Luna
nera
di
Antonio Prete
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Il
3 novembre 2004, presso l'Auditorium
Santa Chiara di Siena, si è
tenuta una Giornata
di studio su Tommaso Landolfi
nel venticinquesimo anno dalla morte.
Vi hanno partecipato Maurizio Dardano,
Sergio Givone, Maria Antonietta
Grignani, Mauro Serra, Andrea Landolfi,
Idolina Landolfi e Antonio Prete.
Riportiamo la relazione di Antonio
Prete. |
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"Bene
dixisti de me, Thoma": l'ironico calco
tomistico, messo in bocca alla Luna e rivolto
all'autore, seguito da un secondo esergo
che cita Novalis, indicano già, ad
apertura de La pietra lunare, le
due forme di una presenza nella scrittura:
da una parte la luna osservata nella sua
ambivalenza - divina e familiare, lontanissima
e prossima, enigmatica e domestica, sovrana
e intima -, dall'altra la luna come figurazione
attiva, e in certo senso emblema stesso,
del notturno romantico, genere ripreso nella
sua componente abissale, ctonia, perturbante,
e sottoposto a un trattamento ironico.
La
luna di Landolfi non è la luna leopardiana.
Non riprende quasi mai gli attributi con
i quali il recanatese ha corteggiato, evocato
e interrogato la luna (candida, amica,
ignuda, rugiadosa, tacita, muta, silenziosa,
cadente, peregrina, quieta, placida, cara,
pensosa, graziosa, vergine, intatta, immortale,
benigna, eterna, dominatrice, de le notti
reina, ecc., per non dire degli attributi
che accompagnano il raggio lunare o che
definiscono la luce lunare). Non è,
come in Leopardi il pulchra ut luna
del Cantico dei Cantici a improntare
la relazione tra il lunare e il femminile.
L'apparizione della luna non annuncia, come
accade nella poesia leopardiana, il teatro
di un'interiorità turbata da cui
muove, quasi sempre, la ricordanza,
e neppure dispiega l'interrogazione dell'oltrelimite,
dell'infinito, oltrelimite e infinito che
hanno nella luna, sfinge e tuttavia confidente,
la loro abbagliante soglia.
Eppure
un costante dialogo con la luna leopardiana
anima la scrittura "lunare" di
Landolfi: esegesi leopardiana in forma narrante,
controcanto, commento e replica. E la tessitura
poetica della narrazione - di cui ha detto
Zanzotto introducendo La pietra lunare
- deve a questo dialogo con Leopardi i colori
del suo ventaglio: tra affabulazione e parodia,
tra modi fantastici e ansia metafisica (per
questo il giudizio del Signor Giacomo Leopardi
è messo in scena, con una splendida
e filosofica mimesi di scrittura, in appendice
al racconto del '37).
La
sovranità pensosa e amicale e enigmatica
della luna leopardiana nella Pietra
lunare è per così dire
umanizzata e insieme animalizzata, cioè
è portata sulla terra, nella terrestrità
corporea dell'amore. Gurù non è
soltanto una creatura lunare, che si muove
in relazione costante con il sorgere e tramontare
della luna. È, come in un teatro
gnostico, emanazione corporea della divinità
lunare, quasi suo eone o angelo, ma è
anche figura della compresenza di luce e
oscurità che è propria della
luna. Come la luce lunare, la sua apparizione
avviene in una "lenta oscurità
luminosa". Il suo discorrere, come
la maschera lunare, è seduttivo,
imperioso; rivela, mostra le cose nella
notte, nomina forre e erbe, piante e dirupi,
cespugli e grotte portando ogni cosa verso
la luce, e allo stesso tempo quel che nomina
lo nasconde nell'impenetrabile, nell'onirico,
nell'impossibile. Il suo dire, accompagnando
Giovancarlo sul monte e nella tempesta,
svaria di intensità perdendosi nell'indecifrabile.
Così i suoi gesti. Il suo viso pare
riflettere quella luce nell'ombra e quell'ombra
nella luce di cui dice Leonardo nel Trattato
della pittura, a proposito dei visi
che stanno sull'uscio, sulla soglia delle
case. E sulla soglia dell'insondabile, dell'oscuro,
è sempre Gurù, ma offerta
allo stesso tempo alla vista, al piacere
della vista. Gurù appare in un'ora
lunare che è il corrispettivo rovesciato
dell'ora meridiana: abolire il confine tra
luce e ombra comporta nell'ora meridiana
(si pensi al Fauno di Mallarmé)
il vacillare del confine tra realtà
e illusione, e comporta, nella notte lunare
di Landolfi, lo sconfinamento del visibile
nell'enigma, del luminoso nell'oscuro, del
dicibile nell'inesplicabile. La scrittura
del fantastico, da Poe a Hoffmann a Gautier
a Dostoevskij a Maupassant, per citare un
angolo della biblioteca landolfiana, s'è
sempre mossa in questa regione dove una
costante metamorfosi è in atto: l'incredibile
si mostra come credibile, l'estraneo come
familiare, il misterioso come quotidiano.
Il freudiano Unheimliche ne può
raccontare il movimento interiore, ma il
complesso arabesco che tesse la scrittura
non si consegna tutto all'indagine analitica,
affonda nella singolarità dello scrittore,
nel suo stile, nella sua invenzione.
La
sovranità della luce lunare, quando
si impone su lontane fantastiche regioni
- L'impero della luna nel Principe
infelice - avvolge le cose, prive dei
contorni, in un bagliore di diamanti che
è come nebbia: l'acqua pare d'alabastro,
ogni scintillio è irreale, i vestiti
sono ghiacci, inzuppati della vitrea luce
lunare, malinconici sono gli abitanti, malati
di chiardiluna. Se la luce lunare è,
come i fiori del male, "maladive",
mortale può invece essere un'altra
luce, quella del sole che, fugando nel giorno
ogni residuo "fuoco d'ombra",
confondendo anch'esso i contorni delle cose,
acceca col suo fulgore l'uccello della notte,
la civetta, che via via lungo il dilagare
della luce s'è chiusa in sé,
sbigottita. È il bellissimo racconto
Colpo di sole, in cui l'avvento
del giorno, il suo dispiegarsi che dissipa
velature e accende falde e addensa barbagli
è descritto dal punto di "vista"
- e di sopravvenuta cecità - della
civetta, la quale dalla nausea e dalla malinconia
muove verso una dolente, abbagliata oscurità,
finché non "sprofonda nella
luce bianca della morte".
La
luna, di volta in volta gelida, ingenua,
beffarda, spettrale, sbocconcellata, rugginosa,
sorgente di un' indecifrata luminosità,
ha un legame sotterraneo, analogico, con
il volto femminile. Dalla Pietra lunare
fino a uno degli elzeviri pubblicati sul
"Corriere della sera" (La
luna, le piene), questo rapporto oscilla
tra la metamorfosi e l'incarnazione. Gli
occhi di Gurù, luminosi nella notte,
e la fanciulla "bianca di Luna"
di cui si racconta nel succitato elzeviro
hanno il subitaneo fulgore e il legame tra
familiare e misterioso proprio di un'apparizione
che agita la memoria e discopre l'onda increspata
di un rammemorare torbido. Nel secondo racconto
è proprio la terra obliosa dell'infanzia
ad essere smossa dalla notturna apparizione
femminile e lunare.
Il
volto visibile, e splendente, della luna,
s'irraggia sulla superficie del mondo, incarnandosi
nella sua bellezza, con tutto il tremore
e l'incantamento che la bellezza provoca,
ma il volto nascosto della luna presiede
invece al "rovescio delle cose",
a ciò che, inatteso, contraddice
i nostri pensieri, intorbida le nostre attese.
L'altra faccia della luna scompiglia l'ordine
temporale delle cose, la scansione ordinata
delle ore e degli eventi. Dar di volta
alla luna: l'espressione risale, dice
Landolfi, all'"avviso di quell'antico
astronomo che stimava essere la faccia della
luna cava (egli anzi inferiva che ciò
sarebbe servito un giorno alle potenze celesti
per incenerirci, rivolgendosi l'astro su
se stesso e ardendo a mo' di specchio ustorio
l'intero nostro globo)". Il lato fantastico
dell'analogia qui prende campo assorbendo
nel titolo - Voltaluna - l'intero
svolgersi dell'altro quotidiano lato.
Se
l'altra faccia della luna, stando all'antico
astronomo, è cava, la faccia esposta
alla terra può mostrarsi offuscata,
imbrattata, annerita. Ecco un passaggio
de La piccola Apocalisse: "Una
luna scema, pallida fra la nebbia, si copriva
spesso di nuvole fuligginose; l'aria n'era
allora spaventevolmente cupa: quello che
vorrei chiamare, appunto, nerodiluna".
Il potere del sole nero che talvolta solcava
il cielo degli antichi, la sua terrestre
proiezione nell'umor nero, nella classica
melancholia, sono trasferiti alla
luna. La traslazione non è solo d'atmosfera.
Eppure la luna nera di Landolfi non indugia
nei cieli dell'anima, non attrae a sé,
alla sua cifra, simbolicamente, la condizione
umana. È piuttosto, leopardianamente,
affabulazione del lontano, trattamento ironico
dell'incanto, che s'accampa nelle pagine
del narratore secondo un procedimento teatrale:
e si tratta, si capisce, di un teatro su
cui s'affaccia, di tra le quinte, il tumultuante
enigma dell'esistenza. L'esempio leopardiano
qui è attivo.
Nel
leopardiano Frammento (già
Il sogno, poi Lo spavento notturno)
Alceta racconta a Melisso un sogno da cui
s'è svegliato in preda a un fortissimo
turbamento: la luna si stacca dal cielo
e cade sul prato vomitando nebbia e scintille
e sfrigola come carbone vivo che s'immerga
nell'acqua, poi si spegne e si annera levando
tutt'intorno un gran fumo, lasciando nel
cielo "come un barlume o un'orma, anzi
una nicchia". Incantamento rovesciato
e frantumato, miniaturizzazione grottesca
dell'elemento cosmico, ma anche tremore
per l'assenza, per la privazione. La caduta
della luna come figura onirica e poetica
del vuoto, della mancanza. Inoltre il Dialogo
della terra e della luna, nelle Operette,
dove agisce il modello di Luciano, fa della
familiarizzazione e dell'addomesticamento
parodistico del mito lo spazio scenico per
una critica dell'antropocentrismo. Oltre
all'esempio leopardiano, in Landolfi sono
attivi altri esempi di seleniti che hanno
avvicinato la luna con la lente parodica
e allo stesso tempo malinconica, sia che
seguendo Astolfo abbiano viaggiato verso
il satellite sia che abbiano danzato, funambolescamente,
e poeticamente, nella luce lunare, sul filo
teso tra finitudine e leggerezza: dal Baudelaire
dei due poèmes dedicati
alla luna, Tristesses de la lune
e La lune offensée fino
alle lune familiari e "provinciali"
di Laforgue e dei suoi Pierrot.
In
particolare alla leopardiana luna che sfrigola
sul prato fa pensare il racconto landolfiano
del lupo mannaro, che comincia
esponendo il conflitto lunare dei due personaggi:
"L'amico ed io non possiamo patire
la luna: al suo lume escono i morti sfigurati
dalle tombe, particolarmente donne avvolte
in bianchi sudari...". La luna, acchiappata
dall'amico è "un grosso oggetto
rotondo simile a una vescica di strutto,
ma un po' più brillante", pulsa,
versa un liquido ialino, è percorsa
da deboli correnti sottopelle. Chiusa nel
camino sale verso la cappa e sparisce nella
gola, s'annera tutta, poi si libera e si
leva in cielo fuligginosa, infine lentamente
si schiarisce con i venti e torna al suo
primitivo splendore, a sconforto e pena
dei due lupi mannari. La caduta della luna,
il suo immiserimento nella domesticità,
è un episodio di illusorio dominio
dell'uomo, l'abbagliante biancore della
luna e la sua lontananza tornano a trionfare
nel cielo.
Se
il lupo mannaro è descritto nel risibile
tentativo della cancellazione lunare, la
capramannara Gurù è descritta
nella sua relazione eroticamente sacrale
con la luna, con la natura e il mondo animale,
nella sua doppia appartenenza alla luce
e all'oscuro, alla bellezza e al sotterraneo
mondo di una storia fattasi coro di volti
e voci e alterchi e sfide. Il lunare della
Pietra lunare ha la sua essenza
nella terra, nelle sue cavità, che
accolgono fantasmi e revenants,
mentre il lunare di Cancroregina
ha il suo elemento nell'aria, nella sospensione
aerea, nella lontananza che la macchina
volante non può più accorciare.
Il
paesaggio della Pietra lunare,
mentre è penetrato da una luce lunare
per così dire mineralizzata - argento,
giada, topazio, alabastro, opale sono le
pietre che prestano gli attributi più
frequenti - espone il suo aspetto rupestre,
scomposto. La terra, flagellata dalla tempesta
di vento e di pioggia, va preparando il
teatro per l'evento metamorfico. La luce
lunare attraversa la tempesta, la bellezza
di Gurù ne è esaltata: "le
lunghe ciglia brillavano di minute goccioline,
che a momenti la luna accendeva di luce
violenta". Corrono nuvole di pece contro
la faccia della luna quando appare la capra
bianca e nera e si fa prossimo il congiungimento,
che è metamorfosi, scambio dell'umano
e dell'animale. Si apre il tempo della discesa
nella caverna, tra i briganti, dove le parole
nel buio possono però essere di luce.
Nella notte della battaglia e del convito,
è mostrata la pietra lunare: "Era
una scheggia opalescente con vaghi riflessi
azzurrognoli, e magari giallognoli o verdastri,
come delle creature disformi contro la luna".
La luminosa Gurù nella caverna e
tra i briganti ricorda la bellezza abbagliante
di Esmeralda in Notre Dame de Paris,
i suoi legami col mondo umano sotterraneo.
Dopo la discesa nel profondo, ecco, ancora
nella notte, l'apparizione delle Madri (le
faustiane Madri), "immobili d'orrida
immobilità", messaggere di un
gelido mondo, gli occhi "assorti, argentati
come canapa" che fissano la luna. Uno
sguardo d'ombra, della stessa natura dell'ombra
lunare che copre nell'eclisse il sole, uno
sguardo che impietra cose e creature. Lo
sguardo lunare di una delle Madri sospinge
Giovancarlo verso la soglia, ancora corporea
e sensibile, dell'ibridazione panica, dell'esperienza
suprema di un passaggio sul confine tra
corpo e natura, tra percezione e sogno.
Poi il tramonto della luna, e le creature
diafane si ritirano dalla scena. "Cade
la luna; e si scolora il mondo": il
verso leopardiano sembra qui commentato
in chiave parossistica, espressionista,
sulfurea. Il racconto di Landolfi può
essere letto come una splendida variazione
del notturno lunare romantico, che dà
forma e presenza ai fantasmi del sentire.
Il giovane Giovancarlo è il poeta
che fa esperienza della descensio
di là dalla soglia diurna della percezione,
sospingendosi in quella regione dove la
bellezza mostra il suo fondamento oscuro
(il fiore del male), la parola rivela la
sua radice, cioè la fisica creaturalità
vegetale e animale, il sentimento mostra
la sua contiguità con l'onirico,
con l'immemoriale, con l'invisibile.
In
Cancroregina, il racconto del 1950,
la luna, che la tecnica vuole mostrare prossima,
transitabile, è chiusa, severamente,
nella sua irraggiungibilità. Anche
se a un certo punto l'autore del diario
estremo vede (o sogna?) i suoi abitanti,
la loro stravagante ibrida composizione.
La distanza della luna è la distanza
della terra. In questa doppia, disperata
e folle distanza, si dischiude il pensiero
della finitudine, e della vuota appartenenza
all'umano. Visti dallo spazio il sole ha
il colore del ferro arroventato, la luna
e la terra hanno "una violenta, aggressiva,
eppur gessosa luminosità". Se
in Pietra lunare la luna scende
sulla terra con i suoi misteriosi poteri,
in Cancroregina ogni sogno di ascensione
- di viaggio letterario nell'oltremondo
- è bruciato. Neppure la parodia
è più possibile. L'elevazione
propria della poesia, lo sguardo dall'alto
- degli angeli, degli uccelli, dei poeti
- appare nella sua illusorietà. E
tuttavia una passione cosmologica spinge
la scrittura verso il racconto della lontananza.
Come la cosmologia leopardiana cerca una
lontananza da cui osservare l'esile confine
tra il vivente e il nulla, così la
cosmologia landolfiana cerca un punto di
lontananza da cui osservare il vuoto delle
illusioni, il bizzarro capriccio della tecnica,
l'inanità dei sogni, la casualità
e inconsistenza degli eventi che designiamo
col nome di vita. È davvero l'individuo
- la sua ragionevole follia, la sua irragionevole
saggezza - l'universo ancora inesplorato.
L'immagine
che illustra questo testo è di Luigi
Latino
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