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Un
giorno forse qualcuno si prenderà
la briga di raccogliere tutti gli interessantissimi
articoli apparsi su questo giornale a margine
dell'intervento di Romano Luperini, che
pensiamo fosse ben lontano dal supporre,
quando scriveva il suo pezzo, che avrebbe
suscitato tante reazioni. Col senno di poi
queste reazioni sembrano più che
prevedibili, perché Luperini forse
ha commesso la leggerezza di misconoscere
tanta e tale intellettualità vivente,
la quale subito si è sentita in dovere
di prendere la parola, per affermare la
propria esistenza e, dunque, la propria
verità. Ciascuno ha potuto mostrare
che cosa intende col termine letteratura,
ciascuno ha potuto mostrare quale sia il
proprio atteggiamento intellettuale, cioè
come si dispone dinanzi ai fatti della letteratura.
Ne vedrà delle belle chi un giorno
si prenderà la briga di cui sopra!
Intanto
anche noi vogliamo portare un piccolo contributo
alla discussione, riferendo alcune parole
di Gianni Celati, che abbiamo ascoltate
e raccolte la sera del 31 gennaio 2004 a
Frascati, quando Celati ha intrattenuto
un gruppo di amici lì convenuto con
una sorta di recita, un canto amebeo in
cui dialogava con Giacomo Leopardi, e in
particolare con alcuni frammenti dello Zibaldone.
In questo canto abbiamo scorto, al di là
di qualsiasi tentativo di attribuirsi significatività
intellettuale o spessore critico,
quasi alla stregua del discorso pronunciato
dall'Ecclesiaste biblico, un potente richiamo
all'attualità concreta della vita
umana come mancanza e mistero, in cui di
nuovo e reale non c'è mai nulla,
a parte il nostro dolore e le nostre illusioni.
Noi pensiamo che quando dalla cultura, dai
libri, dai dibattiti, dal sistema delle
idee di una società scompare un tale
sentimento della vita, scompare il punto
di partenza di qualsiasi azione umana, è
come smarrire la strada - svanisce l'orizzonte
di senso di ogni cosa, anche della letteratura
e della politica, e tutto diventa astratto
ed esibizionistico, superfluo.
Ci
sembra, insomma, che da questa recita di
Celati risuoni benissimo un'eco di quella
che doveva essere la domanda-fulcro di questo
dibattito: che senso hanno la letteratura
e la cultura in questa civiltà che
osanna soltanto il "nichilismo negativo",
per dirla con Nietzsche, e sembra ormai
giunta al culmine dell'affettazione e dell'inautenticità?
Celati,
partendo da Leopardi, inanella una serie
stupefacente di analogie inerenti alla nostra
società, alla nostra cultura, alla
politica e al sistema della cosiddetta letteratura,
e non sarà difficile, per chi ha
seguito il dibattito che si è svolto
su l'Unità, cogliere assonanze
e riferimenti piuttosto chiari, seppur incalcolati,
negli stralci della sua recita.
I
passi che riportiamo hanno forma parlata
e quindi molto poco "letteraria".
Segnaliamo infine che sul nostro sito (www.zibaldoni.it),
a partire dalle prossime settimane, sarà
disponibile anche tutto il dibattito, interessantissimo,
che è seguito al canto amebeo, con
interventi di Antonio Prete, Novella Bellucci,
Andrea Cortellessa e molti altri.
*
"La
prima cosa che vorrei cercare di fare è
suggerire di ascoltare i frammenti dello
Zibaldone di Leopardi sullo sfondo
di tutte queste frasi fatte che ci inducono
giorno per giorno a essere sempre più
ottimisti verso l'avvenire, verso il progresso,
quello che possono fare i politici per noi,
ottimisti sulla scuola - tutto quell'ottimismo
che quel tale lì per mezz'ora stilò
come programma del suo partito. Questo è
uno sfondo inevitabile. Non credo che si
possa leggere Leopardi al giorno d'oggi
senza pensare a questo sfondo, cioè
lo sfondo di parole che ci vengono addosso
e che sono parole pubblicitarie. La pubblicità
ormai non ha più limite, la pubblicità
- come posso dire - ha sostituito l'animo
umano. La gente al giorno d'oggi crede che
la letteratura, parlare o fare letteratura
sia fare pubblicità a qualcosa. La
letteratura è muta, non fa pubblicità
a niente, non serve a niente, la letteratura
ci riafferma questo niente che siamo. E
solo perché siamo un niente noi abbiamo
bisogno di stare assieme. Non c'è
idea di comunità possibile se non
a partire dal fatto che siamo un niente,
ciascuno di noi è un niente. Ecco,
tutto questo lo sfondo pubblicitario non
solo lo cancella, deve cancellarlo subito
- come un tabù assoluto -, ma estende
anche un clima di terrore, un terrore totalitario:
chi non è d'accordo con questo consenso
degli uomini che vogliono essere qualcosa,
qualcuno, sostanzialmente essere ricchi,
avere del potere nelle mani, questa democratizzazione
del potere tirannico nelle mani degli uomini
- chi non è d'accordo con questo
è eliminato, al giorno d'oggi non
trova lavoro, non ha un luogo dove stare.
Questo è lo sfondo concreto, che
voi potete vedere tutti i giorni, il fatto
che si debba diventare imprenditori di noi
stessi per far pubblicità a noi stessi,
tutti i momenti, altrimenti non c'è
spazio per noi. Tutto Leopardi va letto
non contro, ma su questo sfondo, per dire
questo: Leopardi è ancora un nostro
compagno di strada perché è
un alieno rispetto a questo tipo di sfondo
in cui siamo immersi, rispetto a questa
assegnazione totale dei luoghi. Tutto è
assegnato oggi. Leopardi, invece, è
il poeta che dice delle parole che non sono
assegnate a nessun luogo, neanche a scuola
- non si può insegnare Leopardi a
scuola. Questa è la prima cosa da
dire. (Non so se sia possibile, ma io non
credo alla letteratura come tale, che ha
un senso come lo hanno gli orologi. Se un
orologio non mi dicesse che ore sono, le
sue lancette sarebbero solo decorative.
E lo stesso la letteratura. La letteratura
vale perché c'è qualcos'altro,
questo sfondo contro cui ci si trova). [...]
Dice
Leopardi: "Il più solido piacere
di questa vita è il piacer vano delle
illusioni... Io considero le illusioni come
una cosa in certo modo reale stante ch'elle
sono ingredienti essenziali del sistema
della natura umana, e date dalla natura
a tutti quanti gli uomini, in maniera che
non è lecito spregiarle come sogni
di un solo, ma propri veramente dell'uomo
e voluti dalla natura, e senza cui la vita
nostra sarebbe la più misera e barbara
cosa ec. Onde sono necessari ed entrano
sostanzialmente nel composto ed ordine delle
cose" (Zibaldone, 51). Questo
è il punto di partenza più
rivoluzionario - se vogliamo usare questa
parola - della filosofia leopardiana. Una
cosa senza precedenti: il riconoscere questo
fatto, ma non in maniera critica, non per
condannare le illusioni. Tutti questi richiami
alla "concretezza" da parte dei
politici fanno veramente ridere.
Seconda
cosa: la nostra nullità, il fatto
che come individui siamo niente, siamo qui
di passaggio, siamo qui che teniamo il posto
del nulla: "Tutto è nulla al
mondo, anche la mia disperazione, della
quale ogni uomo anche savio, ma più
tranquillo, ed io stesso certamente in un'ora
più quieta conoscerò, la vanità
e l'irragionevolezza e l'immaginario. Misero
me, è vano, è un nulla anche
questo mio dolore, che in un certo tempo
passerà e s'annullerà, lasciandomi
in un voto universale, in un'indolenza terribile
che mi farà incapace anche di dolermi"
(Zibaldone, 72). Quello a cui Leopardi
ci mette davanti continuamente è
che tutta l'energia spirituale - o chiamatela
come volete - dipende da un'istanza del
desiderio, del desiderio di felicità,
che non è la felicità dei
consumi, la felicità dell'avere;
il desiderio di felicità è
lo stato di mancanza, della nostra mancanza,
è questo che ci rende attivi, vigorosi,
lanciati ancora verso la vita. [...] Quello
che Leopardi ha capito è che questo
mondo cancella continuamente il privilegio
di essere in uno stato di mancanza: il desiderio
carnale - chiamiamolo così - è
un desiderio che deriva da uno stato di
mancanza, ma questa è una mancanza
che non si colmerà mai, ed è
proprio per questo che è un desiderio
infinito: il desiderio carnale come mancanza
è in sostanza il senso che ci manca
la vita, che la vita scappa via da tutte
le parti, che la vita non è bloccabile.
Contro una società che cerca sempre
di insegnarci che a questa mancanza si può
dare un compenso in modo che l'uomo si riduca
ad essere soddisfatto di se stesso, Leopardi
ci riporta in un tipo di pensiero dove non
c'è più nessuna valutazione
positiva per l'uomo cosiddetto soddisfatto,
ma dove il grande attizzatoio di tutto quello
che possiamo fare è la nostra mancanza,
voglio dire la nostra povertà, il
nostro dolore. In questo senso, Leopardi
è un pensatore che in questo momento
è essenziale per andare avanti di
giorno in giorno [...]".
(*)
Questo testo è stato pubblicato su
"l'Unità" del 28 marzo
2004, all'interno del dibattito su "intellettuali
e politica".
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