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13
febbraio 2005 |
Gino/
21
di
Francesca Andreini
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Riprendiamo,
a partire da oggi e dal Capitolo
Ventunesimo, la pubblicazione
di Gino,
il romanzo inedito di Francesca
Andreini. Chi volesse leggere i
capitoli precedenti, può
cercare negli Archivi
(per Autore o per Titolo)
della prima serie di Zibaldoni
e altre meraviglie. |
Belli neri
I
fascisti correvano su un'auto scoperta.
Un grappolo nero che cantava a squarciagola.
Tutti giovani, tutti contenti, esaltati
dalle parole e dalla velocità che
li portava a spasso per il paese. E a
tutti i pedoni gridavano: "saluto
al duce!", e quelli si irrigidivano
col braccio teso.
Anche
Gino, ben disciplinato, balilla perfetto.
A qualcosa saranno servite le mattinate
in cortile a passare e ripassare i saluti
e le marce, i canti, gli alt! Lui il balilla
più scalcagnato, col fez fatto
dalla mamma con la stoffa di una tenda
rigirata e che c'aveva un colore diverso
da quello di tutti gli altri. E la nappa
della tenda penzoloni, troppo lunga, giù
sulla faccia. Non c'era verso di marciare
virilmente, conciato così, e l'insegnante
gli urlava: "vergogna!" .
A
questo pensava Gino mentre con la coda
dell'occhio vide Franz sollevare maestosamente
il cappello e fare il più profondo
dei suoi inchini.
Rigido,
ancora più impettito e duro si
mise impalato con lo sguardo fiero verso
il cielo e un maschio destino. Avrebbe
voluto essere alto due metri, largo come
un armadio e nero come la pece per coprire
quell'imbecille che se ne stava quasi
prostrato a terra a sventolare le tese
verso le ruote.
Che
stridettero e si bloccarono.
Gino
chiuse gli occhi, ancora col braccio teso.
Sentì i tonfi dei piedi e una voce
beffarda: "non si saluta il Duce?"
Gino
trattenne il respiro, si tese ancora più.
"Ma
io saluto...".
"E
fai lo spiritoso".
"No,
gentile signore...".
"Gentile,
io? E chi te l'ha detto che sono gentile?"
"Io
attore, saltimbanco...".
"E
quel cretino, che fa?".
A
Gino arrivò una pacca sulla nuca.
"Basta,
te ne puoi andare".
Gino
dette uno strattone leggero all'asino
e quello lo seguì per la strada.
Accanto,
in silenzio. Tutti e due a capo chino.
In
fondo alla via ebbero il coraggio di voltarsi
e di vedere cinque camicie nere intorno
a Franz. Che, più alto di tutti,
provava a sbracciarsi e improvvisare,
come sempre.
Nella
strada cominciava a soffermarsi qualche
curioso.
"Che
c'è? Non c'è niente da vedere!".
Li
scacciavano le camicie nere.
Poi
si caricarono Franz sulla macchina e ripartirono
a tutto gas.
Il
rumore rimase a lungo fra i muri delle
case. Solo il rumore. Perché dopo
pochi secondi era come se non ci fosse
mai nemmeno passato, uno che si chiamava
Franz e che faceva l'attore e saltimbanco,
prestigiatore e mago.
Ai
passanti non gli sarebbe mai venuto in
mente che lì, pochi istanti prima,
una macchina s'era ingoiata un uomo. E
il respiro di Gino.
Come
vivere senza battiti. Fermo nel tempo,
con un niente in testa e un nulla davanti
agli occhi.
Se
non fosse stato per l'asino, chissà
quanto ci sarebbe stato, lì a fare
il tonto in mezzo alla strada.
Ma
poi quello si mise a tirar la corda, col
collo basso, per cercare l'erbetta alla
base dei muri.
E
Gino lo seguì verso la periferia
e verso i propri pensieri.
Non
ci poteva credere, che fosse cambiato
di colpo tutto, per quella stupidaggine
del saluto...
Era
cominciata così bene, quella giornata.
In una raggiera infinita di riflessi dorati,
all'alba di un giorno radioso, tiepido
e profumato.
Con
la primavera che spruzzava colori dappertutto
e gli animali e gli uomini in armonia
col creato e in lotta solo coi loro istinti
bassi e grevi, che non gli facevano venire
voglia altro che di stare sull'erba a
far l'amore tutto il giorno.
Una
mattina che il cielo era indaco e i fiori
sgocciolavano essenze giù dalle
siepi. Le api ronzavano e i pollini volteggiavano
leggiadri.
Franz
si era stirato sorridendo.
"Stasera
andiamo a prendere ragazza".
Gino
si era sentito girare la testa e visioni
rosa, tenere, panciute e rugiadose di
giovani schiave l'avevano preso come crampi
alle cosce.
Quasi
non osava parlare, tanto era bello quel
momento d'attesa. E fra i denti sibilava
appena domande vaghe, mentre gli sfilavano
nella testa corpi d'ebano e corpi d'avorio,
capelli biondi e rossi e i suoi preferiti,
belli neri.
"Non
manca tanto", rispose Franz a una
domanda che Gino non si era nemmeno accorto
di fare.
"Dovremmo
esserci fra poco, a Arezzo. E lì
cerchiamo di una bettola... 'Dalla Gegia'...
dove ci dicono della ragazza".
Poi
in silenzio, o fischiettando, coll'asinello
a pesticciare il selciato e i loro piedi
leggeri come pensieri avevano camminato
fino alla città. La prima, dopo
quasi un anno.
A
Gino non gli sembrava nemmeno più
di saperci camminare. Fra la gente, tutta
insieme, tutta di corsa e il vociare;
canti e ruote, fruste, cavalli, camionette
e carrozze. I bambini, correvano sempre
così, tutti insieme, un grido acuto
e compatto che si avventa nel primo mattino?
Lui
si muoveva piano, come potesse rompere
qualcosa. E nonostante questo tutti gli
sbattevano addosso, lo chiamavano, gli
fischiavano. "E sta' attento, 'io
diavolo!".
L'asino
di colpo un impiccio tremendo e Franz
troppo grosso, troppo alto, troppo vestito
come un bandito dei monti.
Un
ingombro, una macchia, un intralcio nei
rivoli spumanti della città. Ecco
cos'erano loro tre.
Fino
all'osteria della Gegia.
Lì
tutto era fermo e stantìo, piccolo,
un po' scuro. Un seminterrato umido coi
tavoli e le sedie ammuffiti.
Non
c'era nessuno e avevano mangiato in pace,
serviti dalla Gegia che sorrideva a Franz.
"E
voi che ci fate, da queste parti?"
Con
la durezza più dura dell'accento
aretino. Ma si capiva che era contenta.
Franz
che parlava e beveva caffè. Parlava
e parlava e inventava tante di quelle
avventure che avrebbero passato loro,
insieme al ciuco, che anche Gino si mise
a ascoltare e ridere, battendo una mano
sul tavolo dall'eccitazione, da come si
divertiva.
La
Gegia ascoltava e rideva contegnosa. Forse
perché c'aveva i denti gialli e
sfatti, più i pezzi che mancavano
di quelli ch'erano rimasti.
Però
li fece mangiare bene e dopo mangiato
gli offrì anche un po' di tabacco
a Franz, che si poté accendere
la sua pipetta e spandere finalmente un
po' di buon odore aromatico intorno, invece
degli sbuffi sterili di sempre.
"E
ragazze? Ce ne sono?".
La
Gegia stava asciugando un po' d'umido
dai tavoli intorno. Ma davanti agli affari
seri si sedette, si fece una sigaretta
e l'accese guardando Franz negli occhi.
"Ma
la vuoi, una davvero brava?".
Franz
ci pensò su.
"Per
me, più brava è meglio è...
basta che si adatta..."
Gino
la ragazza la vedeva nuda, davanti ai
loro occhi esaminatori, a testa china
in un profluvio di capelli neri e lunghissimi.
"No,
perché una brava io la conosco.
Una con esperienza".
Nuda
davanti a loro a testa alta, e uno sguardo
di sfida negli occhi, un'altera prostituta
araba coi bracci ricoperti di argento.
"Sì.
Ma sa starci, sulla strada?".
Una
gitana ribelle, legata per i polsi e le
bizzarre vesti colorate mezze strappate.
"C'è
vissuta, per la strada. Saranno trent'anni
che viaggia. Ma sempre sola".
Una
barbona vecchia e sfatta. Coi capelli
stinti e arruffati sulla faccia di cartapesta...
Franz
fumava e valutava, puffava sempre più
in alto lunghe scie bianche e leggere.
A
Franz gli si era chiuso lo stomaco. C'aveva
quasi voglia di vomitare.
"A
me va bene. Quando la posso conoscere?".
No!
La barbona! Ma che se ne facevano?!
Gino
s'era ammutolito e imbronciato per il
resto della mattina. Aveva fatto le prove
con Franz, nel cortile della Gegia, per
preparare i numeri di quel giorno. Sempre
in silenzio e a muso lungo.
S'era
ripreso, poi, quando erano andati al mercato.
Che era un bel mercato delle pulci con
tante cianfrusaglie e pochi bellissimi
antichi oggetti. Parecchia gente, pulciosa
più della merce, a cercare pentole
ancora buone, o tavoli scortecciati, sedie
rimpagliate. E qualche rigattiere intorno
ai mobili belli, con l'aria di chi c'è
già tornato un paio di volte, a
vedere e valutare, e che ci sarebbe tornato
ancora.
Poi
erano buoni gli odori. Perché c'erano
le bancherelle coi panini di porchetta
grassa e calda e cialde appena tolte dalla
piastra che facevano girare la testa,
dal profumo.
Anche
il ghiaccio raspato nei bicchierini di
carta, gli pareva che avesse un odore.
Troppa
confusione, troppa distrazione per parlare
di poesia. E anche per far ridere la gente.
Franz
si spogliò a torso nudo e si sparse
un po' d'olio addosso. Fece anche due
trecce alla barba e spettinò i
capelli sulla testa e sul viso.
"AAAARRRGHHHHHHH".
Al
suo urlo i passanti sobbalzarono e anche
Gino, che non se l'aspettava. Un barbaro
incatenato con due giri di possente e
lucido metallo. E un lucchettone scintillante
in bella vista.
Portentoso,
Franz, riusciva a strabuzzare gli occhi
e sbavare come un prigioniero rabbioso.
Gino
lo guardava ammirato e divertito da un
po', quando si ricordò la sua parte.
"Signore
e signori, illustre pubblico!".
Si
sgolò con quanta più forza
trovasse, sventolando in aria il cappello
di Franz, che si dibatteva furiosamente
fra le catene.
Gino
strillò del grande germanico, fra
gli uomini più forti al mondo,
che oggi avrebbe tentato l'impossibile.
Spezzare un doppio giro di solide, nuovissime
catene.
E
così fece, dopo che s'era radunata
abbastanza folla intorno ai suoi spasimi
e contorcimenti intrecciati di urla e
imprecazioni in tedesco.
Poi
con la faccia al cielo e le vene a rigare
il collo gonfio, i denti digrignati in
rabbia e sforzo estremo il grande germanico
si inginocchiò e chiuse gli occhi
alla folla iniettata di fatica.
Si
spaccarono con un colpo secco e precipitarono
sferragliando a terra.
"AAAAAAAAAAAAAARRRRRRRRRRRRRRRRRGGHHHHHHHHHH!".
Un
urlo ancora più disumano, di vittoria,
si alzò dal grande germanico e
quasi coprì gli applausi e i fischi
d'entusiasmo degli spettatori.
Franz
faceva larghi giri a passi lunghi, gridando
e battendosi il petto, ringhiando in faccia
alla gente che si spostava intimorita
e rideva.
Gino
lo seguiva col grande cappellone teso
a raccogliere qualche spicciolo e un paio
di sassolini.
La
gente se ne stava per andare, quando Franz
ruggì di nuovo e chiamò
a sé tutti i passanti. Per farsi
veder ingoiare tutta una lunghissima spada.
"Di
ferro antico di Spagna, forgiato dai saraceni
nelle acque del Guadalquivir!", urlava
Gino, mentre Franz gemeva e sbuffava nell'appoggiare
la lama sulla lingua. Per poi immobilizzarsi,
fisso e concentrato, mentre sfiorava le
morbide pareti della gola.
Tutti
fermi, tutti zitti. Non volava più
una mosca. Occhi orecchi e bocche ammutoliti
sulla scena seria e pericolosa.
Quando
Franz la sfilò, sempre lento e
accorto, una signora si sentì male,
e due uomini l'accompagnarono controvoglia
a rinfrescarsi.
La
lama fuori, a scintillare al sole, uno
scroscio d'applausi e i mormorii contenti
di chi ha visto qualcuno rischiare la
vita.
Il
giro fu più fruttuoso questa volta
e la gente non fece per andarsene aspettandosene
una ancora meglio.
Che
arrivò subito, il tempo di ingollare
un po' di benzina e di accendere una torcia.
Gli sputi infiammarono l'aria in vampe
lunghe e stridenti che sfioravano i cappelli
della gente.
Ci
furono un paio di urletti di paura e un
bell'applauso ancora prima degli inchini.
Finirono
lo spettacolo con una bella cappellata
di soldi.
Così
se ne andarono in una trattoria fresca
e pulita e si cavarono un po' di voglie
dallo stomaco. Cacciagione e pane bianco,
vino e dolce.
Poi
a dormicchiare sotto un albero, mentre
il ciuco si rotolava nell'erba tenera
a gambe all'aria.
Ecco,
era cominciata così, quella giornata.
Sole e odori buoni e soldi a cappellate.
E
ora all'improvviso c'era solo una gran
confusione per le stradine strette e un
po' d'afa dopo la giornata di sole. Franz
chissà a patire cosa. Il ciuco
stanco che tirava sulla cavezza.
Adesso
gli toccava anche cercare questa vecchia
vissuta per strada, a lui da solo. E perché
poi? Tanto, senza Franz non se ne faceva
nulla, della barbona.
Ma
la Gegia aveva proprio insistito.
"Io
ho preso l'impegno per voi, a telefono.
Non mancate e non arrivate tardi, lei
non gli piace aspettare i comodi degli
altri. Vi aspetta alla pensione 'Cosetta'.
Ci dovete per forza passare davanti per
andare e riportare la roba".
A
un suo amico fabbro, che faceva le catene
tagliate e che a loro, eccezionalmente,
gliele aveva affittate invece che vendute.
La
spada e le torce invece, erano della Gegia.
Di un suo fidanzato di passaggio che l'aveva
dovute lasciare lì perché
lei l'aveva beccato con una sgualdrina
in una delle stanze. E siccome lo inseguiva
col coltello per le carni lui s'era buttato
ruzzoloni per le scale e per la strada
e aveva lasciato lì le sue cianfrusaglie.
Bene
per loro, che avevano guadagnato in un
giorno più di quanto ci faceva
Franz con l'Ariosto in un anno.
"Ma
io non faccio quelle cose. Non è
artistico".
Peccato,
perché a pancia piena Gino si sentiva
un artista e un signore.
Giornata
lunga, faticosa. Anche l'asino era sfinito
e lo guardava col grande occhio buono
e gemente.
Ma
non poteva tornare dalla Gegia senza quella
barbona. La Gegia, in pegno, s'era tenuta
la loro roba.
"Non
faccio figuracce con la gente. Se trovo
un ingaggio trovo un ingaggio. Sennò
va a finire che da me non si ferma più
nessuno. Vai e trova la ragazza, che ti
aspetta. Poi la porti qui e se Franz non
è ritornato ci parlo io, del lavoro.
Tanto, massimo domani lo mettono fuori.
E lascia questa roba!".
L'urlo
gli fece cadere di mano la spada ritraibile,
che già da qualche minuto Gino
si divertiva a far andare su e giù.
Facendola scomparire fino al manico e
poi di nuovo tutta in fuori.
La
Gegia la raccolse dal tavolo e la portò
via. Non la dava volentieri. Chissà,
un ricordo.
Allora
eccolo lì davanti alla pensione
'Cosetta', che era piccola piccola e un
po' scalcinata.
Gino
con l'asino in mano, ma dove poteva metterlo?
Si sentiva strano e ridicolo. Non poté
nemmeno entrare a cercarla, la barbona;
dovette far andare qualcuno a chiamarla.
E
mentre aspettava c'aveva voglia di scappare.
Tanto, di quella vecchia non gliene importava
nulla.
(Continua)
Per
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GINO,
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all'ARCHIVIO della prima
serie di ZIBALDONI E ALTRE MERAVIGLIE,
e cerca per AUTORE:
Francesca Andreini, o per
TITOLO: Gino. |
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