Il
lupo di Dossena
di
Gianluca Virgilio
Accadde
un sabato pomeriggio di alcuni anni fa,
alle ore 16.30. Già il piccolo paese
di Dossena era avvolto nelle prime tenebre
della sera, il ghiaccio lo stringeva nella
sua morsa, e tutti i camini fumavano, quando
all'improvviso, negli interni riscaldati
delle case, alcuni abitanti udirono un ululato
lungo e profondo, che per molto tempo, dopo
quella sera, sarebbe rimasto impresso nelle
orecchie e nella memoria della gente. Sembrò
giungere in quella estrema propaggine della
Valle Brembana da gelide lontananze, da
siderali latitudini, veicolo di esperienze
che si credevano esaurite in un passato
atavico e misterioso, ormai del tutto dimenticato.
E infatti chi lo udì per la prima
volta, pur essendone profondamente colpito,
non ne capì o non ne volle capire
il senso, e lo attribuì a un cane
sperduto nelle tenebre della sera che abbaiava
alle stelle.
Quando
però l'ululato fu udito due e tre
e quattro volte, e non più da poche
persone, ma da tutti gli abitanti di Dossena,
non ci fu alcun dubbio: era proprio l'ululato
d'un lupo. La sera stessa fu convocato d'urgenza
in seduta straordinaria il Consiglio comunale,
che si tenne alle ore 18.30 con grande concorso
di popolo.
Il
Sig. geom. Astori, presidente della Pro
loco e assessore al turismo, argomentò
che se d'un lupo si trattava, doveva essere
fuggito da uno zoo o da un circo oppure
dal recinto di qualche raro ed eccentrico
zoofilo della valle, e che, in ogni caso,
la comparsa d'un lupo avrebbe avuto grande
risonanza fin sull' "Eco di Bergamo"
e addirittura sul "Corriere della Sera",
pagina della cronaca lombarda; e già
prevedeva un notevole incremento del turismo
negli ultimi mesi della stagione invernale.
Ma lo spirito imprenditoriale del Sig. geom.
Astori non rincuorò i dossenesi che,
per bocca del loro Sindaco, Sig. rag. Alcaini,
espressero la preoccupazione che il feroce
animale portasse scompiglio tra le greggi
e gli armenti della zona, e insidiasse i
pomeriggi all'aperto dei loro figlioli.
Il parroco, don Sticco, cercò di
riportare la calma, obiettando che di sicuro
non di un lupo si trattava, bensì
d'un qualche cane inselvatichito giunto
su quei monti chissà come e chissà
da dove. Come si vede, c'erano ancora degli
scettici, e d'una certa autorità.
In realtà, anche questa ipotesi non
rincuorò nessuno, poiché,
dicevano in sala, un cane inselvatichito
poteva essere feroce quanto un lupo, e bisognava
abbatterlo. Il pastore Bonzi Giovanni, a
capo di ben trenta mucche brune, una delle
quali premiata (I posto) nell'ultima fiera
di settembre, chiese la parola e, in un
italiano-bergamasco gutturale dal vaghissimo
sapore toscano, disse che nella due notti
precedenti aveva già sorpreso inquiete
le sue mucche al riparo nelle stalle, e
pure i cani avevano a lungo abbaiato, e
che tutto questo non gli pareva normale,
e ora lo attribuiva indubitabilmente al
lupo di Dossena. Così disse.
Parlarono
in molti, dissero tutti le stesse cose,
che il lupo era un lupo, un lupo autentico,
come quelli che tante volte si vedevano
nei documentari televisivi, che su questo
non c'era da dubitare, che tutti lo avevano
sentito (e alla fine era d'accordo anche
il parroco), e che doveva essere ucciso.
L'argomento che convinse tutti della necessità
di fare l'indomani una battuta di caccia,
fu che un lupo non poteva mica stare da
solo, che certamente sui monti, tra la neve,
in qualche tana nascosta, una lupa aveva
o avrebbe dato alla luce una cucciolata,
e l'anno successivo i lupi si sarebbero
moltiplicati, e chissà cosa sarebbe
accaduto ai poveri abitanti di Dossena.
Insomma, bisognava stroncare il fatto sul
nascere - disse il Sindaco - poiché
vero era che il turista sarebbe fuggito
da un paese infestato (parola sua) dai lupi
e non vi sarebbe tornato più. Questo
argomento, contrario a quello del Sig. geom.
Astori, presidente della Pro loco e assessore
al turismo, persuase i più e fu applauditissimo
da tutti, o quasi. Infine, verbalizzato
che le autorità comunali non si potevano
esimere dal dare la caccia ad una bestia
feroce che poteva insidiare la popolazione
e mettere a repentaglio i suoi beni, e che
avrebbero prodigato ogni mezzo a loro disposizione
per purgare il paese da quella fiera, fu
stabilito che il giorno seguente, sin dalle
prime ore del mattino, una squadra composta
da volontari, coordinata dal vigile Attanasi
e diretta dal Sindaco in persona, avrebbe
battuto la zona circostante l'abitato per
un raggio di almeno quattro chilometri.
Infine, rassicurata dal Sindaco la cittadinanza,
che tuttavia nel frattempo nessun pericolo
correva, poiché il lupo non avrebbe
avuto l'ardire di avvicinarsi troppo al
paese, la seduta fu sciolta alle ore 21.00,
e tutti se ne tornarono nel tepore delle
loro case, rincuorati, anche se non del
tutto sereni. Il dissenso del Sig. geom.
Astori, naturalmente, fu messo a verbale.
Il
giorno dopo, domenica, alle ore 8.00, si
incontrarono davanti alla chiesa arcipresbiterale
di San Giovanni Battista, armati di fucile
e coi cani da caccia in gran numero. Erano
una trentina di provetti cacciatori, tutti
padri di famiglia, con una lunga esperienza
venatoria alle spalle, ma si confessarono
in cuor loro che mai prima d'allora avevano
dato la caccia a un lupo. Mancava soltanto
il parroco, don Sticco, che di lì
a poco avrebbe dovuto officiare la seconda
messa della domenica. Comparve tuttavia
sulla soglia della casa arcipresbiterale,
benedisse la spedizione con un largo segno
della mano, e rientrò. Alla battuta
non prese parte neppure l'assessore Astori,
a causa del suo dichiarato e verbalizzato
dissenso. Animavano il gruppo e vi si distinguevano
per il loro attivismo, il Sindaco, Sig.
rag. Alcaini, e il pastore Bonzi. Coordinava
il vigile Attanasi. I cani abbaiavano e
ansimavano, bramosi di iniziare la corsa,
e gli uomini erano costretti, nell'attesa
degli ultimi compagni ritardatari, a tirarli
e strattonarli per il guinzaglio, e lo facevano
senza alcun riguardo, sicché pareva
che gli animali più focosi dovessero
morire da un momento all'altro per soffocamento,
strangolati.
Si
distingueva inoltre tra i cacciatori un
ragazzetto, non più alto di un metro
e trenta; egli colpiva per gli occhi azzurri
come il cielo di Lombardia quand'è
sereno, e vispi come quelli d'una volpe,
per i capelli biondi che portava cortissimi
anche nel gelo dell'inverno, ad eccezione
d'un ciuffo che sortiva sul capo dalla fronte
prominente, di sotto il berretto di lana
che sua madre gli aveva confezionato con
cura nelle sere d'autunno, dopo le fatiche
dei campi e della stalla. Il ragazzetto
vestiva un giubbino a scacchi rossi e verdi,
e una sciarpa rossa pendente dietro la spalla
gli s'avvolgeva intorno al collo. Portava,
anche quel mattino, i jeans e un paio di
scarponi da montagna grandi e pesanti, caldissimi.
Berto sembrava, malgrado i jeans, un pastorello
venuto fuori da qualche oleografia ottocentesca.
Aveva undici anni.
Aveva
chiesto al Sindaco di seguire il gruppo
degli adulti che col fucile in spalla stava
per avviarsi lungo il sentiero che conduceva
verso il monte. Il Sindaco aveva sorriso,
gli aveva dato una pacca sulla spalla, e
gli aveva ordinato bonariamente di tornarsene
a casa, da sua madre, perché quella
non era una battuta di caccia alla lepre.
Berto aveva risposto senza esitare di aver
visto il lupo, e che il lupo di lui si fidava,
perché lui il giorno prima gli si
era avvicinato e gli aveva perfino dato
da mangiare. Il rag. Alcaini naturalmente
non gli aveva creduto, e lo aveva rimandato
a casa ridendo.
-
Se ci fosse qui mio padre, mi darebbe il
permesso.
Così
aveva detto Berto al rag. Alcaini, mentre
questi ormai gli voltava le spalle e non
lo udiva neppure. Ma suo padre si era addormentato
l'anno prima, e non si era più svegliato,
e nessuno gli avrebbe dato quel permesso.
Era
apparso a Berto nel tardo pomeriggio del
giorno prima, rigido e buio, nel silenzio
del bosco dove nessuna presenza animale
era supposta. Berto era sbiancato, aveva
tentennato e poi era indietreggiato, colpito
da quella improvvisa apparizione. Aveva
avuto paura, ma non gli era neppure venuto
in mente di darsela a gambe. Anche il
lupo era rimasto immobile dinanzi a lui,
a non più di venti metri di distanza,
nero nel biancore della neve, tra gli
alberi. Il lupo si era mosso piano, aveva
fatto un passo e poi due, e infine Berto
si era ritrovato vicino alla bestia, a
non più di dieci metri da essa.
Il lupo sembrava assorto in chissà
quale pensiero, e non si muoveva, ma sembrava
fidarsi di quella figurina che appena
si stagliava contro il grigiore del cielo,
tra i rami. Allora Berto non aveva avuto
più paura, e anzi gli era andato
incontro piano, tendendogli nella mano
un boccone della colazione che si era
portato nel bosco, e poi gettandogliela
tutta intera. Era a meno di tre metri
dal lupo, e non gli pareva vero. L'aveva
visto mangiare con avidità e s'era
visto guardare da quegli occhi dapprima
pieni di paura, poi quasi fiduciosi, umani.
Infine, il lupo, voltandosi, era fuggito
via e, a distanza di trenta metri, come
per un ripensamento, s'era rivoltato verso
di lui, e aveva levato il muso al cielo
nevoso, come fanno i lupi, per ululare
a lungo, ripetutamente, abbandonandolo
in quel luogo deserto, sbigottito.
Berto
sulla strada del ritorno non aveva saputo
trattenere le lacrime; ma lo stesso, ripetuto
ululato, in paese, dapprima, come dicemmo,
aveva turbato gli abitanti di Dossena,
che se ne stavano al caldo nelle loro
case, e poi era parso loro come una sfida.
Il
mattino di quella domenica era buio come
una notte senza luna, e la neve caduta
nelle ultime ore non aveva lasciato alcuna
traccia, sicché i cacciatori si
resero subito conto che la loro battuta
difficilmente avrebbe avuto un buon risultato.
Essi stentavano a orientarsi tra gli alberi
avvolti dalla nebbia del mattino, né
i cani potevano aiutarli. Nessun uccello
che emettesse alcun grido, nessuna presenza
animale era in quel bosco. Un senso di
angoscia pervase gli animi degli uomini
che pure conoscevano palmo a palmo i più
nascosti sentieri per averli battuti centinaia
di volte. I cani abbaiavano alla nebbia.
All'improvviso
un ululato ruppe quella monotonia, poi
un altro e un altro ancora: sembrava veramente
una sfida. Uomini e cani sbigottirono.
Poi il Sindaco disse a voce alta che quella
era la direzione che dovevano seguire
e che il lupo non era lontano. Andarono
verso est. All'imboccatura d'un sentiero,
sopra un fosso, il Sindaco scivolò
e cadde, ruzzolando, portandosi dietro
i suoi due cani legati al guinzaglio.
La battuta di caccia si arrestò
per un momento. Tutti, e più di
tutti il vigile Attanasi, si prodigarono
per soccorrere il capo e compagno caduto.
Il Sindaco non aveva riportato ferite,
e neppure i due cani. Ripartirono. Un
nuovo ululato, più acuto e vicino,
li avvertì che quella era la direzione
giusta, che di certo presto avrebbero
raggiunto il lupo. I cani sembravano ormai
aver fiutato la preda poiché senza
dubbio seguivano la traccia; ma i loro
padroni tentennavano, tenendo a freno
i cani, strattonandoli. Perché,
dunque, non li liberavano?
Quando
i cacciatori si erano messi in marcia,
Berto, disubbidendo agli ordini del Sindaco,
li aveva seguiti a distanza, sperando,
in cuor suo, che i cacciatori non trovassero
il lupo, perché di sicuro non gli
avrebbero risparmiato la vita. Avanzava
a fatica nella neve gelida, accompagnandosi
con un bastoncino che aveva ricavato da
un ramo d'abete sfrondato, seguendo le
tracce che i cacciatori inghiottiti dalla
nebbia avevano lasciato coi loro scarponi
da montagna, senza farsi vedere. Udiva
a tratti le loro voci da lontano, l'abbaiare
dei cani, la loro ferocia. Se solo avesse
avuto la fortuna di trovare prima di loro
il lupo, se avesse potuto per l'ultima
volta vederlo, parlargli, dirgli che se
ne andasse via, in un altro luogo, su
di un'altra montagna! Gli uomini non l'avrebbero
più perseguitato, e lui sarebbe
stato salvo. E si illudeva di poterlo
trovare prima degli adulti e di poterlo
salvare. Queste cose pensava avvolto dalla
nebbia, mentre non distingueva un albero
a dieci metri di distanza, quando lui
e loro, a quel punto, sentirono un ululato,
uno solo e assai prolungato. I cacciatori
liberarono i cani e si diressero verso
il luogo da dove proveniva l'ululato.
Percorsero circa cinquecento metri, affondando
nella neve, ansimando dietro ai cani che
avanzavano in direzione del precipizio.
Sul ciglio del burrone i cani si erano
fermati e abbaiavano alla nebbia che confondeva
cielo e precipizio in un'unica lontananza
grigia.
I
cacciatori si affacciarono sul dirupo
e non videro che bruma; dissero che quella
era una falsa pista, che il lupo non poteva
essere sceso da quella roccia ch'era troppo
scoscesa, e che se solo ci avesse provato
si sarebbe sfracellato nello strapiombo.
Ritirarono i cani e s'avviarono verso
il bosco.
Ultimo
giunse Berto, battendo il suo bastone
sulla neve. Guardò a lungo nella
bruma sottostante, e quando, ormai intirizzito,
stava per voltarsi e tornare sconsolato
verso casa, un insperato freddo venticello
squarciò la nebbia del mattino,
e di tra la bruma gli apparve la sagoma
del lupo, vivo, come una macchia nera
nella bianca scarpata.
[1997]
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