Il
sapore amaro del viaggio
di
Antonio Prete
Letteratura
e antropologia. C'è una soglia
da cui muove la loro affinità:
l'interrogazione dell'altro. In questa
interrogazione - che è linguaggio,
conoscenza, scrittura - un mondo si
dispiega, mostrando le forme di relazione
tra i viventi, i loro legami, i loro
rapporti con il linguaggio, la tradizione,
il mito, l'invisibile, il sacro. In
questa interrogazione è colui
che interroga a subire spaesamenti,
dislocazioni, decentramenti. Una stessa
linea unisce il "Je est un autre"
di Rimbaud e il "sé che
diviene altro" dell'esperienza
di Victor Segalen in Cina. Questa linea
è l'accettazione di uno sguardo
che, muovendo dall'altro, smuove il
sé, diviene principio di conoscenza.
Accogliere questo sguardo altrui - che
di volta in volta è narrazione,
giudizio, rito, costume - vuol dire
approfondire la conoscenza di sé.
Che
ci fa un Persiano a Parigi? Lo sguardo
del Persiano, perché privo di
complicità con l'oggetto, è
un'esplorazione credibile. Ma anche
in quello sguardo, straniato e puro
allo stesso tempo, trema il riverbero
della radice, dell'appartenenza, dell'origine,
trema la sua non innocenza. Dietro le
descrizioni parigine di Usbek c'è,
in lontananza, il dramma di Roxane nell'harem.
Letteratura e antropologia sono saperi
affini perché non amano le certezze.
Non amano il consistere, lo stare. Hanno
in comune una malattia, quella che Baudelaire
chiamava "orrore del domicilio"
e sulla quale si proponeva di compiere
uno studio: "Etude sur la grande
maladie de l'horreur du Domicile".
Tutte le esperienze di viaggio, e tutte
le scritture odeporiche, scintillanti,
nostalgiche, contagiate dall'esotico
e dal magico, divaganti, narcisiste,
hanno sullo sfondo le considerazioni
affidate da Baudelaire ai versi de
Le Voyage :
| |
Mais
le vrais voyageurs sont ceux-là
seuls qui partent
Pour partir; coeurs légeres,
semblables aux ballons
De leur fatalité jamais ils
ne s'écartent,
Et, sans savoir pourquoi, disent
toujours: Allons!
Ma i veri viaggiatori partono per
partire:
cuori leggeri, come palloni in alto
vanno,
il loro corso mai vorrebbero smarrire,
dicono sempre "andiamo!",
ed il perché non sanno.
[...]
Amer savoir celui qu'on tire
du voyage!
Le monde, monotone et petit, aujourd'hui,
Hier, demain, toujours, nous fait
voir notre image:
Une oasis d'horreur dans un désert
d'ennui!
Ma è un sapere amaro quel
che si trae dai viaggi!
Il mondo è eguale e piccolo,
così in tutte le ore,
oggi, ieri, domani, rinvia la nostra
immagine:
nel deserto di noia un'oasi di orrore! |
Il
viaggio come esperienza che differisce
l'estremo profondo viaggio, quello verso
l'"inconnu". Il viaggio come
azzeramento dell'esotico, come cancellazione
dell'avventura. Eppure, anche nella
terra del disincanto, nella non fascinazione
dell'esotico, nella negazione dell'altrove,
l'altro - cioè il lontano, l'estraneo,
il non conosciuto - fa irruzione nel
pensiero del soggetto civilizzato. Smuove
le sue categorie, i suoi modi di pensare.
Già Montaigne: "Essi sono
sauvages come noi chiamiamo
sauvages (selvatici) i frutti
che la natura ha prodotto da sé
nel suo naturale sviluppo, quando, in
verità, proprio quelli, da noi
alterati col nostro intervento e deviati
dal corso comune, dovremmo chiamare
sauvages" (Essais,
libro I, capitolo XXXI, Des Cannibales).
L'altro è percepito come altro
dalla nostra civiltà, altro dalla
nostra ratio: "Ognuno
definisce barbarie quel che non appartiene
alle proprie abitudini" ("chacun
appelle barbarie ce qui n'est pas de
son usage", ci ricorda Montagne).
Eppure, in questa percezione soggettiva
e proiettiva, prende campo la descrizione
come scrittura dell'etnos. Descrizione
che muove dal visibile e, facendosi
scrittura, accoglie il paradosso, l'antifrasi,
il paragone, la costruzione fantastica.
Un'etnografia immaginaria, utopica,
romanzesca annuncia e accompagna un'etnografia
per così dire scientifica, rovesciandone
i paradigmi, mimandone il tono, gli
stilemi. Rabelais e Swift, descrivendo
popolazioni immaginarie, anticipano
la descrizione degli Emangloni e delle
popolazioni della Gran Garabagna che
farà Henri Michaux o quelle dei
Gamuna che farà Gianni Celati.
E un saggio etnografico è da
considerare il dialogo leopardiano tra
Momo e Prometeo nelle Operette morali.
In questa storia di fantastiche etnografie
forse Gulliver - stando al seguito di
Don Chisciotte - è colui che
più di altri, o prima di altri,
narrando di altre culture disgrega le
paludate e ipocrite e conformiste verità
della cultura di provenienza. Nella
sua "geometria favolistica",
come la chiama Gianni Celati, descrivendo
i caratteri delle popolazioni di Brobdingnag,
Laputa, Lilliput, Houyhnhnmland, mostra
con ironia le proporzioni, e l'enfasi,
e la boriosa ragionevolezza della civiltà
occidentale.
Etnografie
immaginarie come forme di distanziamento
dalla nostra cultura. Di lì a
poco la romantica critica della civiltà
si svolgerà nell'arco teso tra
due regioni del pensiero, e dell'immaginazione.
Da una parte l'elaborazione di un mito,
quello della natura vigorosa e intatta,
irrimediabilmente perduta. Dall'altra
l'analisi del processo di astrazione
- "spiritualizzazione" la
chiama Leopardi - che in civiltà
scorpora i sensi, "uniforma gli
uomini e perseguita le singolarità"
(è ancora Leopardi). Contro questa
disumanizzazione del singolo, contro
una civiltà che coniuga artificio
e barbarie, sogno di magnifiche sorti
e violenza, prende forma e figura quella
geografia del primitivo che
disegna una sorta di anteriorità:
il primitivo è il non contaminato
dalla civiltà, dalla sua ragione,
dai suoi legami. A proposito dei Californi,
come commentasse Montaigne, Leopardi
dice: "sono selvaggi e non sono
barbari, cioè non fanno nulla
contro natura (almeno per costumi),
né verso se stessi, né
verso i lor simili, né verso
checchessia" (Zibaldone,
ottobre 1823). Ma via via che il primitivo
entra nel pensiero occidentale come
seduttiva sponda edenica, come primigenio
stato di natura, l'esplorazione delle
sue forme residue e sopravviventi si
trasforma in scrittura, diventa cioè
narrazione, rappresentazione. E libera,
per così dire, il mito dalla
sua argentea lontananza, dalla sua impossibile
e trasognata alterità. Non è
più possibile richiudersi in
quel finale ironico con cui Montaigne
sigilla il suo capitolo sulle popolazioni
oggetto del suo essai: "Tutto
questo, non va poi tanto male. Ma, caspita,
non portano le brache" ("Tout
cela ne va pas trop mal; mais quoy,
ils ne portent point de haut de chausses").
La scrittura accoglie, ospita, forse
qualche volta custodisce e salva dall'oblio.
Un'altra geografia etnica prende forma:
la Polinesia di Melville e di Gauguin,
l'Oriente di Flaubert, l'Africa di Conrad
annunciano le tante narrazioni novecentesche
che rappresentano la lontananza. Una
geografia, una mappa mundi affidata
alla parola. Un tentativo di resistere,
attraverso il racconto e le peregrinazioni
dirette, alle mitografie dell'Oriente
o dell'Africa, alle seduzioni della
Cina e del Giappone, alle sconfinate
solitudini della Patagonia, agli incanti
dei deserti, alle animate fascinazioni
delle savane, delle giungle, delle tundre.
Difficile individuare, in tutte queste
scritture, la linea dove finisce l'intreccio,
anche inconsapevole, con le forme di
colonizzazione e dove comincia l'autonoma
e sovversiva dislocazione nella terra,
e nello sguardo, dell'altro. Difficoltà
che persiste anche laddove il colonialismo
si sfalda, lasciando lingue, saperi,
conflitti. E tuttavia la tensione etnografica
della letteratura e la tensione narrativa
dell'etnografia portano, nel loro incrocio,
insieme alla caduta dell'incantamento
intorno al primitivo, al selvaggio,
all'intatto, la consapevolezza della
necessità di una relazione tra
le culture che abbia nel linguaggio,
nella sua implicita dialogicità
e inventività e corporeità
il suo centro irradiante. Che interpreti
i miti, o il totemismo, o lo scambio
dei doni, o le strutture della parentela,
la nuova antropologia ha il linguaggio,
le sue forme e strutture, come sostanza
e soggetto stesso della ricerca. E non
è infrequente che l'attraversamento
interrogativo del linguaggio porti l'antropologo
sulle sponde di una scrittura dove lo
stile della ricerca coincide con lo
stile della prosa, il metodo sia esso
stesso narrazione e stile. Tristi
tropici di Lévy Strauss
e La terra del rimorso di De
Martino sono due libri che appartengono
di diritto alla storia della scrittura
narrativa. Senza dire della immensa
rete di fonti, tessuta dalla ricerca
antropologica, che trascorre nella scrittura
narrativa e nella poesia e diventa loro
anima e loro ritmo: The waste land
di Eliot è tra gli esempi più
noti. Così la critica letteraria
si alimenterà dell'indagine antropologica:
da Frazer a Northrop Frey il viaggio
non è lungo.
Passaggi,
incroci, imprestiti, corrispondenze:
letteratura e antropologia possono narrare
storie comuni, dialoghi, innesti. Sommovimenti
di campo, sommovimenti nel campo. Arguedas
che ritrova la lingua andina della nutrice,
dopo essersi dislocato dalla ricerca
antropologica verso la scrittura. Michel
Leiris che da etnologo e da poeta e
da narratore darà all'"impressione"
il massimo di responsabilità
per così dire oggettiva e all'immagine
la straordinaria funzione conoscitiva.
Michaux, grande viaggiatore, che racconterà
sempre viaggi per così dire mancati,
oltre che viaggi immaginari presso popolazioni
immaginarie e traccerà una parodia
dello "sguardo da lontano"
proprio di una certa scrittura etnografica.
Aimé Césaire che con Sénghor,
nel cuore della poesia, farà
del "ritorno alla terra" non
un mito ma un principio di relazione
tra le culture, tra le loro identità,
i loro timbri, le loro storie. Mentre,
da Franz Fanon in poi queste storie
- di corpi desideranti, di degradazione,
di subalternità sofferta - leveranno
la loro voce, esigendo riconoscimento
e presenza laddove c'era stata negazione
e disastro.
Studi
postcoloniali e studi culturali cercheranno
via via le loro fonti nel pensiero che
- da Gramsci a Foucault - ha definito
la cultura non un sapere astratto, ma
un sapere incarnato in gesti, lingue,
corpi, desideri, sovversioni, sogni.
Per
altro verso l'etnografia ha esposto
sempre più la sua appartenenza
alla storia della scrittura. "Che
cosa fa l'etnografo? Scrive", è
l'assioma semplice e tuttavia disciplinarmente
irriverente di Clifford Geertz. Una
coincidenza, dunque, di scopi, di pratiche,
tra letteratura e antropologia? No,
un cammino comune, una corrispondenza.
Alla fine, per l'etnografo, come per
lo scrittore, quel che conta non è
il luogo dove si fa esperienza, ma l'esperienza
dell'altro, dello sguardo dell'altro,
trasformata in saggezza, e questa in
scrittura, il "segreto", dunque
l'indicibile laggiù appreso.
Come accade nel racconto di Borges,
compreso ne L'Elogio dell'ombra,
intitolato appunto L'etnografo.
Costui, alla fine, dopo la lunga esperienza
tra gli indiani, forse non tornerà
più nella prateria: "Ciò
che mi hanno insegnato i suoi uomini
- egli dice - vale per qualunque luogo
e per qualunque circostanza".
(Introduzione al convegno "Letteratura
e antropologia", svoltosi a Siena
il 24 e 25 febbraio 2005)
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