Gino/
22
di
Francesca Andreini
Sara
Gli
sparò tutti i denti bianchissimi
e una risata da eco. Era giovane, col viso
tondo e gentile.
"Sei
te il citto della Gegia?".
Gino
disse di sì, anche se non aveva capito
bene.
La
ragazza rise ancora, salutò qualcuno
dentro la pensione e disse: "Andiamo!".
Poi
si lanciò per la strada con un passo
che faceva tre di quelli di Gino. Muovendo
le spalle e le mani a dondolare su e giù
per darsi l'anda, falcava i viuzzi e canticchiava
una marcia.
Era
abbronzata, scura quanto un indiano. E vista
di spalle sembrava un uomo.
Gino
gli zampettò dietro per vie e stradine.
Imbruniva e l'asino era stanco. A Gino poi,
gli pareva d'essere un sonnambulo.
"Mi
chiamo Sara Milli, e te ?".
"Gino...
mi chiamo Gino...".
"
La Gegia m'ha detto del tedesco... ma te
non ti preoccupare, che ora ci andiamo e
ci penso io".
La
parlata... era quella della Rina. E il nome
era il nome del conte... e anche il nome
del parente che aveva sfidato il brigante...
Sui
monti sopra Arezzo c'era una fucina di titani
grossi e spavaldi, che ogni tanto scendevano
a valle a spaziare le loro forze in mezzo
ai comuni mortali...
Vaghi
rumori primaverili di rondini e venticello.
Suoni dentro le case. Ora di desinare.
Loro
a marciare a tappe forzate. Strade e viuzze
e piazze fino a un palazzo antico e nobile,
dove c'erano parecchie luci accese.
La
ragazza si piantò di colpo e gli
si rivolse: "Bene, Gino. Te settati
qui, non ti muovere finché torno".
Gino
rimasticava idee vaghe e intanto gli si
chiudevano gli occhi. Si sarebbe addormentato
lì, seduto in terra, se da dentro
l'antico palazzo nobile non fossero arrivati
suoni strani. Degli urli staccati e selvaggi
e delle bestemmie che salivano in ampie
spirali; figure sacre e animali, parti del
corpo e chiodi, polvere, sedie in una stessa
inestricabile ascesa.
Poi
uno stonfo e botte, tutto insieme agli urli
e i bestemmioni una sedia sbattuta, forse
anche un uscio.
Gino
in piedi, teso a ascoltare e distinguere,
cercare di rintracciare la voce umana dai
rumori di roba spostata e sbatacchiata.
Era la Sara, sì, sicuramente ...
sempre lei che gridava... e che bestemmiava
...
Era
lei anche che sbatteva e rompeva la roba,
gli disse poi. Sara infuriata e giustiziera
che reclamava quell'imbecille del tedesco
che non sapeva ancora nulla, era appena
arrivato dai monti. Sì, sapeva a
malapena dov'era, figurarci del saluto!
Ma a lei gli toccava di lavorare con lui,
e se non lavorava non mangiava e allora
che lo tirassero fuori subito, che sennò
lei faceva un macello che gli ci volevano
tre reggimenti per fermarla. E ne era nata
poi una sfida di lotta greco romana.
"Davvero
sei così forte?".
Le
avevano detto.
"E
allora adesso ci devi vincere tutti e tre,
sennò pulisci tutta la stanza con
la lingua e poi finisci dentro come quell'altro
imbecille".
Sara
aveva vinto, s'era tolta la camicia ed era
rimasta in canottiera. Da uomo. E tutti
già s'erano ammutoliti perché
lei non c'aveva seni ma dei muscoli che
scoppiavano dentro al tessuto.
Li
aveva buttati giù senza sforzo, uno
dietro l'altro. Gonfi, rovinati, sfregiati
per sempre, perché dopo che erano
caduti li aveva alzati come fuscelli e scaraventati
contro i mobili. Aveva rotto tutto, là
dentro.
Poi
s'era rivestita e sempre urlando gli aveva
detto di ridargli subito quell'imbranato
chiuso dentro, che i patti andavano rispettati.
Così
Franz era uscito. Senza aver capito nulla
e più pallido di una principessa
sul pisello.
Con
la Sara che lo sorreggeva per un braccio,
mentre su una spalla, ma che sembravano
leggere come piume, s'era buttate le sacche
di cuoio.
E
s'era presa anche l'agio di raccontare senza
fretta tutto quanto era successo lì
dentro. Raccontava vociando come fossero
al mercato. E intanto gli rimetteva a posto
il bavero a Franz, il cappello sulla testa,
pacche sulla schiena per incoraggiarlo.
Poi via, a passo di marcia ancora una volta,
ma trionfale.
Fra
le case e i visi antichi affacciati a sbirciare
che era tutto quel macello, quella sera,
per strada.
Anche
dal palazzo nobile si aprì una finestra.
E
Gino pensò che era finita. Ora gli
sparavano alla schiena, uno, due, tre, e
era finita. Si voltò di scatto, pronto
a vedere i fucili puntati.
Invece
vide delle camicie nere che uscivano su
un balcone con le maniche arrotolate e le
facce contente.
Indicavano
loro tre e ridevano a faccia piena. Li guardarono
allontanarsi, poi rientrarono ridacchiando
e scuotendo la testa.
Sara
marciò fiera con lo straccio floscio
al lato e le sacche leggere su una spalla.
Spavalda,
fiera e convinta, a grandi passi per le
strade.
E
Gino la guardava e si chiedeva...
Tutta
una montagna di balle...
Sara
raccontava panzane grosse come case...
Era
una mesteriante, era come Franz!
Li
aveva ammaliati e divertiti. Raccontato
loro di botte e lotte e leggende... chissà
cosa!
Nata
e cresciuta sulla strada, trent'anni di
bugie e spettacoli.
E
lavorare con loro... Gino si sentiva spaesato,
a pensare a Franz e Sara insieme.
Camminava
indietro, accanto all'asino che c'aveva
il collo piegato in giù. E cercava
di essere contento.
Appena
dalla Gegia, Franz si buttò su una
sedia e trovò il coraggio di sorridere.
La
Gegia gli portò una scodella di brodo
e gli sedette accanto.
"Che
è successo?".
Franz
la guardò serio.
"
Nulla".
Gino
e Sara, la Gegia si strinsero intorno al
tavolo.
"T'hanno
interrogato?".
"T'hanno
dato l'olio?".
"T'hanno
picchiato?".
Franz
scuoteva la testa: "Peggio...".
Tutti
ancora più vicini, si zittirono con
facce di ammirato cordoglio.
"M'hanno
messo in una stanza vuota e lì mi
ci hanno lasciato! Tutto il giorno, senza
dirmi niente...".
A
Franz quasi gli veniva da piangere. Si chinò
sulla scodella e cominciò a succhiare
il brodo caldo.
La
Gegia e la Sara si vergognavano. A questo
mondo di uomini veri non ce n'erano più!
A parte loro.
Sara
alzò così tanto i sopraccigli
che pareva dovessero staccarglisi dalla
fronte.
La
Gegia invece guardava dappertutto meno che
su quella montagna di fifa che aveva davanti
a succhiare il brodo a sbafo.
Era
così brutto, che stavano lì
a avere pena e disprezzo senza dir nulla
che a Gino gli faceva rabbia. Si alzò
e andò nella stanza. Sul lettone
soffice e alto si distese a riposare, che
c'aveva le ossa rotte. Assopendosi
piano piano nel sentire le voci dabbasso
sempre più alte. Sempre più
contente. Franz di nuovo stentoreo, di nuovo
a raccontare panzane. E le donne a ridere
e sbattere le mani sulle cosce dal divertimento.
Fino
a notte fonda, risate e racconti. E Gino
in un dormiveglia strano, che non riusciva
a ricordare dov'era, e si svegliava col
batticuore tutte le volte. E le voci poi
lo facevano riaddormentare, ma dopo due
sogni di nuovo, eccolo sveglio. Un patema
d'animo tremendo, di non poter dormire più
di due minuti di seguito!
E
a tarda notte Franz finalmente tornò
e Gino saltò su nel letto: "Dove
sono?!".
E
Franz gli si sedette accanto e lo rimise
giù spingendolo sul petto.
"Tranquillo...
non incubi... va tutto bene".
Gino
si sedette sul letto. Franz lo fissò
e si mise una mano sul cuore.
"Io...
mi dispiace per cosa è successo.
Farò più attenzione, dopo...
va bene?".
Gino
mugugnò che andava bene, però:
"Ho avuto paura...".
"Sì,
capisco... ma ora è finita, va bene?
Starò attento".
Gino
gli si accostò, mentre Franz toglieva
i vestiti, stanco a pezzi, più lento
di un bradipo.
"Franz?".
"Mhhh....
?".
"Franz,
Sara...".
"Sì?".
"Lei...
starà con noi?".
"Sì,
se vuole".
"Ma...
Franz... e la ragazza... la ragazza da comprare?".
"Comprare?".
Franz
rimase col calzino in mano, dallo sbigottimento.
"Sì...
l'avevi detto te: andiamo a comprare ragazza".
Franz
lasciò cadere il calzino e cominciò
a ridere tutto, a partire dalle spalle.
"Comprare...
ah... ah... ah... comprare...".
Si
riprese a fatica, stette a rantolare un
po' e soffiare e sbuffare prima di parlare.
"Scusa...
io forse sbagliato. Volevo dire aggiungere...
acquistare... come si dice?".
"Ingaggiare".
Bofonchiò
Gino. Poi si buttò indietro nel letto
e volle chiudere gli occhi e dormire subito.
Senza sentire più i mugolii e i soffi
di Franz. Che s'era spogliato e disteso
nel letto ma non riusciva a smettere di
ridere.
Poi,
il giorno dopo, Franz era di nuovo serio.
Con
la Sara in canottiera, e era vero che non
c'aveva i seni, che nella mattina limpida
e ocra ascoltava Franz nemmeno fosse l'oracolo.
Poi
si provava un mantello, o faceva roteare
la spada, o porgeva a Franz delle cose mentre
lui fingeva di parlare al pubblico.
Gino
non gli serviva a nulla, perché non
era forte, né buffo, né sapeva
i trucchi. Forse, al limite, gli avrebbe
attirato il pubblico a strillare in piazza,
come aveva fatto l'altra volta.
Non
doveva nemmeno occuparsi del ciuco, perché
lì in pensione la Gegia proprio non
ce lo voleva e allora l'avevano portato
da un contadino, che glielo avrebbe tenuto
fino alla partenza, siccome il suo, di ciuchi,
s'era azzoppato.
S'erano
salutati guardandosi nell'occhio, Gino e
il ciuco, e a Gino gli s'era ridotto il
cuore un fico secco. Era dovuto scappare,
per non farsi vedere commosso a lasciare
un ciuco. Che in più s'era messo
a ragliare, maledetto, quando lui se n'era
andato.
Quand'era
tornato, quella sera stessa, c'era un impresario
dalla Gegia, e la Gegia e Franz con la Sara
tutti agitati a parlare intorno a un tavolo.
Gino
non capiva perché, visto che lontano
un miglio si capiva che quello non c'aveva
una lira per farne due e gli interessava
solo di scroccare un pasto.
E
non fu che il primo. Attori e saltimbanchi,
direttori di circo, tutti dalla Gegia a
cercar gente, conoscersi, annusarsi. Ma
nessuno con la vera grana, le vere conoscenze,
le vere piazze buone per farsi vedere e
valere. E Franz e la Sara, questa volta,
facevano sul serio. Preparavano cose difficili,
spettacolari, che non erano da bruciarsi
lì, al mercato, ma che valeva la
pena di trovare davvero qualcuno in grado
di valorizzarli, magari in teatro. Avrebbero
potuto stupire, incantare, guadagnare e
girare il mondo. Famosi, sui giornali, avrebbero
conosciuto Houdini...
Intanto
la Gegia aveva cominciato a gironzolare
col foglietto del conto fra le mani.
"E
quand'è che siete pronti ? Ma che
state a fare, la Divina Commedia?".
Franz
che prometteva: non si preoccupasse perché
una volta in piazza in poche ore avrebbero
fatto più quattrini di quanti lei
avesse mai visto.
La
Gegia strascicava via i suoi scetticismi
e la sera, a cena, gli riduceva sempre un
po' le porzioni.
Vita
magra, per una settimana. Gino cominciava
a perdere i calzoni e la pazienza.
Ma
Franz lì imperturbabile, con addosso
mantelli, con le carte fra le mani. Risbucarono
anche le catene, ma per la Sara questa volta.
Che
le sue specialità erano le cose del
circo. C'aveva lavorato tre anni, e faceva
la base nella piramide umana. Con uomini
che pesavano un quintale sulle spalle.
Poi
faceva i salti mortali in avanti e all'indietro,
camminava sulle mani, spezzava pezzi di
legno come fossero stuzzicadenti.
Aveva
lasciato il circo per viaggiare, perché
gli piaceva vedere il mondo. E quello era
un circo di spiantati che batteva a malapena
la pianura Padana.
Sara
aveva fatto per un paio d'anni il giro d'Europa.
Sopratutto il nord e l'est. Sempre più
lontana, fino alla Russia, dove s'era fermata
altri due anni e aveva fatto la tramviera.
Gino
se la immaginava, con la sua divisa da uomo,
a girare senza sforzo la manovella del tram,
su e giù per strade innevate, fra
donne incappucciate e compagni col naso
rosso.
A
Sara piaceva raccontare e raccontava di
quella volta che un cosacco l'aveva presa
per la vita e la voleva baciare così,
in mezzo alla strada. E a lei gli era partito
un pugno che nemmeno voleva darglielo, così
forte. Gli aveva aperto il naso e la neve
era diventata di colpo una melma rossa.
Col cosacco mezzo svenuto in terra e la
gente che cominciava a accorrere da tutte
le parti lei era scappata e non s'era più
fermata.
Perché
non gli riusciva di fermarsi a far la stessa
cosa più di un anno o due, e era
anche troppo. Lei si innervosiva subito
e per calmarsi e vivere bene doveva muoversi,
muoversi e lottare, correre, fare fatiche.
Sennò gli veniva il nervoso e spaccava
i nasi alla gente.
Franz
s'era toccato il naso e aveva detto: "Va
bene, a settembre ci separiamo!".
Tutta
una risata. Quando non provavano erano buffi
e divertenti e ne raccontavano di tutti
i colori.
Ma
le prove c'erano tutti i giorni e duravano
ore e Gino non sapeva più che ci
faceva lì con loro, a non osare guardare
in faccia la Gegia e a ascoltare i brontolii
nella pancia.
C'aveva
la noia annodata insieme alla fame e lo
sfinimento delle ore che non passavano a
aspettare non sapeva più che.
(Continua)
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Francesca Andreini, o per
TITOLO: Gino. |
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