La
città è finita
di
Enrico De Vivo
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"La
città è ovunque: dunque, non
vi è più città (...).
Non abitiamo più città, ma
territori (territori da terreo,
aver paura, provare terrore!?). La possibilità
stessa di fissare confini alla città
appare oggi inconcepibile, o, meglio, si
è ridotta ad un affare puramente
tecnico-amministrativo. Chiamiamo città
quest''area' per ragioni assolutamente occasionali.
I suoi confini non sono che un mero artificio.
Il territorio post-metropolitano è
una geografia di eventi, una messa in pratica
di connessioni, che attraversano paesaggi
ibridi. Il limite dello spazio post-metropolitano
non è dato che dal 'confine' cui
è giunta la rete di comunicazioni;
(...) ma è evidente che si tratta
di un 'confine' sui generis: esso esiste
soltanto per essere superato. Esso è
in perenne crisi". (Massimo Cacciari,
in La città infinita, Bruno
Mondadori 2004).
Sviluppo
il pensiero di Cacciari. I "luoghi"
non esistono più, si danno ormai
solo "territori": spazi atterriti
e terribili. Cacciari non lo dice,
ma è facile dedurre che, se non esistono
più "luoghi", se non esistono
più città (una certa declinazione
del "luogo"), non esiste più
nemmeno la politica, nel suo senso etimologico
pieno di "arte (del governo) della
città". Infatti, se organizzare
la vita nei luoghi è diventata una
faccenda puramente amministrativa, non si
capisce dove sia più lo spazio per
la politica, la sua necessità. Oggi,
poiché non esistono più città,
non esistono più politici, ma solo
buoni amministratori di territori.
*
Questa,
per chi ha scelto l'impegno pubblico, è
una condizione orribile, che spalanca solo
scenari di paura, nessun pensiero diverso,
nessuna passione comunitaria. Ho sentito
il mio amico Tonino Saporito alla televisione
locale qualche mese fa, che, in occasione
delle elezioni amministrative, tentava di
delineare un discorso politico.
Cioè un discorso anacronistico e
perciò assurdo per una campagna elettorale
moderna. Un discorso straordinariamente
fuori luogo perché, appunto, estremamente
politico, cioè generale
e ideale, non si capisce nemmeno a uso di
chi: forse di quelli che ancora "sognano
la politica"? Ma costoro sono dei nostalgici,
gente che non ha capito dove va il mondo,
e in ogni caso costituiscono una sparuta
minoranza.
Poi,
a un certo punto del suo discorso, il mio
amico Saporito ha detto che, una volta vinte
le elezioni (ma poi le elezioni le abbiamo
perse), si dovrà metter mano a questo
e a quello, per "cambiare" questo
paese. Ecco, qui ha leggermente corretto
il tiro, parlando finalmente da (futuro)
"amministratore di territorio":
si sa, le necessità della propaganda
costringono tutti a snaturarsi, anche i
più testardi idealisti.
*
I
"territori", nel senso di Cacciari,
sono luoghi senza voce, luoghi da cui la
politica - arte che vien fuori da un'assemblea,
quindi arte di orchestrazione di voci -
è scomparsa. Nessuno discute di nulla
nei "territori", la vita vi scorre
nell'unica preoccupazione che qualcuno amministri
le esistenze nel modo migliore: il traffico,
i giardini pubblici, le discariche. Nessuno
immagina più un altro mondo (magari
senza traffico e senza macchine, senza discariche
e senza consumi fasulli), nessuno ha da
proporre qualcosa che metta in discussione
fin dalle radici lo stato di paura arcaico
(da terreo!?), la imminente ritornante
barbarie. La "politica", la "democrazia"
sono un ostacolo all'affermazione del soggetto
immune, che bada solo a sé, che non
ha più orecchie per nulla e per nessuno.
La paura avvolge tutto - e la paura è
la giustificazione soggettivista e sentimentale
dell'immunitas imperante.
Scomparsa
dunque la città, scomparso il "luogo"
per antonomasia, restano il puro stato di
paura che avvolge i territori e il vivace
amministratore che risponde ai "bisogni
della gente" - mentre tutto intorno
è un continuo morire, un continuo
riprendere a rotolarsi ciascuno nelle proprie
"fecce", accrescendo a dismisura
membra e corpi, e sminuendo fino a farli
scomparire, prima o poi, l'anima, il cuore
e la ragione. Quando è chiaro che
la politica - quella nata nelle poleis
in età successive a quelle degli
eroi e degli dèi - doveva essere
qualcosa che andasse al di là dei
bisogni, pur partendo da essi. La politica
doveva rassomigliare e sostituire l'uomo
a un dio, e quindi costituiva una possibilità
di trasformare lo stato infelice di natura
in uno stato migliore.
Che
cosa potrà arginare il processo di
degenerazione post-metropolitano che avviluppa
e coinvolge sempre più "territori"
del mondo? Quali margini ci sono per proposte
politiche che vadano al di là dei
"bisogni della gente" e della
paura di vivere che attanaglia tutto e tutti?
È ancora tempo, questo, di opere
che sappiano manifestare una volontà
civile e divina, e non la solita, stolida,
volontà di sopravvivenza di chi "vuol
continuare a vivere" a tutti i costi?
Probabilmente no, perché questo processo
storico è irreversibile come tutti
i processi umani, che prevedono il circolo
e il ricambio degli scenari dei mondi.
Quando
sempre di più la gente vive per
continuare a vivere, e non solo per
vivere, e tutte le nazioni badano solo
a tirare avanti con una buona amministrazione;
quando da nessuna parte più si sogna
di metter su una città dove si discuta
e si provi anche a essere felici
stando insieme agli altri - allora vuol
dire che qualcosa sta cambiando, cioè
che qualcosa sta facendo ritorno dalle tenebre
non troppo arcane della nostra storia umana
sempre uguale.
*
Derrida
pensa (curiosamente?) in termini positivi
e progressivi alla questione della
"città infinita": "Penso
ad una democrazia futura che vada al di
là del concetto classico di cittadinanza
e dunque di Statonazione, e dunque di luogo.
Forse anche al di là di ogni concetto
tradizionale di cittadinanza, se la cittadinanza
restasse ancora legata ad uno Statonazione
determinato, esso stesso radicato nella
stabilità insostituibile di un territorio
e di un idioma".
*
La
paura di morire è l'altra faccia
dell'istinto di conservazione, quindi del
desiderio di vivere. "Si teme la morte
perché si vuole sopravvivere. Ma
si vuole sopravvivere appunto perché
si teme la morte", scrive Roberto Esposito
in Communitas, echeggiando i profondi
paradossi sapienziali. La liberazione dalla
paura di morire, allora, non può
avvenire che attraverso la liberazione dal
desiderio di vivere questa vita,
di "voler continuare", diceva
Michelstaedter. La persuasione
è appunto un modo per intendere un
tale processo di liberazione da questa
vita che (si) vuol continuare a ogni costo:
dai bisogni, dai piaceri, etc. Il persuaso
non ha paura di morire perché non
ha desiderio di vivere, come il Tristano
nell'epilogo delle Operette leopardiane,
che, a chi gli offrisse anche il più
grande dei beni, la somma delle glorie,
replicherebbe di preferire il morire, anzi
l'esser morto.
Allo
stesso modo, bisognerebbe parlare dei luoghi
non come "territori", cioè
come posti in cui si sta per "continuare
a vivere" con la paura addosso (da
terreo!?), ma come qualcosa di assolutamente
diverso, per i quali sia possibile pensare
a un altro tipo di vita, in cui sia possibile
anche arrischiarla la propria vita, metterla
in gioco, sentirla e farla sentire agli
altri. Bisognerebbe, insomma, farla finita
con l'ideologia dei "buoni amministratori".
Che le idee servano invece a suggerire una
vita che valga la pena vivere, non a far
accodare i nostri corpi al treno dei bisogni
universali che conducono soltanto alla morte.
Spettacolini, festicciole, eventi...
Un'opera
del genere è un'opera di abbattimento
di tantissimi tabù, di fagocitazione
di totem e ammennicoli più o meno
sacri di ogni tipo. La liberazione dal tabù
come liberazione dalla paura della morte.
*
Frammento
mefistofelico
Vuoi
esser soddisfatto? Io ti soddisfo.
Vuoi
gloria? Ti do gloria.
Vuoi
onori? Ecco gli onori.
Vorresti
non volere? Dimmi, caro...
Vuoi
amore? Ma io ti amo!
Vuoi
altro? Che cos'altro?
Non
riesci a non volere? Oh, come mi dispiace...
Non
pianger, resta qui, io ti accontento:
ti
do chi ti amministra
quel
poco
che
ti resta
di
umano
nella
testa.
L'immagine
che illustra questo testo è di Luigi
Latino
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