13
Indro Montanelli - Leo Longanesi
L'aneddoto
che Indro Montanelli racconta nel
decennale (1967) della morte dell'amico
editore Leo Longanesi costituisce
una penetrante riflessione sul genere
aneddotico, su come esso nasca e
fiorisca come vitale reazione alla
scomparsa di una persona cara. La
testimonianza di Montanelli rievoca
il giorno del funerale di Longanesi,
precisamente il momento del trasporto
funebre, durante il quale gli amici,
fra cui Montanelli, sentono che
abbandonarsi al dolore avrebbe significato
tradire l'amico morto, il suo febbrile
desiderio di fare e di vivere. Pertanto,
come si leggerà, iniziano
a raccontarsi fatti e detti memorabili
di Longanesi, per consolarsi con
quella hilaritas che è
propria dell'aneddoto.
Un
viaggio molto allegro
"Dopo
l'esequie, la bara fu caricata sul
furgone che doveva portarla al cimitero
di Lugo, e noi lo seguimmo sulla
macchina di Giorgio Cabella. Prima
l'uno, poi l'altro azzardammo qualche
frase di circostanza ("Stiamo
andando a seppellire un pezzo di
noi stessi" eccetera) che ci
si spense in bocca soffocata dalla
paura che Leo ci sentisse. Poi abbandonammo
il morto al suo destino, e ci demmo
a ricostruire il vivo, i suoi detti,
i suoi motti, le sue trovate, le
sue impennate, i suoi schiamazzanti
monologhi, le sue rabdomantiche
intuizioni, le sue fulminanti battute.
Dapprima, nell'antologia dei ricordi,
scegliemmo i più patetici,
che meglio s'intonavano a quel nostro
mesto andare sulla scia d'un carro
funebre. Ma poi, ogni aneddoto richiamandocene
alla memoria altri dieci, smettemmo
di discriminare. Sicché non
avevamo ancora passato il Po che
ci rotolavamo sui cuscini reggendoci
la pancia dal rider alla rievocazione
di Leo quando, fuggiasco attraverso
le linee tedesche e braccato dal
tiro delle artiglierie, aveva cercato
riparo sotto un muraglione sbrecciato
su cui era scritto: "Il Duce
ha sempre ragione", il motto
ch'egli stesso aveva coniato e che
ora minacciava di crollargli sulla
testa; e che poi, guardandosi intorno,
aveva scoperto, acquattato un po'
più in là, un altro
fuggiasco con un occhio coperto
da una benda nera, la barba finta,
un sombrero in testa, stivaloni
e giacca di cuoio, doppia cartuccera
a tracolla: ed era il regista Goffredo
Alessandrini "travestito da
spia per non farsi notare".
Di Leo che, redarguito per la sua
incoerenza da un vecchio "camerata"
che si proclamava "il vero
fascista tutto d'un pezzo",
ribatteva indignato: "Vero
fascista, lei!? Ma i veri fascisti
siamo noi...Noi che dapprima non
ci credemmo, poi fingemmo di crederci,
poi credemmo di fingere, poi lo
tradimmo, poi lo rimpiangemmo. E
ora... ora non sappiamo più
neanche noi né cosa fummo,
né cosa siamo, né
cosa saremo... Eccoli i veri fascisti!".
Di Leo che, invitato a comporre
l'elogio funebre di un banchiere
suo amico, appena scomparso, lo
riassunse così: "Infido,
visse di fido". Di Leo che
proponeva d'iscrivere, nel tricolore
repubblicano, al posto dello stemma
sabaudo, il motto: "Ho famiglia".
Eccetera.
Ogni tanto tacevamo raggelati dallo
sguardo vagamente disgustato dell'autista
che ci sbirciava nello specchietto
e evidentemente non sapeva come
conciliare quell'aneddotica condita
di sghignazzi col viso a lutto che
gli avevamo mostrato in principio
e col convoglio che ci precedeva.
Finché Cabella gli diede
ordine di sorpassarlo. E allora,
liberati anche da questa remora,
la nostra ilarità non ebbe
più freno. Mai avevo fatto
un viaggio così allegro."
Indro
Montanelli, Incontri italiani,
Rizzoli, Milano 1982, pp. 354-355.
14
Ennio Flaiano - Luigi Einaudi
Sul
"Corriere della Sera"
del 18 agosto 1970 si legge un aneddoto
raccontato da Ennio Flaiano, che
ha per protagonista il Presidente
della Repubblica Luigi Einaudi e
lo stesso Flaiano. Lo scrittore,
invitato a cena al Quirinale insieme
ad altri amici del gruppo pannunziano,
non esita ad accettare metà
di una pera che Einaudi inaspettatamente
chiede di dividere con qualcuno.
Il maggiordomo, frustrato da questa
infrazione all'etichetta, si ritira
in disparte con sommo gaudio dello
scrittore. L'aneddoto si risolve
in una sferzante battuta finale
con cui lo Flaiano biasima il malgoverno
dell'Italia repubblicana dopo la
presidenza di Einaudi: "Cominciava
per l'Italia la repubblica delle
pere indivise".
La
pera del Presidente
La
pera. Molti anni fa, nel terzo o
quarto anno del suo mandato presidenziale,
fui invitato a cena al palazzo del
Quirinale, da Luigi Einaudi. Non
invitato ad personam - il Presidente
non mi conosceva affatto - ma come
redattore di una rivista politica
e letteraria diretta da Mario Pannunzio.
A tavola eravamo in otto, compresi
il Presidente e sua moglie. Otto
convitati è il massimo per
una cena non ufficiale, e la serata
si svolse dunque molto piacevolmente,
la conversazione toccò vari
argomenti, con una vivacità
e una disinvoltura che davano fastidio
all'enorme e unico maggiordomo in
polpe che ci serviva. Questo maggiordomo,
una specie di Hitchcock di più
vaste proporzioni ma totalmente
destituito di ironia, aveva sulle
prime tentato di intimidirci posandoci
il prezioso vasellame davanti come
se temesse che l'avremmo rotto;
e fulminandoci con occhiate di sconforto
se non riuscivamo a individuare
tra le tante (alcune nascoste persino
tra i merletti della tovaglia) le
posate giuste.
Poiché il Presidente, nei
suoi anni verdi, aveva frequentato
una trattoria di via della Croce,
la Fiaschetteria Beltramme (che
noi ancora frequentiamo), si parlò
anche di questa: e dei suoi colleghi
di università coi quali vi
andava, del proprietario e di altri
clienti che egli vi intravedeva:
Bruno Barilli, Cardarelli, il pittore
Bartoli. Da un argomento all'altro,
tra aneddoti che per il gran ridere
scuotevano il Presidente come un
uccellino bagnato; tra riflessioni
che seguivano gli aneddoti, pensieri
economici e altri sul futuro, la
cena si stava prolungando oltre
il lecito. Il Presidente sembrava
un nonno felice di rivedere nipoti
lontani. Ma eccoci alla frutta.
Il maggiordomo recò un enorme
vassoio del tipo che i manieristi
francesi e poi napoletani dipingevano
due secoli fa: c'era di tutto, eccetto
il melone spaccato. E tra quei frutti,
delle pere molto grandi. Luigi Einaudi
guardò un po' sorpreso tanta
botanica, poi sospirò: "Io"
disse "prenderei una pera,
ma sono troppo grandi, c'è
nessuno che vuole dividere una con
me?"
Tutti avemmo un attimo di sgomento
e guardammo istintivamente il maggiordomo:
era diventato rosso fiamma e forse
stava per avere un colpo apoplettico.
Durante la sua lunga carriera mai
aveva sentito una proposta simile,
a una cena servita da lui, in quelle
sale. Tuttavia, lo battei di volata:
"Io, Presidente" dissi
alzando una mano per farmi vedere,
come a scuola. Il Presidente tagliò
la pera, il maggiordomo ne mise
la metà sul piatto, e me
la posò davanti come se contenesse
la metà della testa di Giovanni
il Battista. Un tumulto di disprezzo
doveva agitare il suo animo non
troppo grande, in quel corpo immenso.
"Stai a vedere" pensai
"che adesso me la sbuccia,
come ai bambini."
Non fece nulla, seguitò il
suo giro. Ma il salto del trapezio
era riuscito e la conversazione
riprese più vivace di prima;
mentre il maggiordomo, snob come
sanno esserlo soltanto certi camerieri
e i cani da guardia, spariva dietro
un paravento.
Qui finiscono i miei ricordi sul
Presidente Einaudi. Non ebbi più
occasione di vederlo, qualche anno
dopo saliva alla Presidenza un altro
e il resto è noto. Cominciava
per l'Italia la repubblica delle
pere indivise.
Ennio
Flaiano, La solitudine del satiro,
in Opere. Scritti postumi,
I, a cura di Maria Corti e Anna
Longoni, Bompiani, Milano 1988,
pp. 695-697.
15
Piero Chiara - Giancarlo Vigorelli
In
uno scritto datato 1975, Piero Chiara
racconta un aneddoto che ha per
protagonista il critico letterario
e giornalista Giancarlo Vigorelli
alle prese con un giovane scrittore
dalle belle speranze. Si intuisce
la trepidazione del giovane non
disgiunta da una certa presunzione,
e la delusione finale dinanzi al
gesto risoluto del critico che non
ammette repliche.
Bastano
tre pagine
Un
giovane autore una volta, viaggiando
tra Milano e Roma, si trovò
seduto per caso davanti a Giancarlo
Vigorelli al quale aveva mandato
il suo primo romanzo. Aveva quasi
deciso di presentarsi, quando vide
che il critico toglieva dalla sua
valigia un libro appena apparso,
lo sfogliava, lo leggiucchiava e
dopo aver scosso la testa lo gettava
dal finestrino. La stessa sorte
ebbero, uno dopo l'altro, una decine
di altre "novità".
Finalmente Vigorelli tolse dalla
valigia il libro dell'autore che
aveva davanti e ne lesse qualche
pagina. Il giovane, trepidante,
scrutava il volto del suo dirimpettaio.
Quando vide che Vigorelli, dopo
aver letto alcune pagine si accingeva
a lanciarlo dal finestrino, lo fermò.
"Vada avanti almeno fino a
pagina diciotto, quando il protagonista
conosce Ermenelinda" gli disse.
"Io l'ho letto e dopo pagina
diciotto l'ho trovato interessantissimo."
"No" gli rispose Vigorelli
"di un libro come questo bastano
tre pagine."
E getto il volume dal finestrino.
Piero
Chiara, Sale & Tabacchi,
Arnoldo Mondatori Editore, Milano
1989, p. 105.
16
Leone Piccioni - Giuseppe Ungaretti
Dei
molti aneddoti ungarettiani riportati
da Leone Piccioni nella sezione
Aneddotica ungarettiana
del libro citato in basso, ne riporto
uno nel quale Giuseppe Ungaretti
e, insieme a lui, l'autore dell'aneddoto,
ironizza su una moda invalsa nella
critica testuale, la critica delle
varianti, cioè lo studio
delle diverse lezioni rinvenute
nei codici o nelle stampe. L'autore
precisa che non è in questione
l'importanza della variantistica,
ma l'abuso che se ne fa, qui ben
stigmatizzato dalla pronta risposta
di Ungaretti alla richiesta di una
gentile signora.
Le
varianti di Ungaretti
A
proposito di varianti, non già
per frenare o sminuire l'importanza
per l'attenzione a questi segmenti
di poesia (io stesso, del resto,
sono stato un variantista ungarettiano
- e leopardiano - ed alle varianti
ho sempre dato, e do importanza
notevolissima), ma per mettere in
guardia contro certe tentazioni
quasi esclusivistiche o feticistiche,
giovi riportare un episodio che
ha, ovviamente, Ungaretti per protagonista.
Una volta, per non so quale ricevimento
o pranzo, una signora s'avvicinò
al poeta pregandolo di vergare su
un foglio, di sua mano, un testo
poetico. Ungaretti oppose di non
sapere a memoria i suoi versi, ma
la signora aveva con sé un
libro. Ungaretti (non sapeva dir
di no) pazientemente scelse una
poesia - tra le più brevi
- e con l'inchiostro verde della
sua penna stilografica trascrisse
attentamente quei versi. La signora
ringraziava, ringraziava molto,
ma di una cosa si doleva: "Peccato
che non ci siano varianti".
"Perché - ribattè
Ungaretti - voleva anche delle varianti?
Aspetti che ne faccio subito due
o tre". E riprese il foglio,
aggiunse in margine qualcosa, e
fu fatta!
Leone
Piccioni, Ungarettiana,
Vallecchi, Firenze 1980, p. 210.
17
Claudio Magris - Elias Canetti
Ecco
un modo tutto particolare di difendere
la propria privacy, senza perdere
le staffe, anzi, al contrario, divertendosi
nel recitare una parte buffa. Elias
Canetti finge al telefono di essere
una governante inglese per riservarsi
la possibilità di parlare
oppure no con l'interlocutore, in
questo caso Claudio Magris. E' quanto
racconta, in un articolo apparso
sul Corriere della Sera del 1981,
lo stesso Magris, che sembra anche
ricavare un insegnamento dall'episodio:
Canetti, il poeta delle metamorfosi,
prova nella propria quotidiana esistenza
"un'arte difficile, quella
di giocare da soli, con e contro
se stessi, con tutta la serietà
e l'ilarità del vero gioco".
Metamorfosi,
ovvero la governante inglese
Due
anni fa, prima di partire per Zurigo,
avevo telefonato a Canetti, sperando
che in quei giorni fosse a casa
e che mi fosse possibile rivederlo.
Non rispondeva nessuno e provai
a fare il numero del suo vecchio
appartamento di Londra, la città
nella quale aveva vissuto, oscuro
e ignorato, per tanti anni - dal
1939, dopo aver abbandonato Vienna
occupata dai nazisti - e dove l'avevo
incontrato la prima volta. La voce
di un'anziana signora inglese, sentito
il mio nome, mi disse gentilmente
che Canetti sarebbe venuto subito
e infatti qualche attimo dopo egli
era all'apparecchio, cordiale e
affettuoso: diceva che si era ritirato
a Londra, lontano dalla famiglia,
per qualche settimana, per finire
un libro e potersi rendere irreperibile
quando ne avesse voglia o necessità,
soprattutto per stare solo. "Anzi,
aggiunse dopo una pausa, "mi
scusi, per un momento fa, sa, ero
io al telefono, prima, quando Lei
ha chiesto di parlare con me..."
Il poeta che aveva dedicato pagine
indimenticabili alla metamorfosi
si era trasformato, per un istante,
in una sua inesistente governante.
Forse, prima di rientrare in se
stesso e di tornare al telefono,
aveva fatto il giro della stanza;
certo si era rivelato maestro in
un'arte difficile, quella di giocare
da soli, con e contro se stessi,
con tutta la serietà e l'ilarità
del vero gioco.
Claudio
Magris, Lo scrittore che si
nasconde, in Itaca e oltre,
Garzanti, Milano 1982, p. 55, già
pubblicane nel "Corriere della
Sera" del 16.10.81 col titolo
Canetti, genio misterioso e affabile.
18
Goffredo Parise - Filippo de Pisis
Questo
scritto di Goffredo Parise comparve
per la prima volta sul "Corriere
della Sera" del 9 giugno 1981,
prima di essere raccolto nel volume
Artisti a cura di Mario
Quesada nel 1984 per la casa editrice
Le parole gelate. L'aneddoto ha
per protagonista il pittore Filippo
de Pisis che non sopporta di veder
diminuita la sua opera di artista,
nemmeno se questo può evitargli
il pagamento di molte tasse. E di
questa vanità, naturalmente,
il malaccorto pittore pagherà
lo scotto.
Le
tasse della vanità
In
seguito ebbi modo di vederlo molte
altre volte a Venezia e di conoscerlo,
per mezzo di Carlo Cardazzo, un
noto gallerista. Un giorno lo vidi
proprio con Cardazzo: litigavano
e dapprima stentai a capire il perché
del litigio. Si trattava di questo:
erano stati insieme all'ufficio
delle Imposte perché de Pisis,
in quegli anni e in quella città
molto noto era stato colpito da
tasse esagerate. Per questo si lagnava
e piangeva con Cardazzo. Cardazzo
prese in mano la cosa e raccomandò
a de Pisis di dire onestamente all'ufficiale
delle Imposte che i suoi guadagni
non erano poi enormi, che lui era
un artista e come tutti gli artisti,
povero. De Pisis promise.
Davanti all'ufficiale Cardazzo cominciò
l'esposizione diciamo della "povertà
artistica" di de Pisis ma questi,
via via che Cardazzo parlava, sempre
più s'infuriava finché
esplose. ""Ma cosa dici,
macché artista misconosciuto,
macché artista povero, io
sono un grande artista, un grande
pittore riconosciuto da tutti, un
maestro, e i miei quadri valgono
moltissimo tanto che non faccio
a tempo a farli che sono già
venduti." Inutile dire che
la transazione Cardazzo andò
a monte proprio nel momento in cui
doveva andare in porto e de Pisis
pagò le tasse della sua vanità.
Goffredo
Parise, Artisti, in Opere
II, Mondadori, Milano 1989, pp.
1208-1209.
19
Piero Bigongiari - Carlo Emilio
Gadda
Il
poeta e critico letterario Piero
Bigongiari intervistato da Giorgio
Tabanelli a Firenze il 6 novembre
1981, conclude la sua intervista
con questo simpatico aneddoto che
ha per protagonista Carlo Emilio
Gadda. Il gran lombardo, recatosi
in visita a Carlo Bo, nella casa
paterna di questi a Sestri Levante,
nottetempo si imbatte in un vecchio
e burbero zio del critico ligure,
che fraintende le intenzioni di
Gadda, dando origine ad una situazione
comica, della quale i convenuti
(Luzi, Bigongiari, Bo) il mattino
dopo rideranno di gusto.
Avvenne
di notte
Per
terminare vorrei citare un aneddoto
curioso che accadde quando andammo
io e Luzi a trovar Bo a Sestri Levante.
Ricordo ancora che la grande casa
avita era dappertutto piena di libri.
Abbiamo sempre ammirato di Carlo
Bo questa sua disponibilità
a comprare libri di qualunque specie
in quantità enorme, cosa
che ci faceva una grande invidia,
in po' meno forniti allora - e anche
ora - di moneta rispetto a lui.
Quando andammo a trovarlo a Sestri,
sarà stato verso il '40 o
il '41, avvennero cose molto curiose.
C'era con noi, ospite, anche Carlo
Emilio Gadda. Io e Luzi eravamo
in grande amicizia anche con lui.
In questa grande casa di tradizione
e anche, in questo senso, di grande
famiglia, con questi libri, questa
grande biblioteca, e questo giovane
Carlo Bo che aveva l'autorità
della sua presenza nella cultura
italiana, successero cose incredibili
perché in questa famiglia
abituata all'etichetta familiare
quale c'era prima nelle buone famiglie
dell'alta borghesia come quella
di Bo (con la figura della sua angelica
sorella che ancora ricordo con nostalgia),
Carlo Emilio Gadda ne fece di tutti
i colori. C'era nella casa uno zio
sordo, loro ospite a vita, e successe
che mentre noi, io e Luzi, ci eravamo
ritirati a notte alta a dormire
in una stessa camera, Gadda, che
era a dormire in una camera accanto
alla nostra, in piena notte, il
caro estroso amico Gadda, che era
molto più anziano di noi,
ebbe bisogno di distrarsi per qualche
bisogno impellente; e non sappiamo
come accadde, ma andò a finire
nella camera di questo zio Bo, il
quale era un anziano signore piuttosto
nevrotico e burbero. Egli, risvegliato
in piena notte dal Gadda, cominciò
a urlare: "Se ne vada! Vada
via!". Gadda ritornò
in camera, poi, ripensandoci bene,
disse:"Bisogna che vada a scusarmi".
E dopo mezz'ora tornò a bussare
alla camera di questo zio nevrotico
dicendo: "Mi deve scusare..."
ecc. Il poveretto, che si era appena
riaddormentato, risvegliato di soprassalto
ricominciò ad urlare ancora
più forte: "Vada via!
Insomma lei è...!" ecc.
ecc. Fu una notte tragicomica e
il giorno dopo a stento contenevamo
le risate più folli davanti
ai due responsabili per la comica
situazione creatasi senza scampo
tra la cerimoniosità sempre
più impigliata e gaffeuse
di Gadda e la nevrosi di questo
zio di Carlino.
E' un piccolo episodio che appartiene
alla memoria della oltre quarantennale
amicizia con Bo, ma fatti di questo
genere divertito sono infiniti.
Ci sono nei rapporti di qualunque
amicizia naturalmente anche, se
Dio vuole, i momenti allegri, di
una gaiezza irrefrenabile, che galleggiano
sugli anni come chiarìe improvvise
su un orizzonte marino.
Piero
Bigongiari, in Giorgio Tabanelli,
Carlo Bo. Il tempo dell'ermetismo,
Garzanti, Milano 1986, pp. 114-115.
20
Cesare Marchi - Basilio Puoti
Per
spiegare chi sia un pendante, Cesare
Marchi rispolvera la figura di Basilio
Puoti, protagonista di due aneddoti,
nei quali il famoso purista napoletano
riduce ogni giudizio a un fatto
linguistico.
Il prototipo dei pedanti
Un
pedante molto migliore della sua
fama fu Basilio Puoti, letterato
napoletano, che aprì a sue
spese, nella sua città, una
scuola gratuita. Ma più che
per questa benemerenza, è
ricordato per la sua intransigenza
in fatto di purità della
lingua, che ne ha fatto il prototipo
dei pedanti. Si racconta che, mentre
alcuni amici si lamentavano per
le dure condizioni di vita della
città sotto i Borboni, egli
commentasse: "Credete a me,
le cose vanno male a Napoli perché
da noi non si conosce bene l'uso
dei participi". Probabilmente
è un aneddoto inventato,
ma gli assomiglia parecchio. Un'altra
volta un suo amico, per fargli uno
scherzo, andò a bussare alla
sua porta nel cuor della notte.
Basilio si svegliò, si affacciò
alla finestra e domandò che
cosa volesse da lui, a quell'ora.
- Vorrei che tu ti alzi - gridò
l'amico.
- Disgraziato - ribatté il
Puoti, fuori di sé - devi
dire "che tu ti alzassi, che
tu ti alzassi".
La violazione della sintassi l'aveva
imbestialito più della violazione
del sonno.
Cesare
Marchi, In punta di lingua.
Divagazioni curiosità aneddoti
sull'italiano scritto e parlato,
Rizzoli, Milano 1992, pp. 239-240.
21
Vittorio Foa - Benedetto Croce -
Palmiro Togliatti
Vittorio
Foa, nella sua autobiografia politica
pubblicata nel 1991, racconta un
aneddoto che ha "sentito dire".
Protagonisti sono Togliatti e Croce,
dopo la svolta di Salerno, nella
primavera del 1944. L'incarico di
scrivere l'appello agli Italiani
per richiamarli all'unità
contro lo straniero è affidato
a Benedetto Croce, che però
deve vedersela con Palmiro Togliatti
nelle vesti di dotto umanista. Questi
delude chi pensava di dover intervenire
con una mediazione diplomatica (Sforza),
approvando tutto e avanzando solo
un'obiezione di carattere linguistico.
Ecco dove va a cacciarsi talvolta
la filologia.
Potenza
della filologia
Sulla filologia come arma politica
di Togliatti voglio ricordare un
episodio che conosco ovviamente
solo per sentito dire. Nella primavera
del 1944, dopo la famosa "svolta",
Togliatti era a Salerno ministro
nel governo presieduto dal maresciallo
Badoglio. Un giorno il ministro
degli Esteri, che era Carlo Sforza,
chiese che il governo lanciasse
un pubblico appello agli italiani
delle due parti del fronte per salvare
la patria divisa e sofferente. Tutti
furono d'accordo e senza eccedere
nell'immaginazione diedero incarico
di scrivere l'appello a Benedetto
Croce, considerato come il più
alfabetizzato del gabinetto. Croce
si consultò con Sforza: che
tono tenere? E se Togliatti farà
le sue obbiezioni? Niente paura
disse Sforza che era un esperto
diplomatico. Croce carichi pure
il linguaggio, se Togliatti obbiettava
ci avrebbe pensato lui, Sforza,
a trovare un punto di compromesso.
Così nella seduta successiva
del Consiglio dei ministri Croce
lesse l'appello e tutti attesero
l'intervento del comunista, che
sembrava immerso in una profonda
riflessione. A un certo punto chiese
la parola. Ecco, ci siamo si scambiarono
un'occhiata Croce e Sforza. Togliatti
cominciò così: "E'
un buon documento; sì, proprio
buono, all'altezza della situazione.
Ho solo un'osservazione da fare
(tutti attenti, adesso ci siamo):
non si mette il gerundio all'inizio
di una frase; ce lo ha insegnato
il nostro don Basilio; non è
vero, don Benedetto?" concluse
rivolgendosi a Croce. Il richiamo
al grande purista napoletano Basilio
Puoti impediva qualsiasi replica.
Vittorio
Foa, Il cavallo e la torre.
Riflessioni su una vita, Einaudi,
Torino, 1991, pp. 230-231.
22
Federico Zeri - Vittorio Cini
Nella
sua autobiografia del 1995, Federico
Zeri riassume i suoi rapporti con
il finanziere e mecenate Vittorio
Cini. L'aneddoto suona come un severo
giudizio non solo su un uomo, ma
su un'intera classe sociale, da
lui ben rappresentata, l'alta borghesia
italiana, che, in definitiva, sembra
conoscere soltanto il valore dei
soldi.
Il
valore dei soldi
Un
episodio riassume nella mia memoria
questi aspetti della sua [di Vittorio
Cini] personalità e la delusione
che io finii per provarne. Nel 1963
avevo conosciuto il miliardario
americano J. Paul Getty, dal quale
mi recavo quasi ogni mese. Questa
relazione incuriosiva, o affascinava,
Cini. Si persuase, non so su quali
basi, che ne ricavavo enormi somme
di denaro e soprattutto credeva
che Getty mi avesse concesso una
percentuale sui suoi affari di petrolio.
Era un'idea del tutto falsa, assolutamente
irreale, eppure Cini voleva crederci.
Un giorno verso la fine degli anni
'60, mi prese in disparte e tentò
di affrontare la questione. Cini
e io ci davamo del lei, come usa
tra persone educate e di condizioni
sociali molto distanti. "Lei
è dunque divenuto ricchissimo?"
finì col domandarmi, lasciandomi
interdetto. Non volevo deluderlo,
anche perché ero curioso
di vedere dove sarebbe arrivato:
gli risposi di sì. Cominciò
un elenco di cifre: un milione,
dieci milioni, venti milioni di
dollari? Rimasi indifferente: "Oh,
no, molto di più. Del resto
lo sa lei stesso, con una fortuna
importante è difficile fissare
i limiti". Al che Cini concluse:
"Ma allora lei appartiene alla
nostra élite! Ora possiamo
darci del tu". Come un tipico
rappresentante della borghesia italiana
non poteva sfuggire a questo spirito
di gruppo fondato sui rapporti di
forza e di servilismo dove nulla
conta, se non il luccichio del potere.
Federico
Zeri, Confesso che ho sbagliato.
Ricordi autobiografici, Longanesi
& C., Milano 1995, pp. 88-89.
23
Luciana Bianciardi - Luciano Bianciardi
- Giangiacomo Feltrinelli
Luciana
Bianciardi, figlia di Luciano Bianciardi,
collaboratore di Giangiacomo Feltrinelli,
racconta questo episodio ambientato
nei primi anni Sessanta. Luciano
Bianciardi prende in parola il miliardario
editore milanese che si fa interprete
della causa del proletariato e gli
porta via un cappotto che non avrebbe
potuto permettersi di acquistare.
Non si registrano reazioni di Feltrinelli.
Il
cappotto del proletario
<<"Un
episodio per tutti: sia lui [Luciano
Bianciardi], sia Valerio Riva, sia
gli altri che lavoravano alla Feltrinelli,
all'inizio non guadagnavano molto
e facevano una vita piuttosto grama,
mangiando alle latterie, magari
mezza porzione, mentre Feltrinelli
era notoriamente miliardiario. Una
sera che erano tutti intorno a un
tavolo delle riunioni, verso le
sei del pomeriggio arriva il giaguaro
[soprannome dato a Feltrinelli da
Bianciardi per la faccia feroce
con cui certe volte arrivava in
ufficio] fresco di doccia, appoggia
il suo bellissimo cappotto di cammello
di fianco a quello del Bianciardi,
voltato e rivoltato tre-quattrocento
volte, e comincia a parlare di giustizia
sociale e lotta di classe, per due
ore. Mio padre non ne poteva più,
alla fine si alza - gelo, perché
non ci si poteva alzare quando parlava
il padrone - guarda quel suo cappotto
liso, batte la mano sul tavolo,
prende il cappotto del Feltrinelli,
se lo infila, si pavoneggia un attimo,
si volta, poi alza il pugno e dice:
viva la lotta di classe, ed esce.
E' andato avanti per un paio d'anni
con questo cappotto bellissimo e
gli amici, che sapevano le sue condizioni
economiche, gli chiedevano: ma come
hai fatto Luciano, a comprarti un
cappotto così bello? No,
non me lo sono comprato, me l'ha
regalato il Feltrinelli perché
lui alla lotta di classe ci crede
veramente.">>
Luciana
Bianciardi in Aldo Grandi, Giangiacomo
Feltrinelli. La dinastia, il rivoluzionario,
Baldini e Castoldi, Milano 2000,
p. 185.
24
Gaetano Afeltra - Carlo Bo - Giovanni
Spadolini
Gaetano
Afeltra, in occasione della morte
di Carlo Bo, ricorda un piacevole
episodio che ha per protagonista,
oltre a Bo, Giovanni Spadolini:
insomma, due bibliofili a confronto,
che si sfidano bonariamente sul
loro terreno preferito, i libri.
Il perdente, Spadolini, non esita
a mentire sul numero dei suoi acquisti
librari, ma è ricambiato
dall'indulgente sorriso del rettore
urbinate che nella sua più
lunga vita ne ha accumulati in numero
maggiore.
Libri
Chi
andava a fargli [a Bo] visita rimaneva
incantato a guardare quelle pareti
tappezzate di libri: ne aveva dappertutto,
in scaffalature alte fino al soffitto,
impilati lungo il corridoio, distribuiti
in mucchi in ognuna delle stanze.
Per quanto ne so, era l'unico ad
avere libri stipati in grande quantità
fin dentro il bagno. Spadolini,
che era venuto con me a fargli visita
nella sua casa milanese di via Maria
Teresa, provò forse una punta
di dispetto di fronte a quella sterminata
biblioteca la cui consistenza superava
la sua. Fu così che, dopo
aver chiesto a Bo una stima approssimativa
del numero dei volumi da lui posseduti,
e avutone in risposta un vago "Novantamila",
Spadolini si affrettò a correggere
il numero dei suoi, precedentemente
quantificati in settantamila. "I
miei saranno.... ottanta-ottantacinquemila",
replicò. Bo ne sorrise, del
suo sorriso silenzioso, dolce.
Gaetano
Afeltra, Una casa piena di libri
ma quando aveva ospiti era lui a
fare la spesa, in "Corriere
della Sera" di lunedì
23 luglio 2001, p. 35.
25
Leone Piccioni - Carlo Emilio Gadda
Conversando
con Mirella Serri, Leone Piccioni
racconta un aneddoto che ha per
protagonista Carlo Emilio Gadda,
da lui conosciuto al tempo in cui
lavoravano insieme alla Rai. Si
tratta di un equivoco fondato sulla
presunta omosessualità latente
attribuita all'autore del Pasticciaccio
o, meglio, che questi temeva di
vedersi attribuire. La storiella
compare in una recensione del volumetto
di ricordi letterari pubblicato
da Piccioni, dal titolo De
Robertis Pea Bilenchi, Pananti,
Firenze 2001.
Colleghi
di P/penna
Anche
Gadda l'ho conosciuto nel dopoguerra.
Oltre che uno dei maggiori narratori
italiani era veramente un tipo straordinario.
Ho lavorato in Rai con lui per decenni.
Tutta l'aneddotica sul suo conto
e sulla sua magnifica ingenuità
è assolutamente vera. Basta
solo questo episodio: gli telefona
lo scrittore calabrese Mario La
Cava e per presentarsi a lui, un
po' pomposamente, gli dice: "Noi
siamo colleghi di penna". "Di
Penna?", grida Gadda. "Ma,
per carità!". E attacca
il telefono all'improvviso perché
una delle sue ossessioni era di
essere fatto oggetto di polemica
di scherno per la latente omosessualità
e voleva evitare che il suo nome
fosse collegato a quello di Penna
che invece non mascherava la sua
inclinazione.
Leone
Piccioni in Mirella Serri, Quando
Ungaretti non leggeva Montale per
"non sciuparsi",
in "Tuttolibri", XXV,
n. 1271, 4 agosto 2001, p. 3.
(II
- fine)