Gino/
24
di
Francesca Andreini
Lavorino di fino
"Dài,
sbrigati, mi sa che m'hanno visto, 'io cane...".
Gli
tremava le mani, a tutti e due, e non riuscivano
a scambiarseli, i pacchi.
Al
buio, poi, fra tutta quella paglia e merda
di vacca. Gino si intrecciava negli strizzoni
della paura e gli pareva di muoversi peggio
che fosse infilato fino al collo nell'acqua.
Lento e sgangherato, mentre a quell'altro
gli cascava addirittura in terra la roba
e si metteva a raccattare, piagnucolando
delle bestemmie che parevano più
delle preghiere, dalla disperazione del
momento.
"Proprio
oggi, con questa roba...".
E
nel buio sbrilluccicavano ori e gemme, davvero
roba grossa. Ma adesso stavano fra la merda
di vacca e a raccattarle tutte c'era giusto
il tempo di farsi beccare così, con
le mani nel sacco.
Infatti
a quello gli venne il panico e disse "lasciamo
stare, vai!", e scappò verso
la porta che portava in casa.
Gino
gli riuscì di arrampicarsi su una
finestra, passare fra le sbarre larghe e
arrugginite e vedere due figure scure correre
quatte quatte verso la stalla, verso la
porta principale. Forse le guardie, forse
quelli che gli avevano rubato la roba. Forse
altri ladri.
Gino
saltò con un rumore soffice e sgattaiolò
via rasoterra, come aveva imparato a fare
nei boschi, quando doveva stare attento
a non prendere le frasche in faccia. E mentre
correva basso e rapido il cervello anche
gli si mise a galoppare, furioso. E lui
che lo voleva frenare e c'aveva paura di
vedere dove lo portava, quel cervellaccio
bacato, ma tanto era inutile, gli s'era
imbizzarrito dietro un'idea e non c'avrebbe
più avuto pace finché non
gli dava retta.
Allora
corse e corse e s'infilò in un lecceto
lì vicino. Nel buio pesto di un bosco
solo lui e le bestie ci si sapevano muovere
e si sentiva tranquillo.
Allora,
l'idea era quella. I soldi ce l'aveva ancora
tutti lui. Un mucchio di carta che gli sfilava
fra le dita foglio foglio, frusciante, un
effluvio di odore di carta ciancicata che
prometteva bellezza, comodo e lusso. A Gino
il cervello non gli si fermava più.
In un risucchio lontano di cose mai viste
ma che gli erano diventate più vere
del vero.
Gli
pareva di non poterne stare più lontano
nemmeno un minuto, a quelle cose che neppure
conosceva.
Le
donne e i viaggi, camere di lusso, cibi
raffinati. Navi e treni, cene e candele...
la Camilla in vestiti d'ogni foggia e pellicce,
manicotti caldi dove avrebbe infilato le
belle braccia scure...
Non
fosse stato per la Camilla, gli sarebbe
convenuto scapparsene così, senza
voltarsi indietro. Veloce, non dovevano
vedere nemmeno la polvere.
Invece
tornò dalla Gegia, col pacco enorme
che gli rigonfiava il giacchetto. Per fortuna
non incontrò nessuno, che sennò
l'avrebbero capito subito, che nascondeva
qualcosa.
Dalla
Gegia si arrampicò su per la grondaia,
che ormai la conosceva bene. E il pacco
lo infilò sotto il tetto, su un'intercapedine
dove le rondini avevano fatto dei nidi.
Ne dovette buttare giù uno, per farsi
posto, e gli dispiacque.
Poi
in camera gli ci volle un monte a lavarsi
le mani, da quanto gli tremavano. Gli tremava
tutto.
Perciò
si sedette sul letto a riflettere, calmandosi
i bollori nelle acque fresche dei sogni.
Si vide in crociera con la Camilla. In viaggio
in India, lui e lei elegantissimi. Quei
soldi erano solo un pacco ma non avevano
fine. Perché se gli erano caduti
così, in mano... ce ne sarebbero
stati altri, e altri ancora. Poi, era un
segno del destino, che a lui la vita adesso
gli cambiava e passava fra i ricchi. Quel
colpo che aveva fatto una volta... poteva
anche ripetersi, no, la fortuna?!
E
tutto tremante, con la faccia più
disperata che trovò andò al
bar a raccontare di come erano andate le
cose, che erano arrivati gli sbirri, o non
sapeva nemmeno lui cosa, proprio all'ultimo
minuto.
E
per non farsi prendere con la roba in mano
lui era scappato così, per un soffio,
lasciando cadere in terra il pacco, che
almeno quegli altri si erano soffermati
per raccattarlo e lui in questo modo era
riuscito a svignarsela.
Il
Rospo era con un altro compare suo. Mai
visto prima. E c'avevano una faccia nera
da far paura.
Si
guardarono fra di loro, guardarono Gino.
Senza parlare, senza dir niente. Fermi e
zitti, pareva il tempo non finisse mai e
Gino non sapeva più come stare seduto
su quella seggiola dura. Si muoveva sugli
ossi delle chiappe e intanto pensava a Franz,
un giorno intero chiuso in una stanza senza
che nessuno gli dicesse niente... povero
Franz. Povero Franz? Quello era libero e
sereno, e a lui gli toccava stare lì
davanti agli occhi stretti di quei due,
che sembrava si fossero allenati anni a
fare quella scena, zitti muti a scrutare
nella verità.
Sì,
e lui non sapeva come frenarla, gli si leggeva
addosso. Nudo bruco a trasudare verità.
Ma che andassero a cercarla, la roba! Che
lo frugassero dappertutto, lui e la sua
camera, e la facessero finita di stare lì
a guardare.
Gino,
con le gambe di gelatina, inghiottì
due o tre volte e si decise a parlare. Gli
uscì un filino di voce stitica, tremolante.
"Io...
io posso andare ? Sono stanco...".
Il
rospo e quell'altro, fecero un po' di mugugni,
si schiarirono anche loro la voce ma non
dissero niente. Solo, il rospo gli fece
cenno di andare con la mano.
Gino
si alzò e gli fece un mezzo inchino,
tanto era confuso. Girò sui tacchi
e andò verso la porta, accorgendosi
che tutto il bar stava in silenzio, nessuno
giocava e nessuno beveva. Tutti guardavano
la scena, più o meno di sottecchi.
A Gino gli si strinse lo stomaco dalla paura.
Ma
in fondo, che potevano volere da lui? La
storia era credibile, e prove non ce n'avevano.
Per
la strada riuscì a convincersi e
quando entrò in camera si sentiva
quasi tranquillo. Gli prese un sonno improvviso,
una stanchezza che non stava più
con gli occhi aperti. Si buttò bocconi
sul letto e s'addormentò.
Un
sonno parecchio agitato, dove c'erano facce
e facce a guardarlo, e il mondo in una brocca
di silenzio. Lui e tutti gli altri muti
pesci disperati di qualcosa ma nessuno sapeva
cosa. Però gli saliva l'angoscia,
perché a un certo punto gli si stringeva
tutto addosso e lui gli pareva di non respirare
più.
Si
svegliò di soprassalto, madido di
sudore. Il cuore e lo stomaco strinti peggio
d'un fazzoletto a asciugare. Si alzò,
aprì l'acqua del lavandino e si lavò
la faccia e il collo. Eppure quell'incubo
non
Passava.
Gli pareva di stare sempre pescemuto, in
qualcosa che forse era acqua e lo soffocava.
Spalancò la finestra, cercò
di respirare aria fresca. Ma era una notte
calda, con la luna sbiadita dietro un pulviscolo
bianco.
Poi
bussarono. E il suono per Gino rimase come
impigliato nel legno della porta. Piccolo
e secco, un noccare senza rimbombo, quasi
timido nel silenzio della notte.
Il
respiro, il sudore, la vista, il tatto e
tutte le impressioni dentro al corpo. Tutto
gli si ridusse strinto come un nocciolo
di pesca. Duro, chiuso, l'animo ridotto
a un nocciolo gli andava di traverso all'imbocco
dello stomaco.
"
Apri, ci manda l'amico del Rospo . "
I
battiti attutiti continuarono sulla porta
ma di aprire a Gino non gli passò
nemmeno per l'anticamera del cervello.
Dopo
qualche attimo ci fu uno sferragliare lieve
dentro la serratura e subito dopo la porta
scivolò aperta, frusciando lenta
nella penombra.
Entrarono,
cauti, due uomini che Gino non aveva mai
visto e che gli sarebbe piaciuto di non
vedere mai. Uno secco e alto e uno basso
e grasso, parevano Sussi e Biribissi ma
non facevano ridere per nulla. Silenziosi
e seri, si muovevano lenti come i preti
all'eucarestia. E guardavano Gino senza
muovere i muscoli della faccia.
"Dacci
i soldi, ragazzo". Il basso parlò
leggero come un sussurro di vento primaverile.
Gino
stava ancora tutto raggomitolato in quel
nocciolo sullo stomaco e non gli arrivava
nemmeno il senso delle parole.
"Non
tirarla per le lunghe. È meglio che
ce li dài subito, così ti
facciamo meno male".
Difficile,
per un nocciolo, dargli qualcosa. O rispondere.
Quello
alto si avvicinò a Gino e gli dette
uno schiaffo. Il nocciolo si aperse un po'
e a Gino la voce gli tornò piano
piano su verso il cervello, e anche qualche
idea vaga.
"Io
non ce l'ho...".
Il
secondo schiaffo del lungo fu così
forte che lo mandò in terra. Un attimo
solo, perché il secco poi gli si
mise dietro e lo tirò su, coi bracci
piegati sulla schiena.
Sempre
più lento d'un prete all'altare,
il grasso gli si avvicinò e tirò
fuori la lama di un coltello dal serramanico.
"Allora
lo vuoi proprio, un bell'occhiello...".
Gli
tirò fuori la camicia dai pantaloni
mentre l'altro gli chiudeva la bocca con
una mano.
E
il coltello gli si appoggiò sulla
pancia, solo un pochino. Non bucò
subito, cominciò a fare male solo
dopo qualche secondo, quando il grasso si
mise a girarlo e rigirarlo, come volesse
mettere il pepe in un arrosto. Poi smise
e il lungo lasciò andare la bocca
di Gino. Che avrebbe voluto parlare subito,
per carità, ma c'aveva paura che
poi lo ammazzavano come un cane.
Si
guardò la pancia e vide un buco nero
di sangue che colava giù per i pantaloni.
Il
lungo gli ritappò la bocca e il grasso
gli rifece lo stesso lavoro, da quell'altra
parte.
Adesso
la pancia gli bruciava come un forno e c'aveva
sangue dappertutto.
Quando
il lungo gli riaprì la bocca non
pensò nemmeno.
"Sulla
grondaia, sotto il tetto, nel cortile di
dietro...".
Il
grasso fece cenno al magro e poi scaraventò
Gino per terra. Che si raggomitolò
come un verme con le mani sui buchi. Non
erano fondi. Larghi appena due diti. Servivano
solo a fargli male e paura. Due tasselli
tondi tondi di ciccia in meno. Però
sanguinavano ancora.
Il
grasso mise via il coltello e si accese
una cicca.
A
Gino gli si liberò la vescica.
Il
lungo rientrò col pacco sotto la
giacca e la faccia rilassata.
"Bene",
disse il grasso ridendo. Poi fece scattare
di nuovo la lama fuori dal coltello e si
mosse verso Gino. Che in un balzo fu in
piedi, sul davanzale, sul cornicione fuori
di finestra a urlare a squarciagola nella
notte "aiuto.... mi ammazzano!!!".
E
rimase lì in bilico finché
non sentì delle voci per la strada,
degli scalpiccii nella pensione e Sussi
e Biribissi che si mormoravano "finiamo
un'altra volta " e filavano via.
La
strada era buia, la gente affacciata alle
finestre guardava su e giù ma non
vide Gino attaccato al muro come una lucertola.
Dopo
qualche istante tutti riaccostarono sbuffando
gli stipiti. Dentro alla Gegia si richiusero
gli usci.
Gino
scivolò piano piano dentro la camera
e sul letto, dove perse il lume.
Senza
pensieri, senza sogni. Nel nero nero nero
a galleggiare senza paura né dolore.
Buio amico, morte breve. Finché il
peggio è passato, il corpo e la testa
si sono riavuti, il sangue raggrumato e
il piscio asciugato, una mano scuote e una
voce chiama.
"Gino,
Gino!", con una paura e una tenerezza
che il buio lascia passare un filino d'anima.
Come
lo spisciolo di un vaso di terracotta, piano
piano i pensieri e i ricordi, il male e
gli occhi tornarono a Gino, che guardò
e vide Franz, in lacrime su di lui.
"Gino...".
Si
affacciò anche la Sara, con gli occhi
asciutti ma il viso in fiamme.
"Che
paura...".
Poi
entrò anche la Gegia e per poco cacciò
un urlo.
Gino
riscivolò via, ma non nella morte.
In un sonno pesante e spesso, dove però
ogni tanto gli arrivava qualche frase e
le mani che lo toccavano, lo lavavano, lo
fasciavano.
Il
giorno dopo c'aveva la febbre.
"Ma
non è l'infezione", disse la
Gegia.
"È
la paura, lo strapazzo, è tutta la
vita disgraziata che ha fatto negli ultimi
due mesi...", e se li prese da parte,
Sara e Franz, per spiegargli un po'.
Gino
a occhi chiusi si vergognava. Il parlottio
basso della Gegia, i mugugni di chi ascoltava.
Tutto gli riportava le scene delle settimane
passate fra il bar, il bordello e gli appuntamenti
balordi.
E
li vide, ora. Come un paesaggio da in fondo
una strada, di colpo a Gino gli comparve
il quadro della sua ultima vita. Lui pischello,
lì a offrire da bere e da trombare.
Tutti i debiti, tutti i soldi che gli erano
passati fra le mani...
E
di colpo vide il buio e il fumo, il verde
del biliardo e delle facce, rancorose di
vite al chiuso a bruciare come le sigarette.
Falsi
amici, tutti quanti. Nessuno s'era mosso
a compassione. Nessuno l'aveva scacciato,
il primo giorno. Via, via di qui, cittino,
avrebbero dovuto dirgli. E invece avevano
scroccato e bevuto e giocato a spese sue
e l'avevano mandato a rischiare la pelle
e gli avevano fatto due buchi in pancia
che ora frizzavano e gli sembrava d'avere
due padelle roventi sotto il bellico.
"Senti,
Gino, dobbiamo portarti via subito".
Sara
con occhi arrabbiati e decisi.
"Quelli
tornano e ti fanno la pelle, sennò".
Franz
sospirò.
"Peccato
per le piazze...".
"Ne
troveremo delle altre. Ma lontane".
Intanto
avevano già cominciato a fare bagagli,
in fretta, anche per Gino.
Che
si sentiva beato a galleggiare in una nuvola
di sollievo. Finché però gli
venne in mente la Camilla.
"No,
io non posso venire!".
Franz
e la Sara nemmeno lo ascoltavano, si tuffavano
in giro a raccattare, sistemare, chiudere.
"Io
non voglio lasciare la Camilla...".
Gino
si mise a piangere e la stava già
lasciando. Pianse disperato e singhiozzò,
rivide gli occhi e i capelli lunghi, i seni
turgidi, le mani strette sul suo viso.
Le
chiusure dei bauli scattarono e la Sara
e Franz vestirono Gino, piano piano come
avessero paura di rompere un cesto d'ova.
Lui piangeva e belava peggio d'un agnello
al macello.
"Camilla..."
diceva e giù lacrime.
"Lasciala
perdere quella, guarda in che guai t'ha
messo!".
"E
poi domani ti ha già dimenticato...".
"Quelle
mica si innamorano...".
"Magari
era d'accordo anche lei ...".
"Solo
i soldi, per loro".
"Pensi
che ci veniva, se non pagavi?".
E
Gino sempre più perso nei capelli
e nelle cosce, a ricordare ogni centimetro
tanto prezioso, che non avrebbe rivisto
più.
Franz
e la Sara scesero a regolare i conti con
la Gegia. Ma non c'era quasi nulla, perché
ultimamente Gino pagava per tutti. Loro
non lo sapevano e tornarono su un po' contenti,
un po' imbarazzati.
"Su,
sbrighiamoci!".
Franz
cominciò a trascinare i bagagli,
insieme alla Gegia e un garzone.
La
Sara prese Gino in collo come un bimbetto
e tutti insieme scesero traballando le scale
salutandosi nel frattempo e a presto, chissà
quando, peccato perché c'erano buone
piazze qui in giro, sempre se ne trova,
tutto l'anno, tornate per la vendemmia...
Incespicarono
in qualche gradino e in qualche e mozione
e poi lasciarono la locanda.
"Vi
ho fatto arrivare il carro, è già
qui...".
In
strada di colpo tutti i discorsi si ammutolirono.
Perché c'erano Sussi e Biribissi,
nella luce dell'alba, a aspettare a gambe
larghe e mani incrociate sul petto.
(Continua)
Per
leggere i capitoli precedenti di GINO,
vai qui,
all'ARCHIVIO della prima
serie di ZIBALDONI E ALTRE MERAVIGLIE,
e cerca per AUTORE:
Francesca Andreini, o per
TITOLO: Gino. |
|