| Livio
Borriello
Io
mi pongo su una linea abbastanza diversa
rispetto ad Andrea Cortellessa. Penso che
sia necessario non fermarsi all'estetica
della forma, all'estetica dell'avverbio,
secondo le parole di Cortellessa, ma capire
una buona volta che è molto più
importante l'uomo dell'opera, che è
importante scrivere bene, ma è più
importante scriverci bene nella vita. Io
credo insomma che l'opera è un prodotto
dell'uomo, ma l'evento è l'uomo,
ciò che ci deve interessare, l'evento
misterioso e miracoloso è la presenza
dell'uomo. Lo scrittore deve quindi farsi
a mio avviso innanzitutto produttore di
etica.
Una
delle ragioni per cui ho appoggiato subito
l'iniziativa di Enrico De Vivo e Gianluca
Virgilio - oltre che la vanità personale,
l'amicizia con Enrico ed altre - è
che mi è sembrato che Zibaldoni
si differenziasse da altre riviste per una
maggiore attenzione al rapporto fra etica
e scrittura.
Personalmente
ritengo che la ricerca e la trasmissione
di valori etici, nel senso più ampio,
sia una funzione assolutamente inscindibile
dall'attività dello scrivere. Si
potrebbe forse arrivare a dimostrare che
il linguaggio stesso, stabilendo un rapporto
fra l'io e l'altro, ed essendo anzi
essenzialmente questo rapporto, fonda
l'etica, e che la scrittura la istituisce.
Non discuterò gli aspetti più
strettamente filosofici della questione,
ma voglio almeno ricordare che secondo il
filosofo di area milanese Carlo Sini l'etica
nasce addirittura non da un senso innato,
come vogliono le metafisiche, non dalle
relazioni fra gli uomini, come sostenevano
gli illuministi, non dal linguaggio, ma
propriamente dalla scrittura. È solo
la scrittura infatti che, fissando su un
supporto materiale e duraturo le parole,
oggettivandole e attribuendo loro uno statuto
astratto, impersonale, universale, staccandole
dal corpo che le proferiva e dall'io, ha
trasformato una serie di comportamenti istintuali,
una serie di pratiche volte ai
fini concreti della convivenza, in un sistema
a sé stante, e ha permesso la nascita
di un sentimento morale. È la carta
stessa, potremmo dire con Sini, che dialoga
con la nostra psiche e la modifica, e permette
una sua strutturazione diversa. È
un fatto che non ha un'evidenza immediata,
un po' come quello che chi è sordo
è anche muto. Ma il meccanismo è
affine. Senza che ce ne rendiamo conto,
la nostra anima viene costituita dalla carta,
dall'inchiostro.
Se
le cose, stanno così, noi cosiddetti
letterati, o scrittori, o scrivani come
forse è meglio dire, abbiamo una
grande responsabilità, e dobbiamo
stare ben attenti a cosa scriviamo.
L'onestà
che lo scrittore deve perseguire è
secondo me di tre tipi: Onestà di
tipo 1) Esiste innanzitutto un'onestà
della scrittura in sé, un'onesta
della trascrizione: usare il termine più
vero per significare un oggetto. ad es.
dire la rosa è rossa, invece
che la rosa è purpurea,
(come erano tutte le rose dei secentisti)
- e dire che la rosa è purpurea solo
in quei rari casi in cui la rosa è
effettivamente di quel rosso più
carico, bruno-violaceo, cardinalizio che
viene detto purpureo. Personalmente, per
inciso, non credo di essere un campione
di questo tipo di onestà, perché
la mia scrittura è spesso intellettualistica.
Ma l'intellettualismo ha il vantaggio di
innalzare il tasso di onestà di tipo
2.
Onestà
di tipo 2) onestà dei contenuti della
scrittura. Scrivere cose che abbiano un
utilizzo nel mondo, e che magari servano
a migliorare la nostra condizione, o, con
termine un po' fuori moda, a edificarci.
Onesta
di tipo 3) onestà del corpo e della
vita di cui la scrittura è un calco
- avvalorare, sostanziare, convalidare
direi la scrittura con le proprie azioni
nel mondo
Di
questa tre onestà la n. 2, quella
dei contenuti, e la n. 3, quella della vita,
sono cadute da tempo in forte discredito.
Io vorrei tuttavia argomentare che esse
vanno riaffermate con forza, la n. 2 perché
è stata svalutata dalla cultura contemporanea
per un equivoco, la n. 3 perché è
la sola che possa dare vera pienezza di
senso alle parole, il che di questi tempi
mi pare piuttosto necessario.
Una
delle principali divergenze fra me ed Enrico
De Vivo è che secondo lui i 3 punti
coincidono e sono riconducibili al primo
punto, e che comunque una lettura particolarmente
affinata - anzi diciamo una lettura
onesta - riesce a riconoscere l'eticità
di una scrittura. Secondo questa concezione
scrivere eticamente significa scrivere bene
- e viceversa.
Questa
idea presuppone secondo me una sorta di
trasparenza del linguaggio, a cui mi piacerebbe
credere, ma che è di fatto illusoria,
perché il linguaggio è in
realtà un materiale opaco, solido,
o nel migliore dei casi fortemente rifrangente.
È pur vero che c'è un punto
in cui noi coincidiamo col linguaggio, e
che forse proprio questo punto è
la poesia. Ma anche in questo punto, la
poesia ci deve comunque attraversare, e
sarà inevitabilmente sagomata dal
nostro io, dal nostro corpo. Ecco perché
il linguaggio può nascondere e essere
reticente, deformare, eufemizzare o addirittura
denegare la realtà.
Il
linguaggio, in definitiva, limita, circoscrive,
definisce, mentre il mondo è infinito.
La parola cane, non ci potrà mai
mostrare l'infinito cane, ma solo un cane
scorciato e deformato.
L'eccessiva
fiducia nel linguaggio tende a mio avviso
a risolversi in una forma di estetismo,
come è comprovato dalla stessa genealogia
di questa concezione. Estranea a Platone,
a Dante e ancora a Manzoni, essa fu introdotta
probabilmente da Baudelaire, fu sintetizzata
al meglio da Oscar Wilde, secondo cui l'unica
distinzione morale era fra libri scritti
bene e scritti male, e da Proust, che contestò
il biografismo critico di Sainte-Beuve -
e infine ai nostri giorni, è stata
assimilata dal formalismo russo e dallo
strutturalismo.
In
opposizione a questa impostazione io voglio
invece sostenere che, nell'attuale momento
storico, sia necessario ritornare a una
forma di etica letteraria meno formalistica,
che ponga di nuovo al centro della scrittura
l'uomo e non le parole. Ciò significa
che le parole devono essere considerate
nella loro natura di secrezione, prodotto
o manufatto dell'uomo - sia pure un uomo
corredato delle sue faglie e vertigini metafisiche,
della sua componente non umana, diciamo.
Il nostro interesse per la biografia (ovvero
per i comportamenti sociali) di Beethoven
o Melissa P. , non è sciocca curiosità,
ma percezione del mistero che racchiude
l'esistenza dell'uomo in sé, di questo
incomprensibile pezzo di carne che si aggira
nel mondo producendo suoni o libricini.
E' più sconvolgente, è più
ricco in sé di significati che l'Altro
esista, e abbia una vita e una biografia,
che non l'elementare architettura in cui
può disporre un repertorio di fonemi
e grafemi.
Se
De Sade avesse praticato le nefandezze che
descrive anche nella vita, ciò avrebbe
a mio avviso fortemente indebolito la sua
opera. In realtà De Sade - come Savonarola,
Bruno, Bataille o Sandro Penna - ha agito
in opposizione al moralismo dei tempi, ma
compatibilmente alla morale, almeno a quanto
ci risulta attualmente. L'equivoco in cui
è incorso il decadentismo è
proprio questo: credere che la scrittura,
dovendo prescindere dal moralismo, dovesse
prescindere anche dalla morale. Baudelaire
si è dovuto sganciare dall'etica
appunto per vivere il suo dandysmo anti-borghese,
Proust per giustificare le sua trasgressioni
omosessuali, ma oggi non ne avrebbero più
bisogno.
Né
è un caso che lo scrittore si venga
a trovare spesso in conflitto colla morale
dominante e codificata. Il fatto è,
e qui torniamo alla teoria di Sini da cui
siamo partiti, che lo scrittore deve produrre
l'etica, deve creare un'etica nuova, che
sia rigorosa, che sia sostenibile, ma che
si troverà sempre in anticipo su
quella corrente.
Conclusioni
pratiche.
Vorrei
infine trarre qualche indicazione e regoletta
pratica da queste mie riflessioni.
Noi
letterati, ci dovremmo fare assertori di
una nuova morale, scaturita dalle nostre
esplorazioni nel pensare e nel sentire.
Ricercare
ad esempio nuove forme possibili di socialità,
o magari anche di asocialità - purché
eticamente sostenibile; esplorare ad esempio
nuove possibilità di collettivismo
sul piano economico, o quelle della poligamia
su quello interpersonale. Indagare il non
indagabile, l'impensabile, l'impossibile
- le regioni psichiche dove non si avventurano
gli altri.
Ma
in queste regioni dovremmo trovare innanzitutto
una maggiore onestà personale. E
se è vero che non c'è etica
fuori dalla consapevolezza, dobbiamo innanzitutto
cominciare col riconoscere in noi stessi
i meccanismi torbidi che vogliamo analizzare
nel mondo - e da cui siamo tutti ugualmente
agiti. Se non partiamo da questo, se ci
limitiamo a tuonare contro Berlusconi e
Bush, che è quello che sembra intendersi
oggigiorno per impegno, non otterremo altro
che riprodurre nella comunità letteraria
quella ridicola rappresentazione di faziosità
opposte che è diventata attualmente
la vita civile e politica italiana.
Personalmente,
ho sempre sostenuto che scopo della mia
vita è fare le scarpe agli altri,
che scrivo per farmi bello con le ragazze
e che se fossi stato una sventola dal fisico
perfetto non avrei scritto una riga ma mi
sarei fatto fischiare per strada.
Questa
coscienza dei miei bassi fini, a mio avviso
è l'unica che mi può permettere
di perseguirli con correttezza, lealtà
e nobiltà. Così se sostengo
la letteratura di Levinas contro quella
di Lino Banfi, lo faccio con la coscienza
che sto semplicemente cercando di imporre
il mio punto di vista, di accaparrarmi legittimamente
il mio spazio del mondo. Madre Teresa di
Calcutta professava in proposito idee opposte,
e forse sinceramente. Ma di fatto la sua
etica ha prodotto i maggiori vantaggi per
lei, che è andata in paradiso, al
contrario della gran parte del suo prossimo.
E
ancora, non dovremmo recriminare spropositate
attenzioni in un mondo dove sei miliardi
di persone hanno diritto di parlare, pretenderla
solo se si ha qualcosa di nuovo o di utile
da dire - o altrimenti riproporre soltanto
ciò che hanno detto gli altri. In
questo senso si muovono certamente le scritture
di servizio, le letture e le traduzioni
di Celati e le riscritture e le ricollocazioni
linguistiche di Enrico De Vivo - ma non
sempre le diatribe logorroiche fra riviste,
Zibaldoni compreso.
Non
fare della letteratura un esercizio, una
gara di abilità nell'esecuzione di
un canone, come è diventato il romanzo.
Ridurre
ovviamente al minimo fisiologico le pastette
letterarie, le conventicole ecc.
Infine, cercare di essere brevi, anche se
temo che in questa occasione lo sono stato
meno di quanto avrei voluto.
Quale
profitto trarremo da questo comportamento
probo? Nell'aldilà, poco, su questa
terra meno. Ma in qualche istante di distrazione
in cui ci sovverà all'improvviso
una frase, una parola, noi avvertiremo forse
in quella parola un senso di pienezza, sentiremo
che quella parola è davvero nostra,
e veramente esiste.
P.S.
(aggiunto dopo l'incontro di Frascati,
in replica in particolare alle obiezioni
di Gianni Celati, Andrea Cortellessa, Andrea
Di Consoli, Elio Paoloni): So bene
che tutto quello che esprime un testo bisogna
cercarlo solo nel testo. Non solo: Roman
Jakobson ci ha dimostrato che bisogna rintracciarlo
propriamente nella sua struttura formale
e grammaticale. Ma io sostengo una cosa
diversa: e cioè che a noi deve interessare,
più che quel testo, l'uomo o più
ampiamente la realtà che l'ha prodotto:
perché quel testo fa parte del
tessuto (del testo) dell'esistere, e non
viceversa. L' evento è l'uomo,
non l'opera, e quindi l'opera va giudicata
come un riflesso dell'uomo. E se l'uomo
non l'ha convalidata, di quei quattro pezzi
di carta alla fine non ci deve interessare
molto. Se Petrarca fa un sonetto perfetto
in cui dice che bisogna pagare le tasse,
e poi non le paga, a me subito dopo appare
più brutto anche quel sonetto. È
un'idea forse provocatoria o paradossale,
ma niente affatto gratuita
Mariagrazia
Maldera
Io
ho un punto di osservazione diverso da voi,
perché non sono una scrittrice; sono
una lettrice che è approdata a Zibaldoni
e che ha cominciato a frequentarlo e a leggerlo
ed è entrata in contatto con loro
[Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio], con
delle osservazioni e con delle critiche,
e poi anche intervenendo sulla famosa questione
della polemica. Avevo preparato un intervento
che si intitola Parlo, quindi sono,
e che vi risparmio, almeno nella prima parte.
Il mio discorso sarà un po' diverso
dal vostro, perché io non ho frequentazioni
con chi indaga, lavora, ha un'attenzione
particolare alla parola, su come e perché
si sviluppa un'attenzione alla parola come
forma, strumento, senso della storia, ma
la usa e la fruisce, l'ascolta come se fosse
un placebo, qualcosa che ci passa
addosso, che ha un effetto su cui non si
riflette. Io sono laureata in legge, nel
lavoro che faccio mi accorgo di quale uso
della parola si può fare, anche se
mi capita di lavorare con persone che non
ne hanno piena conoscenza. La prima parte
della relazione che avevo preparato (si
intitola Discorrendo dell'etica globale)
iniziava proprio con questo messaggio, che
passa o viene fatto passare e viene assorbito
spesso inconsapevolmente. La parola è
un segno, un punto che si lega ad altri
in un discorso, quindi nascono delle proposte
e ci si trova coinvolti senza sapere esattamente
da dove vengano e perché. Il mio
punto di vista di lettore, che cerca di
stare attento all'uso della parola che fa
e che viene fatto, è quello di indagare
lo spazio della scrittura come forma, senza
dare per scontati certi usi. Leggo la seconda
parte dell'intervento, una mia riflessione
dal titolo Leggermente virando:
Mi
distraggo dall'essere parlato,
e sperimento il silenzio, quello
denso e ribollente di caos. Da qui, è
dell'essere parlante che provo
a dire: in controtempo, estruso, inesatto.
Dilatata,
oppure solo evocata, la sua parola si scopre
un'anima: che poi non è mica strutturalmente
antropomorfa.
Sciogliere
e legare, si tratterà di avere coraggio:
sono troppi i racconti - i più veri
- di cui non esiste traccia né ricordo.
Enrico
De Vivo
Mi
piacerebbe sentire un intervento di Elio
Paoloni
Elio
Paoloni
Io
sono qui in veste di fotoreporter.
Enrico
De Vivo
Tu
[Gianni Celati] hai detto prima che le e-mail
sono l'informe. Credo che tu volessi riferirti
in generale al moderno "scrivere libero"
internettiano, quindi ai blog, alle chat,
etc. Alla fine di un'intervista sul documentario
(cfr. Zibaldoni e altre meraviglie,
numero 6), dici
che ti piace realizzare documentari perché
nei documentari, a differenza che nella
letteratura dei romanzi scritti tutti uguali,
c'è ancora la libertà e la
possibilità di realizzare qualcosa
di diverso dal "già pensato".
Associo questa conclusione alla critica
che fai dei libri moderni, forse da collegare
alla cosa che dicevi prima, che ormai le
parole, nella nostra sensibilità
di parlanti, non sembrano avere più
alcuna carica ritmico-espressiva, alcuna
cifratura - più o meno la stessa
osservazione che hai fatto a proposito delle
e-mail/blog/chat, sostenendo che è
troppo facile scrivere così, non
c'è nessuna costruzione formale,
e così via. Le ultime parole della
tua intervista sul documentario sono, tuttavia,
piuttosto scettiche, perché dici
che non sai quanto durerà la libertà
di fare documentari, come se ci fosse una
capacità di fagocitare, di assorbire,
di distruggere le forme da parte dell'ordine
sociale. Allora: se di documentari belli
ne vedremo ancora per poco... se i libri
sono scritti tutti allo stesso modo...
Gianni
Celati
Non
penso che i libri siano tutti scritti allo
stesso modo. Però nell'editoria il
gioco finanziario è diventato più
importante della produzione, come è
successo in molti altri settori. Per i documentari
la situazione è diversa, perché
è un settore dove non ci sono ancora
i giochi finanziari dell'editoria o del
cinema. Ma in quell'intervista io parlavo
d'un fatto preciso: dove è possibile
continuare un lavoro di ricerca? Un lavoro
di ricerca è un lavoro che si sgancia
dalle finzioni ufficiali, per porsi delle
domande sul mezzo che si usa, e su come
si usa. Questo nel campo dei libri diventa
problematico, per vari motivi che non sto
a spiegare - ma quanto alla "capacità
di fagocitare, di distruggere le forme",
come dici tu, io credo che bastino tre o
quattro generazioni per fare tabula rasa
di tutti i nostri fervori letterari. L'idea
di permanenza e salvezza delle cose è
il succo più falso del modo di vita
borghese. Forse tu pensi alla letteratura
come un patrimonio di oggetti concreti,
i libri, dove sono depositate le forme del
dire e del narrare - allora ti chiedi come
queste cose oggettive possono scomparire.
Io credo che quella dei libri sia una falsa
oggettività. Io credo che la letteratura
in sé esiste come uso, quello è
il suo impianto ontologico. Ad esempio:
io imparo cos'è la poesia abituandomi
a un certo uso del linguaggio, che non è
quello dei giornali, né quello dei
critici, né quello della comunicazione
pratica e deduttiva delle faccende quotidiane.
Per avvicinarmi alla poesia devo imparare
un uso delle sillabe e degli accenti tonici
che è quello metrico o ritmico, e
imparare a vedere le immagini che passano
nelle parole, e imparare a pensare per immagini.
Tutto ciò colloca la poesia tra le
altre pratiche sociali, ognuna delle quali
richiede un simile apprendistato per imparare
i suoi usi. Ma proprio per questo, bastano
poche generazioni abituate solo agli usi
della prosa giornalistica, per fare sì
che le poesie di Leopardi diventino una
lingua sconosciuta, materia di consultazione
accademica. Niente come la letteratura è
costituzionalmente aggrappato ad un lavoro
iniziatico, per cui succede come in certe
società africane: scomparso il rito
di iniziazione scompare tutta la cultura
tradizionale. Siamo già vicini a
certi tracolli, che dipendono proprio dal
fatto che si pensa alla letteratura come
un patrimonio di cose oggettive, dove l'uso
è scontato - per cui si suppone che
tutti sappiano come leggere una qualsiasi
poesia. Sarebbe come dire che la musica
di Bach esisterebbe anche se nessuno sapesse
più leggere uno spartito. Dunque
sì, l'ordine sociale ha la capacità
di fagocitare e distruggere le forme, abolendo
in breve la memoria dei loro usi... Ho un'altra
cosa da dire, sempre per rispondere alle
domande di Enrico. Prima mentre ascoltavo
Livio Borriello, m'è venuto in mente
che quando leggo i suoi testi ho sempre
voglia di immaginarmi dov'è seduto,
o dov'era seduto mentre scriveva quelle
cose. Perché in quello che Livio
scrive non c'è neanche un'immagine,
ed è come attraversare un deserto
a piedi scalzi. Sono testi con una qualità
penitenziale molto evidente, molto intensa,
dove ci vedo uno sforzo di concentrazione
che deve essere stato doloroso. Comunque
il risultato è un parlare molto astratto,
ed è come se in quei testi tutto
fosse riassorbito in un'implosione del soggetto.
Pssss! Vraoumb! Dov'è andato Livio?
Mah! Quello che volevo dire è che
scrivendo noi tendiamo a diventare esseri
puramente astratti, ognuno aggrappato alle
sue teorie, spesso detestando quelle degli
altri. Questo grado di astrazione mentale
in cui siamo precipitati è come un
grande circo senza uscita, dove tutti scrivono,
tutti, ognuno nel suo deserto. Ma ognuno
alza la mano ogni tanto e grida: "Io,
io, io esisto", aspettandosi un attestato
di identità concesso dall'alto. E
ogni tanto scende dall'alto un professore
con le ali colorate e distribuisce attestati
dove c'è scritto: SI' TU ESISTI,
SEI PROPRIO BRAVO, PUO' ANCHE DARSI CHE
NON MORIRAI MAI. Io credo di essere passato
a fare documentari perché in questo
lavoro c'è un minore grado di astrazione:
voglio dire che non c'è lo sfondo
mentale di quel circo dove si invocano attestati
di eternità. E mentre l'eternità
in sé mi è sempre sembrata
una bella idea, io mi trovo bene negli usi
quotidiani delle pratiche di lavoro, dove
si può andare avanti senza dover
gridare sempre: "Io, io, io esisto!"
Per fortuna il documentario non interessa
a nessuno (risate degli amici),
perché tutti credono solo al cinema.
Io dico che tra pochi anni anche qui cambieranno
gli usi, tutto diventerà professionale
(idea che io detesto), e dunque ci saranno
solo posti assegnati in quel circo di nevrotici
che ho detto.
Un'ultima
cosa. Tu, Enrico, hai scritto le Divagazioni
stanziali, dove mi
sembra citi qualcuno che aveva detto del
tuo paese: "Qui non succede niente".
E tu rispondi: "Come non succede niente?
Come è possibile che in un qualsiasi
posto del mondo non succeda niente?"
Ecco, quella risposta riassume la mia idea
di lavoro con le immagini e la macchina
da presa. Questa è la cosa rinfrescante
- che esistano i luoghi del mondo, le cose
più elementari, e le diversità,
gli usi, e gli andamenti delle giornate,
e tutto il variare minimo delle ore del
giorno secondo i vari luoghi. Lo so che
è una stranezza pensare che certe
cose che fanno parte di noi, certe forme
su cui abbiamo tanto pensato, scompariranno
del tutto, fagocitate o distrutte dal cosiddetto
progresso. Ma alla fine del nostro lavoro
sui luoghi, forse sorgerà questa
scoperta: che in fondo noi non sappiamo
veramente niente del mondo esterno, sappiamo
solo le razionalizzazioni tramandate, sappiamo
solo i copioni già pronti.
Antonio
Prete
Questo
è un punto molto importante, e mi
fa ripensare a una cosa alla quale da qualche
anno sto pensando. Si tratta di un tema
al quale non vorrei tanto dare delle risposte,
quanto cercare solo di porre delle interrogazioni.
Noi siamo in un mondo dove tutto ciò
che è lontano arriva, si fa presente,
si rappresenta attraverso i mezzi telematici:
il telefono, la televisione, internet. Viviamo
in un mondo telematico, dove la radice tele,
lontano, è pervasiva, e accoglie
il nostro rapporto col lontano. Ma anche
la scrittura prevede questo rapporto col
lontano. Solo che il lontano che finisce
nella rappresentazione dello schermo televisivo,
elettronico, questo lontano così
ossessivo e pervasivo, è un lontano
che perde proprio la lontananza,
è un lontano che diventa appunto
superficie, che cancella le presenze che
stanno intorno a noi - come diceva Gianni
- e che è ben altra cosa dal senso
della lontananza che è nella scrittura.
Anzi, nel nostro tempo la tecnica ha preso
la sostanza della scrittura per privarla
di una cosa che le era propria - il senso
della lontananza - e riproporla per suo
conto, con i suoi mezzi, in altro modo.
Ci sono scrittori che mimano lo stesso procedimento
della tecnica, si muovono nell'esotico,
rappresentano il lontano ma con l'artificio
della vicinanza assoluta, insomma vivono
con piena adesione il procedimento della
tecnica. Il problema allora è, secondo
me, come tenere aperta la lontananza - quella
lontananza che era propria della letteratura
- senza appiattirla sulla superficie dello
schermo, sulla superficie del tutto detto,
del tutto presente, del tutto visibile.
E come, allo stesso tempo, tenere aperto
il rapporto con la presenza corporale degli
altri che sono intorno a noi, e di noi stessi
- come diceva Gianni -, insomma come aver
presente il luogo dove siamo, il paesaggio
che vi è intorno, tutto questo portarlo
dentro la scrittura, col suo sfondo di lontananza,
di imprendibilità, di invisibilità,
senza mimare il movimento della tecnica.
Cosa fare perché la lontananza resti
aperta nella scrittura, cosa fare per la
presenza dei luoghi nella scrittura? Se
troviamo delle forme, se inseguiamo delle
forme, in grado di accogliere questa lontananza
e questa presenza, forse rispondiamo con
un altro linguaggio a questo inesorabile
e intensissimo linguaggio cinematico e telematico.
Il
documentario di cui parlava Gianni non a
caso è fatto altrove, c'è
una lontananza che però non viene
affidata all'occhio dell'antropologo o del
documentarista che va lì perché
la televisione deve mostrare come vivono
certi popoli. In questo caso, mi è
sembrato di capire, nel film c'è
l'esperienza stessa di un villaggio, le
la lontananza scarta ogni residuo esotico,
cerca di diventare presenza attraverso un
mezzo che usa procedimenti che non sono
quelli della rappresentazione televisiva.
L'esperienza sul luogo, la presenza dei
corpi, della loro lingua, della loro vita,
è un modo, secondo me, di rispondere
a questa lontananza che la tecnica assorbe
e cancella, non la fa più vedere.
Tutto quello che è lontano lo vediamo
continuamente nelle rappresentazioni televisive,
ma paradossalmente è abolito il senso
della lontananza. Mentre proprio il fatto
di non sopprimere la lontananza
è il principio della scrittura. Mi
piacerebbe un giorno lavorare su questo
tema della lontananza, capire come è
accaduto che tante esperienze letterarie
importanti hanno tenuto aperto il senso
della lontananza, affidandolo a figure della
rappresentazione come l'addio, la partenza,
il viaggio, il confine, ecc. È un
lavoro che vorrei fare, riflettere su queste
figure della lontananza.
Andrea
Cortellessa
Credo
che sia una parola importante, "presenza",
su cui dobbiamo interrogarci. Come si può
mantenere il senso della presenza, se l'orizzonte
della pubblicità e dello spettacolo
ce la sottrae? Quello che tocchiamo con
mano non è la realtà pubblicizzata
dallo spettacolo, è lo spettacolo.
Come far sì che questa presenza incontri
la necessità di una forma? Vorrei
rispondere a quello che ha detto prima Livio,
con l'idea che la forma debba essere essenzialmente
un mezzo per tornare alla presenza, che
prima della cura formale vi sia, indispensabile,
una forte posizione etica. Livio ha fatto
un forte richiamo alla nostra comune umanità,
e io l'ho apprezzato. Però gli chiedo:
come costruire questa presenza, come fare
in modo che questa umanità non sia
confusa con lo spettacolo del mondo? In
fondo l'orizzonte della pubblicità
ci dice: siete tutti uomini, donne, siete
tutti corpi, tutti desiderate altri corpi.
Dunque quelli che ci invia sono messaggi
veri, dal punto di vista soggettivo. Eppure
vengono resi scontati, retorici; vengono
falsificati. La grande invenzione della
pubblicità di oggi è quella
di usare cose vere - perché effettivamente
i nostri corpi sono veri, purtroppo - per
falsificarle, per prenderci in giro; perché
della realtà non ci viene data la
presenza, bensì il fantasma.
Allora
qui vorrei ripetere un vecchio adagio ormai
a sua volta mille volte banalizzato, e cioè
lo stile è l'uomo. Perché
lo stile - sì, la forma anche nel
senso più ristretto che al concetto
si possa dare - rappresenta sempre la ricerca
di un contatto, di un interfaccia con l'altro.
Se quello che Levinas dice in termini filosofici
noi lo trasportiamo all'interno del codice
letterario - non è forse quanto da
duemila anni ci insegna la retorica? L'interfaccia
con l'altro, l'orizzonte in cui io sto parlando,
è determinato a ogni istante dalla
scelta delle parole con cui all'altro mi
rivolgo. Anche questo gesto che sto facendo
con la mano per tentare di catturare l'attenzione
di Livio, io lo scelgo. Non ci penso coscientemente,
più di quanto il millepiedi coscientemente
pensi ai suoi mille diversi passi, però
fa parte di me. Dunque lo stile, la
forma dell'espressione, non è
affatto in alternativa a quella che Livio
definisce la presenza.
Quanto
dicevo paradossalmente di Nori, riprendendo
il suo discorso già paradossale,
non può invece che far scintille
con la retorica dell'autenticità,
della verità, col gergo dello svelamento.
La sua "etica dell'avverbio" era
una provocazione, certo, ma faceva capire
che in quel momento si stava facendo della
retorica - nel senso peggiore - sui massimi
sistemi della Realtà e della Verità.
Credo che si debba porre una nuova attenzione
alla retorica come forma di interfaccia
con l'umano: proprio perché anche
l'orizzonte della pubblicità ne fa
uso. Come dicevo prima a proposito dei mezzi
di comunicazione, vincerà chi saprà
farne l'uso migliore.
Livio
Borriello
Penso
che bisogna allargare il discorso dell'etica
e inserire anche la vita...
Gianni
Celati
Come
dici?
Livio
Borriello
Tu
hai criticato quello che ho detto...
Gianni
Celati
No,
no...
Livio
Borriello
Sì,
molto correttamente; ma io ritengo che scrivere
in forma corretta e efficace non sia sufficiente,
perché alla fine tutto resta inerte
e si
risolve in una forma di estetismo, anche
se il punto di partenza è molto diverso;
mentre, se noi allarghiamo l'orizzonte della
percezione, ci accorgiamo che la scrittura
è un semplice riflesso dell'uomo,
che l'evento è l'uomo e non la scrittura;
questo si pensava fino a Baudelaire, questo
pensavano Dante e Manzoni, ma mi sembra
che oggi questa consapevolezza si sia un
po' persa, e così si è persa
quella coscienza etica che era il presupposto
fondamentale della scrittura. Il tuo invito
a desoggettivarsi, poi, certamente è
giusto, ma io credo che questa è
un'operazione che mettiamo in atto nel momento
stesso in cui parliamo, se pronunciamo la
parola "cane" noi già usciamo
dalla soggettività. Riguardo all'accusa
di penitenziale, è un'accusa in parte
centrata che, come dire, incasso, in parte
è vero, ma vorrei dire che in quel
che scrivo, come nel deserto, c'è
anche molta luce e un certo humour da barzellette
sul deserto.
Gianni
Celati
Il
giorno che sono arrivato in Italia, ho letto
sul "Corriere della sera" un titolo
che diceva: Per evitare il crack ci
vuole più etica e più controllo
dei conti. Ecco, l'uso della parola
etica, come la stai usando tu, Livio. Cosa
vuol dire? Credo che così usata così
la parola "etica" voglia dire
più che altro "falsa coscienza".
Se invece l'etica è una parola che
parla di come funzionano i costumi, allora
bisogna ricordarsi che i costumi funzionano
a seconda dei posti dove si è, il
che diventa un fatto assolutamente primario.
Quest'estate ho cominciato un documentario
in un villaggio africano e non facevo che
domandarmi: "Come mi devo comportare
in questa situazione, col tale e con il
tal altro, in questa capanna di quel vecchio,
in quel cortile di quella donna, facendo
questo e quest'altro?" L'etica riguarda
come si svolge il giorno, come ci si rapporta
agli altri, le domande che io posso fare
o non posso fare, i segni che posso o devo
dare agli altri. In altri termini l'etica
è la disciplina di ciò che
si può mettere in comune con gli
altri, è l'esperienza d'essere al
mondo assieme agli altri, è il fatto
che noi siamo sempre con gli altri, da quando
nasciamo a quando moriamo. Non riguarda
delle buone intenzioni, non riguarda un'intenzione
di "fare il bene", perché
è sempre al di là di me -
perché è un obbligo, ma dove
nessuno mi obbliga. Allora non esiste proprio
la nozione di "più" o "meno"
etica. E anche l'idea cristiana di rendersi
meritevoli con la buona volontà o
con la carità, ha un fondo scivoloso
che spesso porta all'idea di differenziarsi
dagli altri con spettacoli di bontà.
Questo non avrebbe mai sfiorato la mente
d'un confuciano, d'un buddista, e neanche
d'uno degli africani con cui ho vissuto
quest'estate. Una volta hanno chiesto a
Borges: "Borges, quando uscirà
dal labirinto?" E lui ha risposto.
"Quando ne usciremo tutti"...
L'altra
cosa su cui ho da dire è la contrapposizione
che tu fai, Livio, tra uno scrivere in "forma
corretta ed efficace" e l'etica. Da
una parte la retorica, dall'altra la morale...
Momento. La retorica non è l'arte
di scrivere bene, in "modo corretto
ed efficace", come credi tu. Questa
è un'idea che nessun serio sofista
avrebbe accettato, e meno che meno Gorgia,
ma neanche Aristotele. La retorica è
l'arte di scatenare qualcosa nel pensiero
o nell'animo degli altri, ma in questo senso
non è che il risvolto dell'esperienza
di essere al mondo con gli altri, di mescolarsi
con gli altri - l'esperienza dell'eros,
senza il quale non ci si mescola con nessuno.
Ed è la disciplina che ci serve per
capire come gli umani si intendono: per
capire che si intendono sempre a fiuto,
per strani effetti delle parole, per richiami
emotivi. Mai con le famose idee chiare che
uno trasmetterebbe a quell'altro, ma piuttosto
per segnali vagamente significanti o per
grugniti come i bestioni di Vico. In questo
senso la retorica è il necessario
risvolto dell'etica, senza cui l'etica sarebbe
sorda e muta, anzi burocratica e codina.
Andrea
Di Consoli
Vorrei
anch'io sottolineare questo aspetto del
discorso. Per me l'etica potrebbe anche
non esserci. Per me, che sono di formazione
cattolica, l'etica non può nascere
soltanto dalla cultura umana. È un
po' complicato avere un atteggiamento etico
quando si è soltanto uomini di natura.
Inevitabilmente l'etica nasce in un altro
scenario. Il concetto di etica è
davvero molto complicato. Una volta il mio
amico Antonio Pascale disse a un convegno:
io parlo di ciò che so. Quindi ognuno
deve parlare di ciò che sa. Prima
si parlava del trattato di astronomia di
Banda: non è per forza un gesto di
disimpegno, di snobismo, di fuga dal presente.
Uno può scrivere un trattato di astronomia,
versi astrusi, incomprensibili, e in quel
momento dirci delle cose importanti sul
suo rapporto col mondo.
Per
quanto riguarda i mezzi di comunicazione,
secondo me non bisogna intellettualizzare
ogni cosa, sprecare molte energie mentali
in proposito, e per una volta vedere l'aspetto
positivo della telematica. Prendiamola per
quello che è. È vero che la
lontananza viene meno. Cerchiamo di banalizzare
le cose che ci tormentano dalla mattina
alla sera. La televisione è solo
un modo per avere delle informazioni. Se
siamo ossessionati dalla sua presenza, in
qualche modo ne siamo schiavi. Non mi sembra
molto intelligente.
Antonio
Prete
Secondo
me questo giro di discorsi è molto
importante perché si è parlato
della forma in rapporto all'esistenza; che
poi sia l'esistenza individuale o quella
dell'altro, non importa. Nel passato, addirittura
nei primi secoli d.C. - questo problema
se lo ponevano già i Padri della
Chiesa - Isidoro di Siviglia definiva la
scrittura linea vitae - cosa che
mi ha sempre affascinato, perché
è una definizione corporale: la linea
della vita. Anche la linea che appare sulla
mano è chiamata linea vitae:
c'è un rapporto tra scrittura e corpo,
la vita che cerca una forma, che cerca di
dirsi nella scrittura. Tutto questo è
molto affascinante, ma - Gianni ricordava
prima Lacan, che diceva che noi non conosciamo
quasi nulla di questa vita - qual è
la forma di una vita che non conosciamo?
Se non conosciamo né la nostra vita
né quella degli altri, ma abbiamo
delle percezioni, delle tensioni verso quello
che noi pensiamo possa essere la vita, allora
anche la forma non può porsi né
come una forma definita, predefinita. Allora
ognuno, in qualche modo, deve cercare quella
forma a partire da quello che diceva Andrea:
ricordando, certo, che ognuno, proprio a
partire dalla sua idea di umano, deve cercare
di far scattare una forma che sia il più
possibile rappresentativa di questo umano.
Quindi l'arte non è fatta di forme
precostituite; per questo la polemica leopardiana
coi generi è sempre attuale. Il genere
è la forma precostituita. C'è
chi, per esempio, vuole che la vita entri
in quel genere, la vita con le memorie,
con la storia familiare, con gli accadimenti.
Invece, se siamo convinti che la vita di
volta in volta debba cercare una forma,
per dirsi, allora questo diventa difficile,
la scrittura diventa terreno avventurosissimo,
dove è importante la singolarità.
Così accade che ogni scrittore trova,
può trovare, una forma diversa per
dire quella vita che di per sé non
si può dire fino in fondo. Questo,
secondo me, è un possibile scarto
sia nei confronti delle forme precostituite,
dei generi, delle forme già date
nella letteratura, sia nei confronti del
generico, cioè dell'informe, cioè
dello sperimentale. Anche lo sperimentalismo
nella letteratura si fa sempre come rappresentazione
a una forma data di vita: prendo la vita
nella sua pluralità, disseminazione,
nel suo imprevisto, e la presento nelle
forme scomposte. Anche lo sperimentalismo
è un'insidia ed è speculare
al formalismo, alla chiusura nella forma
già data. Sperimentalismo e formalismo
sono due modi che sono stati attraversati
tante volte, ma non sono appaganti, perché
o sono andati verso la vita con un'idea
già fatta della forma, delle forme,
o hanno accolto della vita solo il suo tumultuante
apparire, il suo ritmo esteriore, visibile,
mimandolo. Dobbiamo metterci alla ricerca
di una forma che sia la forma della vita,
alla ricerca di una linea vitae,
di una scrittura che non conosciamo.
Franco
Arminio
Io
penso che potevamo stare meglio a casa di
Gloria, perché qui siamo al freddo
e il posto in cui ci siamo messi - noi che
siamo esseri concreti - è il frutto
di una grande astrazione. Questa conversazione
andrebbe fatta in privato. Ho letto il manifesto
di Zibaldoni, come se a queste
cose potessero interessarsi chissà
quanti...
Gianluca
Virgilio
Noi
prevedevamo l'afflusso di migliaia di persone...
(risate degli amici)
Franco
Arminio
...Anche
questo fatto di prevedere gente che possa
venire a sentire queste cose... Ma noi pensiamo
davvero di poter fare qualcosa? Penso che
sia il sistema delle opinioni che dobbiamo
abbandonare.
Se
voi consentite, io leggo delle cose che
ho scritto non per esibire il mio ego, ma
per far fare un altro passo alla meravigliosa
discussione, che potrebbe durare un millennio.
A Gianni potrei dire per esempio: come faccio
a raccontare fino in fondo il fatto che
ho freddo al culo e tu vuoi alienarmi la
soggettività? Io parlo solo di me,
ma assolutamente solo di me, di cose intimissime
privatissime, ma non credo affatto che il
mio libro sia un libro "egologico"
- che è il problema dei nostri tempi.
In
questo libretto io parlo di tutte le persone
del mio paese. Eccone alcune:
Dopo
la morte della moglie è divenuto
astemio. Ha messo la foto della moglie nel
bicchiere.
La
carriera esemplare di Saverio Pandiscia:
segretario del circolo nuovo sud, cassiere
della polisportiva, membro del direttivo
della sezione, presidente del comitato per
la festa patronale, etilista.
Qui
molti alcolisti sono dei repressi sessuali.
Le donne, diciamo la verità, sono
una delle cause principali della cirrosi
epatica.
*
Ho
scherzato con la mia vita
l'ho
tenuta piccola
l'ho
tenuta tra la madre e il paese
e
questa moglie
che
mi tiene come un naufrago
che
mai finisce di asciugarsi.
L'essere
è in onda, ma io sto qui nel camerino
mi
trucco scrivendo
veramente
non ho avvenire
se
dovessi scoprire che era un trucco
perfino
la paura di morire.
*
Da morto sarò solo finalmente
solo
come voi tutti
come
voi viventi
piangerò
in un treno
salterò
un pranzo
avrò
paura di ciò che vado facendo
ma
sarò fuori
sarò
fuori finalmente
dal
teatro isterico
della
mia mente.
*
In
apparenza niente più di un paese
è lontano dal circo. Il paese è
fatto di pietre o di cemento affondato nella
terra, ogni casa è come un dente,
allineata a formare la mandibola del paesaggio.
Il circo è mobile, è un tendone
che gira a proporre bravure e pagliacciate.
Un tendone anacronistico nell'era in cui
ci siamo congedati dalle serietà
migliori e in cui le vere bravure sono ignobilmente
ignorate.
Io
ci ho messo molto a capire che vivo in un
paese o in un mondo, più o meno è
la stessa cosa, che era diventato un circo
penoso. E questa comprensione è venuta
dall'angolo acuto dell'ipocondria, da questa
ossessiva osservazione del proprio corpo
per spiarne dissesti imminenti. Così
quasi naturalmente si è andato raccogliendo
questo catalogo di oggetti smarriti quali
si possono considerare oggi gli uomini e
le donne.
Ci
sono voluti quarant'anni d'ansia per stare
nel mondo ad occhi spalancati e con le braghe
abbassate. Un'amica qualche giorno fa mi
scriveva del poeta Mandelstam davanti ai
suoi carnefici, quando gli caddero i pantaloni
dalla magrezza e dai tremori...ma lui non
aveva paura di avere paura e non aveva paura
di farla vedere e lasciava dolorosamente
che fosse così.
Questo
libro è la mia resa e non oso invocare
la resa altrui. A me è andata così,
a volte sono costretto ad alzarmi improvvisamente
mentre scrivo, scappo per un po' nella mia
stanza, faccio qualche passo e poi torno
qui dove devo fare il mio numero di lanciatore
di coltelli. Il bersaglio da sfiorare sono
io stesso, sono io a dover consistere nel
brivido e nella precisione.
Certo,
ci sono i libri, ci sono quelli che li scrivono
e li hanno scritti, ci sono gli uomini che
soffrono e hanno sofferto, ma io da questo
angolo acuto posso solo lasciarmi sfilare
davanti agli occhi il mio fallimento e quello
degli altri. Il sogno sarebbe quello di
un fallimento condiviso, di una resa accettata
attivamente. E invece il girone infernale
dei vincitori ha messo le mani sul mondo
maciullandolo, facendone poltiglia di bombe
e coriandoli.
Io
parlo da qui, da questo corpo inospitale,
da questo corpo in cui non riesco ad accasarmi
e qui ho scritto non la realtà né
l'immaginazione. Semplicemente ho aiutato
alcune cose a dirsi, a proporsi in una frase.
Nessuna storia, nessun ritratto, ma semplicemente
delle prove per respirare meglio con me
stesso e con gli altri. In giro c'è
un ossigeno scadente, nei nostri corpi intossicati
dall'idea del ricavo c'è poca compassione
e un amore che si gela appena fa qualche
passo fuori.
Ora
il discorso s'ingarbuglia, le parole devono
essere scivoli o altalene e non milizie
in sillabe, pronte a guerreggiare per dare
imperi effimeri alla nostra psiche. Più
che farci vandali di noi stessi e delle
nostre case, le parole devono aiutarci ad
aver cura dei luoghi dove abitiamo.
Non
ci sono altre terre da conquistare.
Enrico
De Vivo
Sentiamo
cosa ha da dire Paolo Morelli.
Paolo
Morelli
Non
so se devo scusarmi, ma non ho veramente
un'idea, non so se sono diventato matto,
non me ne passa una. Però una domanda
ce l'avrei per i due che possiamo chiamare
"i lobi temporali" di questo progetto
e di questo convegno, loro che per fortuna
o per caso si sono trovati a fare questo
lavoro, vorrei chiedere a voi che cosa avete
sentito oggi, che cosa avete recepito.
Enrico
De Vivo
Domanda
interessante. Vuoi rispondere tu [a Gianluca
Virgilio]? Personalmente, ritengo questa
discussione molto profonda, molto belle
le questioni che son venute fuori. A noi,
a me e Gianluca, interessava soprattutto
sentire la percezione che hanno avuto i
nostri amici del lavoro che abbiamo fatto,
perché quella degli amici è
una visione particolare: dall'esterno e
affettiva. Noi, vedendo le cose dall'interno,
e anche con un tipo di affetto diverso,
meno puro, abbiamo forse una visione più
limitata - come chi che resta chiuso troppo
a lungo in casa. Ora, grazie a questo incontro,
abbiamo anche una visione dall'esterno di
quello che abbiamo fatto: è come
se fossimo usciti a fare quattro passi e
avessimo incontrato degli amici che ci hanno
detto come stiamo, come ci trovano. Per
noi è davvero tanto; è importantissimo
sentire i dubbi, le domande, tutto quello
che va o non va.
Paolo
Morelli
Pensate
di fare ancora un incontro come questo?
Enrico
De Vivo
Certamente,
appena sarà possibile, magari organizzati
meglio. Questo incontro è stato messo
su all'ultimo momento, negli ultimi venti
giorni, abbiamo avvisato poche persone.
Franco
Arminio
Guai
se ve ne andate con l'idea di non fare più
la rivista!
Enrico
De Vivo
E
perché mai dovremmo? La rivista l'abbiamo
fatta perché volevamo farla, e la
faremo finché avremo voglia di farla...
Novella
Bellucci
L'incontro
è stato molto interessante. Se ne
avessi supposto il tenore, avrei avvertito
i miei alunni, che erano ieri qui, e li
avrei invitati a partecipare. Andrea non
mi aveva, per dir così, avvertita
e io pensavo che si trattasse di una cosa
tutta interna alla rivista. Per me che ormai
sento di essere arrivata a un livello di
rapporto con Leopardi così "intimo"
da trovarmi molto spesso a formulare pensieri
miei utilizzando automaticamente le parole
di lui, il fatto che voi state cercando
di trovare una strada alle vostre parole
a partire da questo grandissimo autore,
è molto importante. Tutti i vostri
interventi mi hanno impressionato; in particolare
l'insistenza che è emersa sul tema:
parole e cose. Mi è venuto subito
in mente il Dialogo di un galantuomo
e del mondo e tanti altri passi. Leopardi
è l'autore che ha avuto la maggiore
percezione del divario,
della lacerazione che si è consumata
tra le parole e le cose nella modernità,
a partire dalla rivoluzione scientifica
che ha drasticamente marginalizzato la posizione
degli uomini nell'universo e ha messo in
crisi le categorie del pensiero. I moderni
hanno avuta una consapevolezza totale di
quella lacerazione.
Un
altro tema. La lontananza: l'infinito non
può essere descritto se non c'è
l'idea della lontananza; nessuno può
accedere a quell'esperienza del piacere,
del naufragio, se non c'è il limite,
il lontano, e i nostri ragazzi vengono su
senza nessuna possibilità di percepire
questo, perché gli infiniti sono
stati preclusi dalle vicinanze, perché
si sono abbattuti i limiti. L'appello all'etica
che è stato fatto in due maniere
diverse è stato molto importante.
Ricordarci dell'uomo, diceva Borriello.
Leopardi ha vissuto e attraversato totalmente
la vita, dando sempre un senso alle cose
e alle parole. Quando si legge La Ginestra,
lì si sa dove si sta, si sa che cos'è,
di che cosa si sta parlando: in un ambito
antirealistico, però c'è una
concretezza assoluta. E molto concreto è
l'appello a vivere integralmente la dimensione
umana.
State
facendo una cosa, dal mio punto di vista,
molto originale. Voglio ancora sottolineare
quello che ha detto Andrea, a proposito
del conflitto. Andrea ha messo in guardia
dalla contrapposizione; ha detto che voi
all'inizio sferravate il vostro attacco
al presente senza però fare della
microconflittualità ad personam.
Noi abbiamo in Leopardi, secondo me, l'esempio
di un uomo che è stato alieno dal
microconflitto pur avendo idee forti, di
rara coerenza e di forte inattualità
e dunque, inevitabilmente, polemiche; non
ha mai fatto tipo di guerre profonde totali
costanti ad personam. Sono rari
i casi: Tommaseo, forse Gino Capponi. Questa
è la linea che mi interessa.
Mi
fa un piacere enorme che voi siate qui sotto
il nome dello Zibaldone di Leopardi.
Potevate venire a casa mia, sareste stati
molto più stretti, ma al caldo. Vi
avrei portato un caffè.
Elio
Paoloni
Hai
parlato della Ginestra: come mai
noi sentiamo lo spazio e il luogo di cui
parla? Perché ha un'intenzione etica
o perché Leopardi sapeva scrivere?
Novella
Bellucci
Credo
che all'inizio non ci si mette a scrivere
perché si ha un'intenzione etica.
O meglio, la scrittura, nel caso di Leopardi,
nasce da una urgenza etica ed estetica.
Il processo è inestricabile. Chi
scrive spinto da un'urgenza etica, senza
saper scrivere, senza essere scrittore grande,
produce opere di natura non letteraria.
Io credo anche che risulti meno efficace.
Gianluca
Virgilio
Vorrei
fare una domanda a chi mi vuole rispondere.
Se Leopardi fosse un giovane del XXI secolo,
userebbe secondo voi la posta elettronica?
E nello scrivere una e-mail, manterrebbe
la propria corporeità oppure no?
Secondo
me, c'è modo e modo di utilizzare
le e-mail. Se io a Natale voglio fare gli
auguri a tutti quelli che conosco e scrivo
una e-mail e sono degli auguri standard,
io non comunico niente del mio corpo, del
mio essere, del luogo in cui mi trovo, eccetera,
ma se io scrivo a ognuno dei miei amici
una e-mail per ciascuno, diversa una dall'altra,
come se scrivessi una lettera - e Leopardi
ne ha scritte tante di lettere, allora le
cose cambiano.
Novella
Bellucci
Sei
d'accordo che è un mezzo che favorisce
la standardizzazione?
Gianluca
Virgilio
Certo,
certo.
Marianne
Schneider
Io
vorrei solo dire che sono contenta che esista
questa rivista in Internet, perché
io, essendo traduttrice, quando propongo
una cosa tutti mi dicono: ah, signora, è
un bel libro, ma non si può fare,
costa troppo. Ora con questa rivista si
possono pubblicare cose meravigliose e non
costa nulla. È un'occasione per fare
una cosa buona. Volevo anche farvi i complimenti,
sono molto contenta di quello che state
facendo.
Antonio
Prete
Andiamo
in un'osteria?
Le
immagini che illustrano i testi di questo
link fanno parte della serie "Nudo
interno" di Antonio Pauciulo.
INTERVENTI
PERVENUTI PER IL CONVEGNO
IL
COMUNICATO STAMPA DELLA MANIFESTAZIONE
IL
DESIDERIO INFINITO
|