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ZIB II serie

 

 Il desiderio infinito (*)
 di Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio

"Nudo interno" di Antonio Pauciulo  

        Un giorno forse qualcuno si prenderà la briga di raccogliere tutti gli interessantissimi articoli apparsi su questo giornale a margine dell'intervento di Romano Luperini, che pensiamo fosse ben lontano dal supporre, quando scriveva il suo pezzo, che avrebbe suscitato tante reazioni. Col senno di poi queste reazioni sembrano più che prevedibili, perché Luperini forse ha commesso la leggerezza di misconoscere tanta e tale intellettualità vivente, la quale subito si è sentita in dovere di prendere la parola, per affermare la propria esistenza e, dunque, la propria verità. Ciascuno ha potuto mostrare che cosa intende col termine letteratura, ciascuno ha potuto mostrare quale sia il proprio atteggiamento intellettuale, cioè come si dispone dinanzi ai fatti della letteratura. Ne vedrà delle belle chi un giorno si prenderà la briga di cui sopra!
        Intanto anche noi vogliamo portare un piccolo contributo alla discussione, riferendo alcune parole di Gianni Celati, che abbiamo ascoltate e raccolte la sera del 31 gennaio 2004 a Frascati, quando Celati ha intrattenuto un gruppo di amici lì convenuto con una sorta di recita, un canto amebeo in cui dialogava con Giacomo Leopardi, e in particolare con alcuni frammenti dello
Zibaldone. In questo canto abbiamo scorto, al di là di qualsiasi tentativo di attribuirsi significatività intellettuale o spessore critico, quasi alla stregua del discorso pronunciato dall'Ecclesiaste biblico, un potente richiamo all'attualità concreta della vita umana come mancanza e mistero, in cui di nuovo e reale non c'è mai nulla, a parte il nostro dolore e le nostre illusioni. Noi pensiamo che quando dalla cultura, dai libri, dai dibattiti, dal sistema delle idee di una società scompare un tale sentimento della vita, scompare il punto di partenza di qualsiasi azione umana, è come smarrire la strada - svanisce l'orizzonte di senso di ogni cosa, anche della letteratura e della politica, e tutto diventa astratto ed esibizionistico, superfluo.
        Ci sembra, insomma, che da questa recita di Celati risuoni benissimo un'eco di quella che doveva essere la domanda-fulcro di questo dibattito: che senso hanno la letteratura e la cultura in questa civiltà che osanna soltanto il "nichilismo negativo", per dirla con Nietzsche, e sembra ormai giunta al culmine dell'affettazione e dell'inautenticità?
        Celati, partendo da Leopardi, inanella una serie stupefacente di analogie inerenti alla nostra società, alla nostra cultura, alla politica e al sistema della cosiddetta letteratura, e non sarà difficile, per chi ha seguito il dibattito che si è svolto su
l'Unità, cogliere assonanze e riferimenti piuttosto chiari, seppur incalcolati, negli stralci della sua recita.
        I passi che riportiamo hanno forma parlata e quindi molto poco "letteraria". Segnaliamo infine che sul nostro sito (www.zibaldoni.it), a partire dalle prossime settimane, sarà disponibile anche tutto il dibattito, interessantissimo, che è seguito al canto amebeo, con interventi di Antonio Prete, Novella Bellucci, Andrea Cortellessa e molti altri.


*


        "La prima cosa che vorrei cercare di fare è suggerire di ascoltare i frammenti dello Zibaldone di Leopardi sullo sfondo di tutte queste frasi fatte che ci inducono giorno per giorno a essere sempre più ottimisti verso l'avvenire, verso il progresso, quello che possono fare i politici per noi, ottimisti sulla scuola - tutto quell'ottimismo che quel tale lì per mezz'ora stilò come programma del suo partito. Questo è uno sfondo inevitabile. Non credo che si possa leggere Leopardi al giorno d'oggi senza pensare a questo sfondo, cioè lo sfondo di parole che ci vengono addosso e che sono parole pubblicitarie. La pubblicità ormai non ha più limite, la pubblicità - come posso dire - ha sostituito l'animo umano. La gente al giorno d'oggi crede che la letteratura, parlare o fare letteratura sia fare pubblicità a qualcosa. La letteratura è muta, non fa pubblicità a niente, non serve a niente, la letteratura ci riafferma questo niente che siamo. E solo perché siamo un niente noi abbiamo bisogno di stare assieme. Non c'è idea di comunità possibile se non a partire dal fatto che siamo un niente, ciascuno di noi è un niente. Ecco, tutto questo lo sfondo pubblicitario non solo lo cancella, deve cancellarlo subito - come un tabù assoluto -, ma estende anche un clima di terrore, un terrore totalitario: chi non è d'accordo con questo consenso degli uomini che vogliono essere qualcosa, qualcuno, sostanzialmente essere ricchi, avere del potere nelle mani, questa democratizzazione del potere tirannico nelle mani degli uomini - chi non è d'accordo con questo è eliminato, al giorno d'oggi non trova lavoro, non ha un luogo dove stare. Questo è lo sfondo concreto, che voi potete vedere tutti i giorni, il fatto che si debba diventare imprenditori di noi stessi per far pubblicità a noi stessi, tutti i momenti, altrimenti non c'è spazio per noi. Tutto Leopardi va letto non contro, ma su questo sfondo, per dire questo: Leopardi è ancora un nostro compagno di strada perché è un alieno rispetto a questo tipo di sfondo in cui siamo immersi, rispetto a questa assegnazione totale dei luoghi. Tutto è assegnato oggi. Leopardi, invece, è il poeta che dice delle parole che non sono assegnate a nessun luogo, neanche a scuola - non si può insegnare Leopardi a scuola. Questa è la prima cosa da dire. (Non so se sia possibile, ma io non credo alla letteratura come tale, che ha un senso come lo hanno gli orologi. Se un orologio non mi dicesse che ore sono, le sue lancette sarebbero solo decorative. E lo stesso la letteratura. La letteratura vale perché c'è qualcos'altro, questo sfondo contro cui ci si trova). [...]
        Dice Leopardi: "Il più solido piacere di questa vita è il piacer vano delle illusioni... Io considero le illusioni come una cosa in certo modo reale stante ch'elle sono ingredienti essenziali del sistema della natura umana, e date dalla natura a tutti quanti gli uomini, in maniera che non è lecito spregiarle come sogni di un solo, ma propri veramente dell'uomo e voluti dalla natura, e senza cui la vita nostra sarebbe la più misera e barbara cosa ec. Onde sono necessari ed entrano sostanzialmente nel composto ed ordine delle cose" (Zibaldone, 51). Questo è il punto di partenza più rivoluzionario - se vogliamo usare questa parola - della filosofia leopardiana. Una cosa senza precedenti: il riconoscere questo fatto, ma non in maniera critica, non per condannare le illusioni. Tutti questi richiami alla "concretezza" da parte dei politici fanno veramente ridere.
        Seconda cosa: la nostra nullità, il fatto che come individui siamo niente, siamo qui di passaggio, siamo qui che teniamo il posto del nulla: "Tutto è nulla al mondo, anche la mia disperazione, della quale ogni uomo anche savio, ma più tranquillo, ed io stesso certamente in un'ora più quieta conoscerò, la vanità e l'irragionevolezza e l'immaginario. Misero me, è vano, è un nulla anche questo mio dolore, che in un certo tempo passerà e s'annullerà, lasciandomi in un voto universale, in un'indolenza terribile che mi farà incapace anche di dolermi" (Zibaldone, 72). Quello a cui Leopardi ci mette davanti continuamente è che tutta l'energia spirituale - o chiamatela come volete - dipende da un'istanza del desiderio, del desiderio di felicità, che non è la felicità dei consumi, la felicità dell'avere; il desiderio di felicità è lo stato di mancanza, della nostra mancanza, è questo che ci rende attivi, vigorosi, lanciati ancora verso la vita. [...] Quello che Leopardi ha capito è che questo mondo cancella continuamente il privilegio di essere in uno stato di mancanza: il desiderio carnale - chiamiamolo così - è un desiderio che deriva da uno stato di mancanza, ma questa è una mancanza che non si colmerà mai, ed è proprio per questo che è un desiderio infinito: il desiderio carnale come mancanza è in sostanza il senso che ci manca la vita, che la vita scappa via da tutte le parti, che la vita non è bloccabile. Contro una società che cerca sempre di insegnarci che a questa mancanza si può dare un compenso in modo che l'uomo si riduca ad essere soddisfatto di se stesso, Leopardi ci riporta in un tipo di pensiero dove non c'è più nessuna valutazione positiva per l'uomo cosiddetto soddisfatto, ma dove il grande attizzatoio di tutto quello che possiamo fare è la nostra mancanza, voglio dire la nostra povertà, il nostro dolore. In questo senso, Leopardi è un pensatore che in questo momento è essenziale per andare avanti di giorno in giorno [...]".

(*) Questo testo è stato pubblicato su "l'Unità" del 28 marzo 2004, all'interno del dibattito su "intellettuali e politica".