La
grande rinuncia alla grandezza
A proposito di Ritratti di scrittori
di Robert Walser
di
Mattia Mantovani
Il
pensiero che potrei aver successo nel mondo
mi fa inorridire, aveva fatto dire Robert
Walser al Franz Moor dei Masnadieri
di Schiller, uno dei tanti alter ego che
popolano le pagine delle sue opere. Era
il 1907, Walser aveva ventinove anni e lo
scritto - una breve prosa in forma di monologo
- si intitolava significativamente Una
celebre entrata in scena. Il destino,
in effetti, lo ha accontentato, perché
Walser ha vissuto una vita povera ed appartata,
lontana dalla fiera letteraria delle vanità,
e il successo e la fama internazionale sono
arrivati soltanto dopo la morte, avvenuta
nel 1956, e soprattutto in occasione del
centenario della nascita, quando nel 1978
il grande editore tedesco Suhrkamp pubblicò
la prima edizione critica completa delle
sue opere.
Nel
frattempo, lo scrittore svizzero tedesco
- era nato a Bienne, nel Cantone di Berna,
ed era morto a Herisau, nel Cantone di Appenzell,
dopo quasi un quarto di secolo trascorso
in una clinica psichiatrica e senza più
scrivere nulla - era stato scoperto anche
in Italia grazie a Una cena elegante,
una scelta di brevi prose tradotte da Aloisio
Rendi e pubblicate nel 1960 dal piccolo
editore Lerici di Roma, grazie a L'assistente,
tradotto da Ervino Pocar e pubblicato nel
1961 da Einaudi, e soprattutto grazie alle
opere proposte da Adelphi a partire dai
primi anni settanta: i romanzi Jakob
von Gunten e I fratelli Tanner,
le raccolte di brevi prose Storie
e Vita di Poeta, e soprattutto
il lungo racconto La passeggiata,
uno dei grandi capolavori della letteratura
del novecento.
Dopo
gli entusiasmi, in molti casi superficiali
o modaioli, che accompagnarono queste pubblicazioni,
l'interesse per Walser andò via via
scemando, e le traduzioni si fecero sempre
più rare. L'editore "ufficiale"
di Walser, Adelphi, lasciò infatti
passare sette anni tra la pubblicazione
di Vita di poeta e quella di La
Rosa, un volume di brevi prose apparso
nel 1992, e da quel momento si è
dovuto attendere per un lasso di tempo ancora
più lungo, quasi dodici anni, per
vedere un nuovo libro di Walser pubblicato
da Adelphi. Del resto, in un panorama librario
ormai dominato da scrittori di stagione
che scrivono libri che recano già
impressa la data di scadenza, è veramente
difficile proporre uno scrittore assolutamente
demodé come Robert Walser.
E
che Walser sia davvero uno scrittore demodé
lo si nota proprio leggendo un nuovo volume
proposto da Adelphi nella collana della
Piccola Biblioteca. Il volume, curato da
Eugenio Bernardi, si intitola Ritratti
di scrittori e presenta una scelta
di trentadue testi, pubblicati originariamente
tra il 1902 e il 1936, nei quali Walser
ha appunto ritratto e descritto scrittori
e poeti che gli erano particolarmente affini.
Se si eccettuano un testo piuttosto malevolo
nei confronti del drammaturgo tedesco August
von Kotzebue ed un breve scritto dedicato
ad un ironico e disinvolto raffronto tra
Tolstoj e il riformatore svizzero Hutten,
tutti gli altri testi si presentano come
altrettanti esercizi di mimetismo, perché
Walser parla di altri scrittori ma in realtà
parla di sé stesso, racconta la propria
vita, come se questi ritratti fossero i
tanti capitoli di quello che lo stesso Walser,
in un altro suo scritto, aveva definito
il proprio "romanzo dell'io".
I
protagonisti - alter ego, proiezioni, rispecchiamenti,
identificazioni - di questo "romanzo
dell'io" sono stati a loro volta protagonisti,
spesso incompresi, della letteratura: c'è
ad esempio il poeta tedesco Clemens Brentano,
immortalato in ben quattro ritratti di epoche
successive, c'è un altro grande poeta
di lingua tedesca, poco conosciuto in Italia,
l'ungherese Nikolaus Lenau, al quale sono
dedicati due splendidi scritti, e poi ci
sono gli svizzeri Gottfried Keller e Jeremias
Gotthelf, e ancora Heinrich von Kleist,
Georg Büchner, Jean Paul, Friedrich
Schiller e Friedrich Hölderlin, solo
per citare alcuni degli esempi più
significativi. Brentano viene descritto
con una chitarra in mano, intento ad intonare
canzoni romantiche in un'atmosfera falsamente
idillica ("Questa è la storia,
la romanza, la ballata, la commedia del
poeta Brentano" - osserva Walser in
chiusura del primo dei suoi ritratti. "Chi
la credesse frutto di invenzione, non si
affanni oltre, può senz'altro considerarla
tale"); Lenau viene invece definito
"il prediletto dell'infelicità,
l'amico del dolore", un poeta "innamorato
delle delusioni, dello sconforto, dell'imperscrutabilità
della vita, della sua dura ineluttabilità";
Georg Büchner viene fissato in un momento
di fuga, quando, con in tasca il manoscritto
della Morte di Danton, evade dalla
Germania diventata per lui un carcere insopportabile;
Kleist viene letteralmente inseguito un
po' dappertutto nei suoi pellegrinaggi,
da Parigi alla cittadina svizzera di Thun,
sempre in cerca di una felicità impossibile,
fino alla morte prematura a soli trentaquattro
anni nelle acque del Wannsee. C'è
inoltre lo splendido "ritratto di un
poeta", nel quale si dice che "si
è in vita anzitutto per non dar peso
eccessivo né alla stima né
alla mancanza di stima degli altri".
Tutti
questi ritratti, compreso quello di un Goethe
che, in procinto di intraprendere il celeberrimo
viaggio in Italia, si rende conto che "primeggiare
non è davvero indispensabile",
sono autoritratti dello stesso Walser, che
descrive i propri dubbi, le proprie incertezze
e la propria inadeguatezza attraverso i
dubbi, le incertezze e le inadeguatezze
altrui. In questo totale mimetismo che non
ha paragoni nella storia della letteratura,
in questo svelarsi che è insieme
un nascondersi, e viceversa, è racchiuso
forse uno dei tanti segreti dell'opera di
Walser, del suo fascino ma anche del suo
carattere eternamente sfuggente, vitale,
non riconducibile alle solite polverose
ed esangui categorie interpretative della
critica letteraria. Da questo punto di vista,
lo scritto maggiormente rivelatore è
forse quello dedicato a Friedrich Hölderlin,
lo scrittore che Walser più di ogni
altro sentiva affine e che, non a caso,
lo ha idealmente preceduto nel cammino verso
la follia e il silenzio.
Dopo
aver descritto Hölderlin in tutta la
sua terrificante ed avvilente incapacità
di vivere e di scendere a patti con le miserie
dello stare al mondo, Walser si congeda
infatti con una domanda sulla quale, in
questi tempi di protagonismo sfrenato e
di cialtrone ed ipocrite certezze dell'anima,
varrebbe davvero la pena di riflettere:
"Non potrebbe essere grandezza anche
il rinunciare alla grandezza?".
Nella
foto, Robert Walser a Berlino nel 1905
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