L'incanto
greve della terra
di
Gianni Celati
Il
capoluogo gamuna, con le sue baracche
e palazzi fatiscenti, i veicoli abbandonati
ai bordi delle strade, i vecchi pali della
luce con fili che pendono, potrebbe sembrare
un pezzo di crosta terrestre staccatosi
da qualche vecchia città europea.
Ma quando ci si inoltra per le sue strade
e vi si soggiorna per qualche tempo, un'impressione
più fondata si fa largo nella mente.
È l'impressione di trovarsi in
un punto della terra di particolare grevità,
per effetto d'un campo magnetico molto
intenso.Tutto là sembra subire
un'irresistibile attrazione verso il basso,
anche ciò che altrove può
sollevarsi dal suolo grazie alla sua leggerezza.
Lo si nota dal volo degli uccelli, che
quando scendono troppo in basso perdono
quota, si agitano in cerca d'una corrente
termica per risalire, ma poi stramazzano
a terra pigolando. Attorno, in ogni direzione,
si vedono pianure vastissime che in parte
sono coperte dalla fitta brughiera e in
parte sono propaggini dell'immenso deserto
sabbioso. E l'effetto complessivo che
si avverte, camminando per le strade di
Gamuna Valley, dipende da quello spazio
eccessivo che avvolge tutto, producendo
strani fenomeni ottici o allucinatori.
Ad esempio: il tetto d'una casa, sullo
sfondo di quello spazio troppo grande,
sembra assolutamente desolato oppure stupidamente
puntuto; e la stazioncina là in
mezzo alle dune fa venire al visitatore
una grande tristezza, per come appare
inguaribilmente meschina, ottusamente
persa nel vuoto illimitato. Non parliamo
di quando scende il tramonto, la luce
si attenua e le ombre sfumano, il cielo
ti avvolge con un intenso colore violetto,
e si vedono in giro gruppi di giovani
gamuna che non sanno dove andare. Allora
è come se alla fine del giorno
non restasse più niente, salvo
la stupidità dei giorni che si
trascinano, la sensazione di essere stupidamente
persi nell'immensità, e l'aria
meschina di tutto ciò che si vede
intorno.
*
Non
si sa perché, ma la qualità
riconoscibile in ogni strada, in ogni porta,
in ogni spigolo di muro, appare effettivamente
come una specie di grevità o stupidità
particolare. È questo "l'incanto
greve" (krongha paf) di cui
parlano i Gamuna: un fenomeno a cui non
è possibile sottrarsi, e che trascina
tutto verso il basso, anche i pensieri,
anche gli stati d'animo, nonostante la prudenza
difensiva degli adulti. Secondo i Gamuna
è sempre come essere granelli di
polvere sul fondo d'un catino, senza poter
vedere cosa vi sia oltre l'orlo; oppure
è come essere piantati al suolo al
modo degli arbusti che crescono a caso nella
brughiera. Camminando per Gamuna Valley
si vedono dovunque porte aperte, finestre
spalancate, muri con l'intonaco disfatto
e grandi crepe che ne preannunciano il crollo.
Lungo le principali arterie, si incontrano
file di automobili e di camion abbandonati,
di cui molti si servono per i loro sonnellini
pomeridiani, mentre altri abitanti dormono
stesi sulle panchine o sotto gli alberi
di qualche giardinetto. Ecco una veduta
del luogo, l'atmosfera che si respira nelle
strade, come viene ripetutamente descritta
nei diari della sorella Tran. Sono pagine
in cui la suora vietnamita non si trattiene
dall'esprimere la sua fascinazione davanti
alla "potenza dei luoghi desolati",
come dice spesso. "La potenza del luogo
spoglio di attrazioni", scrive, "desolante
perché è soltanto quel che
è, senza le attrazioni di quello
che dovrebbe essere...".
*
In
certe strade si trovano vecchie corriere
in abbandono, dove spesso gli anziani vanno
a fare dei lunghi sonni pomeridiani, quando
sentono la voglia di crollare per terra
e dimenticarsi di tutto. Altre corriere
sono adibite a posti di raduno per far chiacchiere,
come posti più calmi e raccolti dei
bar affollati nel centro cittadino. Qui
gli adulti gamuna, gli anziani, anche gruppi
di donne sposate, ci vanno soprattutto quando
grava sul loro animo il peso dello spirito
del luogo; quando si percepisce più
intensamente il senso di stupidità
che invade tutto sullo sfondo del deserto.
Il che avviene specialmente di sera e di
notte, quando l'incanto greve della terra
è più che mai avvertibile,
e la necessità delle chiacchiere
medicinali più che mai avvertita.
Allora si sente di non essere veramente
diversi dagli arbusti cresciuti a caso nella
brughiera, ed un raduno di chiacchiere fa
bene. Certe sere Astafali, passando davanti
a una corriera sconquassata, al lume d'una
candela, vedeva quegli indigeni assorti
nei loro mugugni melodici a bocca chiusa,
e desiderava essere uno di loro.
*
I
Gamuna dicono che l'incanto greve "ti
attira verso il ta": parola
che per loro indica il "questo"
(ta) dove l'individuo è
piantato. Il ta è insieme
l'incanto del vivere e l'uomo piantato nella
terra, con la polvere che lo avvolge, con
i suoi sogni e la deriva dei sogni, con
il suo modo d'essere nella grande allucinazione
del mondo. Inoltre loro vedono questo incanto
del vivere come un tremolio delle cose che
si stanno sfaldando nell'afa delle stagioni
calde, o tra i barbagli della polvere che
invade l'aria marzolina. Oppure lo vedono
nelle cose che sono destinate a sfaldarsi,
disfarsi e crollare per l'attrazione di
tutto verso il basso. Così si crea
attorno alla città una bolla di aria
tremolante in cui tutto, dicono, diventa
"stupido come un cencio" (pertuma
bin), tutto greve e insignificante.
Ed è questa atmosfera che dà
la voglia di crollare a terra, per ritrovarsi
nel proprio "questo" (ta),
nel "questo qui ora" (ta muna
ti), come quando si va nel sonno.
*
È
la polvere del deserto la causa della grande
stupidità che si vede dappertutto,
dicono, perché la polvere non sta
mai ferma, offusca la trasparenza del cielo,
e stanca gli occhi, stanca il corpo, stanca
i pensieri. Scrive la sorella Tran: "La
polvere fine che viene dal deserto si insinua
in ogni angolo, in ogni stanza, ricopre
ogni oggetto, brilla nell'aria in controluce,
e niente può bloccarla, né
sbarramento, né porta o finestra
sigillata. Perciò loro lasciano sempre
porte e finestre aperte, affinché
la polvere vada dove la porta il vento,
e non sia irritata da troppi ostacoli...".
Se la polvere viene irritata e poi ti entra
negli occhi, porta gravi disturbi, dicono:
disturbi come il desiderio di non essere
mai nati, e la tristezza dei giorni che
passano, e la voglia di ammazzare qualcuno
per sentirsi forti. Invece, se si spande
liberamente, la polvere del deserto dà
a tutto un aspetto insignificante, ma non
porta gravi disturbi mentali. Anzi, in questa
forma liberamente volatile spande una virtù
fondamentale su tutte le cose, che può
infondersi anche negli uomini. "È
la virtù di ignorarsi", scrive
la Tran, "la virtù di ignorare
se stessi come la terra ignora se stessa,
di affidarsi all'incanto greve che trascina
tutto, senza aver nulla da dire, nulla da
lamentare...".
*
L'incanto
greve di cui parlano i Gamuna non è
altro che la forza di gravità, da
loro descritta come l'incanto del vivere,
perpetuo e irresistibile. Di questo gli
adulti non amano parlare, ma s'intendono
attraverso certe immagini. Ad esempio: qualcuno
posa lo sguardo su una ragnatela e la vede
tremolare per un colpo di brezza; oppure
alza gli occhi a guardare le nuvole e le
vede sfilacciarsi nel vento; oppure si fissa
su una crepa nel muro e vede che si è
allargata rispetto a ieri; oppure contempla
una goccia che pende da una grondaia ed
è sul punto di cadere. In questi
casi, un adulto prova il sentimento del
disfarsi, del cedere di tutte le cose lentamente
o all'improvviso. Allora lui comincia a
pensare al suo amico Donghi, al cugino Wanghi,
a suo zio Fonghi, e sente che la rete di
abitudini che li ha uniti è destinata
a sfaldarsi per via della forza irresistibile
che trascina tutto verso il basso. Ecco
l'incanto del vivere, come un sogno sospeso
sopra l'abisso di centomila ripetizioni,
frusciante tra suoni lievi e improvvisi
sfasci.
*
C'è
un altro aspetto di quell'incanto, che solo
i profeti gamunici sanno dire in modo melodioso.
Bonetti rende appena l'idea. Col sentimento
dell'incanto greve, l'avvenire non è
più là davanti che ti aspetta,
dicono, ma ti avvolge all'intorno in tutte
le cose. L'avvenire si vede dovunque come
un'onda che viene e ti trascina, ma spazza
anche via l'altalena di speranze e timori,
perché avvolgendoti ti guida e ti
culla con la "dolcezza del tremolio"
(ouina ki truntrun). Quella è
la dolcezza delle epoche mute, la dolcezza
dell'inizio dei tempi, quando c'era solo
l'alta cupola del cielo e nessuno sapeva
di essere capitato in un'allucinazione.
(da
Fata morgana di Gianni Celati,
Feltrinelli 2005)
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