La
via di Petrarca/ 2
di
Giorgio Messori
È
chiaro che ai tempi di Petrarca non c'erano
le odierne tecnologie. Ma credo che una
certa disposizione spirituale, che Petrarca
delinea nel suo trattato sulla vita solitaria,
abbia comunque maggior familiarità
con l'insondabile degli apparecchi che si
possono spedire oggi per esplorare le profondità
di quest'abisso.
Sempre
nel suo trattato sulla vita solitaria, all'amico
vescovo di Cavaillon Petrarca dice: "Conosco
invero fiumi assai più grandi per
lunghezza di corso e per portata d'acqua,
ma di sorgenti nessuna. E infine, se anche
questo è vero, che - come dice Seneca
- "l'improvviso sgorgare di un fiume
dai visceri della terra fa sorgere altari,
quale luogo, domando, sarebbe più
degno di altari?"
A
questo proposito mi viene in mente che Franz
Kafka diceva più o meno, lo cito
a memoria, che scrivere è come pregare,
che ogni scrittura dovrebbe tendere alla
preghiera, perché la scrittura, la
poesia, il canto, professano sempre, almeno
nei momenti più alti, una profonda
devozione al mistero, che come tale rimane
sempre insondabile, inafferrabile, anche
se mai lo si è sentito così
vicino. Ed è anche vero, come diceva
un altro poeta, che bisogna avere sempre
molto rispetto per il mistero, quando si
ha la fortuna d'incontrarlo.
"Vedrai
una fonte a nessuno seconda," scrive
Petrarca al cardinale Colonna per illustrargli
la sua sorgente, "scaturigine di quel
limpidissimo fiume, e sopra di essa un'altissima
rupe, oltre la quale non è possibile
andare; né ve n'è bisogno".
Tornando
alla sorgente della Sorge abbiamo preso
una stanza in un vecchio albergo di Pernes-les-Fontaines,
il primo paesino che s'incontra andando
verso Carpentras. È un piccolo paese
circondato da mura e disseminato di fontane,
con tante piazzette e vecchie case in pietra
ben tenute. In quei giorno eravamo sotto
le feste di Natale e gli alberi spogli dei
viali, o nella piazzetta dove si affacciava
l'albergo, erano ornati da lumini bianchi
che seguivano tronchi e rami disegnando
arabeschi luminoso che ingentilivano la
notte, creando ancor di più un'atmosfera
da presepe.
Se
nella vita solitaria l'esterno diventa un
interno, allora il carattere profondamente
domestico del presepe ne potrebbe essere
un emblema. Giorgio Agamben, in un suo breve
saggio, dice che il presepe "ci mostra
precisamente il mondo della fiaba nell'istante
in cui si desta dall'incanto per entrare
nella storia", e in questo passaggio
gli oggetti e gli animali, che nella fiaba
si erano animati o avevano preso la parola,
tornano silenziosi e disponibili all'uomo,
che li racchiude in miniatura nel suo universo
domestico. "Gli oggetti," scrive
Agamben, "che l'incanto aveva straniato
e animato, sono ora restituiti all'innocenza
dell'inorganico e stanno accanto all'uomo
come docili arnesi e utensili familiari".
Nell'albergo
non c'era quasi nessuno, e l'unico rumore
che si sentiva era quello dell'acqua che
sgorgava dalla fontana della piazzetta su
cui s'affacciava la nostra stanza. Ci avevano
dato una camera d'angolo, con una finestra
che dava su una stradina che poi usciva
dalle mura, e l'altra su una piazzetta con
una chiesa e una grande scuola comunale,
costruita più di un secolo fa.
Il
silenzio era così perfetto, addolcito
dal suono della fontana, e lo spazio così
raccolto, che quando Vittore si è
appisolato e mi son trovato a leggere qualcosa
prima di addormentarmi, non riuscivo più
a capire bene se un rumore, che a un certo
punto ho sentito, fosse un gorgoglio del
mio stomaco o il cigolìo di una trave
nel soffitto della stanza. Perché
il silenzio, a cui non siamo più
abituati, favorisce sempre il passaggio
da un esterno a un interno, o viceversa,
e nel raccoglimento che lo custodisce può
accadere di dover interpretare delle allucinazioni
acustiche, come in un dormiveglia da cui
ci si desta per un sogno fugace e improvviso.
Il
giorno dopo volevamo raggiungere il Mont
Ventoux e abbiamo chiesto la strada alla
signora che ci aveva servito la colazione
in albergo. Prima ci ha spiegato quali cartelli
seguire, poi è voluta uscire sulla
piazzetta per indicarci la montagna che
compariva in una fuga prospettica fra le
case. Si vedeva una sagoma azzurra e massiccia,
in lontananza, che però non corrispondeva
certo alle immagini che ricordavo di aver
già visto tante volte alla televisione,
quando al Tour de France i corridori raggiungono
la vetta del monte arrampicandosi per dei
tornanti e pendii ripidissimi, tanto ripidi
da sembrare disegnati dalla mano di un bambino.
Su per quei tornanti, diversi anni fa, era
morto anche un ciclista inglese a cui per
lo sforzo era scoppiato il cuore.
Comunque
per raggiungere la montagna non abbiamo
voluto seguire subito la strada più
diretta, che ci aveva indicato la signora
dell'albergo. Cercavamo una visione d'insieme,
da lontano, che ci aiutasse a immaginare
come Petrarca potesse aver visto quella
montagna inserita in un paesaggio abituale,
visto che fin da bambino aveva abitato da
quelle parti. E si sa che il Mont Ventoux,
dopo averlo visto tante volte in vita sua,
Petrarca l'ha poi voluto scalare per vedere
come si vedeva il mondo dall'alto, come
ha racconto lui stesso in una celebre lettera
indirizzata al teologo Dionigi da Borgo
San sepolcro. "Per quel destino che
regola le vicende degli uomini," scrive
Petrarca, "ho abitato in questi luoghi
sin dall'infanzia, e questo monte, che è
visibile da ogni parte, mi stava quasi sempre
davanti agli occhi".
A
Venasque, poco lontano da Pernes-les-Fonatines,
una vecchia torre in pietra ci ha riportato
al silenzio che doveva regnare da quelle
parti ai tempi di Petrarca, quando non c'era
mai nessuna macchina in giro, e neanche
strade asfaltate. Inoltre, come ci ha insegnato
la pittura romantica, le rovine e i ruderi
disseminati nella natura diventano sempre
evocazioni di un tempo oscuro, remoto, sposando
l'infinito dello spazio a un tempo che scorre
inesorabile, in un altro infinito.
In
effetti la forma quasi piramidale della
montagna si vedeva meglio verso Malaucen,
oltre Carpentras. Da lì era partito
Petrarca e la cuspide è apparsa subito
nitidissima, una sommità disegnata
così bene da poter invogliare a salirvi
per guardare il mondo dall'alto.
Petrarca
aveva intrapreso la sua scalata insieme
a due servitori e il fratello Gherardo,
più giovane di lui, che spesso lo
lasciavano arrancare in basso: "mentre
i miei compagni erano già in alto,
io vagavo tra le valli, senza scorgere da
nessuna parte un sentiero più dolce;
la via invece cresceva, e l'inutile fatica
mi stancava".
In
questa lettera scritta a caldo, in un rifugio
dove aveva pernottato subito dopo la scalata,
Petrarca è preso da mille dubbi,
pensieri che lo tirano da una parte e dall'altra.
Alla fine arriva a considerarla un' "inutile
fatica", ma non può neanche
tacere lo slancio che lo aveva spinto all'impresa.
Si può anzi dire che l'urgenza di
questa lettera stia proprio nelle contraddizioni
che lo stanno lacerando. "Non volevo
che, differendola," scrive alla fine
di questa lunga lettera, "mutandosi
con i luoghi anche i pensieri, mi si spegnesse
il desiderio di scriverti".
Il
filosofo Joachim Ritter fa risalire a questa
lettera l'origine dell'attenzione per la
natura in quanto paesaggio, cioè
l'origine della scissione fra uomo e natura
che ha portato l'uomo a considerare la natura
come qualcosa di esterno, da contemplare
e da godere esteticamente. E Ritter giustamente
nota che "l'immenso significato universale
che spetta a questo scritto di Petrarca
riposa tutto nella riflessione sui motivi
della scalata".
Petrarca
dice infatti di essere stato "spinto
dal solo desiderio di vedere un luogo celebre
per la sua altezza" e di essersi fatto
forza, nella scalata, pensando di compiere
col corpo, in modo perciò visibile,
un'ascensione che nei moti invisibili dell'anima
conduce alla vita beata. Riecheggiando un
passa del Vangelo, si dice per rincuorarsi
che "la vita che noi chiamiamo beata
è posta in alto e stretta è
la strada che vi conduce".
E
come arriva in cima si ritrova in effetti
in uno stato di strana beatitudine, confessa
di esser "rimasto come inebetito da
quell'aria insolitamente leggera e da quel
vasto spettacolo", tanto che vedendo
le nuvole ai suoi piedi anche "l'Athos
e l'Olimpo divennero meno incredibili".
Poi, volgendosi verso le Alpi, rimpiange
il cielo dell'Italia e vorrebbe rivedere
la patria, anche se poi dichiara di provare
"un poco di vergogna per questo doppio
desiderio non ancora virile" che lo
ricaccia nel passato, negli errori giovanili
da cui vorrebbe liberarsi. Ma Petrarca è
sempre dilaniato fra l'attaccamento alle
cose materiali, la cosiddetta seduzione
delle apparenze, e l'aspirazione salvifica
all'ascesi spirituale. "Amo, ma ciò
che amare non vorrei, ciò che vorrei
odiare," scrive all'amico teologo,
a cui confessa pure che "s'intreccia
una battaglia ancor oggi durissima per il
possesso di quel doppio uomo che è
in me".
Su
questa scissione si fonda la sensibilità
per il paesaggio. Perché dopo aver
ammirato ancora una volta il panorama, Petrarca
pensa di nutrire la sua anima aprendo a
caso le Confessioni di Agostino,
che aveva con sé, e legge un passo
in cui Agostino rimprovera quegli uomini
che vanno a contemplare la bellezza del
mondo trascurando se stessi. "Chiusi
il libro," scrive Petrarca, "sdegnato
con me stesso dell'ammirazione che ancora
provavo per delle cose terrene quando già
da tempo, dagli stessi filosofi pagani,
avrei dovuto imparare che niente è
d'ammirare tranne l'anima, di fronte alla
cui grandezza non c'è nulla di grande".
Joachim
Ritter dice che in effetti nell'antichità
non c'è l'idea che ciò che
è percepibile "fuori" non
possa già essere percepibile "dentro",
nell'anima, "non c'è alcuna
ragione perché lo spirito sviluppi
un organo particolare per la rappresentazione
e l'intuizione della natura visibile diversificato
rispetto alla conoscenza concettuale".
E così Ritter sostiene che Petrarca
non è stato cosciente dell'importanza
del movimento che aveva compiuto, perché
è rimasto concettualmente invischiato
in quella teoria, ricordatagli da Agostino,
che riconosceva, o se vogliamo riduceva,
la percezione "vera" della natura,
della natura come totalità, a una
conoscenza "interna". Mentre Petrarca
è voluto "uscire" dalla
natura, ha sentito il bisogno di rendere
visibile un'ascesi spirituale, immaginandosi
la difficile scalata alla vetta come un
percorso mistico, una via alla beatitudine.
Tant'è vero che all'inizio della
salita lui e il fratello avevano incontrato
un vecchio pastore che aveva cercato di
dissuaderli dall'inutile fatica, che per
lui non poteva portare a niente. "Ma
mentre ci gridava queste cose," scrive
Petrarca, "a noi -così sono
i giovani, restii ad ogni consiglio - il
desiderio cresceva per il divieto".
Evidentemente
il pastore, già dentro alla natura,
non era in quel processo di conoscenza che
sembra affascinare Petrarca che pure avverte,
anche con dolore, la scissione che è
all'origine di questo suo desiderio. Infatti
non riesce a reggere l'intensità
del desiderio, e dopo la lettura di Agostino
inizia a "riflettere in silenzio quanta
fosse la stoltezza degli uomini i quali,
trascurando la loro parte più nobile,
si disperdono in mille strade e si perdono
in vani spettacoli, cercando all'esterno
quello che si potrebbe trovare all'interno".
E quando scendendo si gira a riguardare
la cima del monte, che poco prima gli ricordava
l'Olimpo, adesso gli "pare alta appena
un cubito a paragone dell'altezza del pensiero
umano".
Nel
De vita solitaria, scritto qualche
anno dopo questa scalata, pur avvertendo
continuamente che la contemplazione non
è riducibile a un luogo, e che è
sempre uno spazio mentale, Petrarca però
non fa altro che elencare luoghi che favoriscono
l'attività contemplativa, ed esempi
ben "situati" di vite contemplative
che hanno prediletto un certo tipo di luoghi
e situazioni. Inoltre c'è sempre
un richiamo alla visione "presente"
di una natura "vivente". "Che
cosa infatti potrebbe essere più
stolto", avverte, "che trascurare
il presente che, solo, ci appartiene".
Quando
poi, a un certo punto, Petrarca parla dei
poeti, dice che "essi traggono lo slancio
dalla lettura che è passata e dal
loro ingegno che invece è vivo e
presente. Naturalmente bisogna che siano
trasportati al di là degli umani
confini, se vogliono parlare un linguaggio
sovrumano: per parte mia ho notato che talvolta
ciò si verifica con maggiore facilità
e prontezza nei luoghi più aperti.
Così mi è capitato spesso
di vedere una poesia composta sui monti
come fosse il capretto più grasso
e più scelto dell'intero gregge e,
messo a parte dell'origine della sua naturale
bellezza, di dir a me stesso: hai sapore
d'erbe alpina, vieni dall'alto".
Petrarca
insomma sembra essere già consapevole
del valore conoscitivo della percezione
estetica, e cioè che "la natura,
in quanto paesaggio," dice ancora Ritter,
"non viene rappresentata nel concetto,
ma nel sentire estetico, non nella scienza,
ma nell'arte e nella poesia, non nel transcensus
del concetto, ma nel piacere "dell'uscire"
dalla natura".
Quando
siamo arrivati a Mont Serein, prima dell'ultima
rampa che dovrebbe condurre alla sommità
del Ventoux, c'era un cartello che avvertiva
che l'accesso al colle era chiuso per la
neve. Fra l'altro anche la sommità
del monte non era più visibile, coperta
da una coltre di nuvole.
Anche
provando dall'altra parte, al lato sud della
montagna, la strada era chiusa per la neve.
Allora ci siamo incamminati per un po',
finché non ci siamo infilati nelle
nuvole e non si vedeva davvero più
niente. Era tutto bianco, solo le impronte
sulla neve, e ci siamo trovati immersi e
inebetiti dall'invisibilità luminosa
delle nuvole.
(II
- fine)
L'immagine
che illustra questo testo è di Davide
Racca
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