Per
questo Cristo, mi sono fatto turco!
Vittorio
Imbriani riscritto da Enrico De
Vivo
Una
volta c'era un giovane che aveva litigato
con la moglie, e io intervenni a metter
pace. Non sono cose facili, queste, ma ero
quasi riuscito a farli rimettere insieme,
e così mi venne di dire al giovane
di prendere a vivere con sé la suocera.
Non l'avessi mai detto. Il giovane mi rispose
infuriato: "Per questo Cristo, mi sono
fatto turco!", che non capii cosa significasse,
fino al giorno in cui mi hanno raccontato
la storia che segue.
Una
volta, ai tempi antichi, forse ai tempi
dei re e dei briganti, visse un giovane
talmente ribaldo e malandrino, che faceva
la collezione di tutti i vizi del mondo,
insieme ai difetti, ed era capace di compiere
le azioni le più insane e infami,
procurandosi guai a non finire. Amava le
cose belle della vita, e perciò non
amava lavorare o affaticarsi per procurarsi
da mangiare. Un giorno questo bravaccio
commise addirittura un delitto, e per sfuggire
alle guardie entrò in un convento
e ne divenne frate zoccolante. Ma divenuto
frate, non cambiò indole e comportamenti,
anzi si può dire che peggiorò:
andava a donne il doppio di prima, giocava
a dadi e carte dappertutto, rubava, trafugava,
gorgogliava, s'ingozzava, truffava... Non
si finirebbe mai a voler elencare tutte
le sue malefatte.
In
più, si era presa una smodata passione
per il gioco del lotto, e non passava settimana
che non giocasse i suoi numeri, senza però
mai azzeccare una quintina, una quaterna,
un terno, e nemmeno un ambo. Capitò
così che una notte gli venne in sogno
nostro signore Gesù Cristo, che dal
crocifisso di legno del suo convento lo
implorava addolorato: "Perché
non mi dici mai una preghiera? Perché
mi oltraggi in continuazione? Perché
non mi adori mai?". E il frate: "E
perché dovrei? Hai tu forse mai fatto
qualcosa per farmi vincere al lotto?".
E Gesù: "Hai ragione; ascolta
allora: domani, dopo aver celebrato la messa,
guarda sotto il calice: troverai un polizzino,
leggi cosa c'è scritto".
Frate
Stefano (così si chiamava) quando
si svegliò sulle prime non diede
peso al sogno, poi però recatosi
in chiesa si accorse che sotto il calice
c'era davvero un polizzino, e dentro c'erano
scritti cinque numeri: 6 - 22 - 16 - 28
- 67, ripetuti cinque volte in fila in diverse
combinazioni, in modo da formare un quadrato.
Non stava nei panni dalla gioia, il nostro
frate! Subito corse fuori dalla chiesa in
cerca di quanti più denari potesse,
per giocarli tutti sui numeri avuti in sogno
da Gesù Cristo, al quale nel frattempo
andava rivolgendo ringraziamenti di ogni
tipo, facendo inchini di continuo e dicendo
addirittura una preghiera, forse per la
prima volta in vita sua.
Rubò,
impegnò, trafugò, chiese in
prestito, vendette: tutto fece per procurarsi
denari, e tutti i denari giocò poi
puntualmente sui numeri del sogno. Finalmente
arrivò il giorno dell'estrazione,
e Frate Stefano volle recarsi di persona
ad assistere allo spettacolo che avrebbe
fatto la sua fortuna e gli avrebbe procurato
godimenti infiniti nella vita futura. Uno
a uno i numeri vennero estratti e declamati:
7 - 23 - 17 - 29 - 68. uno stordimento strano
prese il nostro frate. Gli girò la
testa, gli sobbalzò lo stomaco, gli
venne un tuffo al cuore. Non poteva credere
alle sue orecchie: quei numeri erano esattamente
ciascuno di una unità più
del dovuto, e lui aveva perso tutto! Non
riusciva a capacitarsi: invece del 6, era
uscito il 7, invece del 22, il 23, invece
del 16, il 17, e al posto del 28 e del 67
erano stati estratti il 29 e il 68!
Appena
fu tornato in sé, Frate Stefano ridusse
in mille pezzi i biglietti con i numeri
giocati, e li gettò al vento, quindi
si strappò di dosso le vesti di frate
e, senza perder tempo, quasi come invasato,
illuminato, si diresse verso il porto e
si imbarcò su una nave turca. Si
fece corsaro e mussulmano, dopo aver bestemmiato
tanto forte e profondamente la sua vecchia
religione, che solo a pensarci, alle sue
bestemmie, si potrebbe meritare la scomunica.
Fece
una grande carriera, da corsaro, compiendo
tante di quelle ribalderie avventurose,
da diventare il capo dei turchi, sempre
circondato di ricchezze e belle donne. Tuttavia,
cosa umana e bella picciol tempo dura,
come dice il poeta, e anche l'avventurosa
vita di Alì (così si faceva
chiamare l'ex Frate Stefano) un bel giorno
ebbe fine. Ci fu un assalto furibondo da
parte di due navi nemiche, e Alì
fu colpito al capo, rimanendo agonizzante
sulla tolda della sua nave. Stava per spirare,
quando spuntò, non si sa da dove,
un prete, che voleva redimerlo per procurargli
il passaggio al regno dei cieli sano e salvo
da tutte le nefandezze che aveva commesso.
Il prete lavorò di fino con argomenti
profondi e prediche ricercate. Alì
lo ascoltava mormorando parole indecifrabili
perché quasi non aveva più
fiato. Poi il prete gli portò l'argomento,
a suo parere, più appropriato di
tutti, quello che avrebbe commosso perfino
un animale quadrupede. Alì sembrò
allora veramente sul punto di cedere e di
pentirsi delle colpe di cui si era macchiato.
Il prete disse, infatti, che anche sua madre
sarebbe stata felice di veder redento il
proprio figliolo in punto di morte. Alì
quasi sorrideva estasiato al dolce ricordo
della mamma, quando ecco che il prete, per
completare la sua opera, estrasse dalla
nera tonaca un crocifisso di legno e glielo
offerse da baciare.
Alla
vista del crocifisso, si sarebbe detto che
Alì fosse sul punto di resuscitare
e recuperar tutte le forze, tanto fu repentino
il cambio di espressione del suo volto,
dall'estatico morituro al rabbioso furente.
Si issò su, Alì, in quattro
e quattr'otto, con le ultime forze che gli
rimanevano, e profferì in faccia
al prete allibito queste esatte parole,
con tono sicuro e inesorabile: "Per
questo Cristo, mi sono fatto turco!".
E, chiusi gli occhi, finalmente spirò.
L'immagine
che illustra questo testo si intitola
Natale uzbeko ed è di Giorgio
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