Le
dottrine passano - gli aneddoti restano
E. M. Cioran, Quaderni 1957-1972
Questa
antologia contiene una scelta di aneddoti
raccontati dagli scrittori italiani
del XX secolo, i cui protagonisti sono
gli intellettuali, gli artisti, gli
uomini di cultura e i medesimi scrittori
del secolo trascorso.
Qualche
anno fa, durante la lunga malattia di
mia madre, io non facevo altro che sfogliar
libri. Stando molte ore ogni giorno
al suo capezzale, non avrei potuto leggere
un libro da cima a fondo, ma soltanto
voltare le pagine nei momenti in cui
lei era addormentata, o quando una diversa
distrazione le allontanava la mente
dalla stanza linda linda dell'ospedale
o dalla sua camera da letto, dove ormai
passava la maggior parte del tempo.
Allora, prendevo in mano il libro che
avevo con me, e lo sfogliavo con grande
disaffezione, riuscendo a soffermarmi
soltanto su alcune pagine, nelle quali
le parole catturavano la mia attenzione
e, per pochi secondi almeno, mi allontanavano
dalla situazione presente. Avevo con
me un taccuino, sul quale ricopiavo
quelle pagine, certo che mi sarebbe
piaciuto rileggerle. Ogni tanto, mia
madre, risvegliandosi, mi chiedeva che
le leggessi le parole che stavo trascrivendo
e io subito attaccavo, per farla sorridere.
Questa
raccolta di aneddoti è nata in
quelle stanze d'ospedale e nella stanza
da letto di mia madre, ed è rimasta
incompiuta alla sua morte. Non potrò
mai capire a sufficienza il nesso tra
la mia ricerca aneddotica e la malattia
di mia madre, ma so che soltanto in
quella circostanza io avrei potuto attendere
con qualche ragione a un siffatto lavoro.
Dice E. M. Cioran che << l'aneddoto
è all'origine di ogni esperienza
fondamentale. È per questo che
è assai più accattivante
di qualsiasi idea.>> (Quaderni
1957-1972, Adelphi, Milano,
2001, p. 727). In effetti, io allora
avevo proprio bisogno di fare qualcosa
di accattivante, che mi tenesse vivo
nel momento in cui facevo la fondamentale
esperienza di che cosa volesse dire
morire. Per tenersi in vita, difatti,
non ci vogliono idee, sulle quali sorvolavo
con una incredibile leggerezza, sorprendendomi
capace di fermarmi, quasi per una sorta
di divinazione, alla pagina giusta,
una su mille, la pagina aneddotica.
Poi
ho avuto modo di riflettere su che cosa
sia l'aneddoto, sulla sua antichissima
storia, su come esso nasca, trovando
in molti scrittori spunti e riflessioni
davvero interessanti. Per esempio, ecco
il racconto (leggilo in questa raccolta)
dei funerali di Leo Longanesi scritto
da Indro Montanelli nel decennale della
morte (1967) dell'editore: gli amici,
in pianto dietro il suo feretro, avvertono
chiaramente l'inadeguatezza dei loro
discorsi tristi, che l'amico non avrebbe
approvato, e finiscono col trovare l'unica
risposta possibile alla domanda che
pone la morte nella rievocazione gioiosa
del defunto, dei suoi atti e detti memorabili,
gli aneddoti, appunto.
E
poi ancora ho avuto modo di riflettere
sull'origine perlopiù orale dell'aneddoto.
Ne parla Manara Valgimigli nel prologo
a un aneddoto carducciano (leggilo in
questa raccolta):
Questo
episodio l'ho sentito raccontare da
persone diverse e, com'è naturale,
con qualche diversità ogni volta.
Si sa come vanno e corrono cose di questo
genere, che sono generalmente di tradizione
orale, e quindi materia mutevole e mobile:
verità e non verità, verità
più o meno, sono distinzioni
difficili e spesso anche inutili e sciocche;
balena talora dagli occhi e tra le parole
di chi racconta, massime se chi racconta
conobbe e amò le persone del
suo raccontare, un lampo del volto,
uno scorcio della figura, un atto un
aspetto un gesto improvvisi e vivi,
e tu ascolti e vedi. Che cerchi di più?
Nell'oralità
l'aneddoto ha la sua incubazione e la
sua nascita. Solo in un secondo momento,
esso trova la sua collocazione nella
risposta ad un'intervista, in un necrologio,
in una autobiografia, in una recensione,
eccetera, come inserto piacevole e divertente.
Per questo motivo, l'aneddoto non ha
nulla di storiograficamente accertato,
è pura voce, pura storia, malgrado
chi lo racconti spesso insista a dire
che si tratta di storia vera, di cui
è stato testimone e partecipe.
Molti sono gli esempi di aneddoto raccontato
per sentito dire, non si sa bene da
chi, privi, dunque, d'ogni referente
storico individuabile. Non ci si meravigli
se l'aneddoto risulti inventato di sana
pianta, come nel caso riferito da Orio
Vergani (lo si legga in questa raccolta)
alle prese con un narratore di aneddoti
durante i funerali di Benedetto Croce.
Tutte
queste cose si possono apprendere leggendo
gli aneddoti, dacché gli scrittori
talvolta hanno riflettuto sul perché
un impulso vitale li ha indotti a scrivere
queste storielle di poco conto che rispondono
alla definizione di aneddoti.
E
tuttavia sarebbe sbagliato considerarli
come storielle che fanno solo ridere,
piccole nugae prive di ogni
valore, da consumare come momenti di
intrattenimento, occasioni di hilaritas
derivante dalla battuta o dal caso strano
che vi si racconta. In realtà,
l'aneddoto, proprio perché nasce
sempre in un'humus di umanità
dolente, proprio perché sovente
lo si incontra incorniciato e quasi
reso immune in discorsi ufficiali o
entro i normali ritmi di prose letterarie,
proprio per questi motivi l'aneddoto
appare come il racconto per eccellenza,
depurato da ogni istanza soggettiva,
privo di ogni supponenza autoriale,
voce anonima, di cui, pur affannandoci
a ripercorrerne la storia, non verremmo
mai a capo.
Qualche
volta, nei momenti in cui mia madre
trovava sollievo al suo male, le leggevo
una storiella per farla sorridere. E
lei si stupiva pensando a come gli scrittori
si fossero persi in chiacchiere, raccontando
cose da nulla e prendendosi in giro
tra loro; e aggiungeva che doveva essere
ben curiosa questa letteratura, di cui
mi occupavo io, nella quale si leggono
cose così strane e certamente
poco serie. Le rispondevo che non era
come lei credeva, che sì, gli
scrittori hanno sempre amato sfottersi
a vicenda, trovando in ciò più
che un'occasione di racconto, ma che
una letteratura delle storie inventate
sul conto degli scrittori doveva ancora
essere scritta. Chissà che qualcuno
domani non ci provi!
Poi
chiudevo il mio taccuino, e lei si riaddormentava.
1
Ugo Ojetti - Giovanni Pascoli
Ugo
Ojetti visita Piétole, la patria
di Virgilio, e scrive un "pezzo",
datato Mantova 22 febbraio 1922, che
conclude con un aneddoto avente per
protagonista l'ultimo poeta latino,
Giovanni Pascoli. Questi, giunto a Piétole
per vedere i luoghi di cui avrebbe discorso
in un suo poema sulla patria di Virgilio,
legge un brano delle Georgiche
al popolo di ragazzi e contadini che
si era adunato nei pressi della statua
del poeta; con il risultato che si leggerà.
Un
gran bon om
Veniamo
al pratico: gli scrittori della "Ronda",
vindici e custodi della tradizione,
dovrebbero preparare un pellegrinaggio
a Piétole, con pubbliche letture
di Virgilio, e dovrebbero stampare,
per le signore neoclassiche, un manuale
di "Sortes vergilianae" adatto
ai tempi e ai nuovi casi. Un mantovano
entusiasta ha addirittura inventato
un verbo: - Virgiliamoci -, e l'ha stampato
in fronte a un opuscolo di propaganda.
Lo so, è più facile ammirare
la Madonna della Seggiola che leggere
l'Eneide. Ma bisogna provare ed insistere.
Giovanni Pascoli ci provò. Venne
qui con le Georgiche in tasca, prima
di scrivere il poemetto su Piétole,
raccolse ai piedi della negra statua
del poeta i ragazzini che erano venuti
a curiosargli intorno, e cominciò
a legger loro e pazientemente a tradurre
nel secondo delle Georgiche le lodi
della vita rustica. Aveva il Pascoli
anche nell'aspetto qualcosa di timido
e di paesano, come narrano avesse Virgilio,
e i ragazzi gli facevano corona, e dietro
i ragazzi s'accalcavano gli adulti.
Quando fu giunto al gran verso
et patiens operum exiguoque adsueta
juventus
ed ebbe spiegato il senso di quell'esemplare
giovinezza di una volta, paziente al
lavoro e contenta del poco, si fermò
giustamente preoccupato dell'effetto
che un consiglio siffatto poteva produrre
sui contadini, oggi, del Mantovano.
Chiese, cauto: - Avete capito che anima
aveva il vostro poeta? Avete capito
chi era Virgilio?
Un ragazzetto interpretò l'animo
degli ascoltatori:
- A l'era un gran bon om!
Pascoli chiuse il libro.
Ugo
Ojetti, Cose viste I, Treves,
Milano 1925, pp. 103-104.
2
Ardengo Soffici - Luigi Concòni
Questo
aneddoto scritto da Ardengo Soffici
-che riferisce il racconto di un anonimo
amico- "dimostra a meraviglia a
che punto possa arrivare l'infatuazione
intellettualistica di una certa categoria
di esteti, i quali cercano nell'arte,
invece del bello, che è sublimazione
del vero, la singolarità, la
stranezza delle forme, ch'essi confondono
con l'originalità, e di queste
ubbìe si pascono fino a perderne
ogni facoltà di retto giudizio,
ed a far la figura di solenni imbecilli"
(op. cit. in basso, pp. 32-33).
Il protagonista dell'aneddoto, il pittore
e architetto Luigi Concòni, ordisce
una beffa a danno di un collega ferrarese,
un certo M., che ostenta una competenza
in materia di arte indiana, che di fatto
non possiede; e, dunque, viene facilmente
smascherato. L'aneddoto è del
1928.
Picnic
indiani
Un
amico mio mi raccontava questo aneddoto.
Il pittore ferrarese M. ebbe un tempo
una vera manìa per certe forme
arcaiche d'arte, e specialmente d'arte
indiana. L'indianismo era il suo chiodo:
non parlava d'altro, sfoggiando su tale
argomento un'erudizione che sbalordiva
i suoi colleghi, infastidendoli anche
un pochino. Il pittore Conconi, che
era fra questi, artista spiritosissimo
e amico delle burle, annoiato anch'egli
da tanta dotta stravaganza, pensò
un giorno di combinargliene una che
vendicasse un po' tutti, e mettesse
fine a quella persecuzione d'arcaismo
e d'indianismo della malora.
Prese dunque una striscia di cartone,
sulla quale incollò in guisa
di teoria un certo numero di quei biscotti
goffi che i fornai foggiano per i ragazzi,
rappresentanti massaie col loro paniere,
cavallini, omini in più atteggiamenti,
e che a Milano chiamano picnic e in
altre città quaresimali o befane;
e macchiato poi il tutto con acquerelli,
fondiglioli di caffè ed altri
ingredienti, fotografò con luce
opportuna la composizione in modo da
cavarne come l'immagine di un fregio
a bassorilievo, che poteva parere di
marmo, di pietra, di legno o di qualsiasi
altra materia, come di qualsivoglia
grandezza, data la mancanza di ogni
termine di confronto. Ciò fatto,
andò a trovare il nostro M.;
e mostratagli la fotografia:
- Tu che t'intendi di cose indiane -
gli disse - guarda qui. Si tratta di
una recentissima scoperta inglese fatta
in quei paesi. Ho potuto procurarmi
questa scultura; vorrei però
saper da te, che sei tanto competente
in materia, che cosa ne pensi. A me
pare una cosa molto bella.
- M., che già al primo vederla,
aveva dato segni di grande interesse,
osservò a lungo con attenzione
profonda la fotografia; finché,
volgendosi tutto illuminato al collega
pittore, esclamò con entusiasmo:
- Altro che! Ma l'è una roba
straordinaria. L'è veramente
una cosa potente, grandiosa!
- Dunque è proprio vero? Tu che
sei perito in opere di questo genere.
Infatti anche a me sembrava...
- Ah, una meraviglia! - E con gravità
M. concludeva:
- E, vedi, di una tale grandezza e semplicità
di stile qui da noi non ne abbiamo neanche
un'idea.
Al che, Concòni cavando di tasca
una manciata di quei picnic e buttandoli
sulla tavola davanti al buon M.:
- Ebbene, to' ; quand'è così
- disse - ma tu puoi farne delle diecine
di questi capolavori!
Ardengo
Soffici, Periplo dell'arte,
in Opere V, Vallecchi, Firenze
1963, pp. 31-32.
3
Antonio Gramsci
Seguendo
la sua riflessione e i suoi studi sull'Italia
meridionale, Antonio Gramsci si imbatte
nell'aneddoto sugli avvocati-paglietta
contenuto nelle Osservazioni su
alcune parti d'Italia (1704) dello
scrittore inglese Joseph Addison, già
riportato in un articolo di Carlo Segré,
Il viaggio di Addison in Italia,
"Nuova Antologia", 16 marzo
1930 (anno LXV, fasc. 1392), pp. 164-80,
ma cfr. in particolare p. 171. Così,
di libro in libro, il breve aneddoto
approda nei Quaderni del carcere,
in cui Gramsci stigmatizza un ceto intellettuale
responsabile in buona parte dei guai
di quelle province d'Italia.
Paglietta
§
(59) Sull'abbondanza dei paglietta nell'Italia
Meridionale ricordare l'aneddoto di
Innocenzo XI che domandò al marchese
di Carpio di fornirgli 30.000 maiali
e ne ebbe la riposta che non era in
grado di compiacerlo, ma che se a Sua
Santità fosse accaduto di aver
bisogno di 30.000 avvocati, era sempre
al fatto di servirlo.
Antonio
Gramsci, Quaderni del carcere,
6 (VIII), 59, a cura di Valentino Gerratana,
Einaudi, 2001 (la prima edizione è
del 1975), p. 728.
4
Giorgio Pasquali - Ulrico di Wilamowitz-Moellendorff
Giorgio
Pasquali pubblica in "Pègaso",
gennaio 1932, il necrologio del filologo
tedesco Ulrico di Wilamowitz-Moellendorff,
nel quale compare l'aneddoto della pera
che Wilamowitz dona a un esaminando,
salvo poi ordinargli di nasconderla
quando entra nell'aula un collega, il
Vahlen, "freddo e acido",
che non avrebbe capito il gesto. E'
una delle "storielle scherzose"
(la definizione è di Pasquali)
che condiscono il necrologio alla maniera
dei Greci che, spiega il Pasquali, amavano
inserire nei necrologi degli uomini
illustri detti e fatti memorabili anche
di carattere scherzoso; e poi, com'egli
conclude, "Nella casa delle Muse
non ha posto il pianto". L'aneddoto
conferma qui la sua carica vitale, di
antitesi ad ogni neghittoso atteggiamento
dello spirito, contro il lutto che vorrebbe
impedire la libera espressione della
creatività umana.
Lo stesso aneddoto è raccontato
tale e quale da Manara Valgimigli, Carducci
allegro, Cappelli Editore, Rocca
San Casciano, 1968, p. 525, che avverte
di averlo udito dalla viva voce di Pasquali.
La pera di Wilamowitz
Un
pomeriggio di lauree nell'università
di Berlino: nella sala della Facoltà
si tengono, come si suole o soleva colà
per risparmiar tempo, parecchi esami
contemporaneamente, e ogni esaminatore,
seduto al suo banco, interroga il proprio
candidato. Membri della Facoltà
vanno e vengono. Il dottorando del Wilamowitz
era uno che è divenuto ora un
filologo dei più celebri: egli
aveva naturalmente frequentato la casa
del suo professore, tanto più
che abitava nelle vicinanze; aveva anche
stretto amicizia con la famiglia. Il
Wilamowitz comincia l'esame offrendogli
una pera riuscita molto bene: "E'
del mio giardino, gliela manda mia moglie
con i suoi augùri". In quel
momento s'apre la porta alle spalle
del candidato, ed entra il Vahlen, grande
dotto, ma chiuso e riservato più
che non sogliano professori tedeschi,
perché freddo e acido, come capita
a chi il produrre non riesce più
facile. Il Wilamowitz a voce sommessa:
"Presto dentro la pera, ché
c'è Vahlen!". Regalar un
frutto a un candidato durante l'esame,
qui da noi sembrerebbe bizzarria; ma
è probabile che anche nell'università
tedesca, pur tanto più libera
e umana, pur tanta meno formale, non
avvenga ogni giorno.
Giorgio
Pasquali, Ulrico di Wilamowitz-Moellendorff,
in Pagine Stravaganti di un filologo,
I, a cura di Carlo Ferdinando Russo,
Le Lettere, Firenze 1994 [1933], p.
87.
5
Pietro Pancrazi - Benedetto Croce
Nell'ottobre
del 1932 Pietro Pancrazi in una lettera
all'amico Diego Valeri racconta una
delle "cose amene" che aveva
udito dalla viva voce di Benedetto Croce
durante un soggiorno del filosofo a
Cortona. Si tratta di "un grazioso
campione dell'aneddotica crociana",
secondo la definizione di Gianfranco
Folena, cui si deve la pubblicazione
della lettera; secondo Folena "Forse
la motivazione dell'aneddoto crociano
sta nella prima poesia dell'Allegria
intitolata ETERNITA'-ETERNO, che come
tutti sanno suona: "Tra un fiore
colto e l'altro donato / l'inesprimibile
nulla". E così mi piace
intitolare questo aneddoto.
L'inesprimibile
nulla
E'
passato da queste parti Benedetto Croce;
e anzi ieri gli feci vedere Cortona
e l'accompagnai ieri sera a Perugia.
Tra le tante cose, anche amene, che
m'ha detto c'è questa:
- Come avete fatto a dare il premio
del Gondoliere a Ungaretti?
- Veramente non gliel'ho dato io.
- Lo so. Avete dato il vostro voto a
Valeri, e faceste benissimo. Ma dopo
il premio ho voluto vedere il libro
di Ungaretti...
- ?...
- M'ha fatto tornare in mente un certo
pittore di cui parla Maupassant. Dipingeva
misteriosamente, si sapeva ch'era un
maestro, ma nessuno aveva visto
nulla. Alla fine decise di svelare il
suo capolavoro; e radunò gli
ammiratori dinanzi al quadro "Il
passaggio del Mar Rosso". Si toglie
la tela, e... non si vede niente. -
E gli Ebrei dove sono? - Son già
passati. - E gli Egiziani? - Devono
ancora passare. Lo stesso effetto, ha
fatto a me la poesia di Ungaretti.
Te la racconto perché mi pare
bellina.
Pietro
Pancrazi, lettera a Diego Valeri, in
Gianfranco Folena, Valeri e Pancrazi:
un'amicizia più che letteraria,
in Filologia e umanità,
a cura di Antonio Daniele, Neri Pozza
Editore, Vicenza 1993, p. 327. Il saggio
comparve per la prima volta nel volume
dal titolo Una precisa forma. Studi
e testimonianze per Diego Valeri,
Editoriale Programma, Padova 1991, pp.
117-126.
6
Alberto Savinio - Pablo Ricasso
Alberto
Savinio, in uno scritto apparso per
la prima volta nel "Corriere d'informazione",
4-5 ottobre 1947, racconta un fatterello
memorabile che ha per protagonista Pablo
Picasso, la cui pittura non sembra essere
gradita al grosso pubblico. L'aneddoto
interviene come esemplificazione di
un atteggiamento dettato da ignoranza,
di cui si dichiara vittima lo stesso
Savinio, da alcuni disprezzato per la
sua attività di pittore.
Un
furto impossibile
Alla
fine dell'estate 1932, Pablo Picasso
faceva ritorno in automobile da Dinard
a Parigi, e le tele che aveva dipinte
su quella spiaggia elegante, erano collocate
parte sul portabagagli dietro l'automobile,
parte nell'interno della vettura. Arrivato
a Parigi, Picasso si accorge che le
tele collocate su portabagagli non ci
sono più e va al più prossimo
Commissariato a denunciare il furto.
Il commissario vuole qualche schiarimento
sulle tele rubate, e Picasso, mostrandogli
le tele rimaste dentro la vettura, spiega:
"Erano come queste". Il commissario
sta un po' a guardare, poi dice: "Non
è possibile che gliele abbiano
rubate".
Alberto
Savinio, Collaboratori ciechi,
in Opere. Scritti dispersi. Tra
guerra e dopoguerra (1943-1952),
Bompiani, Milano, 1989, p. 585.
7
Antonio Baldini - Alfredo Panzini
Antonio
Baldini scrive nel 1948 un ritratto
di Alfredo Panzini. A titolo esemplificativo,
Baldini rievoca una scampagnata nel
fuoriporta romano, dove Panzini si abbandona
ad una inaspettata quanto tardiva confessione
d'un vecchio amore nutrito in segreto
molti anni prima per l'anonima donna
che li accompagna, la quale bonariamente
gli rimprovera la sua scarsa o nulla
intraprendenza.
Troppo
tardi!
Dagli
scrittori come scrittore, e dalle scrittrici,
anche come uomo, non fu mai stimato
un essere "pericoloso". Non
già ch'egli fosse, fisicamente,
uomo da buttar via! Solidamente piantato,
eretto sulla persona fino ad età
ben avanzata, nella sua chiara onesta
faccia gli occhi azzurri avevano una
luce rinfrancante. Né è
da dire che le donne non lo interessassero;
ma forse proprio perché lo interessavano
troppo, sempre, e tante, egli mancò
di quella facile e impudente intraprendenza
che (quando non guasti) accomoda tutto
per la via più spiccia.
Uno dei più graziosi ricordi
di vita letteraria io l'ho d'una scampagnata
fatta nel fuoriporta romano in compagnia
di Panzini, del suo editore e d'una
scrittrice che, vent'anni prima, si
diceva essere stata bellissima, piacentissima,
biondissima e spiritosissima. Posammo
sotto il pergolato d'un'osteria e fui
lì, davanti ai litri del biondo
Frascati, che, lasciandosi andare tra
patetico e burlevole sull'onda dei ricordi
del suo buon tempo milanese, Panzini
finì con lo scoprire certe vecchie
batterie: come e quanto cioè
la nostra compagna di gita gli fosse
allora piaciuta e come e quanto nel
suo segreto l'avesse un giorno sospirata
e desiderata. Madama, ascoltando, faceva
certe sue risatine tentennando il capo
e, con un lampo negli occhi che la ringiovaniva
di tutti quei vent'anni intercorsi,
se lo stava a guardare con un affettuoso
ironico compatimento. E quando il vecchio
amico ebbe finito di confessarsi, "Ma
caro Panzini" ella disse"chi
vuol cogliere qualche frutto bisogna
almeno che faccia un piccolo sforzo
per salire sull'albero!".
Panzini aprì la bocca per rispondere,
ma tacque avvilito. E non trovò
di meglio ch'empirsi il bicchiere, e
beverci sopra.
Antonio
Baldini, Buoni incontri d'Italia,
ne Il libro dei buoni incontri di
guerra e di pace, Sansoni, Firenze
1953, pp. 452-453.
8
Arrigo Cajumi - Giorgio Prinetti - Giovanni
Giolitti
Nel
gennaio 1903 Giorgio Prinetti, ministro
degli esteri del ministero Zanardelli-Giolitti,
fu colpito da paralisi e si trovò
nell'impossibilità di esercitare
le sue funzioni. Le dimissioni, che
tardavano a venire, furono sollecitate
da Zanardelli; ma solo Giovanni Giolitti
riuscì nell'intento. Esse furono
rassegnate nell'aprile dello stesso
anno. E' quanto racconta con penna caustica
Arrigo Cajumi, che non si limita a stigmatizzare
il comportamento di Prinetti, ma mette
bene in luce la spregiudicatezza di
Giolitti, che sa come trattare certi
affari di Stato.
Tre
metri di nastro
Aneddoti
giolittiani. Quando a Prinetti venne
un accidente, e bisognava liquidarlo,
non potendo tenere un ministro paralitico,
Zanardelli cercò invano di persuadere
il malato a dare le dimissioni. Con
la testardaggine degli sminuiti, egli
rifiutava, e neanche la moglie ci arrivò.
Allora, si incaricò Giolitti
di trovare una via d'uscita. Vedendolo
tornare dopo poco dal domicilio di Prinetti,
con un "Tutto fatto!" ci fu
qualche emozione. "Ma come...!
- Lo faremo gran croce o gran cordone
di...", non so più quale
ordine. La cosa scandalizzò.
E ci fu chi chiese a Giolitti: - Ma
che valore attribuisce alla gran croce...ecc.'
- Quello dei tre metri di nastro che
servono a mettersela.
Arrigo
Cajumi, Pensieri di un libertino,
Einaudi, Torino 19702 (1950).pp. 42-43.
9
Orio Vergani
Nel
suo diario, sotto la data 21-22 novembre
1952, Orio Vergani riporta le impressioni
tratte dalla sua partecipazione ai funerali
di Benedetto Croce. Non poteva mancare
l'aneddoto, uno fra i molti che circolavano
per l'occasione, con uno sviluppo inatteso
che dà luogo ad una significativa
riflessione sull'aneddotica. L'autore,
difatti, dopo aver descritto l'atmosfera
funerea che regnava a palazzo Filomarino,
conclude con questa affermazione: "Il
ricorso al ricordo dell'aneddoto crociano
è la boccata d'aria in un'atmosfera
nella quale deve essere difficile respirare
per ventiquattr'ore di seguito."
Il
tabaccaio di Croce
Morte
di Benedetto Croce. C. passa tutta la
notte, in treno, a raccontare aneddoti
sulla vita di Croce. Uno dei tanti è
questo. A Croce era stato consigliato
di diminuire il fumo e non comprava
ormai che cinque sigarette alla volta
dal tabaccaio di fronte a casa. Un giorno,
entra dal tabaccaio che sta servendo
un ragazzetto. Il tabaccaio, premuroso,
si affretta a occuparsi del filosofo.
Il ragazzetto protesta vivacemente:
"Perché servite il signore?
Io sono arrivato prima. E che? E' più
importante di me?" Il tabaccaio
dà sulla voce al ragazzetto petulante,
ma Croce dice: "E' vero. E' vero.
Dovete servire prima il ragazzo. E'
più importante di me. Egli è
la giovinezza e io non sono che un vecchio
ormai consumato".
L'aneddoto sembra già preparato
per entrare in un libro scolastico.
C. afferma che ci sono migliaia di aneddoti
come questo.
Arrivo a Napoli, vado a cercare la casa
di Croce. Davanti a palazzo Filomarino,
vedo la bottega del tabaccaio. Entro.
"E' lei, vero, il tabaccaio del
povero senatore Croce?"
"Per servirla, signore."
"E' vero che Croce comprava solo
cinque sigarette alla volta?"
"Cosa dice? Un signore come il
senatore Croce cinque sole sigarette?"
"Quanto tempo è che non
veniva più a comprare le sigarette?"
"Non è venuto mai."
"Mai?"
"Mai! Un signore come lui! Mandava
la cameriera."
"Ne siete sicuro?"
"Il senatore non è mai entrato
nella mia bottega. Credete che me ne
sarei scordato se mi avesse fatto questo
onore? Mai! Non è entrato mai."
Temo che molta parte dell'aneddotica
crociata sia di questa stessa credibilità.
Orio
Vergani, Misure del tempo. Diario
(1950-1959), Leonardo, Milano 1990,
pp. 115-116.
10
Manara Valgimigli - Giosue Carducci
L'episodio
carducciano che Manara Valgimigli racconta
è preceduto da alcune brevi ma
significative riflessioni sul genere
dell'aneddoto (cfr. l'introduzione a
questa raccolta). Protagonista indiscusso,
anche se fuori scena, è qui Giosue
Carducci, nelle vesti del severo esaminatore,
terrore di generazioni di studenti bolognesi.
L'Orco, come lo definiva Annie Vivanti,
è ammansito solo dal giovane
Renato Serra, che riporta la lode, con
soddisfazione di Severino Ferrari, l'allievo
prediletto di Carducci. Ferrari infatti
aveva individuato in Serra l'unico studente
in grado di placare l'ira del maestro
infuriato a causa dell'ignoranza degli
esaminati. Il brano, datato marzo 1959,
compare in Il fratello Valfredo
(1961), ed è stato poi rifuso
nel volume di scritti carducciani citato
in basso. Il titolo del brano è
di Valgimigli.
Severino
e Renato
Questo
episodio l'ho sentito raccontare da
persone diverse e, com'è naturale,
con qualche diversità ogni volta.
Si sa come vanno e corrono cose di questo
genere, che sono generalmente di tradizione
orale, e quindi materia mutevole e mobile:
verità e non verità, verità
più o meno, sono distinzioni
difficili e spesso anche inutili e sciocche;
balena talora dagli occhi e tra le parole
di chi racconta, massime se chi racconta
conobbe e amò le persone del
suo raccontare, un lampo del volto,
uno scorcio della figura, un atto un
aspetto un gesto improvvisi e vivi,
e tu ascolti e vedi. Che cerchi di più?
Si era nel 1903. Dopo il nuovo attacco
del 25 o 26 settembre del 1899, il Carducci
un po' riavuto si era e abbastanza presto;
ma il passo era sempre legato, la parola,
a intervalli, impacciata, e il braccio
e la mano a regger la penna o il lapis
assai renitenti; e questa fu di quel
pover' uomo, negli ultimi anni, la pena
più grossa. Di mente, come sempre,
lucidissimo, e con quei suoi occhi che
a guardarli pungevano. E così,
tutt'insieme, facile a scattare in collere
violente. Pomeriggio di esami. Nell'aula
solita di scuola, a sinistra appena
entrati. Precedente quell'aula, uno
stanzone con nel mezzo un tavolo, e
lì attorno stavano i ragazzi
ad aspettare ciascuno il suo turno.
Nella commissione d'esami c'era col
Carducci Severino e un terzo, non so
chi. Delle collere del Carducci Severino
aveva sgomento: sgomento che gli facessero
male, che il male aggravassero, che
anche potessero il male portarlo a un
punto estremo.
Or ecco, a un tratto, di dentro, sbattere
di libri e irrompere la voce di lui:
"Vada via, esca, esca". E
il disgraziato esce. Entra un altro.
Dopo poco si ripete la stessa scena.
Esce anche quello. Dietro quello esce
Severino. "Bisogna aspettare un
momento che si plachi". E volge
l'occhi tra i ragazzi che gli stavano
intorno. "Ma ci vorrebbe uno bravo".
E poi, un po' sorridendo: "...bravo,
e sicuro, e che non avesse paura".
Vede, tra gli altri, Renato Serra: di
placido e signorile aspetto nella sua
bella e alta persona. Con Renato Serra
Severino già aveva avuto qualche
contatto per la tesi di laurea, sui
Trionfi di Francesco Petrarca. Racconta
anzi il Serra in una lettera alla madre
di aver domandato un giorno a Severino:
"E questa mia tesi chi la giudicherà,
lei o il Professore?". E Severino:
"E chi vuoi che la giudichi! Non
c'è che lui che sappia queste
cose". E così fu che Severino
in quel disperato momento, prese per
le braccia Renato e gli disse: "Vai
tu, vai tu". E Renato andò,
entrò. Dentro, ora, tutto silenzio.
Ogni tanto, la voce di Renato, ogni
tanto la voce di lui. Renato esce. Renato
esce. I compagni gli si fanno incontro.
"Mi ha dato la lode". E gli
esami seguitarono in pace.
Manara
Valgimigli, Il fratello Valfredo,
in Carducci allegro, Cappelli
Editore, Rocca San Casciano, 1968, pp.
361-362.
11
Luigi Russo - Salvatore Di Giacomo -
Benedetto Croce
Luigi
Russo racconta due aneddoti, i cui protagonisti
sono Salvatore di Giacomo e Benedetto
Croce. Nel primo, la poesia di Di Giacomo
acquista concretezza nel botta e risposta
tra il poeta e una popolana napoletana,
cui fa seguito una disincantata considerazione
del poeta sul trascorrere del tempo;
nel secondo, Benedetto Croce decide
di riannodare la sua vecchia amicizia
con il poeta ormai vecchio e malato,
a seguito del resoconto che lo stesso
Russo fa di una sua visita al filosofo
napoletano, nel quale questi scorge
un invito a rompere gli indugi e a rinnovare
l'antica dimestichezza.
Il poeta e il filosofo
Del
Di Giacomo mi piace ricordare che egli
era poeta nei più minuti particolari
della sua vita: ho sempre presente nella
memoria una nostra passeggiata dell'aprile
del '22 per la piazza S. Ferdinando,
quando si avvicinò a noi una
donna piuttosto matura, e doviziosa
di colori e carica, a giudicare dal
viso, di amorose esperienze: "Sarvato',
tu cca si? Commo ti si' fatto chiatto!.
E il poeta, un po' punto, risponde:
"Pure tu ti siì fatta chiatta".
Dopo qualche altra breve notizia informativa
su donne di comune conoscenza, la interlocutrice
si allontana. Il Di Giacomo alza lo
sguardo vagante al cielo, e mormora
con un compiacimento musicale e con
un certo broncio: "Ruderi del passato!",
e riprende il suo passo lento di sognatore.
L'ultima volta che lo vidi fu nel marzo
del 1930. Ero andato a trovarlo nella
sua casetta di via Santa Lucia; fui
ammesso subito nella sua camera da letto;
egli sedeva in una poltrona, intabarrato
in un vecchio scialle, e incorniciata
da un fazzoletto di popolano la sua
bellissima testa. Pareva una vecchia:
quando mi vide, premurosamente chiese
notizie della mia salute e di una mia
grossa malattia avuta nel 1929, ma quella
richiesta non era del tutto disinteressata.
A un certo punto dice: "E Croce
o' sspeva?". "Sì, lo
sapeva", "E Croce, è
bbenuto?. "Sì, è
venuto".
Io raccontai la sera l'aneddoto al Croce,
il quale profondamente colpito (da diversi
anni i due vecchi amici non si parlavano
più, per via di una dedica delle
Poesie, soppressa per timore dei fascisti,
e della quale io avevo affettuosamente
rimbrottato il poeta, e lui mi aveva
risposto: "Neh, amico caro, chilli
'là [cioè i fascisti]
so' fetienti; so' malamente!"),
rivolgendosi alla moglie disse: "Adelì,
domani vestiti e andiamo a trovare don
Salvatore".
Luigi
Russo, Salvatore Di Giacomo, poeta
grande del Reame di Napoli, in
Il tramonto del letterato,
Editori Laterza, Bari 1960, p. 521.
12
Guido Piovene - Il maestro Meneguzzo
Guido
Piovene rievoca la figura del maestro
elementare Meneguzzo, il cui insegnamento
era destinato a lasciare più
di una traccia nella sua formazione.
Era l'epoca, infatti, in cui un buon
maestro era "altrettanto importante
nella vita di un uomo di un grande professore
venuto in anni successivi. Probabilmente
più importante." (op. cit.
in basso, p. 92). Di questo maestro
Piovene ricorda in particolare "un
piccolo infortunio", che dà
luogo ad un aneddoto raccontato con
simpatia molti anni dopo, nel 1961.
L'errore
del maestro
[Il
maestro Meneguzzo] Leggeva un sonetto
dello Zanella: "Di Sirio intanto
l'infuocato raggio..." Gli chiesi
che cos'era Sirio; fu colto alla sprovvista
e rispose sbagliando: "Il sole".
Ne fui felice; il sole mi sembrava banale,
e Sirio mi piaceva molto di più.
Sostituii infatti stabilmente il sole
nei miei componimenti: "Era Pasqua
e Sirio splendeva..." Il Maestro
Meneguzzo, che si era accorto del suo
errore, ma non voleva confessarlo, cercava
di convincermi a toglierlo; niente da
fare. Allora, un po' contro coscienza,
cercò anche lui una scappatoia,
e mi suggerì che un altro bel
nome del sole era Febo. Febo mi piaceva
abbastanza e accettai il baratto. Il
sole ha una parte notevole nei componimenti
infantili. Il maestro fu costretto ad
accettare alcune decine di Febo, per
liberarsi del suo unico sbaglio.
Guido
Piovene, Il maestro Meneguzzo,
in Idoli e ragione, Mondatori,
Milano 1975, p. 95.
(I
- continua)