Gino/
25
di
Francesca Andreini
Via
Gino
non voleva guardare. Ficcò la faccia
sul petto senza seno della Sara e lì
cercò di dimenticare, anche solo
per un istante, che stava per morire. Gli
si chiuse la strozza e le lacrime scivolarono
giù a lavare via gli ultimi istanti,
brillando i saluti alla luce tersa, all'aria
gialla, al petto largo e duro che lo teneva
stretto a sé come un pacco leggero
e prezioso.
Stretto
sui muscoli forti e imbattibili, per un
attimo davvero a Gino gli sparì i
pericoli e la morte, la vita passata e il
nero futuro. Un mezzo secondo vissuto fermo,
al sicuro, a annusare l'odore forte e buono
della Sara, che sapeva di pane fresco.
Ma
di colpo il petto si allontanò. La
faccia di Gino cercò di restarci
attaccata, sporgendosi sul collo finché
fu possibile. Occhi chiusi, corpo rigido,
Gino allungò persino le braccia cercando
di restare aggrappato a quel pane fresco
e sicuro.
Eppure
continuava a allontanarsi...
Gino
aprì occhi e vide le braccia di Sara
allungarsi dal corpo, con lui sopra. Sara
lo allontanava, lo offriva...
Gino
si voltò e vide Sussi allungare le
sue, di braccia, e prenderlo in consegna
come un pacco.
Dal
caldo odore forte e buono a braccia grasse,
acide e cattive. Gino rigido e stupito non
capiva e non ci credeva ancora, come aveva
potuto? Porgerlo così, darlo a morire...
Si
aggrappò almeno con gli occhi alla
Sara, che se ne stava immobile e sorridente
a guardare Sissi. Il ciccione sorrideva
anche lui ma con i labbri tirati, nello
sforzo di tenere in collo Gino facendo parere
che non gli pesava.
La
Sara sorrise ancora di più, anzi
ridacchiò per prenderlo in giro,
che quasi non ce la faceva a tenere un ragazzino
in collo.
E
si voltò anche verso la Gegia e Franz,
alle sue spalle, per prenderlo in giro meglio.
Sussi
soffiava dallo sforzo di non dare a vedere
lo sforzo.
E
fu un attimo.
La
Sara scattò in avanti col braccio
teso e il pugno chiuso. Il soffio di Sissi
si aprì nel rumore di un cocomero
cascato in terra e zampilli di sangue da
in mezzo alla faccia, dove prima c'era il
naso.
Caracollò
in terra, addosso a Gino.
E
siccome era grasso e tozzo Gino non riusciva
a uscirgli di sotto. Lo aiutò la
Sara, alzando Sussi per il bavero e lasciandolo
ricascare, toccandolo appena, come un sacco
di merda.
"Sara!"
"Ah!!!" "No!".
Franz,
la Gegia e qualcun altro urlarono tutti
insieme.
Biribissi
gli si stava buttando addosso, col coltello
già aperto.
Ma
la Sara pareva un furetto: veloce da un
lato, poi addosso a Biribissi, gli prese
il braccio e glielo piegò all'insù
come fosse di paglia.
Con
l'altra mano gli artigliò la gola
e strinse, strinse, strinse fino a fargli
la faccia blu.
Biribissi
si accasciò e finì lungo disteso
anche lui.
"Via,
via via!!!".
Urlarono
Franz e la Sara fra loro. La Gegia e il
garzone dallo stipite della locanda, Gino
a se stesso.
Via
da terra, strisciando, carponi, caricato
sul carro. Spinte e urla sottovoce, "arri-ho!!!"
al ciuco nervoso del trambusto che sbandò
qua e là a capo ritto, poi finalmente
tirò sulle stanghe e via veloce per
la strada. Franz a spingere da dietro, Sara
a tirare la cavezza, Gino sballottato sul
legno del carro fra pacchi e bauli, raggomitolato
per non far spenzolare le gambe.
Veloci,
indietro, si rimpicciolirono la strada e
le case, la gente affacciata alle finestre,
due corpi che strisciavano appena sul sangue
e la polvere, la Gegia che sprangava il
portone della locanda.
Poi
Gino si buttò indietro e respirò.
Con le mani sui buchi, che si erano riaperti
e sgocciolavano sangue sulle bende.
Col
trapestio del ciuco a cullarlo, e gli sbuffi
e soffi di fatica di Franz e della Sara.
Suoni lontani, scene confuse, odori e sangue,
paura, luci e buio.
Gino
galleggiò tutto il giorno non sapeva
bene nemmeno lui dove. Sentì il carro
fermarsi, sentì il carro ripartire.
Sentì mani sulla sua fronte e sulla
sua pancia, sentì dell'acqua che
gli scivolava in bocca.
A
notte l'aria pizzicava sulla faccia. Fresca
e profumata di campagna. Gli sarebbe piaciuto
aprire gli occhi, gli sarebbe piaciuto svegliarsi
del tutto. Ma sentì solo che lo staccavano
dal legno del carro e lo portavano a braccia
su per delle scale, su un letto morbido
che sapeva di pulito e di riposo, di lavanda
e bei sogni tranquilli.
Ma
non ancora. Arrivò qualcuno con ago
e filo. La Sara e Franz gli tennero giù
le braccia e le gambe e gli sospirarono
di non muoversi. L'ago entrò e uscì
intorno ai buchi, frizzando che non si può
dire e facendolo urlare. Ma durò
poco, il tempo di fare due salsiccette di
cucito. Poi Gino si addormentò per
davvero e si svegliò solo la mattina
dopo.
Accanto
a Franz, disteso a pancia in su ma a occhi
aperti.
Gino
lo guardò di nascosto e vide che
non era contento. Non gli doveva piacere
scappare così, dal lavoro e le piazze
buone, la Gegia, un posto sicuro e uno spettacolo
che funzionava. A Gino gli dispiaceva, davvero.
Ma doveva allontanarsi dal rospo e il bar
e Sussi e Biribissi. E quando Franz si girò
verso di lui, chiuse gli occhi e fece finta
di dormire.
Non
c'era tempo da perdere, non c'era niente
da aspettare. Sara non rimuginava e non
rimpiangeva. Li buttò fuori dal letto,
li fece mangiare in fretta.
"Ora
puoi camminare, ti è passata la febbre".
E
Gino trascinò i piedi per i corridoi
e le scale. Un male cane, risentiva proprio
come se c'avesse avuto ancora il coltello
a girargli in pancia.
Ma
la Sara se ne intendeva: "se non cammini
i punti si stringono e poi non stai più
diritto".
Allora
lemme lemme, ogni volta su e giù
dal carro, ogni sosta Gino cercava di sgranchirsi
un po' e di non farsi stringere i punti
addosso. Però in realtà si
sentiva proprio come se non ci dovesse più
tornare, diritto, perché camminava
curvo come Matusalemme.
Intorno,
passavano campi gialli secchi di sete. Boschi
sciupati di caldo. E sopra un cielo stinto
di fine estate che non c'aveva più
forza né colore.
Il
caldo gli picchiava addosso quasi tutto
il giorno. Non c'era nuvole, non c'era riparo.
Però
ogni metro si scappava dal pericolo e ogni
metro salvava la vita.
A
Gino gli sarebbe piaciuto essere più
contento. Invece si sentiva ancora tutto
aperto e gocciolante, niente di bello da
pensare, la paura di restare così
per sempre.
Sballottando
la testa sul legno, a sfiorarsi le ferite.
Metro
dopo metro, la Sara e Franz non dicevano
una parola e c'era solo il rumore degli
zoccoli del ciuco e delle assi che cigolavano.
Le ruote che scorrevano sulla terra e grattavano
sui sassi.
Gino
si mise la giacchetta sulla faccia e sperò
di svegliarsi in un'altra vita, un'altra
epoca, un altro continente e un'altra razza.
Invece
si svegliò la sera, in un'altra locanda.
E la mattina dopo un po' più diritto.
Riuscì anche a camminare qualche
passo accanto al carro, per aiutare un po'
quegli altri due che ormai non sospiravano
e non incitavano più. Camminavano
muti e chiusi nello sforzo di far presto
e di non pensare a quello che avevano perso.
Gino,
però, cominciò a pensarci
tutto il tempo. Alla Camilla, ai soldi.
Agli amici, le giornate di sole. Aveva perso
parecchio e gli pareva che tutto adesso
si risucchiasse in quel pozzo di roba persa.
Due pezzi di ciccia, il coraggio, l'allegria.
Pozzo nero senza fondo, mangiatutto.
Allora
smise di scendere dal carro, smise di mangiare
e anche di pisciare. Smise di aiutare, quel
poco che aveva aiutato finora. Pesava sul
carro, inerme, al sole, sotto la giacca
rancida di sudore e ricordi rappresi. Sempre
con la faccia coperta, a sballottare sul
carro sotto il caldo, non ci mise tanto;
c'entrò anche lui tutto quanto, nel
pozzo.
A
malapena si accorse di un'altra sosta e
un'altra. Un paio di locande, facce intorno.
Sole alto e sole basso. Sbiadito, caldo,
opaco. Scosse e buche, scivoloni per le
discese e fatica di scricchiolii in salita.
Niente voci, niente. Un giorno, un altro.
O magari era lo stesso, che non lo sapeva
nemmeno più. Non scese dal carro
nemmeno la notte. Palla raggomitolata, rattrappita
nella stizza contro tutto e contro tutti.
A malapena si accorse che il carro aveva
ricominciato a muoversi. Che c'era di nuovo
il caldo alto su di loro e le ruote che
graffiavano un terreno ostile. La palla
di stizza di pelle di pollo pensava solo
a filastrocche e cantilene che tornavano
a seguire il rumore del carro. Petuzzo Petuzzo,
vai a prendere il cavoluzzo per il babbuzzo
ch'è malatuzzo? No. Allora chiamerò
il bastone che ti venga a picchiare. Bastone
bastone, vai a picchiare Petuzzo che non
vuole andare a prendere il cavoluzzo per
il babbuzzo ch'è malatuzzo? No. Allora
chiamerò il fuoco che ti venga a
bruciare...
Un
alt improvviso. Il carro fermo e la giacca
strappata via.
"Scendi,
siamo stanchi".
Franz
non c'aveva nemmeno più l'accento,
da quanto era arrabbiato.
Gino
spiaccicato al fondo del pozzo lo vedeva
lontano lontano e non capiva che voleva
da lui.
"Scendi!!!".
Franz
urlò come durante gli spettacoli.
Ma questa volta il grande germanico era
furioso davvero e la faccia rossa sembrava
stesse per scoppiargli sulle spalle.
Gino
sbatté gli occhi.
La
Sara si avvicinò, scuotendo la testa
come per svegliarsi bene. C'aveva caldo
e gli gocciolavano le ciocche corte di capelli,
una ad una giù sulla faccia pallida.
Guardò Franz che gli indicava Gino.
"S'è
messo a fare il matto, quello lì,
e noi qui a faticare...".
Sara
non disse nulla, ma guardò Gino,
ci pensò su e annuì. Allora
lo afferrò per una spalla e lo fece
scendere. Lo sistemò accanto al carro,
con una mano sul legno per sorreggersi.
Poi fece cenno con la testa a Franz, che
dette un bello sfogo in tedesco, si mise
dietro a Gino e lo mise in moto con una
pedata nel culo.
Disse
l'uomo ammazzo ammazzo, disse il bove bevo
bevo, disse l'acqua spengo spengo, disse
il foco brucio brucio, disse il bastone
e dò e dò, disse Petuzzo e
vò e vò.
Le
gambe gli si mossero, e a lui gli parve
strano. Anche la pancia, nonostante il male
cane, aiutò il busto a sostenersi
e le spalle il collo, la testa in avanti
poi via, sul cammino. A mezzogiorno di un
giorno infocato che anche le cicale s'erano
zittite. Fra poggi brulli, stoppie e terra
secca a perdita d'occhio.
Gino
con la mano che traballava sul legno, cercava
di star dietro ai passi di tutti e strascicava
i piedi.
Anche
il ciuco non ce la faceva più, con
la coda e la testa ciondoloni. Povero ciuco.
Si voltò anche a guardarlo, a un
certo punto, e a Gino gli si strinse il
cuore. Era lui, il ciuchino buono...
Allora
strinse il legno e avanzò passetto
passetto verso la bestia. Che rallentò
apposta a aspettarlo, nonostante la Sara
che tirava sulla cavezza.
Gino
gli accarezzò il muso morbido, le
orecchie ammosciate dalla fatica. La pancia
dove la cinghia aveva corroso il pelo e
la pelle.
Si
accorse, senza volere, di aver cominciato
a piangere come un neonato.
Si
fermò il carro, si fermarono la Sara,
Franz e il ciuco.
Gino
belava inginocchioni, poi accasciato in
terra. Giù a goccioloni le lacrime
più grosse di un'unghia sparivano
subito nella polvere secca.
(Continua)
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