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1.
Scrivere.
Riappropriarsi dell'etimo per poi disperderlo.
Scrivere dello scrivere, comunque: scrivere.
Come passare una borsa di ghiaccio sulla
fronte madida, ribollente di fuochi, per
cercare un po' di sollievo nella febbre
dei giorni che contano non poche vittime
e innumerevoli adepti. Riannodare qualche
filo, sì, far scorrere la penna a
notte inoltrata. Non usare nessun sotterfugio,
nessun trucco, eppure usare tutti i possibili
imbrogli di cui la vita e la realtà
sono capaci - queste grasse puttane.
2.
Scrivere
dello scrivere. Come dire: vivere del vivere.
Qualche possibilità di scandalo?
Qualche contraddizione in termini?
3.
Scrivere
boccheggiando, dopo una serata di bagordi,
per confessare che quel tale lo condanneresti
alla gogna, se solo fosse possibile. Per
un sano e dubbiosamente liberatorio accesso
d'odio, per un'iperbole che concedi al pensiero
quando tutto il resto potrebbe andare a
farsi strafottere - ma poi ricordi che l'accanimento
non è elegante, che non ne vale la
pena. E allora appunti i tuoi stinti sorrisi,
i tuoi stretti saluti su di un foglio semplicemente
per il gusto di farlo. Semplicemente per
la piccola ossessione che ti attanaglia
la gola, il respiro, la mano: vedere ben
ordinate su poche righe le briciole di una
giornata qualunque. Una giornata comunque
troppo qualunque.
4.
Scrivere
a notte inoltrata. Di: miagolii di cani
randagi, scoregge di spettri e grugniti
di amanti. La tua risata è potente,
nel nero del nero: sai che non potresti
desiderare di meglio.
5.
Scrivere
nell'attesa di un sonno che non viene. Domani
è un altro giorno, diosanto. Oppure
si vedrà.
6.
Scrivere:
ben sapendo che al quid marciremo in una
fossa. Dare allora alla calligrafia la sinuosità
di un verme, e negli spazi vuoti fra una
parola e l'altra, fra un rigo e l'altro,
scandagliare il Grande Vuoto, quello in
cui finiremo. È un po' come esercitarsi
alla rarefazione, ma in fondo non chiediamo
altro. Sono i gesti sciamanici a dissolvere
lo spazio attorno.
7.
Scrivere
per darsi un'altra piega. Per stirarsi l'anima,
per rinforzare il tessuto e tenderlo fino
a renderlo impeccabile. Occorre un certo
perfezionismo, essere ossessivi fino alla
virgola. Imporsi un ordine nel disordine
delle stelle, dei guai, degli affari di
cuore che vanno a rotoli, o ti strozzano
il respiro. Distendersi. Aprire il piccolo
taccuino - sarà avvenuta una sospensione,
nel tempo si sarà aperto un crepaccio
- e scrivere: " Ho deciso di darmi
un'altra piega. Non farò sangue nero
più per nessuna cosa al mondo. Scivolatemi
addosso, disperdetevi nel mio sguardo che
comunque non può trattenervi. "
Quant'è dolce sorseggiare un cocktail
mentre i fotogrammi del mondo bruciano per
eccesso d'apprensione...
8.
Scrivere.
Di niente. Di quisquilie e pinzillacchere.
Il valore è nella capacità
di gestire l'obbiettivo, non in ciò
che viene fotografato. Soffermarsi sull'ombra
di una sedia, su un granello di polvere,
su uno scricchiolio che, pur essendo passato,
continua ancora a propagarsi. Carpire la
profondità geometrica di un oggetto
ed appuntare il proprio stupore su di un
foglio, o su qualsiasi altra cosa. E qualche
volta usare l'eccetera, come in un supremo
accesso di pigrizia.
9.
Scrivere
come pregare. Come imprecare. Come nominare
il nome di Dio invano, oppure come nominare
vano il nome di Dio. Il martirio resta intatto
unicamente in ciò che suona blasfemo,
non certo nell'ossequio del sacro. Scrivere,
s'è detto ugualmente, come pregare.
Pregare che l'esplosione avvenga quanto
prima, che c'è grande fretta di smetterla
di esistere ( e così, finalmente,
riuscire a smettere di fumare).
10.
Scrivere
mantenendosi sul vago. Ma, con esattezza
chirurgica, mineralizzare quel
vago rendendolo esatto più di un'evidente
evidenza o di una coltellata in pancia.
Andare aldilà di un generico probabilismo
e imporre un limite, geometrizzando il magma
informe fino ad ottenere un fuoco secco,
grumoso o levigato asseconda delle esigenze.
Tutta una questione di nerbo, stile. Chi
scrive è un mercenario assoldato
da se stesso, un funambolo cosciente d'esibirsi
nel "circo del vuoto" (cfr. Cioran),
sotto un telone mai troppo angusto per accogliere
decine di urla rauche a mezz'aria.
11.
Scrivere
non è respirare. Non è una
esigenza naturale, ma un ossessione indotta.
Si può anche automatizzarsi fino
al punto di confondere le due cose, ma un
baratro sarà sempre lì a ricordarci
che non esiste soluzione di continuità.
Eppure: scrivere è respirare. Nelle
vene, a volte, sembra che scorra inchiostro.
12.
Scrivere.
Con gli occhi sbarrati sulla carta. Dopo
aver ceduto al canto delle sirene e averle
trovate noiose e stupide, petulanti ed ingorde.
Senza essersi prima vietati nulla, in ogni
caso.
13.
Scrivere.
Amare? Forse. In entrambi i casi, si tratta
di una sacrosanta perversione. Non si ha
bisogno d'altro che di bisogni ecceduti:
se l'amore è la sublimazione di un
appetito fisico, la scrittura così
come la intendiamo è la 'spettrificazione'
di un istinto comunicativo.
14.
Scrivere,
montare, decomporre. Con il cuore che gronda
sangue e il pensiero che si apre ad una
ferma vertigine.
15.
La
moda nella scrittura, cércatela nella
mano. Mai altrove. Scrivere non ha nulla
di civile, nulla di mondano. Altro sono
i bigliettini di partecipazione a un matrimonio,
altro sono le liste della spesa. Ciò
di cui si parla è di un'inutilità
quasi criminale, un'inutilità spaventosamente
melodica.
16.
Scrivere
per il gusto di regalare. Per donare al
proprio cuore un amorevole doppio, perché
al battito cardiaco possa corrispondere
in maniera imperfettamente speculare un
altro battito: quello delle dita sulla tastiera,
quello dentro e fra le parole, la lallazione
capricciosa di un concetto che acquista
dignità d'esistenza perché
incarnatosi in un ritmo, una sequenza, un
loop da far accapponare la pelle. Muzik
e staffilate d'accenti, fonie ubriache eppure
perfettamente calibrate. Scrivere a colpi
di pistola e percosse sull'astratta pelle
d'asino dello spazio bianco, come su un
tamburo, eclissarsi e disperdere ogni residuo
contatto col mondo in questa festa di scariche......(
Solo dopo occorrerà ritornare alle
solite, stupide faccende. Al rubinetto che
perde acqua, alle interminabili file alla
posta......ma questa è un'altra storia...).
17.
Scrivere
non perché c'è qualcuno che
l'ha già fatto, e anche in maniera
grandiosa. Questo può andar bene
all'inizio, quando ancora certe proposizioni
degli altri ti pendono dal braccio come
siringhe di morfina. Col tempo occorre scandagliare
la bontà della propria attitudine,
l'efficacia dell'ossessione calligrafica.
Finché non si riesce a scorgere un
cappio nel segno grafico della "g"
non si va da nessuna parte...
18.
Scrivere
perché, giunto dall'altra parte,
qualcuno dovrà darmi conto di parecchie
cose. Allora sciorino sulla pagina i guasti
del senso - certo ben più affascinanti
dei guasti del mondo. Compongo lo zibaldone
della mia vita, della mia malora, perché
il racconto ha perso d'efficacia e, complice
la saturazione mediatica, l'historia
non sembra più attendibile.
"Disgusto
delle frasi, che le legga o le scriva. Tutto
è troppo lungo, per quanto breve
sia. Provo gusto soltanto a scrivere queste
brevi note - che valgono quello che valgono"
(Paul Léautaud).
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