Dal
10 al 12 marzo 2005 si è tenuto
a Roma, presso l'Università "La
Sapienza", un Convegno di studi
sul tema dell'esilio, della migrazione
e del "dispatrio", organizzato
da Silvia Tatti e Franca Sinopoli in
collaborazione con il Dipartimento di
Letteratura italiana.
Riportiamo la relazione di Antonio Prete.
Per
la poesia l'esilio non è un tema,
e spesso non è neppure una condizione
del poeta, è il nesso tra esistenza
e lingua, è quel che porta la
lontananza a farsi parola, la separazione
ritmo. Ospitalità del perduto,
e dell'irreversibile, nella lingua.
La terra da cui il poeta è in
esilio può avere l'abbagliante
trasparenza della luce - alla quale
"gli uomini preferirono piuttosto
le tenebre" - o la fuggitiva inconsistenza
delle nuvole, cioè della forma
in continua metamorfosi. La terra da
cui il poeta è in esilio può
avere l'iridescenza del nostos,
insieme seducente e impossibile, ossessiva
e dolorosa (nostos-algos).
O i lampi del deserto, che è
deserto del senso, oltrelingua che silenziosamente
invita ad abbandonare il paese stesso
della poesia. La terra da cui il poeta
è in esilio può avere
il profilo del baudelairiano "vert
paradis des amours infantines"
o il richiamo delle "voluptés
calmes", il fascino della "vie
antérieure" luminosa e tuttavia
egualmente trafitta dal "doloroso
segreto". Qualcosa di quel che
è perduto il poeta accoglie nella
lingua dell'esilio: sia che con il movimento
della leopardiana ricordanza
tornino dal tempo irreversibile e bruciato
parvenze, figure, voci con cui il poeta
può colloquiare, sia che, baudelairianamente,
l'altrove sia osservato e custodito
nel qui, l'azzurro nella ferita, l'impossibile
nel respiro della lingua. "J'ai
arraché un lambeau à la
robe qui a échappé comme
un rêve aux doigt crispès
de l'enfance": è la chiusa
della prosa di Yves Bonnefoy La
vie errante, che dà il titolo
alla raccolta. Con questo brandello
di veste d'infanzia il poeta affronta
il suo cammino di errante. Anche di
questi fili colorati d'infanzia è
tessuta forse quell'altra lingua che
abita la lingua della poesia.
Maria
Zambrano in Los bienaventurados
descrive la fisionomia interiore dell'esiliato:
alcuni di quei tratti possono riferirsi
alla poesia. L'orfanità, per
esempio, intesa come un galleggiare
sulla storia resa quasi acquatica. La
disponibilità verso la visione,
come effetto dello sradicamento. La
vulnerabilità estrema dinanzi
alla vita, l'interiorizzazione del deserto.
Sono tratti che la poesia modula con
diversissimi accenti, fino al punto
che potremmo attribuire a lei - al corpo
della poesia - il verso di Bernard Noël:
"nos lévres s'empoussièrent
d'exil" (La rumeur de l'air).
Ma l'esilio del poeta ha in sé
una singolare ambivalenza. Da una parte
la lingua della poesia, le rifrazioni
dei suoi miraggi, la sua sognata e impossibile
perfezione, la sua musica sono il solo
paese che il poeta davvero abita, nell'orfanità,
appunto, della storia, dell'appartenenza,
la sola patria (patria di nuvole, Wolkenheimat,
diceva Jean Paul). Dall'altra quel paese
d'appartenenza ha un entroterra - un
"arrière-pays", diremmo
con Bonnefoy - che è irrimediabilmente
lontano, perduto, che è prima
e oltre la lingua della poesia, e ha
un ventaglio di forme, di richiami che
sono lampi, epifanie, irruzioni: questo
lontano entroterra è la lingua
materna, cioè l'intreccio di
silenzio e di vocali. Un sentire che
è canto e battito, voce e ritmo.
Una pedagogia materna presiede alla
voce della poesia (una Mütterarztlicheit,
diceva Hölderlin). Si tratta, ancora,
di una lingua che per dirsi non ha bisogno
della lingua, è mormorio del
bosco o voce animale, suono del mare
o del vento, insomma physis:
nessuna mimesis può
accogliere, se non mortificando, attenuando,
quella sua vita nel linguaggio. Da questa
anteriorità il poeta è
in esilio. Un'anteriorità che,
anche se declinata ogni volta in modi
diversi, s'è configurata insieme
come lontananza inattingibile e anima
del linguaggio, fata morgana e sostanza
della visione, abolizione del presente
e suono del presente.
È
Baudelaire che ha portato nel cuore
della modernità l'assillo di
un'appartenenza negata, di un azzurro
avvilito, di una libertà celeste
imprigionata. Ecco l'albatros, "exilé
sur le sol", che mostra nella sua
goffaggine, nella sua sofferenza animale,
l'altro di cui è emblema sacrificale.
Per il suo biancore abbagliante fa pensare
all'albatros-arcangelo di Moby Dick
che appare un mattino a Ismaele sulla
tolda della nave. Ma questo bianco abbaglio
non significa più, dice solo
l'irrimediabile lontananza dell'altrove.
Ecco il Cigno dei Tableaux
parisiens, poème
che Baudelaire dedica all'esule Victor
Hugo: il cigno con le zampe palmate
gratta sul pavé asciutto, le
ali bagnate nella polvere, lontano dal
suo lago, nel cuore di una metropoli
trasformata in un immenso cantiere,
sventrata perché nasca la ville
moderne. Dietro il cigno "comme
les exilés, ridicule et sublime",
dietro Andromaca che specchia il suo
dolore in un falso Simoenta, ecco le
figure della dimenticanza, le silhouettes
che salgono dall'oblio, dal margine,
dalla non appartenenza, dalla negazione
del nome, e chiedono ospitalità
alla lingua della poesia: la "negresse"
tisica, coloro che han perduto quel
che più non ritorna, gli orfani,
i marinai dimenticati in un'isola, i
prigionieri, i vinti, ed altri, altri
ancora.
Il
cigno di Baudelaire, peregrinando nei
versi di altri poeti, manterrà
la sua condizione di esiliato, ma nei
versi di Mallarmé la sua "blanche
agonie" e il suo "éclat",
il suo abbaglio - così diverso
dall' "éclat" della
passante - avrà il gelo cristallino
dell'apparenza: il sogno e l'assenza
sono come incantati nella forma, nel
dominio della forma. Di ascendenza mallarmeana
è la scrittura dell'esilio che
sarà propria di Saint-John Perse
(i quattro poemi che compongono Exil):
alla violenza della storia, al suo tumulto,
la scrittura dell'esilio oppone il farsi
del canto, alla lontananza la presenza
della parola che accoglie, descrive,
invoca, al discorso pieno l'erranza
del senso (come ha visto con grande
finezza Stefano Agosti). Il mare, la
pioggia, la neve, la straniera sono
le figure che fluttuano in questa erranza,
e infatti non radicano la lingua a un
luogo, a un centro. E tuttavia, la solennità
celebrativa del canto di Saint-John
Perse non apre varchi nella lingua,
ma solo nel senso, non va verso l'interrogazione
ma verso l'esclamazione: è l'
approdo alla poesia, che è forma,
terra, identità.
C'è
un altro tratto proprio dell'esiliato,
secondo Maria Zambrano: la ricerca dello
sconosciuto che è in sé,
dello straniero che abita dentro ciascuno.
È a questo movimento che la scrittura
di Edmond Jabès ha dato forma
e respiro. Da Le livre des questions
a Le livre de l'hospitalité
(che segue il libro dedicato proprio
allo straniero), Jabès ha rappresentato
lo straniero come figura dello spaesamento,
dell'estraneità alla lingua.
Lo straniero è anzitutto l'altro
che ciascuno può riconoscere
in sé. Fine del nomadismo estetico.
Questo spaesamento del sé si
fa a un certo punto prossimità
all'altro: è il ritmo della fraternità.
Un ritmo che all'origine ha il riconoscimento
dell'estraneità di sé
a sé: "La distanza che ci
separa da uno straniero, dice Jabès,
è la distanza che ci separa da
noi stessi". L'esilio, per Jabès
"in esilio", è anzitutto
esilio dal Libro, dal suo impossibile
compimento, dalla sua voce priva di
volto. Libro di un'assenza - assenza
di Dio - che ha consegnato l'uomo al
dolore del mondo. Si spalanca il deserto,
figura della spoliazione di senso, del
silenzio, dell'assenza di protezione,
della lontananza dall'oasi. Del deserto
la scrittura di Jabès ha narrato
i cieli di pietra, le impronte cancellate,
le voci che il vento agita - voci di
profeti e saggi e martiri e poeti -
ha narrato le vertigini, le tracce di
un senso ferito. Nel deserto il pensiero
affronta il suo limite, cioè
l'impensato che lo sovrasta, la parola
affronta il nulla che la consuma. "Parola
di sabbia" dirà Jabès
della propria scrittura. Parola esposte
al vento della cancellazione, parola
che non potendo dire il nulla, modula
le metafore del nulla: il vuoto, il
bianco, il deserto. La tradizione di
un ebraismo fantastico e affabulatorio,
ateologico e dialogico si unisce alla
tradizione di una poesia che sperimenta
la ferita e la perdita del senso, che
è prossima al silenzio che abita
la sillaba, e accoglie il bianco che
circonda la parola. L'esilio è
per Jabès la forma spaesata,
incompiuta della scrittura: insieme
estrema e irrisolta, affacciata sull'abisso
e curva sul dolore del mondo, prossima
al cielo - alle nuvole, all'impalpabile,
al metamorfico - e prossima alla sofferenza
del singolo, leggera e ferita.
Con
un'altra parola ferita chiuderei questi
brevissimi passaggi nella terra della
poesia, con la parola di un amico di
Jabès, Paul Celan. Una parola
che la "schmerzliche Reim",
la dolorosa rima, frantuma, piega all'accoglimento
del salmo e della negazione, del ricordo
e della visione, della cenere e del
nulla. La distruzione -della vita, del
senso, della storia - abita la sillaba,
e scompiglia l'ordine espressivo. Sullo
sfondo, tra Die Niemandsrose
e Atemwende, la terra dell'addio,
cioè il perduto "paese di
fontane", il cielo, l'immagine
della madre: la lingua non fa che nominare
l'esilio. Esilio che è nel cuore
stesso delle parole. "Mit Namen,
getränkt / von jedem Exil",
"con nomi imbevuti di ogni esilio"
Celan ha attraversato la terra della
poesia. Un cammino aspro, solitario,
che la prossimità di altri poeti,
anch'essi esiliati o deportati-Mandel'štam
tra i primi- se non ha mitigato, ha
almeno riempito di suoni, di ritmi,
di interrogazioni, facendo balenare
il fiorire nella musica del nulla, le
ali in ciò che pesa e che trattiene.
E vorrei davvero chiudere con l'esergo
che Celan pone ai versi di Und mit
dem Buch aus Tarussa (in Die
Niemandsrose), versi che hanno
anche un cifrato riferimento al poeta
dell'esilio Ovidio. L'esergo è
tratto dal Poema della fine
di Marina Cvetaeva e dice Tutti
i poeti sono ebrei. Ossia: tutti
i poeti sono in esilio.