Giacomo
Leopardi e la luna salentina
di
Antonio Prete
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Il
26 novembre 2004, alle ore 11.00,
nell'Auditorium-Biblioteca del Liceo
Scientifico Statale Antonio
Vallone di Galatina, Antonio
Prete ha tenuto una relazione su
Giacomo Leopardi davanti ad una
affollata platea di studenti liceali.
Ne pubblichiamo il testo, sbobinato
da Roberta Marra, studentessa del
Liceo Scientifico di Galatina, e
rivisto dall'autore. Il titolo è
redazionale. |
Grazie per questo invito, grazie anche alla
preside per le parole che ha detto e grazie
al professore Virgilio per questa presentazione
perché già ha proposto alcune
possibili riflessioni intorno a Leopardi.
Mi piacerebbe che venissero fuori delle
domande da parte vostra, che facessimo un
dialogo, perché l'aspetto più
interessante della scuola è il dialogo,
la possibilità di conversare insieme
e conversando conoscere, approfondire, scoprire.
Già il professore Virgilio ha accennato
a una serie di cose interessanti su Leopardi,
alcuni punti che potrei riprendere.
Partirei anzitutto da un discorso personale
e autobiografico dato che mi trovo in una
scuola e in un paese non lontani dal paese
dove io sono nato, dove ho passato l'infanzia
e l'adolescenza, cioè Copertino.
Tante volte ho fatto in bicicletta, da ragazzo,
Copertino-Galatina o paesi vicini, quando
andare in bicicletta era più consueto
di oggi perché c'erano poche macchine
in circolazione.
Da adolescente ho cominciato, proprio mentre
studiavo come voi, sui banchi di scuola,
a conoscere Leopardi. Mi ha colpito soprattutto
un fatto, da ragazzo: la presenza assidua
della luna. La luna, anche nel nostro paesaggio
salentino, è una presenza forte perché
in pianura, soprattutto certe notti, la
luna piena dà una presenza alle cose,
cioè rende tutte le cose (le piante
le persone gli oggetti) più presenti,
pur nascondendoli; la luce lunare ha questa
doppia capacità: da una parte nasconde
le cose nell'ombra, dall'altra, proprio
perché c'è la luce nell'ombra,
le rivela; insieme vela e rivela le cose,
le nasconde e le mostra. Nella luce lunare
le cose sono indefinite, i contorni non
li vediamo bene, però vediamo che
c'è un albero, un muro, una siepe,
una strada, ecc.. Credo, quindi, che questa
esperienza della luce lunare e del rapporto
tra luce ed ombra che la luna crea, della
luna che appare solennemente, nella sua
quasi sacralità come fosse una divinità
che si leva nello spazio notturno e sorge
e tramonta, ciascuno di voi l'abbia vissuta
e la viva e la può vivere con un
certo incantamento. Io, da ragazzo, avevo
percepito questa particolare magia della
presenza lunare. Quando lessi Leopardi per
la prima volta, scoprii che è il
poeta della luna, il poeta che ha dato alla
luna versi bellissimi, che ha fatto apparire
la luna nei suoi versi in tante situazioni,
in tanti modi, in tante forme e che ha riflettuto
con la sua poesia sulla natura di questa
luce lunare. E quando, sempre nell'adolescenza,
durante il primo viaggio dal Sud, andai
a vedere l'Appennino dell'Italia centrale,
attorno ad Assisi e poi a Recanati, mi accadde
che nella notte, dalla vetrata dell'albergo,
scorsi una luna splendida, straordinaria;
non riuscivo ad andare a dormire perché
quella luna mi affascinava e ritrovavo lì
la luna leopardiana, appenninica, non più
la luna del Salento, che è una luna
che sorge sulla pianura e tramonta magari
nel mare o dietro un mantello di ulivi;
eppure questa luna aveva le stesse caratteristiche,
dal punto di vista della luce, di quella
che avevo visto da ragazzo nel Salento.
Allora nacque il rapporto con Leopardi,
a quell'epoca risale l'inizio di un amore,
di una passione per Leopardi e per la sua
scrittura; e in questa nascita di un amore
letterario, come spesso accade anche per
altri tipi di amore, la luna è stata
complice, la luna del Salento e l'esperienza
della luna appenninica, che ha sempre un
rapporto diretto con la linea oscura del
monte e il cui tramonto è totale:
come dice Leopardi in un verso del Tramonto
della luna: "Scende la luna; e
si scolora il mondo"; "scende
la luna", e vi è una cesura,
un intervallo, una pausa , "e si scolora
il mondo" , seconda parte del verso
che chiamiamo emistichio, che ha quasi un'intonazione
barocca, dice una dilatazione assoluta.
È questa l'esperienza della luna
appenninica che tramontando dietro il monte
in realtà non è ancora tramontata
perché dietro quel monte c'è
una valle, e la luna è ancora su
quella valle, ma non la si vede più;
e quindi devo immaginare una luna che c'è
ma che allo stesso tempo non c'è
davanti ai miei occhi: ecco il discorso
leopardiano sulle cose che io vedo sapendo
che dietro c'è un'altra cosa; ma
è quell'altra cosa che c'è
dietro che è importante, perché
risveglia l'immaginazione, attiva la rappresentazione
mentale. Quando sorge la luna nei componimenti
di Leopardi, il poeta non solo la guarda,
ma comincia, attraverso la luce lunare,
a rivolgersi verso di sé, alla propria
interiorità. Pensiamo al libro dei
Canti, magari nell'edizione di
Firenze del 1831: quando appare la luna,
notiamo l'apertura di un teatro interiore,
cioè il poeta mette in scena un "io"
lirico, che non va identificato con l' "io"
biografico, ma che sta ad indicare anche
l' "io" di un qualunque lettore.
Dobbiamo leggere la poesia non come pura
rappresentazione di un "io" dell'
autore, ma come rappresentazione di un teatro
in cui siamo noi e il "tu" convocati
accanto a quell'"io". Quando appare
la luna, lo sguardo del poeta si muove verso
la propria interiorità, verso la
coscienza, le ombre della coscienza; è
come se con la sua luce la luna volesse
scoprire qualcosa che è nascosto
dietro le ombre, rivelasse ciò che
è nascosto nella coscienza, qualcosa
che abbiamo dimenticato. Il poeta con questa
luce fa muovere verso la lingua qualcosa
che era perduto, nascosto: ecco l'infanzia,
il ricordo che viene dall'infanzia, quello
che Leopardi chiama ricordanza.
Questa luce lunare non solo rivela il paesaggio
e lo vela allo stesso tempo, ma rivela qualcosa
che è nascosto nel paesaggio interiore,
dentro la coscienza, nelle ombre della coscienza,
e che possiamo chiamare oblio, qualcosa
di dimenticato, un ricordo dell'infanzia,
un'immagine che sale da lontano, che era
perduta e che il poeta coglie nel linguaggio
e fa vivere nel linguaggio. Perché
la poesia ha questo compito: come dice Foscolo,
"vince di mille secoli il silenzio",
cioè la poesia trapassa il tempo
della dimenticanza. Noi viviamo esperienze
che rimangono chiuse in una prigione che
è l'oblio: esperienze, incontri,
voci e tutto quello che viviamo, allontanandoci
noi nel tempo, vengono ovattate, imprigionate
nell'oblio, come se l'oblio fosse una scatola,
uno scrigno che chiude il nostro vissuto.
Le cose vissute sono ancora nel nostro corpo,
nella nostra mente, ma sono chiuse, sigillate,
e ci sono delle occasioni esterne - per
Leopardi è il sorgere della luna,
per Proust un raggio di luce, il volo di
un uccello radente sul ramo di un albero,
il campanile percepito in lontananza a una
curva della strada - insomma c'è
una cosa inattesa che all'improvviso rivela
ciò che abbiamo dimenticato. La poesia
è il linguaggio che accoglie quello
che è dimenticato, è in relazione
con il tempo. Il tempo è irreversibile,
una volta che è passato non torna,
è passato, diventa cenere, diventa
qualcosa di vissuto e basta. Leopardi è
angosciato da questa percezione del tempo.
Nello Zibaldone ci sono delle frasi
molto intense su questo argomento, sul tempo
che è finito, che non torna più.
Leopardi ci racconta che quando era bambino
si svegliava all'improvviso angosciato quando
sentiva qualche suono che dava il segnale
della partenza di una persona, per esempio
di quella cugina che aveva fatto visita
in casa Leopardi, e pensava all'idea che
quella persona non l'avrebbe mai più
vista, che non sarebbe più tornata,
e non poteva pronunciare quel "mai
più" se non con una grande angoscia.
Leopardi aveva il senso forte dell'irreversibile,
cioè che il tempo arriva e si allontana.
Mentre nello spazio c'è la possibilità
di tornare indietro, nel tempo questo non
è possibile.
La poesia è quell'insieme di ritmi,
di tecniche, di regole che accoglie dal
tempo finito qualcosa che di per sé
non potrebbe tornare; la poesia trafora
l'irreversibilità del tempo e fa
apparire qualcosa che era sparito. Leopardi
nelle Ricordanze fa apparire le
immagini della sua infanzia, della sua adolescenza.
Quando è a Pisa, nel '27, comincia
a pensare improvvisamente ad una figura,
ad una voce che non sente più e che
torna nella sua mente: è il canto
di una ragazza che aveva ascoltato nella
prima giovinezza: il canto della tessitrice,
di Silvia. E così nasce la poesia
A Silvia, e Silvia diventa presente:
"Silvia, rimembri ancora" - il
poeta si rivolge a Silvia come se fosse
lì, accanto a lui - "quel tempo
della tua vita mortale, / quando beltà
splendea / negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi".
Ecco il miracolo della poesia: un verso
bellissimo a cui ho dedicato nel libro che
il professore Virgilio citava, Il deserto
e il fiore, un saggio; questo verso
recitato così sembrerebbe uno dei
tanti versi, ma questi due aggettivi -ridenti
e fuggitivi- non sono mai stati usati
nella poesia italiana in questo modo. È
stata usata la parola ridente per
descrivere gli occhi di Beatrice, anche
da Petrarca per Laura e dagli stilnovisti,
oppure l'aggettivo fuggitivo è
usato da Tasso, ma ridenti e fuggitivi
insieme viene usato da Leopardi come un
hapax, come una cosa insolita,
causando un effetto straordinario. Così
nasce A Silvia, così nascono
altri versi leopardiani: attraverso questo
tempo irreversibile - che è oblio,
prigione, perdita, mancanza, fine - torna
qualcosa; la poesia rende vivo quel che
non c'è, ravviva, permette che una
cosa che non c'è più torni
ad essere nel linguaggio, diventi una presenza.
Questa è la forza della poesia: portare
alla presenza qualcosa che non c'è
più. Quando dico portare alla presenza,
dico rappresentare: la funzione
vera dell'arte è quella di portare
alla presenza, rappresentare: i Greci usavano
una parola per dire questo, usavano la parola
poiesis e il verbo poiein.
La poiesis per i Greci, come Platone
fa dire a Socrate nel Simposio,
era questo portare alla presenza qualcosa
che non esisteva. Far sì che quel
che non è sia. Il poeta era colui
che creava, infatti la parola poiesis
in italiano è tradotta "creazione",
ma se vogliamo approfondire questa parola
dobbiamo tradurla con "rappresentare",
cioè portare alla presenza. La poesia
di Leopardi è questo continuo portare
alla presenza qualcosa che era sommerso,
che era perduto; e per questo Leopardi coinvolge
anche i giovani, la sua è una poesia
giovanile; dovete pensare che la poesia
più famosa della letteratura italiana
e tradotta in più lingue è
L'infinito: è la poesia
che ha più traduzioni in lingue europee,
africane, ispano-americane, asiatiche, in
arabo e in tante varianti del dialetto arabo.
Questa poesia è stata scritta a ventuno
anni, quando Leopardi è un giovane
quasi della vostra età. Ma già
a sedici, diciassette, diciotto anni Leopardi
ha scritto dei versi e dei testi anche di
riflessione che sono straordinari: La
storia dell'astronomia, per esempio,
e il Saggio sopra gli errori popolari
degli antichi sono due opere in prosa
filologiche, di grande erudizione che Leopardi
ha scritto da adolescente, alla vostra età
o anche qualche anno prima, perché
aveva una formazione classica estesissima
e una passione particolare per il mondo
antico, per le lingue antiche. Dopo aver
appreso benissimo il latino ed il greco
(si adoperava già da adolescente
a scrivere in greco e a leggere direttamente
i greci) era passato a studiare l'ebraico,
scriveva scorrevolmente in francese, leggeva
l'inglese e lo spagnolo. Passioni di un
adolescente che viveva a Recanati in un
palazzo nobiliare, totalmente immerso in
questa grande biblioteca paterna della quale
sarebbe interessante raccontare tutta la
storia - di come Leopardi ragazzo si trovò
in casa sedicimila volumi e come il padre
aveva raccolto tutti questi volumi. Leopardi
è un poeta, un filosofo, uno scrittore
che già nell'adolescenza comincia
a pensare con profondità e a scrivere,
e quindi voi ragazzi dovete sentirlo come
prossimo, perché alla vostra età
ha scritto grandi cose.
Dicevo delle Ricordanze: Leopardi
definisce la ricordanza anche sul piano
teorico. Leopardi infatti non è solo
un poeta. È anzitutto uno che pensa:
la sua poesia è il punto di filtro,
è l'esperienza affinata, quasi distillata
di un pensiero. Leopardi è un pensatore,
un filosofo: lo Zibaldone - quella
serie di quaderni che comincia a scrivere
nel '17-'18 e chiude nel '32, quindi dai
19-20 anni fino ai 34 anni, che si porterà
dietro in tutti gli spostamenti chiusi in
alcune casse - è lo smisurato
manoscritto che rappresenta il deposito
di un pensiero filosofico straordinario,
il più grande momento della filosofia
italiana dell''800, ed è di un'intensità,
di una ricchezza che si può definire
una selva di saperi. Vi troviamo riflessioni
di carattere metafisico, teorie letterarie,
delle riflessioni sul gusto, sul piacere,
sulla vita quotidiana, parti autobiografiche,
riflessioni sulla politica, sul dispotismo,
sull'eguaglianza, sul rapporto tra eguaglianza
e potere, sulla scienza, sulla lingua e
le lingue, sulle guerre, sull'antropologia,
sugli animali: lo Zibaldone è
davvero una miniera su cui dovreste ogni
tanto sporgervi per prendere qualche passaggio,
qualche elemento, qualche frammento. È
un insieme di frammenti che si muovono verso
tanti campi tematici più unitari.
Leopardi è un poeta che pensa. L'espressione
è di Nietzsche, riferita appunto
a Leopardi. Non dobbiamo separare, dunque,
la poesia dalla filosofia di Leopardi. Quello
di Leopardi è un Pensiero poetante
(così intitolai il mio primo libro
leopardiano, che proponeva appunto una lettura
di Leopardi che non separasse la poesia
dal pensiero filosofico). Nella filosofia
leopardiana troviamo un'idea di filosofia
diversa da quella tradizionale, e da quella
moderna, ma una filosofia che si apre alla
vita, come la poesia, una filosofia che
diventa interrogativa, che non si chiude
nel sistema, che attraversa il mondo della
perplessità, del dubbio ed anche
una filosofia che si pone come scrittura,
così come nella poesia troviamo un
movimento filosofico, interrogativo, aperto
sulle domande ultime, sulle domande che
più importano. Finalmente, dopo una
serie di ristampe, Il pensiero poetante
verrà stampato dalla Feltrinelli
riversato in edizione economica (così
potrà forse circolare tra i più
giovani).
Voglio
chiudere questa chiacchierata, cominciata
dall'esperienza adolescenziale della luna
ritrovata in Leopardi, se avete ancora qualche
minuto di pazienza, ricordando la poesia
L'Infinito che prima il professore
Virgilio menzionava, perché è
la poesia italiana, come ho già detto,
più tradotta; è una poesia
sulla quale anche degli scienziati e dei
filosofi stranieri hanno detto che c'è
un'idea di infinito che uno scienziato può
condividere; quindi non è solo una
poesia, ma è anche una meditazione,
una riflessione scientifica sull'infinito.
Adesso passo a leggerla mentre voi la ripasserete
nella vostra mente. Se qualcuno non l'ha
presente, la ascolti, anche se suppongo
che tutti almeno una volta l'abbiate sentita,
e poi cercherò di fare qualche osservazione
su questa poesia:
Sempre
caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovviene l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra
questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo
mare.
Ora dedichiamo qualche minuto alla riflessione
intorno a questa grande poesia che, tra
l'altro, per quelli che fanno l'ultimo anno
del liceo, credo che sia una poesia da tener
presente perché è proprio
una specie di viatico che uno si porta con
sé dopo il liceo. Qui potremmo sostare
quanto vogliamo, ma vi assicuro che cercherò
di essere il più breve possibile.
Una poesia di questo tipo ci fa pensare
ad una voce nascosta: non è la mia
voce che voi avete ascoltato prima, ma è
la voce del poeta che ognuno di noi, leggendo
una poesia, riesce a ricomporre. Per questo,
L' infinito può essere letto
in tanti modi; per esempio c'è una
lettura de L'infinito di un grande
salentino come Carmelo Bene che sottolinea
volutamente, nell'ultimo verso, il movimento
di dilatazione assoluta. La voce va naufragando
nel mare, e quindi c'è una specie
di sospensione prolungata del finale. Carmelo
Bene, se voi avrete l'occasione di ascoltare
l'incisione della sua lettura de L'infinito,
ha dato una sua interpretazione, perché
ogni lettura è un'interpretazione,
e ha voluto interpretare l'ultimo verso
come veramente un perdersi della voce nel
mare, perché Carmelo Bene dava molto
rilievo a quello che lui chiamava phoné,
appunto alla voce.
Il primo verso e l'ultimo verso hanno qualcosa
in comune: Sempre caro mi fu quest'ermo
colle e l'ultimo verso e il naufragar
m'è dolce in questo mare: cosa
c' è in comune? Al centro del primo
e dell'ultimo verso c'è "mi",
c'è l'io, c'è il corpo. Il
corpo compare proprio nella poesia de L'infinito,
una poesia dedicata all'infinito: ebbene,
questa è la forza di Leopardi, parlare
del corpo, rendere presente il corpo, i
sensi, in una poesia che rappresenta un'odissea
della mente, dell'immaginazione che tenta
di rappresentare l'infinito. Sempre
caro mi fu, quindi un movimento affettivo,
il sempre, questo ermo colle,
il colle solitario, e quella siepe;
ma vedete subito, e questo l'avrete notato
tutti, che la poesia de L'infinito
non solo è la poesia della presenza
del corpo, ma è una poesia della
presenza forte del questo e del
quello, la presenza di quegli elementi
che i linguisti chiamano deittici, cioè
gli aggettivi dimostrativi; questo
e quello sono presenti quasi a
voler tenersi attaccati a qualcosa di concreto;
ma la poesia in realtà è come
un tema musicale, ha due grandi movimenti:
un primo movimento che è un adagio
musicale vero e proprio, ed è un
movimento molto aperto, per cui il poeta,
quello che dice "io", cerca di
rappresentare, di rendere presente alla
mente, nella mente, l'infinito, cerca di
raccogliere, fingere, nella mente l'infinito.
Ma questa esperienza, questa avventura porta
a nulla, è un'esperienza che porta
allo smarrimento, perché voler rappresentare
l'infinito a partire dal limite, da quello
che impedisce di vedere oltre, cioè
dal colle, dalla siepe, dall'ultimo
orizzonte, vuol dire immaginare, stare
fermi, seduti - sedendo e mirando
- in una posizione meditativa e contemplativa
quasi orientale. È la contemplazione,
analoga alla contemplazione dell'infinito
rappresentata dal pittore romantico Friedrich
(anche se lì il personaggio è
in piedi). Per Leopardi questo vuol dire
tentare di rappresentare l'infinito attraverso
l'estremo, cioè gli interminati
spazi, cioè spazi senza fine,
non terminati, senza termine, i sovrumani
silenzi, cioè silenzi al di
là dell'umano, la profondissima
quiete, cioè quiete più
profonda del profondo: quindi la mente tenta
di avere esperienza dell'eccesso, dell'oltre-limite
e però si accorge che non riesce,
nonostante questa grande odissea nell'estremo,
a rappresentare l'infinito: il pensiero
mostra il suo limite, la sua incapacità,
e anzi il corpo ha un tremito, il cuore
si spaura. E comincia un secondo movimento.
Il secondo movimento comincia da un senso,
l'udito: prima era la mente che immaginava,
adesso è l'udire posto al centro
dell'attenzione. È come l'ascolto
dello stormire, tema romantico che ritroviamo
nella poesia di Keats e d' altri poeti.
Il poeta, il soggetto poetante, ode il vento
tra le piante: questa presenza così
concreta, così definita, del vento
tra le piante porta il poeta ad una comparazione
con quella forma dell'infinito spaziale
e temporale che è l'eterno. Ma la
comparazione non riesce perché il
poeta che vuole comparare questa voce con
quell'infinito silenzio, vuole, in questo
momento, in questo istante, comparare la
stagione che freme, che è viva e
dall'altra parte invece, le morte stagioni,
il tempo perduto, irreversibile, vuole mettere
insieme, accostare il suono di questo tempo
con il suono dell'oltre-tempo che è
l'eterno; questa comparazione il poeta non
la regge, non riesce a mettere insieme questa
presenza vocale del vento con la cancellazione
di questa presenza, questo tempo con l'altro
tempo che non c'è più e quindi
non può apparire di nuovo. Questo
secondo tentativo di rappresentare l'infinito
naufraga in quella immensità che
il poeta cerca di evocare. Ed è l'esperienza
di un naufragio dei sensi, della mente:
l'impossibilità di dire l'infinito.
Ma in questa odissea, in questa avventura
della mente la poesia fa esperienza di un
passaggio delle cose, dei sensi, dell'ascolto,
della natura; si conosce, avverte che c'è
un insondabile, un oltre-limite, un infinito
di cui non possiamo mai appropriarci. La
poesia de L'infinito è la
poesia dell'esperienza forte dei sensi,
del naufragio dei sensi, ma che ci dà
la consapevolezza che al di là dei
sensi vi è un oltre-limite; e dunque
l'ultimo verso il naufragar m'è
dolce in questo mare fa apparire il
corpo come una zattera. In questo naufragio
c'è un io, un corpo che è
la zattera a cui mi attacco per sopravvivere.
Un richiamo dei sensi, della loro dolcezza,
proprio in questa impossibilità di
dire l'infinito. Il pensiero mostra la sua
impotenza: L'infinito è
una poesia che dice come il pensiero dell'uomo
sia impotente nel rappresentare l'infinito.
La filosofia, d'altra parte, non può
dire l'infinito perché l'infinito
coincide col nulla (lo dirà Leopardi
nello Zibaldone) e l'infinito e
il nulla non si possono dire se non nel
linguaggio. In quanto linguaggio non sono
più infinito, ma parole, figure,
approssimazioni. In questo naufragio, dicevo,
c'è il corpo dell'uomo che resiste,
c'è il piacere (il naufragar
m'è dolce) di questa avventura
dell'immaginazione, di questa esperienza
che attraversa il limite e guarda verso
un infinito di per sé irrappresentabile,
indicibile. Questa, in Leopardi, e concludo
davvero, è l'esperienza della poesia:
cioè L'infinito è
una poesia sulla poesia, ci racconta qual
è l'esperienza vera, profonda, della
poesia: voler dire l'infinito e riconoscere
l'impotenza del pensiero, e della lingua
poetica, a dire l'infinito. E questa è
una grande esperienza del linguaggio, che
coincide con un'esperienza di sé,
del corpo.
Questo direi che è in poche parole,
riassuntivamente, ciò che possiamo
pensare intorno a questa poesia, per tornare
poi a rileggerla con un'attenzione che si
depositi tra verso e verso, tra parola e
parola e tra i silenzi, perché in
ogni poesia sono importanti i silenzi ed
in particolare L'infinito è
costruito da tanti silenzi che sono come
il vero infinito: sono quei silenzi che
si depositano tra le parole, che la parola
non riesce ad accogliere ma che stanno lì,
tra le parole, ed è importante che
stiano lì; quella è la vera
presenza dell'infinito, che non può
diventare parola, non può diventare
linguaggio. Grazie.
(Molti
e calorosi applausi)
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