La
via di Petrarca/ 1
di
Giorgio Messori
A
sprofondare nel pozzo della natura sembra
chiaro che gli uomini scompaiono. Parlando
di quella grande storia del mondo naturale
che sono le Georgiche di Virgilio,
il poeta Iosif Brodsckij osserva che per
raccontare una storia di questo tipo Virgilio
ha dovuto omettere gli uomini, non ci sono
"personaggi" in quest'opera. "Se
il tempo", ha scritto Brodskij, "avesse
una penna e decidesse di scrivere una poesia,
i suoi versi parlerebbero di foglie, erba,
terra, vento, pecore, cavalli, alberi, mucche,
api. Ma non di noi. Al massimo delle nostre
anime".
E
forse è stato l'impulso a cercare
le ragioni di un'anima che ci ha spinto
verso Fontane-de-Vaucluse, dove Francesco
Petrarca andava spesso a rifugiarsi, anche
per lunghi periodi, tra il 1337 e il 53.
Lì Petrarca ha composto molti dei
suoi sonetti, e ha scritto anche un trattato
d'elogio della vita appartata e contemplativa,
il De vita solitaria, che avevamo
portato con noi come compagno di viaggio
per proseguire quell'indefinibile ricerca
che nel Giura ci aveva condotto verso Courbet,
a cercare i colori e le configurazioni di
un paesaggio terrestre. Andare verso Petrarca
era anche un modo per uscire dalla pittura,
dal "visibile". Più che
qualcosa da vedere si trattava d'individuare
un'attitudine contemplativa, e i modi per
coltivarla. In fondo, come ha detto Merleau-Ponty
in un bel saggio sulla pittura, "luce,
illuminazione, ombre, riflessi, colore,
tutti questi oggetti della ricerca non sono
esseri propriamente reali; hanno solo un'esistenza
visiva, come i fantasmi".
Ho
sempre creduto che la fotografia, che vuol
rendere permanente, duratura, anche la parvenza
più momentanea del visibile, sia
proprio per questo da considerarsi un'arte
eminentemente fantasmatica, ancor più
della pittura, che passa dal corpo. Forse
per questo alcune popolazioni, come si sa,
rifiutano di farsi fotografare perché
dicono che la fotografia gli toglie l'anima,
e loro non vogliono essere dei fantasmi.
Ma in fondo è attribuendo alla fotografia
lo stesso potere, anche se in questo caso
per cercarla, l'anima, cioè qualcosa
che raccolga, contenga la propria vita,
è per questo che la gente da noi
va in giro a fotografarsi durante i viaggi,
nelle ricorrenze più importanti,
nel trascorrere degli anniversari. Ci si
prepara l'album di famiglia per opporsi
al tempo che rende invisibili.
A
un paio di chilometri da Fontaine-de-Vaucluse,
si sono fermate lungo la strada tre turiste
brasiliane che mi hanno chiesto di fotografarle,
con lo sfondo di un vecchio acquedotto di
pietra. E' probabile che non si sarebbero
neppure fermate se non avessero visto Vittore
che stava scattando delle fotografie, attratto
dal rudere di una vecchia fabbrica in rovina.
Ma fotografare qualcosa è sempre
un modo per indicare che quella cosa val
la pena di vederla, ricordarla, e le tre
brasiliane non volevano lasciarsi scappare
niente di quel viaggio in Europa. Finita
la foto son poi subito ripartite in macchina.
Nel
suo trattato sulla vita solitaria, Petrarca
se la prende con l'uomo indaffarato, "infelice
abitatore della città", che
è sempre preso dalla frenesia, dalla
"triste attività". All'uomo
indaffarato contrappone la condotta di vita
dell'uomo solitario, libero dagli affari
e dagli affanni, che "ama guardare
il cielo, non l'oro, calpestare la terra,
non la porpora".
Per
coltivare un'attitudine contemplativa, che
liberi dagli affanni, Petrarca consiglia
una dimora appartata nella natura. Questo
luogo "ideale" nella storia personale
di Petrarca è stato Fontaine-de-
Vaucluse, un minuscolo villaggio non lontano
da Avignone, formato da poche case raccolte
in un pianoro incassato fra le rocce. E'
qui che nel 1337 Petrarca ha acquistato
una casa a cui periodicamente tornava, ed
è qui che ha composto il De vita
solitaria, il suo elogio della vita
contemplativa.
Ma
va subito detto che il luogo ideale può
essere ovunque, non ha coordinate geografiche.
"La nostra immaginazione si costruisca
un luogo appartato tra la folla, in viaggio,
persino durante i banchetti", dice
Petrarca citando Quintiliano. Perché
un luogo appartato è innanzi tutto
una disposizione mentale; fra l'altro nell'originale
di Quintiliano, qui citato in una traduzione
italiana corrente, "luogo appartato"
diventa "secretum", che dà
più l'idea di uno spazio interiore,
invisibile, che non traspare.
La
casa di Petrarca non c'è più,
ma nell'area in cui si trovava c'è
un museo Petrarca con una collezione delle
sue opere e stampe originali sul villaggio.
Il museo apre solo con la bella stagione,
d'inverno è chiuso. È lì
intorno, andando verso la Sorgente della
Sorge, principale attrattiva della zona,
ci sono altri piccoli musei e negozietti,
in una passeggiata che si snoda fra merci
per turisti, una vecchia cartiera, un museo
speleologico, uno sulla pena capitale e
la tortura, un altro sulla Resistenza. Si
sarà voluto approfittare dei turisti
che vanno a vedere la sorgente del fiume,
trattenerli perché non ripartano
subito, e allora si è creata quest'oasi
di souvenir e proposte culturali, al riparo
delle rocce che fanno da corona a Fontaine-de-Vaucluse.
Ma
quando siamo arrivati noi era inverno, il
Museo Petrarca era chiuso e non c'erano
tanti turisti in giro. Se ne vedevano le
tracce però, e Vittore non riusciva
mai ad allargare un'inquadratura che subito
apparivano cartacce e bottiglie di plastica.
Per il resto, a parte lo scrosciare dell'acqua,
c'era un gran silenzio e non faceva nemmeno
tanto freddo. La conca di rocce oscurava
il sole, ma non faceva passare neanche il
vento.
"La
solitudine". Così la definisce
Petrarca, "è felice e serena
sotto ogni riguardo: è, per dirla
con esattezza, una rocca fortificata, un
porto sicuro da ogni tempesta". E a
dimenticare cartacce e souvenir, a vedere
il paese incassato fra le rocce, la metafora
poteva diventare visibile, almeno nell'immaginazione.
Petrarca
insiste spesso che bisogna diffidare della
bellezza del mondo, che non ci si deve legare
troppo ai luoghi. D'altronde nella sua vita
è stato un nomade inquieto, che aveva
eletto Vaucluse a suo rifugio ma si era
creato pure altri sporadici rifugi, da altre
parti. Anche nella mia provincia c'è
un luogo frequentato da Petrarca, dove nell'Ottocento
hanno eretto un monumento dedicato a lui,
chiamato il Tempietto del Petrarca. Si trova
nella vallata dell'Enza, il confine opposto
della provincia rispetto alla valle del
Secchia che avevo incontrato a Villa Minozzo.
"I
luoghi appartati e deserti e il silenzio",
scrive Petrarca nel suo trattato, "non
mi piacciono tanto quanto la libertà
di disporre serenamente del proprio tempo
che in essi alberga". Fra le due coordinate
è sempre il tempo che si deve cambiare,
prima ancora del luogo, dello spazio. La
vita contemplativa ha un tempo interiore,
che solo in parte può essere nutrito
da un luogo favorevole.
Non
tanto distante da dove sorge il Tempietto
del Petrarca, ero andato da ragazzo, verso
i tredici anni, a fare per qualche giorno
degli esercizi spirituali condotti da un
prete allora molto conosciuto in zona, che
alcuni dicevano fosse in odore di santità.
Lo
ricordo come una persona silenziosa e severa,
che portava una lunga veste nera quando
già allora molti preti mettevano
la giacca. Ricordo anche che neppure nel
refettorio si poteva parlare, e il silenzio
suonava come una condanna. Credo sia stato
anche quel silenzio a farmi poi uscire dalla
Chiesa, da cui mi sentivo soffocare.
La
solitudine di cui parla Petrarca non è
mai claustrofobia, è una solitudine
e un silenzio che apre, non chiude. "Un
luogo deserto non ha alcun portiere, alcun
custode", dice Petrarca, che poi confessa
che "sono le folle e le preoccupazioni
che mi spaventano come fossero sbarre e
chiavistelli". Perché la solitudine,
la vita contemplativa, è apertura
verso il mondo, non espiazione di qualcosa.
Se
penso, nella mia storia personale, alla
scoperta di un luogo segreto, appartato,
da cui contemplare il mondo, mi viene in
mente quando, poco dopo essere tornato dagli
esercizi spirituali, ho iniziato a fumare
di nascosto su una panchina del piazzale
della stazione, insieme a un paio di amici.
Ci mettevamo a sedere sullo schienale della
panchina, e visto che lì davanti
c'erano pure tante macchine parcheggiate,
eravamo sicuri di non essere visti da nessuno.
Le famiglie erano lontane, potevamo fumare,
guardare gli alberi o i passanti tranquillamente.
La
solitudine non è solo una condizione
fisica, dello spazio. È molto bello
quello che dice Petrarca, cioè che
"bisogna fuggire la folla, non gli
amici", perché nella costruzione
di questo mio luogo appartato, segreto,
erano complici pure i miei due amici di
allora, da cui mi sentivo protetto ancor
più che dalle macchine parchegghiate.
Per tutti e tre quel posto non doveva essere
violato da nessuno, e infatti la panchina,
il nostro luogo "segreto", aveva
un nome segreto che conoscevamo solo noi,
e quand'eravamo là ci chiamavamo
perfino con dei soprannomi, che gli altri
amici non conoscevano.
Appena
passati i piccoli musei e i negozi per turisti,
il sentiero che va alla sorgente si restringe
e in un anfratto tra le rocce c'è
una lapide che ricorda Petrarca. Dice che
veniva lì a meditare, fedele al culto
di Laura e agli studi degli antichi. E'
certo che lì abbia scritto molte
delle sue poesie, con ogni probabilità
anche "chiare, fresche et dolci acque"
che quasi tutti hanno imparato a scuola.
Perché il sentiero si stringe nella
roccia seguendo il corso della Sorge, e
l'acqua impone subito la sua presenza, a
volte impetuosa, quando salta dai pendii,
altre volte più calma e riflessiva,
quando si adagia nei miroir perché
c'è una chiusa, come al mulino della
vecchia cartiera.
"L'acqua
è l'immagine dell'inafferrabile fantasma
della vita", ha scritto Melville all'inizio
del suo Moby Dick parlando dell'attrazione,
a volte dell'ossessione, dei miraggi che
gli uomini hanno sempre visto nell'acqua.
E l'acqua è il fantasma della vita
per almeno due buone ragioni: quando scorre
è energia, flusso, ciclo biologico;
quando si placa è la misteriosa duplicazione
del mondo, conosciuta dagli uomini ben prima
che s'inventasse la fotografia o lo specchio
stesso, tanto che Narciso ci ha rimesso
la vita per voler afferrare quel fantasma.
E d'altronde lo stesso riflettere, meditare,
ha senz'altro a che fare con l'acqua.
Anche
nel De Vita solitaria Petrarca
sembra attribuire all'acqua un benefico
influsso immaginativo, quando ad esempio
dice che non c'è niente di più
caro alle Muse che "I luoghi verdeggianti
e in riva a un gorgogliante ruscello".
E nello scenario di Fontane-de-Vaucluse
non è difficile immaginare a quale
posto potesse riferirsi.
Ma
anche dalle mie parti, in Val d'Enza, il
Tempietto del Petrarca sorge su un colle
da cui si domina un bel pezzo del fiume
che scorre in lontananza. Anche quel luogo
ha avuto su di lui un influsso benefico,
sbloccandolo nella composizione dell'Africa,
un poema in esametri latini iniziato fra
l'altro a Vaucluse, e che poi non era più
riuscito a proseguire nelle sue peregrinazioni
per il mondo. "Un giorno," ha
scritto Petrarca in una lettera, "salendo
per caso una collina al di là del
fiume Enza, nel territorio di Reggio, giunto
nel luogo che è chiamato Selvapiana,
preso dalla sua bellezza, volsi di nuovo
la penna verso l'Africa che avevo interrotto".
Io
comunque m'immagino che quand'era a Vaucluse
Petrarca non volesse stare troppo lontano
da sé. Il fiume scorre incassato
fra le rocce, e non c'è tanto da
spaziare con gli occhi. Allora poteva diventare
più facile raggiungere quella concentrazione
necessaria per dedicarsi al culto di Laura,
alla poesia, e allo studio dei suoi amati
antichi, come diceva la lapide all'inizio
del sentiero.
"In
una valle chiusa d'ogni 'ntorno,/ ch'è
refrigerio de' sospir' miei lassi",
recitano due versi di un suo sonetto. Perché
la valle si chiude contro la rupe da cui
sgorga il fiume e diventa "stanza",
dimora e ricettacolo più che spazio
esterno. In un certo senso il luogo si avvicina
di più a una natura morta che alla
natura vivente, perché si trasforma
anche visivamente in luogo di raccoglimento,
di rimemorazione intima: "Ivi non donne,
non fontane et sassi / et l'immagine trovo
di quel giorno / che 'l pensier mio figura,
ovunque io sguardo".
Era
fra queste pareti di roccia che Petrarca
rivedeva Laura, il suo fantasma d'amore.
Qui poteva perfino rievocare, attraverso
la parola, l'immagine del giorno che l'aveva
incontrata ad Avignone. Ciò che infatti
Petrarca cercava, nel suo rifugio solitario,
era anche l'immagine di un'assenza che da
sempre la poesia, nella sua attività
mnemonico-immaginativa, ha tentato di raggiungere,
afferrare, specie la poesia provenzale e
stilnovista da cui Petrarca stesso proveniva.
Questa
particolare sensibilità s'inscrive
fra l'altro in quella teoria della sensazione
elaborata dalla psicologia e filosofia medievale
cui Petrarca attivamente attingeva. "Secondo
questa teoria", ha riassunto Giorgio
Agamben in un suo libro, "gli oggetti
sensibili imprimono nei sensi la loro forma
e quest'impressione sensibile, o immagine,
o fantasma (come preferiscono chiamarla
i filosofi medievali sulle tracce di Aristotele)
è poi ricevuta dalla fantasia, o
virtù immaginativa, che la conserva
anche in assenza dell'oggetto che l'ha prodotta".
Il
luogo appartato, solitario, è perciò
uno spazio dell'anima, una topologia dell'interiorità
più che un luogo fisico, tangibile.
Ma questa fuga nell'interiorità non
è un semplice rifugiarsi in se stessi,
è soprattutto ricerca di un'immagine
interiore, di una vibrazione amorosa che
però conservi il suo statuto d'immagine,
e come tale non può ovviamente prescindere
dai sensi. Le "chiare , fresche et
dolci acque" sono quelle "ove
le belle membra / pose colei che sola a
me par donna", così come "herba
et fior' che la gonna / leggiadra ricoperse
/ co l'angelico seno" diventano il
luogo che la poesia può nominare,
evocare, tanto che "da indi in qua
mi piace / quest'erba sì, ch'altrove
non ò pace".
In
un certo senso anche la trasfigurazione
poetica non può che situarsi nell'immanenza,
diventando canto in lode di Dio che la vita
solitaria "rinnova non soltanto ogni
giorno, ma ogni ora," ricorda Petrarca
nel suo trattato, "con l'esercizio
instancabile nella lingua e la pia devozione
dell'animo".
Per
Petrarca, come hanno già detto in
tanti, Laura non è solo una donna
ma anche l'aura, cioè un'emanazione
del visibile, oppure il lauro, la pianta
sacra alla poesia. Perché nell'estasi
contemplativa, e anche col "lavoro
instancabile nella lingua" che la vita
solitaria favorisce, si realizza una trasfigurazione
del visibile, non il suo annullamento.
Il
De vita solitaria l'ha indirizzato
all'amico Philippe de Cabassole, vescovo
di Cavaillon, che è una cittadina
non molto distante da Fontane-de-Vaucluse.
Verso la fine del trattato, rivolgendosi
all'amico, Petrarca tesse l'elogio della
sorgente della Sorge e, citando Seneca,
dice che "se un antro aprendosi in
rocce profondamente corrose, tiene come
sospesa una montagna (un antro non scavato
artificialmente, ma da cause naturali in
così grande vastità) un senso
di religiosa trepidazione colpirà
il tuo animo".
Sono
convinto che in molti casi anche la geologia
possa aiutare la poesia, specie una poesia
che voglia scrutare l'insondabile, l'inafferrabile.
Perché il luogo della sorgente si
configura davvero come una specie di mistero
geologico. Infatti, andando avanti, il sentierio
a un certo punto si arresta ai margini di
una grotta, dal cui fondo emerge una pozza
d'acqua color smeraldo. A volte, nelle stagioni
più piovose, l'acqua irrompe dal
fondo della grotta, mentre di solito esce
da altre quattro sorgenti situate ad altezze
diverse, lungo il pendio che scende verso
il villaggio. L'acqua della fonte proviene
da un'enorme vasca sotterranea che raccoglie
l'acqua piovana dell'altipiano di Vaucluse
attraverso un'infinità di foibe,
anche molto profonde.
A
tutt'oggi il baratro che emerge dalla grotta
è il più profondo abisso inondato
che si conosca al mondo. Per immergersi
nelle profondità dell'abisso è
stato addirittura inventato un apparecchio
denominato "Sorgonauta", dal fiume
che sgorga dal baratro. L'apparecchio è
un piccolo sottomarino filo-guidato che
può anche trasmettere le immagini
delle immersioni su degli schermi televisivi,
a beneficio dei turisti e della scienza.
(I
- continua)
L'immagine
che illustra questo testo è di Davide
Racca
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