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ZIB II serie

 

 Scrittura zibaldoniana
 Saggio in 18 punti (di sutura)
 di Stefano Zuccalà

"Nudo interno" di Antonio Pauciulo  

        1.
        Scrivere. Riappropriarsi dell'etimo per poi disperderlo. Scrivere dello scrivere, comunque: scrivere. Come passare una borsa di ghiaccio sulla fronte madida, ribollente di fuochi, per cercare un po' di sollievo nella febbre dei giorni che contano non poche vittime e innumerevoli adepti. Riannodare qualche filo, sì, far scorrere la penna a notte inoltrata. Non usare nessun sotterfugio, nessun trucco, eppure usare tutti i possibili imbrogli di cui la vita e la realtà sono capaci - queste grasse puttane.


        2.
        Scrivere dello scrivere. Come dire: vivere del vivere. Qualche possibilità di scandalo? Qualche contraddizione in termini?


        3.
        Scrivere boccheggiando, dopo una serata di bagordi, per confessare che quel tale lo condanneresti alla gogna, se solo fosse possibile. Per un sano e dubbiosamente liberatorio accesso d'odio, per un'iperbole che concedi al pensiero quando tutto il resto potrebbe andare a farsi strafottere - ma poi ricordi che l'accanimento non è elegante, che non ne vale la pena. E allora appunti i tuoi stinti sorrisi, i tuoi stretti saluti su di un foglio semplicemente per il gusto di farlo. Semplicemente per la piccola ossessione che ti attanaglia la gola, il respiro, la mano: vedere ben ordinate su poche righe le briciole di una giornata qualunque. Una giornata comunque troppo qualunque.


        4.
        Scrivere a notte inoltrata. Di: miagolii di cani randagi, scoregge di spettri e grugniti di amanti. La tua risata è potente, nel nero del nero: sai che non potresti desiderare di meglio.


        5.
        Scrivere nell'attesa di un sonno che non viene. Domani è un altro giorno, diosanto. Oppure si vedrà.


        6.
        Scrivere: ben sapendo che al quid marciremo in una fossa. Dare allora alla calligrafia la sinuosità di un verme, e negli spazi vuoti fra una parola e l'altra, fra un rigo e l'altro, scandagliare il Grande Vuoto, quello in cui finiremo. È un po' come esercitarsi alla rarefazione, ma in fondo non chiediamo altro. Sono i gesti sciamanici a dissolvere lo spazio attorno.


        7.
        Scrivere per darsi un'altra piega. Per stirarsi l'anima, per rinforzare il tessuto e tenderlo fino a renderlo impeccabile. Occorre un certo perfezionismo, essere ossessivi fino alla virgola. Imporsi un ordine nel disordine delle stelle, dei guai, degli affari di cuore che vanno a rotoli, o ti strozzano il respiro. Distendersi. Aprire il piccolo taccuino - sarà avvenuta una sospensione, nel tempo si sarà aperto un crepaccio - e scrivere: " Ho deciso di darmi un'altra piega. Non farò sangue nero più per nessuna cosa al mondo. Scivolatemi addosso, disperdetevi nel mio sguardo che comunque non può trattenervi. " Quant'è dolce sorseggiare un cocktail mentre i fotogrammi del mondo bruciano per eccesso d'apprensione...


        8.
        Scrivere. Di niente. Di quisquilie e pinzillacchere. Il valore è nella capacità di gestire l'obbiettivo, non in ciò che viene fotografato. Soffermarsi sull'ombra di una sedia, su un granello di polvere, su uno scricchiolio che, pur essendo passato, continua ancora a propagarsi. Carpire la profondità geometrica di un oggetto ed appuntare il proprio stupore su di un foglio, o su qualsiasi altra cosa. E qualche volta usare l'eccetera, come in un supremo accesso di pigrizia.


        9.
        Scrivere come pregare. Come imprecare. Come nominare il nome di Dio invano, oppure come nominare vano il nome di Dio. Il martirio resta intatto unicamente in ciò che suona blasfemo, non certo nell'ossequio del sacro. Scrivere, s'è detto ugualmente, come pregare. Pregare che l'esplosione avvenga quanto prima, che c'è grande fretta di smetterla di esistere ( e così, finalmente, riuscire a smettere di fumare).


        10.
        Scrivere mantenendosi sul vago. Ma, con esattezza chirurgica, mineralizzare quel vago rendendolo esatto più di un'evidente evidenza o di una coltellata in pancia. Andare aldilà di un generico probabilismo e imporre un limite, geometrizzando il magma informe fino ad ottenere un fuoco secco, grumoso o levigato asseconda delle esigenze. Tutta una questione di nerbo, stile. Chi scrive è un mercenario assoldato da se stesso, un funambolo cosciente d'esibirsi nel "circo del vuoto" (cfr. Cioran), sotto un telone mai troppo angusto per accogliere decine di urla rauche a mezz'aria.


        11.
        Scrivere non è respirare. Non è una esigenza naturale, ma un ossessione indotta. Si può anche automatizzarsi fino al punto di confondere le due cose, ma un baratro sarà sempre lì a ricordarci che non esiste soluzione di continuità. Eppure: scrivere è respirare. Nelle vene, a volte, sembra che scorra inchiostro.


        12.
        Scrivere. Con gli occhi sbarrati sulla carta. Dopo aver ceduto al canto delle sirene e averle trovate noiose e stupide, petulanti ed ingorde. Senza essersi prima vietati nulla, in ogni caso.


        13.
        Scrivere. Amare? Forse. In entrambi i casi, si tratta di una sacrosanta perversione. Non si ha bisogno d'altro che di bisogni ecceduti: se l'amore è la sublimazione di un appetito fisico, la scrittura così come la intendiamo è la 'spettrificazione' di un istinto comunicativo.


        14.
        Scrivere, montare, decomporre. Con il cuore che gronda sangue e il pensiero che si apre ad una ferma vertigine.


        15.
        La moda nella scrittura, cércatela nella mano. Mai altrove. Scrivere non ha nulla di civile, nulla di mondano. Altro sono i bigliettini di partecipazione a un matrimonio, altro sono le liste della spesa. Ciò di cui si parla è di un'inutilità quasi criminale, un'inutilità spaventosamente melodica.


        16.
        Scrivere per il gusto di regalare. Per donare al proprio cuore un amorevole doppio, perché al battito cardiaco possa corrispondere in maniera imperfettamente speculare un altro battito: quello delle dita sulla tastiera, quello dentro e fra le parole, la lallazione capricciosa di un concetto che acquista dignità d'esistenza perché incarnatosi in un ritmo, una sequenza, un loop da far accapponare la pelle. Muzik e staffilate d'accenti, fonie ubriache eppure perfettamente calibrate. Scrivere a colpi di pistola e percosse sull'astratta pelle d'asino dello spazio bianco, come su un tamburo, eclissarsi e disperdere ogni residuo contatto col mondo in questa festa di scariche......( Solo dopo occorrerà ritornare alle solite, stupide faccende. Al rubinetto che perde acqua, alle interminabili file alla posta......ma questa è un'altra storia...).


        17.
        Scrivere non perché c'è qualcuno che l'ha già fatto, e anche in maniera grandiosa. Questo può andar bene all'inizio, quando ancora certe proposizioni degli altri ti pendono dal braccio come siringhe di morfina. Col tempo occorre scandagliare la bontà della propria attitudine, l'efficacia dell'ossessione calligrafica. Finché non si riesce a scorgere un cappio nel segno grafico della "g" non si va da nessuna parte...


        18.
        Scrivere perché, giunto dall'altra parte, qualcuno dovrà darmi conto di parecchie cose. Allora sciorino sulla pagina i guasti del senso - certo ben più affascinanti dei guasti del mondo. Compongo lo zibaldone della mia vita, della mia malora, perché il racconto ha perso d'efficacia e, complice la saturazione mediatica, l'historia non sembra più attendibile.


        "Disgusto delle frasi, che le legga o le scriva. Tutto è troppo lungo, per quanto breve sia. Provo gusto soltanto a scrivere queste brevi note - che valgono quello che valgono" (Paul Léautaud).