfaccia con l'altro, l'orizzonte in cui io sto parlando, è determinato a ogni istante dalla scelta delle parole con cui all'altro mi rivolgo. Anche questo gesto che sto facendo con la mano per tentare di catturare l'attenzione di Livio, io lo scelgo. Non ci penso coscientemente, più di quanto il millepiedi coscientemente pensi ai suoi mille diversi passi, però fa parte di me. Dunque lo stile, la forma dell'espressione, non è affatto in alternativa a quella che Livio definisce la presenza.
        Quanto dicevo paradossalmente di Nori, riprendendo il suo discorso già paradossale, non può invece che far scintille con la retorica dell'autenticità, della verità, col gergo dello svelamento. La sua "etica dell'avverbio" era una provocazione, certo, ma faceva capire che in quel momento si stava facendo della retorica - nel senso peggiore - sui massimi sistemi della Realtà e della Verità. Credo che si debba porre una nuova attenzione alla retorica come forma di interfaccia con l'umano: proprio perché anche l'orizzonte della pubblicità ne fa uso. Come dicevo prima a proposito dei mezzi di comunicazione, vincerà chi saprà farne l'uso migliore.


        Livio Borriello
        Penso che bisogna allargare il discorso dell'etica e inserire anche la vita...


        Gianni Celati
        Come dici?


        Livio Borriello
        Tu hai criticato quello che ho detto...


        Gianni Celati
        No, no...


        Livio Borriello
        Sì, molto correttamente; ma io ritengo che scrivere in forma corretta e efficace non sia sufficiente, perché alla fine tutto resta inerte e si
risolve in una forma di estetismo, anche se il punto di partenza è molto diverso; mentre, se noi allarghiamo l'orizzonte della percezione, ci accorgiamo che la scrittura è un semplice riflesso dell'uomo, che l'evento è l'uomo e non la scrittura; questo si pensava fino a Baudelaire, questo pensavano Dante e Manzoni, ma mi sembra che oggi questa consapevolezza si sia un po' persa, e così si è persa quella coscienza etica che era il presupposto fondamentale della scrittura. Il tuo invito a desoggettivarsi, poi, certamente è giusto, ma io credo che questa è un'operazione che mettiamo in atto nel momento stesso in cui parliamo, se pronunciamo la parola "cane" noi già usciamo dalla soggettività. Riguardo all'accusa di penitenziale, è un'accusa in parte centrata che, come dire, incasso, in parte è vero, ma vorrei dire che in quel che scrivo, come nel deserto, c'è anche molta luce e un certo humour da barzellette sul deserto.


        Gianni Celati
        Il giorno che sono arrivato in Italia, ho letto sul "Corriere della sera" un titolo che diceva: Per evitare il crack ci vuole più etica e più controllo dei conti. Ecco, l'uso della parola etica, come la stai usando tu, Livio. Cosa vuol dire? Credo che così usata così la parola "etica" voglia dire più che altro "falsa coscienza". Se invece l'etica è una parola che parla di come funzionano i costumi, allora bisogna ricordarsi che i costumi funzionano a seconda dei posti dove si è, il che diventa un fatto assolutamente primario. Quest'estate ho cominciato un documentario in un villaggio africano e non facevo che domandarmi: "Come mi devo comportare in questa situazione, col tale e con il tal altro, in questa capanna di quel vecchio, in quel cortile di quella donna, facendo questo e quest'altro?" L'etica riguarda come si svolge il giorno, come ci si rapporta agli altri, le domande che io posso fare o non posso fare, i segni che posso o devo dare agli altri. In altri termini l'etica è la disciplina di ciò che si può mettere in comune con gli altri, è l'esperienza d'essere al mondo assieme agli altri, è il fatto che noi siamo sempre con gli altri, da quando nasciamo a quando moriamo. Non riguarda delle buone intenzioni, non riguarda un'intenzione di "fare il bene", perché è sempre al di là di me - perché è un obbligo, ma dove nessuno mi obbliga. Allora non esiste proprio la nozione di "più" o "meno" etica. E anche l'idea cristiana di rendersi meritevoli con la buona volontà o con la carità, ha un fondo scivoloso che spesso porta all'idea di differenziarsi dagli altri con spettacoli di bontà. Questo non avrebbe mai sfiorato la mente d'un confuciano, d'un buddista, e neanche d'uno degli africani con cui ho vissuto quest'estate. Una volta hanno chiesto a Borges: "Borges, quando uscirà dal labirinto?" E lui ha risposto. "Quando ne usciremo tutti"...
        L'altra cosa su cui ho da dire è la contrapposizione che tu fai, Livio, tra uno scrivere in "forma corretta ed efficace" e l'etica. Da una parte la retorica, dall'altra la morale... Momento. La retorica non è l'arte di scrivere bene, in "modo corretto ed efficace", come credi tu. Questa è un'idea che nessun serio sofista avrebbe accettato, e meno che meno Gorgia, ma neanche Aristotele. La retorica è l'arte di scatenare qualcosa nel pensiero o nell'animo degli altri, ma in questo senso non è che il risvolto dell'esperienza di essere al mondo con gli altri, di mescolarsi con gli altri - l'esperienza dell'eros, senza il quale non ci si mescola con nessuno. Ed è la disciplina che ci serve per capire come gli umani si intendono: per capire che si intendono sempre a fiuto, per strani effetti delle parole, per richiami emotivi. Mai con le famose idee chiare che uno trasmetterebbe a quell'altro, ma piuttosto per segnali vagamente significanti o per grugniti come i bestioni di Vico. In questo senso la retorica è il necessario risvolto dell'etica, senza cui l'etica sarebbe sorda e muta, anzi burocratica e codina.


        Andrea Di Consoli
        Vorrei anch'io sottolineare questo aspetto del discorso. Per me l'etica potrebbe anche non esserci. Per me, che sono di formazione cattolica, l'etica non può nascere soltanto dalla cultura umana. È un po' complicato avere un atteggiamento etico quando si è soltanto uomini di natura. Inevitabilmente l'etica nasce in un altro scenario. Il concetto di etica è davvero molto complicato. Una volta il mio amico Antonio Pascale disse a un convegno: io parlo di ciò che so. Quindi ognuno deve parlare di ciò che sa. Prima si parlava del trattato di astronomia di Banda: non è per forza un gesto di disimpegno, di snobismo, di fuga dal presente. Uno può scrivere un trattato di astronomia, versi astrusi, incomprensibili, e in quel momento dirci delle cose importanti sul suo rapporto col mondo.
        Per quanto riguarda i mezzi di comunicazione, secondo me non bisogna intellettualizzare ogni cosa, sprecare molte energie mentali in proposito, e per una volta vedere l'aspetto positivo della telematica. Prendiamola per quello che è. È vero che la lontananza viene meno. Cerchiamo di banalizzare le cose che ci tormentano dalla mattina alla sera. La televisione è solo un modo per avere delle informazioni. Se siamo ossessionati dalla sua presenza, in qualche modo ne siamo schiavi. Non mi sembra molto intelligente.


        Antonio Prete
        Secondo me questo giro di discorsi è molto importante perché si è parlato della forma in rapporto all'esistenza; che poi sia l'esistenza individuale o quella dell'altro, non importa. Nel passato, addirittura nei primi secoli d.C. - questo problema se lo ponevano già i Padri della Chiesa - Isidoro di Siviglia definiva la scrittura linea vitae - cosa che mi ha sempre affascinato, perché è una definizione corporale: la linea della vita. Anche la linea che appare sulla mano è chiamata linea vitae: c'è un rapporto tra scrittura e corpo, la vita che cerca una forma, che cerca di dirsi nella scrittura. Tutto questo è molto affascinante, ma - Gianni ricordava prima Lacan, che diceva che noi non conosciamo quasi nulla di questa vita - qual è la forma di una vita che non conosciamo? Se non conosciamo né la nostra vita né quella degli altri, ma abbiamo delle percezioni, delle tensioni verso quello che noi pensiamo possa essere la vita, allora anche la forma non può porsi né come una forma definita, predefinita. Allora ognuno, in qualche modo, deve cercare quella forma a partire da quello che diceva Andrea: ricordando, certo, che ognuno, proprio a partire dalla sua idea di umano, deve cercare di far scattare una forma che sia il più possibile rappresentativa di questo umano. Quindi l'arte non è fatta di forme precostituite; per questo la polemica leopardiana coi generi è sempre attuale. Il genere è la forma precostituita. C'è chi, per esempio, vuole che la vita entri in quel genere, la vita con le memorie, con la storia familiare, con gli accadimenti. Invece, se siamo convinti che la vita di volta in volta debba cercare una forma, per dirsi, allora questo diventa difficile, la scrittura diventa terreno avventurosissimo, dove è importante la singolarità. Così accade che ogni scrittore trova, può trovare, una forma diversa per dire quella vita che di per sé non si può dire fino in fondo. Questo, secondo me, è un possibile scarto sia nei confronti delle forme precostituite, dei generi, delle forme già date nella letteratura, sia nei confronti del generico, cioè dell'informe, cioè dello sperimentale. Anche lo sperimentalismo nella letteratura si fa sempre come rappresentazione a una forma data di vita: prendo la vita nella sua pluralità, disseminazione, nel suo imprevisto, e la presento nelle forme scomposte. Anche lo sperimentalismo è un'insidia ed è speculare al formalismo, alla chiusura nella forma già data. Sperimentalismo e formalismo sono due modi che sono stati attraversati tante volte, ma non sono appaganti, perché o sono andati verso la vita con un'idea già fatta della forma, delle forme, o hanno accolto della vita solo il suo tumultuante apparire, il suo ritmo esteriore, visibile, mimandolo. Dobbiamo metterci alla ricerca di una forma che sia la forma della vita, alla ricerca di una linea vitae, di una scrittura che non conosciamo.


        Franco Arminio
        Io penso che potevamo stare meglio a casa di Gloria, perché qui siamo al freddo e il posto in cui ci siamo messi - noi che siamo esseri concreti - è il frutto di una grande astrazione. Questa conversazione andrebbe fatta in privato. Ho letto il manifesto di Zibaldoni, come se a queste cose potessero interessarsi chissà quanti...


        Gianluca Virgilio
        Noi prevedevamo l'afflusso di migliaia di persone... (risate degli amici)


        Franco Arminio
        ...Anche questo fatto di prevedere gente che possa venire a sentire queste cose... Ma noi pensiamo davvero di poter fare qualcosa? Penso che sia il sistema delle opinioni che dobbiamo abbandonare.
        Se voi consentite, io leggo delle cose che ho scritto non per esibire il mio ego, ma per far fare un altro passo alla meravigliosa discussione, che potrebbe durare un millennio. A Gianni potrei dire per esempio: come faccio a raccontare fino in fondo il fatto che ho freddo al culo e tu vuoi alienarmi la soggettività? Io parlo solo di me, ma assolutamente solo di me, di cose intimissime privatissime, ma non credo affatto che il mio libro sia un libro "egologico" - che è il problema dei nostri tempi.
        In questo libretto io parlo di tutte le persone del mio paese. Eccone alcune:

        Dopo la morte della moglie è divenuto astemio. Ha messo la foto della moglie nel bicchiere.

        La carriera esemplare di Saverio Pandiscia: segretario del circolo nuovo sud, cassiere della polisportiva, membro del direttivo della sezione, presidente del comitato per la festa patronale, etilista.

        Qui molti alcolisti sono dei repressi sessuali. Le donne, diciamo la verità, sono una delle cause principali della cirrosi epatica.


        *

        Ho scherzato con la mia vita
        l'ho tenuta piccola
        l'ho tenuta tra la madre e il paese
        e questa moglie
        che mi tiene come un naufrago
        che mai finisce di asciugarsi.
        L'essere è in onda, ma io sto qui nel camerino
        mi trucco scrivendo
        veramente non ho avvenire
        se dovessi scoprire che era un trucco
        perfino la paura di morire.

        
        *

        Da morto sarò solo finalmente
        solo come voi tutti
        come voi viventi
        piangerò in un treno
        salterò un pranzo
        avrò paura di ciò che vado facendo
        ma sarò fuori
        sarò fuori finalmente
        dal teatro isterico
        della mia mente.

        
        *
        
        In apparenza niente più di un paese è lontano dal circo. Il paese è fatto di pietre o di cemento affondato nella terra, ogni casa è come un dente, allineata a formare la mandibola del paesaggio. Il circo è mobile, è un tendone che gira a proporre bravure e pagliacciate. Un tendone anacronistico nell'era in cui ci siamo congedati dalle serietà migliori e in cui le vere bravure sono ignobilmente ignorate.
        Io ci ho messo molto a capire che vivo in un paese o in un mondo, più o meno è la stessa cosa, che era diventato un circo penoso. E questa comprensione è venuta dall'angolo acuto dell'ipocondria, da questa ossessiva osservazione del proprio corpo per spiarne dissesti imminenti. Così quasi naturalmente si è andato raccogliendo questo catalogo di oggetti smarriti quali si possono considerare oggi gli uomini e le donne.
        Ci sono voluti quarant'anni d'ansia per stare nel mondo ad occhi spalancati e con le braghe abbassate. Un'amica qualche giorno fa mi scriveva del poeta Mandelstam davanti ai suoi carnefici, quando gli caddero i pantaloni dalla magrezza e dai tremori...ma lui non aveva paura di avere paura e non aveva paura di farla vedere e lasciava dolorosamente che fosse così.
        Questo libro è la mia resa e non oso invocare la resa altrui. A me è andata così, a volte sono costretto ad alzarmi improvvisamente mentre scrivo, scappo per un po' nella mia stanza, faccio qualche passo e poi torno qui dove devo fare il mio numero di lanciatore di coltelli. Il bersaglio da sfiorare sono io stesso, sono io a dover consistere nel brivido e nella precisione.
        Certo, ci sono i libri, ci sono quelli che li scrivono e li hanno scritti, ci sono gli uomini che soffrono e hanno sofferto, ma io da questo angolo acuto posso solo lasciarmi sfilare davanti agli occhi il mio fallimento e quello degli altri. Il sogno sarebbe quello di un fallimento condiviso, di una resa accettata attivamente. E invece il girone infernale dei vincitori ha messo le mani sul mondo maciullandolo, facendone poltiglia di bombe e coriandoli.
        Io parlo da qui, da questo corpo inospitale, da questo corpo in cui non riesco ad accasarmi e qui ho scritto non la realtà né l'immaginazione. Semplicemente ho aiutato alcune cose a dirsi, a proporsi in una frase. Nessuna storia, nessun ritratto, ma semplicemente delle prove per respirare meglio con me stesso e con gli altri. In giro c'è un ossigeno scadente, nei nostri corpi intossicati dall'idea del ricavo c'è poca compassione e un amore che si gela appena fa qualche passo fuori.
        Ora il discorso s'ingarbuglia, le parole devono essere scivoli o altalene e non milizie in sillabe, pronte a guerreggiare per dare imperi effimeri alla nostra psiche. Più che farci vandali di noi stessi e delle nostre case, le parole devono aiutarci ad aver cura dei luoghi dove abitiamo.
        Non ci sono altre terre da conquistare.


        Enrico De Vivo
        Sentiamo cosa ha da dire Paolo Morelli.


        Paolo Morelli
        Non so se devo scusarmi, ma non ho veramente un'idea, non so se sono diventato matto, non me ne passa una. Però una domanda ce l'avrei per i due che possiamo chiamare "i lobi temporali" di questo progetto e di questo convegno, loro che per fortuna o per caso si sono trovati a fare questo lavoro, vorrei chiedere a voi che cosa avete sentito oggi, che cosa avete recepito.


        Enrico De Vivo
        Domanda interessante. Vuoi rispondere tu [a Gianluca Virgilio]? Personalmente, ritengo questa discussione molto profonda, molto belle le questioni che son venute fuori. A noi, a me e Gianluca, interessava soprattutto sentire la percezione che hanno avuto i nostri amici del lavoro che abbiamo fatto, perché quella degli amici è una visione particolare: dall'esterno e affettiva. Noi, vedendo le cose dall'interno, e anche con un tipo di affetto diverso, meno puro, abbiamo forse una visione più limitata - come chi che resta chiuso troppo a lungo in casa. Ora, grazie a questo incontro, abbiamo anche una visione dall'esterno di quello che abbiamo fatto: è come se fossimo usciti a fare quattro passi e avessimo incontrato degli amici che ci hanno detto come stiamo, come ci trovano. Per noi è davvero tanto; è importantissimo sentire i dubbi, le domande, tutto quello che va o non va.


        Paolo Morelli
        Pensate di fare ancora un incontro come questo?


        Enrico De Vivo
        Certamente, appena sarà possibile, magari organizzati meglio. Questo incontro è stato messo su all'ultimo momento, negli ultimi venti giorni, abbiamo avvisato poche persone.


        Franco Arminio
        Guai se ve ne andate con l'idea di non fare più la rivista!


        Enrico De Vivo
        E perché mai dovremmo? La rivista l'abbiamo fatta perché volevamo farla, e la faremo finché avremo voglia di farla...


        Novella Bellucci
        L'incontro è stato molto interessante. Se ne avessi supposto il tenore, avrei avvertito i miei alunni, che erano ieri qui, e li avrei invitati a partecipare. Andrea non mi aveva, per dir così, avvertita e io pensavo che si trattasse di una cosa tutta interna alla rivista. Per me che ormai sento di essere arrivata a un livello di rapporto con Leopardi così "intimo" da trovarmi molto spesso a formulare pensieri miei utilizzando automaticamente le parole di lui, il fatto che voi state cercando di trovare una strada alle vostre parole a partire da questo grandissimo autore, è molto importante. Tutti i vostri interventi mi hanno impressionato; in particolare l'insistenza che è emersa sul tema: parole e cose. Mi è venuto subito in mente il Dialogo di un galantuomo e del mondo e tanti altri passi. Leopardi è l'autore che ha avuto la maggiore percezione del "Nudo interno" di Antonio Pauciulodivario, della lacerazione che si è consumata tra le parole e le cose nella modernità, a partire dalla rivoluzione scientifica che ha drasticamente marginalizzato la posizione degli uomini nell'universo e ha messo in crisi le categorie del pensiero. I moderni hanno avuta una consapevolezza totale di quella lacerazione.
        Un altro tema. La lontananza: l'infinito non può essere descritto se non c'è l'idea della lontananza; nessuno può accedere a quell'esperienza del piacere, del naufragio, se non c'è il limite, il lontano, e i nostri ragazzi vengono su senza nessuna possibilità di percepire questo, perché gli infiniti sono stati preclusi dalle vicinanze, perché si sono abbattuti i limiti. L'appello all'etica che è stato fatto in due maniere diverse è stato molto importante. Ricordarci dell'uomo, diceva Borriello. Leopardi ha vissuto e attraversato totalmente la vita, dando sempre un senso alle cose e alle parole. Quando si legge La Ginestra, lì si sa dove si sta, si sa che cos'è, di che cosa si sta parlando: in un ambito antirealistico, però c'è una concretezza assoluta. E molto concreto è l'appello a vivere integralmente la dimensione umana.
        State facendo una cosa, dal mio punto di vista, molto originale. Voglio ancora sottolineare quello che ha detto Andrea, a proposito del conflitto. Andrea ha messo in guardia dalla contrapposizione; ha detto che voi all'inizio sferravate il vostro attacco al presente senza però fare della microconflittualità ad personam. Noi abbiamo in Leopardi, secondo me, l'esempio di un uomo che è stato alieno dal microconflitto pur avendo idee forti, di rara coerenza e di forte inattualità e dunque, inevitabilmente, polemiche; non ha mai fatto tipo di guerre profonde totali costanti ad personam. Sono rari i casi: Tommaseo, forse Gino Capponi. Questa è la linea che mi interessa.
        Mi fa un piacere enorme che voi siate qui sotto il nome dello Zibaldone di Leopardi. Potevate venire a casa mia, sareste stati molto più stretti, ma al caldo. Vi avrei portato un caffè.


        Elio Paoloni
        Hai parlato della Ginestra: come mai noi sentiamo lo spazio e il luogo di cui parla? Perché ha un'intenzione etica o perché Leopardi sapeva scrivere?


        Novella Bellucci
        Credo che all'inizio non ci si mette a scrivere perché si ha un'intenzione etica. O meglio, la scrittura, nel caso di Leopardi, nasce da una urgenza etica ed estetica. Il processo è inestricabile. Chi scrive spinto da un'urgenza etica, senza saper scrivere, senza essere scrittore grande, produce opere di natura non letteraria. Io credo anche che risulti meno efficace.


        Gianluca Virgilio
        Vorrei fare una domanda a chi mi vuole rispondere. Se Leopardi fosse un giovane del XXI secolo, userebbe secondo voi la posta elettronica? E nello scrivere una e-mail, manterrebbe la propria corporeità oppure no?
        Secondo me, c'è modo e modo di utilizzare le e-mail. Se io a Natale voglio fare gli auguri a tutti quelli che conosco e scrivo una e-mail e sono degli auguri standard, io non comunico niente del mio corpo, del mio essere, del luogo in cui mi trovo, eccetera, ma se io scrivo a ognuno dei miei amici una e-mail per ciascuno, diversa una dall'altra, come se scrivessi una lettera - e Leopardi ne ha scritte tante di lettere, allora le cose cambiano.


        Novella Bellucci
        Sei d'accordo che è un mezzo che favorisce la standardizzazione?


        Gianluca Virgilio
        Certo, certo.


        Marianne Schneider
        Io vorrei solo dire che sono contenta che esista questa rivista in Internet, perché io, essendo traduttrice, quando propongo una cosa tutti mi dicono: ah, signora, è un bel libro, ma non si può fare, costa troppo. Ora con questa rivista si possono pubblicare cose meravigliose e non costa nulla. È un'occasione per fare una cosa buona. Volevo anche farvi i complimenti, sono molto contenta di quello che state facendo.


        Antonio Prete
        Andiamo in un'osteria?



Le immagini che illustrano i testi di questo link fanno parte della serie "Nudo interno" di Antonio Pauciulo.

INTERVENTI PERVENUTI PER IL CONVEGNO
IL COMUNICATO STAMPA DELLA MANIFESTAZIONE

IL DESIDERIO INFINITO

pagina 3di 3
[ « prec ] 1 | 2 | 3