Memoria
di uno sconvolgimento antico
di
Laura Mauriello
Caro
Enrico,
mi
soffermo brevemente (ma anche: seriamente,
tragicamente, al limite dell'addio) sulle
implicazioni che riguardano non
tanto lo scrivere (il mio men che meno:
leggo assaissimo, scrivo pochissimo), quanto
l'altro o gli altri per cui si scrive, o
meglio quel sentimento dell'altro in sé,
lavorante e trasformativo, che lubrifica
"a chiacchiere" il motore dell'oblio,
l'altro o gli altri per cui si scrive non
essendo che l'altro o gli altri in cui sparire,
disseminarsi dissolversi andare a morire.
Di
tal che un testo pubblicato è la
pietra tombale, l'editore il becchino, lo
scaffale il cimitero, il critico il prete,
i lettori i sopravvissuti, la letteratura,
tutta la letteratura, nient'altro che memoria
di uno sconvolgimento antico: una specie
di maremoto, occorso nel privato miserrimo
sud est del caro estinto. E dal funerale
che vado seguendo torno al senso che ha
(che avrebbe) allora scriverne. Scriverne
in assoluto, scriverne ora.
Magari
non interessa, visto che tu e Gianluca vi
occupate di sopravvissuti (o sì,
ché per farsi gli zibaldoni degli
altri bisogna per forza aver contezza dei
propri), ma è che certe implicazioni,
a evocarle, son come sassi che a smuoverli...
Corro
ai saluti.
Laura
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