1.
La leggenda della pazzia swiftiana
Quando
il reverendo dottor Jonathan Swift,
decano nella cattedrale di San Patrizio
a Dublino, completa la stesura dei Viaggi
di Gulliver, ha ormai superato
la cinquantina ed è in disgrazia
politica. Vive in esilio e isolamento
nella tristissima Irlanda di allora,
per giunta afflitto da una labirintite
cronica che lo lascia urlante e istupidito
per giorni interi. Nel 1742 viene dichiarato
incapace di intendere e di volere, tre
anni dopo muore nel suo letto, e di
lì si diffonde la leggenda della
pazzia swiftiana - leggenda diffusa
in tutta Europa, secondo cui Swift sarebbe
morto pazzo nel manicomio da lui stesso
fondato. In realtà aveva solo
lasciato una parte dei suoi beni per
fondare il manicomio di Dublino, quale
ultima sua arguzia sul mondo come gabbia
di matti. Ma gli spasimi per la malattia
all'orecchio diventavano indizi d'una
paranoia che l'avrebbe reso completamente
fuori di senno: e questo spiegava le
invettive del suo libro come sfoghi
d'un misantropo che bestemmia contro
l'umanità: "quale segreto
rimorso gli rodeva il cuore? quale febbre
ribolliva in lui per fargli veder tutto
il mondo macchiato di sangue?"
(W. M. Thackeray, 1851).
A
provocare simili reazioni non erano
tanto i sarcasmi roventi di Swift contro
la monarchia parlamentare inglese, contro
le devastazioni britanniche in Irlanda,
e la ferocia bellica delle società
civili. Questi non avrebbero la forza
che hanno, se non culminassero nell'immagine
della natura umana che emerge nell'ultima
parte del Gulliver - parte sempre censurata
quando il libro acquista fama mondiale
come libro per ragazzi. Nell'ultimo
viaggio Gulliver incontra i cavalli
razionali che abitano l'utopica Houyhnhnmland,
ma incontra anche una popolazione di
bestie irrazionali, tetre e ripugnanti,
chiamate Yahoos, che si rivelano in
tutto uguali agli uomini. La figura
dello Yahoo evoca resoconti su popolazioni
lontane, miserabili e avvilenti agli
occhi dell'uomo europeo; ma mostra anche
l'uomo europeo come una bestia non più
nobile delle altre. In un brano che
è stato escluso fino alle edizioni
più recenti, c'è l'ipotesi
che gli Yahoos discendano da marinai
inglesi, per cui si tratterebbe di uomini
europei senza il paravento della civiltà.
È un'immagine della natura umana
che serve a mortificare la boria delle
società civili, nonché
a smontare la gloria della loro razionalità.
Immediatamente
dopo la pubblicazione del nostro libro,
un libello anonimo di parte governativa
(Letter from a Clergyman, 1726)
propone l'incarcerazione dell'autore
per vilipendio allo stato, o almeno
una sua bastonatura da parte di cittadini
che vogliano difendere la buona reputazione
dell'uomo. È il momento di successo
delle filosofie che considerano l'uomo
naturalmente buono (Hutchison, Shaftesbury),
l'avvento dell'ottimismo scientifico
con cui è bandito ogni riferimento
alla sua animalità, e l'uomo
viene glorificato come l'essere a cui
tutte le "leggi di Natura"
saranno rivelate. L'immagine della natura
umana proposta da Swift era così
controcorrente da produrre violente
repulsioni che non cesseranno per tutto
il Settecento e l'Ottocento, con portavoce
di spicco come Coleridge e Thackeray.
Da un brano del 1893, di tale Augustine
Birrell, risulta che in epoca vittoriana
per le persone rispettabili era scandaloso
perfino possedere un libro di Swift:
"Non è questione di moralità,
ma di decenza, se sia ammissibile sedere
nella medesima stanza in cui vi siano
opere di quell'ecclesiastico... dovremmo
lasciare che la nostra natura sia vilipesa,
che i nostri più puri affetti
siano infangati, senza neppur un moto
di protesta?".
2.
Anatemi contro Gulliver e il suo autore
In
un brano del 1783, un emerito professore
di filosofia morale, James Beattie,
ci tiene a spiegare come la favola di
Swift sia "in diretta contraddizione
con le più ovvie leggi di Natura".
Dall'inizio del secolo, questo era diventato
un luogo comune, ispirato dalle "leggi
di Natura" scoperte da Newton;
ed è un luogo comune diffuso
in tutti i settori, religione, politica,
economia, filosofia, come se dovunque
si fossero scoperte "leggi di Natura"
come quelle newtoniane. Nel campo della
filosofia morale, la "legge di
Natura" ormai data per scontata
era l'idea che l'uomo sia un essere
infallibilmente dotato di ragione, dunque
naturalmente superiore ad animali irrazionali
come i cavalli. Per questo motivo la
favola swiftiana sui cavalli razionali
e gli uomini irrazionali sarebbe "una
assurda, abominevole finzione, esagerata
fino all'assoluta falsità,"
secondo l'emerito professore.
Leggendo
questi discorsi viene l'idea d'un regime
di parole d'ordine, che bloccano ogni
arguzia con gli anatemi d'una seriosità
fobica. Ma arrivati al ventesimo secolo,
la musica non cambia. Nel 1954, uno
dei più autorevoli critici britannici,
Middleton Murry, spiegava che il reverendo
Swift era stato respinto da una donna,
il che gli avrebbe provocato un odio
contro le grazie femminili che si è
trasformata in una voglia di insozzare
tutto; anche perché sua madre
lo aveva abbandonato da piccolo, producendogli
un morboso gusto per la sozzura, come
si vede dagli Yahoos che cacano in testa
a Gulliver. Tutto questo solo per dire
che la storia degli Yahoos è
"intollerabile, così perversa,
così innaturale, così
mentalmente malata, da essere umanamente
falsa". Le reazioni che il libro
riesce a scatenare dopo due secoli mostrano
che ha toccato dei punti deboli nella
coscienza dell'uomo civilizzato, perché
prende di mira i luoghi comuni della
politica e della morale, con una derisione
atroce dell'ottimismo modernista. Ma
è anche un teatrino di arguzie
che esce dal suo tempo, e non smette
mai di essere divertente, anche se non
sappiamo nulla dei suoi retroscena.
Le
arguzie swiftiane prendono spesso la
forma d'un teorema geometrico, ed è
nella forma d'una geometria favolistica
che il Gulliver sfugge alla sua epoca,
come un'architettura che brilla nella
sua astratta limpidezza di linee. La
contrapposizione tra cavalli razionali
e uomini irrazionali non può
essere certo presa sul serio perché
è un paradosso; ma serve a creare
un parallelismo invertito tra uomini
e cavalli, e di lì sviluppa una
architettura di linee che come vedremo
si intersecano con altre linee nate
dalla contrapposizione morale tra il
regno di Lilliput e il regno di Brodbingnag.
Questa è la geometria del libro
che ci guida nella lettura, dove non
troviamo più il teatro classico
delle passioni romanzesche, ma quello
molto più torbido delle mistificazioni
sociali, e della credulità umana
guidata da grandi parole d'ordine. Visione
clinica della vita sociale, sfondo lontano
e parodicamente allegorico, da cui ci
viene incontro una figura candida e
incredibile che si chiama Gulliver.
3.
Gulliver, la verità dell'incoscienza
Sul
frontespizio delle prime edizioni dei
Viaggi di Gulliver, pubblicato
anonimo a Londra nel 1726, si leggeva
solo il nome e cognome del personaggio.
Dunque compariva come autore lo sconosciuto
capitano Gulliver, viaggiatore che divulga
le sue scoperte geografiche "per
il bene dell'umanità". Il
gioco di attribuzioni fittizie è
consueto nei testi di Swift, il quale
ha sempre pubblicato anonimamente i
propri scritti, attribuendoli a tipi
come Gulliver, un po' fantastici e un
po' seriosi: caricaturali stampi di
letterati alla moda, critici pedanteschi,
scienziati demenziali, estensori di
assurde riforme politiche. Sono i personaggi
che il nostro autore adotta come suoi
portavoce, e su cui fa ricadere le proprie
beffe.
Nel
Gulliver la categoria presa di mira
è quella dei viaggiatori moderni,
autori di libri dozzinali e farraginosi,
ma vendutissimi sul mercato dell'epoca.
Swift imita la loro prosa pratica e
informativa, riprende le loro frasi
fatte e formule cerimoniose, a volte
le loro descrizioni di paesi lontani;
e quando deve parlare d'una tempesta
(nella seconda parte), copia parola
per parola la pagina d'una rivista per
navigatori del suo tempo. Più
che un personaggio originale, Gulliver
è questo tipo di prosa mimetica
che l'autore ha curato a lungo, leggendola
ad alta voce alla sua servitù,
fino a renderla così piana da
sembrare convenzionale. Ed è
l'ingannevole candore del libro: una
prosa che si dipana in una lingua limpidamente
settecentesca, nella forma d'un protocollo
culturale, con il sapore della programmatica
onestà gulliveriana. Questa prosa
è anche il segno che Gulliver
è un uomo moderno, con le stesse
pretese di oggettività dei nuovi
viaggiatori, con la stessa mania di
comparare e misurare tutto per attenersi
ai "nudi fatti". Infatti lui
proclama spesso di attenersi ai "nudi
fatti", secondo una retorica scientistica
già di moda ai suoi tempi. Così
la formula convenzionale mostra Gulliver
come un uomo moderno in senso stretto:
l'uomo che traduce ogni uso dell'intelletto
in una stretta razionalità di
calcoli numerici. Ed ecco il linguaggio
"scientifico" con cui descrive
ogni cosa, misurando quanti centimetri
sia alta una pecora nel paese di Lilliput,
o pesando un chicco di grandine nel
paese di Brobdingnag per stabilire un
preciso rapporto matematico con i nostri
chicchi di grandine.
Gulliver
sembra uno che si proponga di descrivere
la pura oggettività delle cose,
ma senza sapere se sta sognando o se
è sveglio. È una specie
di Don Chisciotte, che invece di correre
dietro a fantasie romanzesche insegue
il sogno della conoscenza, come un antropologo
avanti lettera che studia i costumi
di popolazioni lontane. E se Don Chisciotte
aveva una sregolatezza fantastica che
non può adeguarsi alle norme
esterne, Gulliver è l'eroe che
si adegua a tutti i copioni sociali.
Quando arriva a Lilliput, subito si
dà a intrattenere il re con esercizi
da circo, poi quando entra in contatto
coi dignitari si mette a parlar come
loro, con titoli d'onore e frasi da
cortigiano cerimonioso. È un
bellissimo caso di candida credulità,
che già dal nome richiama il
gullible, il credulone abbagliato
dalle parole che gli altri smerciano
e che lui prende per dati di fatto,
fino al punto di non accorgersi che
sta spacciando panzane irreali. Come
un personaggio teatrale che dice per
sbaglio quello che non dovrebbe, Gulliver
dice la verità dell'incoscienza,
che è l'unica verità possibile
4.
Il libro dei mondi invertiti
Il
metodo della favola swiftiana è
fissato nei primi due viaggi di Gulliver,
tra gli omiciattoli di Lilliput e i
giganti di Brobdingnag. La grande trovata
è di usare le differenze di dimensioni
fisiche per presentarci due mondi invertiti
in base a proporzioni matematiche. A
Lilliput gli uomini e gli animali, le
case e le piante, i fiumi gli alberi
e tutte le cose sono 1/12 di nostre
normali misure; a Brobdingnag la proporzione
è esattamente inversa: 12 a 1.
Questi rapporti proporzionali fanno
sì che Gulliver tra gli abitanti
di Lilliput sia come un gigante di Brobdingnag;
mentre tra i giganti di Brobdingnag
è minuscolo come un lillipuziano,
ed è anche un meschino megalomane
rattrappito come i lillipuziani.
Fungendo
da metro di misura Gulliver attiva la
nostra immaginazione su questi mondi
di grandezze invertite. Se lui può
prendere nel palmo della mano un dignitario
di Lilliput, e viceversa essere tenuto
in mano dalle gigantesse di Brobdingnag,
ciò suggerisce che i criteri
di grandezza tendono ad assumere in
ogni paese il valore assoluto di "leggi
di Natura", o viceversa che le
"leggi di Natura" sono valori
relativi, ma intesi in ogni paese come
grandezze assolute. Dunque non esistono
grandezze assolute, ma soltanto valori
differenziali - valori che hanno senso
solo in quanto differenze rispetto a
quelli di altri paesi. Anche Gulliver
spiega così la questione quando
incontra per la prima volta i giganti
di Brobdingnag: "È indubbio
che i filosofi abbiano ragione, quando
ci dicono che nulla è grande
o piccolo se non per via di comparazione".
Si tratta della tesi del filosofo irlandese
George Berkley sulla relatività
delle grandezze, che dipendono dalla
scala dell'osservatore in rapporto alla
cosa osservata; il che elimina l'idea
che esista una realtà materiale
assoluta, perché fa dipendere
il valore o la misura d'ogni cosa dai
modi in cui viene percepita. Ma Gulliver,
pur citando quel principio, se ne dimentica
sempre; così in ogni viaggio
si trova a dover riadattarsi a una diversa
percezione delle cose.
5.
Una geografia trasportata al morale
Il
libro propone una geografia dove le
popolazioni sono astratte figurazioni
morali e ogni popolazione si distingue
per una particolare fissazione di idee.
Caso tipico il regno di Lilliput, dove
si coltivano le discipline razionali
per eccellenza, basate su calcoli numerici:
il re è cultore delle matematiche,
gli artigiani costruiscono i carri in
base ai principi della meccanica, i
cuochi e i sarti lavorano con rigorosi
computi aritmetici, la capitale sembra
un modellino geometrico fatto solo di
linee rette. Come ha suggerito Giuseppe
Sertoli, si direbbe che i lillipuziani
siano così guidati da un principio
di razionalità assoluta, da avere
un corpo piccolissimo. Ossia, tutta
la loro razionalità ha l'aria
d'un sintomo, d'una negazione dei bisogni
corporei, sottolineata per contrasto
dal gigantesco Gulliver che mangia,
caca, piscia alla maniera d'un gigante
di Rabelais.
Quella
gulliveriana è una geografia
trasportata al morale, dove i concetti
di estensione o di grandezza hanno un
valore relativo e gli aspetti fisici
si traducono sempre in aspetti morali.
Nei lillipuziani e nei brobdingnaggiani,
i rapporti tra il corpo e la mente si
traducono in una serie proporzionale
di valori invertiti, dal fisico al morale.
Il gigantesco re di Brobdingnag e i
suoi sudditi, molto corporei e giudicati
da Gulliver "di mente ristretta",
risultano il popolo più magnanimo,
con una statura morale superiore a tutti
gli altri. Inversamente, i piccoli lillipuziani,
che nella loro grande razionalità
si credono signori dell'universo, si
rivelano campioni di piccineria, crudeltà
e avarizia del cuore. Ma anche le altre
popolazioni hanno conformazioni corporee
che riflettono i loro caratteri morali
o fissazioni intellettuali, secondo
figurazioni contrapposte. E per il criterio
di traduzione dell'aspetto fisico in
quello morale, i demenziali scienziati
di Laputa sono degli sgorbi, mentre
i razionali cavalli della Houyhnhnmland
sono animali belli e sani. Questi caratteri
inoltre stanno in rapporto con dottrine
politiche dei vari paesi: e quelle di
Brodbignag sono l'opposto di quelle
di Lilliput, come la monarchia di Laputa
è l'opposto della repubblica
della Houyhnhnmland. Così si
crea un quadro di valori differenziali,
che sono le diverse "leggi di Natura",
in una vasta geometria di parallelismi
invertiti.
6.
Schema geometrico dei viaggi di Gulliver
Si
danno quattro popolazioni utopiche,
di cui descrivere i costumi. Ciò
che le distingue sono i loro caratteri
morali e i loro tipi di governo, con
schemi di inversione che si possono
descrivere attraverso un trapezio:
A
(Nord-ovest) - - - - - - - - - - - -
- B (Nord-est)
Brobdingnag
Laputa etc.
C
(Sud-ovest) - - - - - - - - - - - -
- D (Sud-est)
Houyhnhnmland
Lilliput
Il
trapezio situa i quattro popoli incontrati
da Gulliver ai quattro angoli della
terra, secondo chiare linee di inversioni
differenziali che formano l'architettura
del libro: 1) all'estremo nord-ovest,
il regno di Brobdingnag, con gente pratica
e pochissimo intellettualizzata; 2)
inversamente, all'estremo nord-est,
il regno di Laputa con gente impratica
e massimamente intellettualizzata; 3)
all'estremo sud-ovest, il regno di Lilliput,
monarchia col massimo machiavellismo
di stato; 4) inversamente, all'estremo
sud-est, la Houyhnhnmland, repubblica
dei cavalli razionali, con il massimo
di virtù civiche.
I
vertici A e C indicano angoli della
terra ancora inesplorati: la parte nord-ovest
del continente americano e il continente
australe; e qui si collocano le due
popolazioni che rappresentano utopie
positive, con modi di governo ignoti
alle civiltà europee. Ma anche
loro hanno caratteri morali invertiti:
empatici e umani i brobdingnaggiani,
con la loro "ristrettezza mentale",
apatici e disumani i cavalli della Houyhnhnmland,
col loro estremismo virtuoso. Inversamente
i vertici B e D indicano zone della
terra più esplorate, nell'estremo
oriente e nel sud-est asiatico. Qui
si collocano le popolazioni che rappresentano
utopie negative, anche loro con inversioni
dei caratteri morali: i lapuziani invasati
dal delirio matematico ma inefficienti
fino alla demenza, e i lillipuziani
tutti dediti ai calcoli matematici,
ma malati di efficientismo statale fino
alla crudeltà.
Infine
i viaggi di Gulliver descrivono quattro
tipi di governo, che rinviano a teorie
politiche più o meno riconoscibili.
1) Il regno di Brobdignag è il
paese col reggimento più comunitario,
in antitesi coi "segreti di stato"
della ragione machiavellica, è
basato sui dettami della Utopia di Thomas
More. 2) Il regno di Laputa è
una monarchia assoluta all'orientale
e separata dalla comunità (allude
al dominio britannico in Irlanda), che
ricorda il modello della Nuova Atlantide
di Bacone, nonché il delirio
dell'innovazione scientifica diffuso
dalla Royal Society. 3) Il regno di
Lilliput, monarchia piena di intrighi
politici (allude a quella inglese) col
delirio di potenza delle grandi monarchie
europee, è l'esempio di un reggimento
machiavellico che richiama in parte
l'idea esposta da Hobbes nel Leviatano
(parte terza), secondo cui le leggi
di stato sono solo regole di convenienza.
4) Infine la Houyhnhnmland, repubblica
comunitaria per eccellenza, dove esiste
un primitivismo democratico come quello
attribuito da Montaigne agli indiani
d'America, è l'esempio d'un civismo
virtuoso che segue alla lettera i dettami
della Repubblica di Platone.
7.
Le "leggi di natura" e il
relativismo delle percezioni
I
paesi visitati da Gulliver rappresentano
quattro teorie della vita sociale, date
come insiemi assiomatici, ossia come
"leggi di Natura" dei vari
luoghi. Ma come funzionano queste "leggi
di Natura"? Si direbbe che siano
discorsi o idee che invadono la mente
come valori assoluti, condizionando
i modi di vedere le cose. Quando Gulliver
vive tra i giganti di Brobdingnag si
direbbe che il suo pensiero sia invaso
da idee di gigantismo, perché
quella è la "legge di Natura"
del luogo. Tanto che lui comincia a
pensare tutto su scala gigante, fino
a trovare troppo piccole certe cose
che per lui (e per noi) sono comunque
gigantesche; e parla del Tamigi come
d'un rivoletto inconsistente, giudica
deludente un campanile alto solo mille
metri, e arriva perfino a vedere come
un errore la propria piccolezza nello
specchio.
Tutta
la parte su Brobdingnag è una
divertente lezione sulle abitudini,
che trasformano i comportamenti e la
percezione più comuni, a partire
da certe idee a priori. Questa lezione
va a parare negli episodi in cui il
minuscolo Gulliver (diventato tra i
giganti un megalomane) quasi affoga
in una merda di vacca, poi diventa preda
delle bestiole più insignificanti;
infine si rompe uno stinco inciampando
nel guscio d'una lumaca, mentre sta
meditando in grande stile sulla sua
Inghilterra - episodi che mostrano uno
scarto tra le idee a priori che si impongono
alla mente, e il loro risultato nella
pratica delle abitudini quotidiane.
Swift mette insieme una casistica con
cui sottolinea che i modi di vedere
dipendono da idee a priori; ma il suo
punto d'arrivo è il confronto
tra diversi modi di vedere che annulla
il valore assoluto delle idee a priori.
Questo si nota bene nel confronto tra
lillipuziani e brobdingnaggiani: infatti
se il minuscolo re di Lilliput delirava
d'essere il più grande monarca
dell'universo perché riduceva
l'universo alla propria piccolezza,
il gigantesco re di Brobdingnag dall'alto
della sua statura fisica può
dichiarare la ridicolaggine d'ogni grandezza
umana.
Il
piccolo esposto allo sguardo del grande
diventa ridicolo; e in questo caso l'esposizione
ridicolizza il delirio di grandezza
delle monarchie europee, togliendo di
mezzo l'idea d'una grandezza assoluta.
Viceversa, se il grande è esposto
allo sguardo del piccolo, rivela imperfezioni
e sgradevoli aspetti che sfuggono a
una normale percezione: ed è
l'esperienza di Gulliver quando osserva
la nudità delle gigantesse di
Brobdingnag, scoprendo l'odore sgradevole
e l'aspetto ripugnante della loro pelle.
Così viene tolta di mezzo anche
l'idea d'un valore assoluto legato all'avvenenza
dei corpi, e ogni giudizio si rivela
determinato dalla posizione relativa
di chi osserva, senza alcun punto di
riferimento fisso. Swift ci guida in
questa direzione con la casistica delle
esperienze gulliveriane, fino a ri-orientare
in senso relativistico ogni giudizio
sulla realtà delle cose. Fin
qui il gioco è chiaro, ma c'è
dell'altro.
8.
L'esperienza come shock dei presupposti
culturali
Il
libro suggerisce che le percezioni e
i giudizi dipendono dalle abitudini
e dai pregiudizi di chi osserva, non
dall'esperienza della cosa osservata.
Quando Gulliver è espulso dal
paese dei cavalli e progetta di trasferirsi
su un'isola all'orizzonte, il ronzino
che l'accompagna non riesce a vedere
l'isola, vede solo una nuvola azzurra:
"giacché, non concependo
vi fossero altri paesi oltre al suo,
non poteva avere la stessa esperienza
nel distinguere cose lontane sul mare".
Dunque la possibilità di vedere
o d'intendere qualcosa è regolata
da presupposti su cui si fondano le
abitudini, e questi determinano ogni
veduta o giudizio.
Qui
c'è un'altra casistica, in cui
ogni evidenza empirica si dissolve davanti
a strane teorie, presupposizioni o preconcetti.
A Lilliput, i dotti si rifiutano di
credere all'esistenza di paesi abitati
da giganti come Gulliver, dato che le
loro cronache non ne parlano. Quando
il Gulliver arriva dal re di Brobdingnag,
questo è convinto che sia un
automa perché nel suo paese gli
artigiani costruiscono automi ingegnosissimi.
Infine i cavalli razionali, nei loro
preconcetti di tipo equino, sono convinti
che Gulliver cammini sulle zampe di
dietro per una specie di capriccio,
e sia destinato a cascar per terra tutti
i momenti. Ma anche Gulliver ha i suoi
preconcetti: e ad esempio giudica il
re di Brodbignag un povero sprovveduto
perché non ha ancora ridotto
la politica a intrigo machiavellico
come si fa in Europa.
Una
casistica parallela è quella
degli studi degli scienzati nell'Accademia
di Lagado. Questi hanno la fissazione
di innovare tutto, ma nelle loro invenzioni
conta solo l'assioma a priori da cui
partono, e i dati dell'esperienza non
contano niente. Uno di loro parte dall'assioma
che "le parole stanno al posto
delle cose", e propone di riformare
il linguaggio tornando alle cose: così
va in giro carico di oggetti che mostra
agli altri invece di parlare. Un altro
ha l'idea che sarebbe vantaggioso estrarre
i raggi del sole dai cetrioli, metterli
in fiale e conservarli per l'inverno,
etc. Uno decide che sarebbe utile ritrasformare
gli escrementi in cibo, e traffica con
la merda. Un altro ha l'idea che ci
vorrebbe una macchina che permetta a
tutti di scrivere libri di filosofia,
poesia, matematica, senza dover studiare;
ed eccolo impegnato a creare il suo
computer avanti lettera, dove inserisce
uno stock di parole a caso. È
un repertorio di follie manicomiali,
il primato assoluto dell'idea fissa,
il trionfo del fanatismo nominalmente
utilitaristico, dove poi i risultati
non c'entrano niente.
Che
si tratti di meschini lillipuziani o
di magnanimi giganti, di cavalli virtuosi
o di scienziati di Lagado, le abitudini
dei vari luoghi dipendono da fissazioni
su certe definizioni nominali, assiomi
o giudizi scontati; e questi sono una
cecità che impedisce di vedere
oltre i limiti d'una cultura, anche
ove si tratti di cose osservabili a
occhio nudo. Locke, all'inizio del Saggio
sulla conoscenza umana, si appellava
alle scoperte dei viaggiatori per dire
che le idee sono diverse da luogo a
luogo, in quanto nascono diversificate
secondo il tipo d'esperienza - e l'esperienza
sarebbe un assorbimento di impressioni,
di idee che si inscrivono nella mente,
da cui sorge la conoscenza per comparazione
tra le idee assorbite. Nel Gulliver
c'è un viaggiatore che fa una
scoperta diversa: che le idee variano
da luogo a luogo, non perché
derivino dall'esperienza ma perché
dipendono da concezioni a priori d'una
cultura. L'esperienza non è che
lo shock nello scontro con queste concezioni;
dal che deriva che il passaggio da una
cultura all'altra corrisponde sempre
a una specie di lavaggio del cervello
prodotto dalle abitudini, dalle idee
fisse e le presupposizioni vigenti in
ogni luogo.
9.
L'etnocentrismo universale
Se
i comportamenti e i pensieri sono così
condizionati da presupposizioni o preconcetti
d'una cultura, viene da chiedersi, come
fa Patrick Reilly: "che ne è
della vantata libertà della mente,
l'inviolabile santuario dell'io?"
È stato detto che Swift porge
uno specchio all'uomo perché
si riconosca. Ma guardiamo Gulliver,
che sembra un automa in balia della
relatività, in balia di giudizi
a priori che ogni volta lo portano a
subire dei lavaggi del cervello. Se
lui è l'uomo in cui specchiarsi,
l'uomo è l'alieno del creato,
che appena fuori di casa, fuori dal
suo contesto di abitudini, diventa come
Gulliver, una specie di freak da baraccone.
Rileggendo
il libro con l'occhio a questo, si può
notare che l'identità umana viene
dovunque riconosciuta attraverso preconcetti,
ossia abitudini di pensiero per discriminare
l'indigeno dall'estraneo. A Lilliput
Gulliver è classificato dai dotti
come un uomo caduto dalla luna, in base
a concetti che non prevedono l'esistenza
sulla terra di uomini grandi come lui.
Per motivi simili i dotti di Brobdingnag
classificano Gulliver come embrione
abortivo; poi i matematici lapuziani
lo disprezzano perché non ha
le loro attitudini demenziali; i cavalli
razionali lo espellono dal loro paese
perché lo considerano una bestia
irrazionale. I giudizi a priori, intesi
come "leggi di Natura", servono
dovunque a definire la differenza tra
l'indigeno e l'estraneo, ed hanno il
risultato di esporre Gulliver a sanzioni,
al rischio della vita o all'espulsione.
I giudizi a priori poi dipendono quasi
sempre dalla boria dei dotti che danno
voce ai luoghi comuni d'una cultura:
il che impedisce di riconoscere nell'alieno
Gulliver un'identità umana, facendone
un freak, o scherzo di natura. Dalla
favola swiftiana si può dedurre
questo: nella scienza delle nazioni
i valori differenziali sono modi del
pregiudizio etnico che decide l'identità
dell'individuo; sicché i pregiudizi
d'ogni cultura vengono a essere i criteri
ultimi per distinguere individui umani
da altre creature sensitive, viste come
bestie, mostri, freak, etc. È
l'idea di Montaigne sulla relatività
delle opinioni di tutti i popoli e l'universalità
del pregiudizio etnocentrico. Una battuta
nella quarta parte del Gulliver riprende
quell'idea, e riassume il pensiero che
attraversa il libro: "Dov'è
mai un essere vivente non trascinato
da preconcetti e parzialità per
la sua terra natìa?".
Bisognerebbe
ora citare i tratti del pregiudizio
etnico negli omiciattoli di Lilliput,
come nei cavalli della Houyhnhnmland;
pensare alle idee dei capi lillipuziani
di macellare o accecare Gulliver; ricordare
le proposte nell'assemblea dei cavalli
di castrare gli Yahoos. Che si tratti
dell'untuosa crudeltà dei lillipuziani,
della crudeltà orientale del
re di Luggnagg, di quella olimpica dei
cavalli, o di quella degli europei impegnati
in guerre e massacri coloniali, la cultura
delle nazioni sembra che debba sempre
confermare le proprie abitudini ricorrendo
a sistemi di crudeltà. Ogni cultura
risulta un modo violento di marchiare
gli altri, di segnare i limiti tra noi
e l'estraneo; perché chi è
fuori dai limiti d'una cultura, l'alieno,
sembra appartenere alla natura brada
come le bestie; dunque dovrà
essere domato, marchiato o castrato
come le bestie. Questo è il succo
delle disavventure di Gulliver, ed evoca
un celebre passo di Montaigne: "Noi
non abbiamo altro punto di riferimento
per la verità e la ragione, che
l'esempio e l'idea degli usi e opinioni
nel nostro paese... Perciò gli
altri diversi da noi sembrano selvaggi,
allo stesso modo per cui chiamiamo selvatici
i frutti che la natura ha prodotto nel
suo naturale sviluppo" (Saggi,
libro I, cap.XXXI).
10.
Della natura umana
Uno
dei maggiori dibattiti dell'epoca era
quello sulla natura umana, suscitato
dai resoconti su popolazioni molto diverse
dall'umanità europea, che non
si capiva quanto fossero umane. Di mezzo
c'erano gli strascichi d'una discussione
sulla differenza tra gli uomini e le
bestie, risolta dai cartesiani con l'idea
che le bestie siano "automi",
senza l'organo che permette il libero
arbitrio. Però il libero arbitrio
rimane la croce dei filosofi: Leibnitz
doveva fare acrobazie per contrapporlo
al fatalismo pagano, e Locke doveva
scagionarsi pubblicamente con l'arcivescovo
Stillingfleet che l'accusava di negarne
l'esistenza.
Il
nostro libro risolve la questione presentando
l'uomo come una bestia irrazionale,
attraverso la figura dello Yahoo: figura
orripilante, ma anche molto ambigua,
perché Swift vi ha mescolato
descrizioni di aborigeni del Sud-Africa
con quelle di scimmie del Panama, fatte
dai viaggiatori contemporanei. Gli Yahoos
sono caratterizzati dall'aspetto ripugnante,
scimmiesco-umanoide, ma soprattutto
dall'uso aggressivo dei propri escrementi
e da altri segni d'uno stato di bellicosità
ferina. Tutto questo fa pensare a Hobbes.
Togliere gli uomini dallo stato naturale
di bellicosità ferina, era il
progetto di Hobbes nel Leviatano.
Swift torna indietro, all'idea hobbesiana
dell'homo hominis lupus, e mostra che
- fuori dai paraventi della civiltà
- gli uomini stanno insieme come le
bestie, per branchi in cui ognuno fa
lega col proprio simile, e dove l'estraneo
viene espulso o massacrato con naturale
crudeltà.
Che
poi gli uomini civilizzati pratichino
tale crudeltà molto più
delle altre bestie, avendo inventato
catastrofiche forme di massacro, è
il succo delle spiegazioni di Gulliver
per illustrare al re di Brobdingnag
gli usi della polvere da sparo in Europa.
È una spiegazione ripresa nella
quarta parte del libro (capitolo V)
quando Gulliver è ospite nella
terra dei cavalli razionali; ma qui
con uno scatenamento stilistico che
pare attraversato da scariche elettriche,
con una sintassi incalzante per mimare
l'ebbrezza dei massacri bellici in Europa,
e una rassegna di atrocità che
il padrone cavallo non riesce a sopportare.
Il nostro Gulliver è così,
quando si entusiasma per le grandi invenzioni
europee dice la verità dell'incoscienza.
E di nuovo riecheggia un passo di Montaigne:
"invero la scienza di distruggerci
e ucciderci a vicenda, di rovinare e
perdere la nostra stessa specie, non
ha molto di che farsi desiderare dalle
bestie che non la posseggono" (Saggi,
libro II, capitolo XII).
11.
La nudità della bestia
Nella
prima parte, capitolo IV, c'è
la storia della guerra tra i regni di
Lilliput e di Blefuscu, nata dalla disputa
se sia meglio rompere le uova dal lato
grosso o dal lato stretto. Tra le fazioni
che seguono l'una o l'altra dottrina,
ognuna con il suo profeta e la sua bibbia,
si produce uno scisma religioso, con
proclami, leggi di espulsione, persecuzioni
e massacri. La storia allude ai conflitti
di religione in Europa, con feroci guerre
tra paesi cattolici e paesi riformati.
Qui e altrove, Swift trova i suoi migliori
spunti nei conflitti religiosi, che
rappresenta come stati di fanatismo
burattinesco. Nella sua versione il
fanatismo nasce da "vapori"
che salgono dalle regioni basse del
corpo, e invadono il cervello con pazzoidi
esaltazioni dello "spirito";
e ciò produce le dottrine religiose
nonché le guerre, presentate
dall'autore come modi di sublimare impulsi
anali o genitali (cfr. Favola della
botte, cap.IX).
Swift
ha una straordinaria vena comica nel
mostrarci questi processi di sublimazione
come il massimo di astrazione senza
uscita - fissazioni fanatiche che le
dottrine religiose o filosofiche trasformano
in verità di principio, collocate
nell'alto dei cieli e "insufflate
nello spirito" di alcuni. È
un riassunto dei modi in cui gli impulsi
aggressivi - simili a quelli degli Yahoos
che usano gli escrementi in segno di
ostilità - vengono nobilitati
e sublimati in "operazioni dello
spirito": in concetti, saperi,
verità religiose, riforme e rivoluzioni.
Da
tutto questo spunta un teorema swiftiano
che formulerei così: nelle società
civili quello che più conta è
il valore puramente nominale dei discorsi,
ad esempio i discorsi sul "bene
dell'umanità"; perché
questi, insieme agli addobbi dei vestiti
e titoli d'onore, fungono da paravento
ai vizi comuni, agli abusi legalizzati,
ed al cannibalismo sociale. Ma in Swift
non ci sono verità morali da
predicare: c'è un teatrino di
imposture come fenomeni manicomiali
- un turbine di sarcasmi che tolgono
ogni certezza a cui aggrapparci, fino
al punto in cui resta solo uno shock
davanti a tutto ciò che normalmente
consideriamo "umano". Alla
fine il suo relativismo radicale arriva
per forza a questo: allo Yahoos, alla
bestia nuda, tanto ripugnante proprio
perché sfugge a ogni possibile
sublimazione "umana". Come
si dice che quando uno viaggia scopre
se stesso, così Gulliver davanti
allo Yahoo scopre se stesso, in tutto
e per tutto, tranne che per l'involucro
dei propri vestiti. Se c'è qualcosa
che viene prima dei preconcetti sociali
e dei paraventi della civiltà,
questo è soltanto la nudità
della bestia.
12.
Visione di Menippo dalla luna
Quando
Gulliver aveva presentato la nostra
arte civilizzata del massacro come "conquista
del progresso", anche il re di
Brobdingnag era rimasto stranito da
tanta perversità; che però
confermava le conclusioni cui era giunto
nel precedente dialogo. Infatti in quel
dialogo, dopo che Gulliver gli aveva
vantato il sistema parlamentare britannico
come gloria ineguagliabile e meraviglia
del mondo, il re di Brobdignag non solo
aveva notato il cumulo di falsità
su cui deve reggersi un sistema del
genere, ma aveva anche annullato ogni
possibile dibattito con le famose parole:
"Non posso fare a meno di concludere
che la maggioranza dei vostri simili
debba essere la più perniciosa
razza di odiosi e infimi insetti che
Natura abbia lasciato strisciare sulla
faccia della terra".
La
visione dell'umanità come un
covo di insetti risale alla parodia
filosofica di Luciano di Samosata, l'Icaromenippo,
dove Menippo racconta di aver osservato
la terra dalla luna e di aver notato
che da lassù le nostre città
sono uguali ai formicai: "Ti sarà
capitato spesso di osservare una comunità
di formiche... una porta via lo sterco,
un'altra corre carica d'un guscio di
fava o della metà d'un granello
di frumento che ha rimediato da qualche
parte. È logico pensare, peraltro,
che anche nella loro comunità
esistano architetti, demagoghi, puritani,
scienziati, filosofi, con le debite
differenze in relazione al modo di vivere
delle formiche, naturalmente".
È un brano ripreso da Erasmo
da Rotterdam e diventato citazione ricorrente
nelle teorie sociali di marca erasmiana.
Swift riprende l'immagine in modo più
diretto nel III capitolo della seconda
parte, dove Gulliver illustra al re
di Brobdingnag la religione, i costumi,
le leggi, e i partiti politici, nella
sua Inghilterra. Dopo di che viene la
pensosa risposta del grande re : "...
il re osservò che l'umana grandezza
doveva essere una ben spregevole cosa,
se poteva venire scimmiottata da insetti
minuscoli come me. - Eppure, - disse,
- oserei scommettere che quelle creature
hanno titoli e distinzioni d'onore;
che costruiscono i loro piccoli nidi
e tane, da loro chiamati case e città;
che s'addobbano con vesti ed equipaggi
per ben figurare; che amano, lottano,
litigano, imbrogliano, tradiscono".
Sono
parole che operano la solita riduzione
della piccolezza fisica a quella morale,
ma con uno sguardo a distanza che trasforma
le cose sotto i nostri occhi. La vanagloria
dei titoli d'onore, dei vestiti e degli
addobbi, gli amori e le imposture e
i misfatti, con questo sguardo a distanza
appaiono forme di vita animale simili
a quelle in un covo di formiche. Anche
Montaigne descriveva l'operosità
d'un formicaio per mostrare che là
come nelle società umane "è
sempre la stessa natura che segue il
suo corso" (Saggi, libro
II, cap.XII). Ma nel nostro caso si
parla della cultura e del sapere che
Gulliver aveva vantato come glorie della
sua Inghilterra. Lo sguardo a distanza
del re di Brobdignag è un distacco
dalle illusioni di grandezza dell'uomo,
dal suo orgoglio di creatura che si
crede al di sopra delle altre.
13.
Ri-descrizioni con lo sguardo a distanza
Tutto
il Gullliver è scritto con lo
sguardo a distanza del re di Brobdignag;
in una specie di limpidezza abnorme.
Ora, lo sguardo a distanza ci catapulta
in uno straniamento, per cui le cose
più normali, le abitudini più
consuete, diventano oggetti nuovi e
sorprendenti. Non è un caso,
credo, se subito nel secondo capitolo
della prima parte, Swift ci propone
quella incredibile descrizione delle
tasche di Gulliver compiuta dai due
ufficiali lillipuziani, con un effetto
di straniamento mai visto prima nella
letteratura europea. I rasoi, le monete,
la carta per scrivere, l'orologio nelle
tasche di Gulliver, descritti minuziosamente
nella loro apparenza esterna da qualcuno
che non sa cosa siano, diventano oggetti
inusitati: oggetti normali visti attraverso
gli occhi d'un alieno, come le nostre
città viste dalla luna.
Per
quanto favolosa sia questa totale alienità
del mondo, è anche la condanna
del nostro uomo Gulliver a dover vedere
tutto dall'esterno, senza più
nulla di familiare, come un estraneo
alla vita dei suoi simili, anche quando
ritorna nella sua Inghilterra. Ma la
condanna di Gulliver a vedere tutto
da estraneo, lo porta anche a una completa
ri-descrizione di tutto quello che è
familiare e scontato per l'uomo europeo;
lo porta a ri-descrivere tutto ciò
che consideriamo normale perché
nell'ordine scontato degli assiomi sociali.
Gulliver incontra popolazioni che non
sanno nulla delle nostre abitudini,
dunque è costretto a descrivere
tutto ex novo, con sorprendenti circonlocuzioni.
Nella Houyhnhnmland deve spiegare al
suo padrone cavallo cos'è un
soldato (figura sconosciuta e incomprensibile
per i cavalli virtuosi), e dice che
si tratta di "uno Yahoo pagato
per sterminare a sangue freddo il maggior
numero possibile di suoi simili che
non gli hanno fatto nulla di male".
Quanto ai legulei o avvocati (altra
fauna incomprensibile per i cavalli)
sono descritti come "una confraternita
d'uomini educati fin da giovani nell'arte
di dimostrare, con appropriata moltiplicazione
di parole, che il bianco è nero
e il nero è bianco, secondo chi
li paga". E un primo ministro europeo
risulta "una creatura tutt'affatto
immune da gioia e dolore, amore e odio,
pietà e ira: o quanto meno spoglio
di ogni passione tranne un violento
desiderio di ricchezza, potere e titoli".
Sono
ri-descrizioni che conservano il sapore
della meticolosa precisione gulliveriana.
Ma nella loro esattezza etnografica
mettono all'opera un sarcasmo così
puntiglioso da essere divertente e spaesante
insieme. Se dovunque nel libro l'esperienza
è solo lo shock d'uno scontro
con concezioni a priori d'una cultura,
le ri-descrizioni dell'alieno Gulliver
sono lo straniamento di quelle concezioni,
che ne fa un teatro di assurdità.
Quello che viene in luce è una
completa ri-descrizione delle società
europee, non tanto viste al negativo,
quanto attraverso lo specchio ribaltato
della visione utopica di quei paesi
lontani; società viste nella
limpidezza abnorme di questo sguardo
a distanza, attraverso cui le pratiche
sociali delle nazioni civili sono denudate
delle loro giustificazioni religiose
o ideologiche.
14.
Nascita della critica dei costumi
La
critica dei costumi delle nazioni civili
si afferma come finzione utopica. Il
modello originale è l'Utopia
di Thomas More (1525). Per primo, More
si richiama alla scoperta di popolazioni
lontane fatte dai nuovi viaggiatori,
e così introduce la finzione
di un paese utopico come specchio ribaltato
dei costumi nelle società europee.
Nel suo paese d'Utopia, gli abitanti
deridono la passione per i gioielli
e per le ricchezze, non si scannano
per controversie dottrinali, vivono
tenendo tutto in comune senza proprietà
privata, aborrono la guerra ed i politici
che manovrano il governo delle nazioni.
Le società europee sono esattemente
l'inverso di tutto questo; dunque l'utopia
non è che un Mondo alla Rovescia,
che permette un ribaltamento simmetrico
e una ri-descrizione straniante del
mondo conosciuto.
Questo
è il metodo delle ri-descrizioni
gulliveriane. Ad esempio, prendiamo
il discorso di Gulliver prima di lasciare
la Houyhnhnmland, momento di congedo
da questa utopia felice: "Qui godevo
di perfetta salute nel corpo e di grande
tranquillità nello spirito. Non
m'accadeva di dover corrompere, adulare
o ruffianeggiare, per procurarmi il
favore d'un grand'uomo o del suo lavapiatti.
Non dovevo difendermi contro la frode
e l'oppressione; non v'erano medici
per rovinare il mio corpo, nè
avvocati per distruggere il mio patrimonio;
non v'erano delatori a sorvegliare i
miei atti e discorsi, né a incriminarmi
per denaro con false accuse; non v'erano
dileggiatori, calunniatori, censori,
borsaioli, banditi, scassinatori, procuratori,
mezzani, buffoni, biscazzieri, politici,
begli spiriti, ipocondriaci, strolaghi,
stupratori, assassini, furfanti, scienziati
da strapazzo. Non v'eran capi o seguaci
d'un partito o d'una fazione; nessun
incoraggiamento dei vizi con la seduzione
o l'esempio, non pedanti stupidi e boriosi,
non compagnie importune, invadenti,
litigiose, chiassose...".
È
una sintetica ri-descrizione della vita
nella società britannica, un'etnografia
folgorante in mezza pagina, con elencazione
di costumi, professioni, attività
pubbliche, clima morale, vizi, vanità,
imposture. Swift fa dell'elencazione
un metodo dell'invettiva, come quando
Gulliver spiega i massacri bellici in
Europa: là era lo stupore del
re di Brobdingnag a fornirci lo specchio
dell'utopia, ma qui è la semplice
negazione ripetuta a farci vedere tutta
la vita d'una società in modo
diverso, attraverso un'inversione di
senso dove la normalità diventa
abnorme e il regno dell'utopia è
il criterio buono di valutazione. Diventa
anche una nostalgia, un pathos della
lontananza, il sogno senza luogo del
Mondo alla Rovescia, la vera patria
dell'immaginazione che può "derealizzare"
il mondo - e non pensarlo più
soltanto come una prigione di abusi,
guerre, prevenzioni, illusioni, etc
15.
L'utopia come specchio ribaltato sulle
società civili
La
nudità della bestia umana, rappresentata
dallo Yahoo, è una figurazione
che riassume un desiderio di messa a
nudo morale dell'uomo. È un desiderio
che si impone nel Settecento, portando
in seguito a quel tipo di sguardo a
distanza che si chiamerà antropologia.
Si potrebbe vedere l'avvio di tutto
questo nel celebre saggio di Montaigne
sui primitivi del continente americano,
dove c'è già quel pathos
del luogo utopico, quel sogno d'un Mondo
alla Rovescia, che riaffiora nel congedo
di Gulliver dalla terra dei cavalli.
Comunque l'idea del selvaggio nudo,
dell'indiano d'America non ancora traviato
da complicazioni sofistiche e addobbi
mondani, come lo immaginava Montaigne,
diventa un termine di confronto e un
nuovo punto di vista sulle società
europee. Prima di dedicarsi al Gulliver,
Swift aveva in mente di scrivere i viaggi
d'un indiano d'America che visita l'Inghilterra
(Diario a Stella, 28 aprile
1711); e questa sarebbe stata una applicazione
del nuovo punto di vista sulle società
europee. È sempre l'idea di vedere
tutto attraverso gli occhi d'un estraneo,
come nelle Lettere persiane
di Montesquieu (1721), come nella descrizione
delle tasche di Gulliver fatta dai due
ufficiali lillipuziani - così
avrebbe potuto essere quella d'un indiano
che visita l'Inghilterra. Ma il progetto
di Swift, abbandonato, si rifonde nella
favola di Gulliver, che in realtà
parla sempre dell'Inghilterra, vista
attraverso il rovescio utopico del paese
di Brobdingnag e della repubblica dei
cavalli. L'elemento nuovo è appunto
quello dell'utopia; e la finzione dei
viaggi in terre sconosciute è
il fattore decisivo per la ri-descrizione
dei costumi sociali attraverso uno sguardo
a distanza.
Nella
tradizione inaugurata da Thomas More
l'utopia non è un programma di
riforma, ma un mondo che ha senso per
la sua fantastica inverosimiglianza.
Perché le panzane fantastiche
presentano ogni cosa nota in modo inusitato;
e annullando il vincolo della verità,
ci costringono a seguire uno sviluppo
espositivo come se fosse un indovinello.
Come l'indovinello descrive una cosa
con parole che alludono ad altro, così
l'utopia è una finzione in cui
si allude a qualcos'altro in forma di
antifrasi, cioè dicendo il falso
al posto del vero. Ad esempio, l'Utopia
di More parla d'un paese che non esiste,
ossia senza luogo (Utopia), retto da
governanti senza un popolo (Acori),
attraversato da un fiume senz'acqua
(Anidro), e descritto da un marinaio-filosofo
(Itlodeo), il cui nome in greco significa
"spacciatore di fandonie".
Le dichiarazioni di Gulliver prendono
sapore alla luce di questo metodo d'antifrasi,
come il rovescio di quello che bisogna
intendere, cominciando da quando lui
sostiene di raccontare "nudi fatti",
per finire a quando elogia l'arte della
guerra. L'utopia è metodo di
straniamento, specchio ribaltato su
cui non cade l'ombra delle verità
ufficiali, un modo di "derealizzare"
il mondo che apre il pensiero a nuovi
valori differenziali.
16.
Intermezzo sul senso comune
L'altro
modello che sta a monte di questa tradizione
è l'utopia anti-sofistica che
Socrate espone nella Repubblica
di Platone. Anche quella è un
Mondo alla Rovescia, l'antitesi d'un
regime politico in balia dell'arte sofistica
per imbrogliare col commercio di discorsi.
L'utopia socratica parte dall'idea che
nelle società esistenti non sia
possibile alcuna riforma, perché
ogni insegnamento viene traviato dai
desideri di potere, ricchezza e gloria;
dunque vige una "corruzione della
maggioranza" che toglie spazio
a ogni istruzione positiva. Ciò
che fa Socrate è la descrizione
di una società utopica in forma
di favola: "Facciamo un racconto
a mo' di favola, e così non di
fatto, ma a parole, educhiamo gli uomini"
(Repubblica, II, XVI).
In
More come in Swft c'è la stessa
idea d'un "racconto a mo' di favola",
che sostituisce ogni istruzione positiva.
E anche queste favole prendono di mira
il sofismo delle pratiche di governo:
le complicazioni introdotte dagli intrighi
dei politici, dai "morofosi"
o sapienti stolti, come li chiama More.
Ma ora l'antitesi delle società
esistenti non è più il
regno della dialettica e dei filosofi,
come in Platone. Nelle utopie paradossali
di More e di Swift, il criterio per
osservare i costumi europei è
quasi l'opposto; è l'idea d'una
"semplicità naturale"
come quella che Montaigne attribuiva
ai primitivi americani - un'idea di
regimi sociali lontanissimi da ogni
speculazione filosofica, lontani da
ogni dubitazione intellettuale, e non
ancora traviati dalle nostre complicazioni,
perché basati sul puro senso
comune.
Il
senso comune è una nozione che
bisogna riportare alle fonti swiftiane.
Ad esempio, nella Apologia
di Raimond Sebond, Montaigne notava
l'esistenza di forme di raziocinio comuni
agli uomini e agli animali: capacità
cognitive, come quelle delle rondini
che devono capire cosa sia il vento
per costruirsi il nido; capacità
logiche per ricavare induzioni da quello
che percepiscono e comportarsi di conseguenza.
Questo sens naturel, senso
comune e raziocinio pratico, non separa
e discrimina come la razionalità
dei filosofi, diceva Montaigne, ma tende
a "ricondurci e congiungerci a
tutti gli altri". Un pensiero simile
si trova in Swift, dove il senso comune
è inteso come un raziocinio pratico
e una media comprensione delle cose,
con cui gli uomini possono intendersi
senza dover ricorrere a persone d'intelletto
superiore che impongono i loro piani
sulle teste degli altri (lettera del
19 dicembre 1719).
La
terza parte del Gulliver, col viaggio
a Laputa e Lagado, è una figurazione
dei disastri che sorgono quando l'intelletto
si eleva al di sopra della comune facoltà
di intendersi, perdendo contatto col
raziocinio pratico. I lapuziani, perpetuamente
assorti nei calcoli numerici, sono ciechi
agli effetti della vita pratica; e la
loro razionalità matematica genera
soltanto sgorbi, case malfatte, vestiti
sbilenchi, a causa di "istruzioni
troppo raffinate per il comprendonio
dei loro operai". È vero
che nel Gulliver sembra ci sia una certa
confusione sul modo d'intendere la cosiddetta
razionalità (ragione machiavellica
nei lillipuziani, ragione naturale nei
cavalli); ma le figure dei saspienti
di Laputa, e dei loro confratelli di
Lagado, hanno la funzione di marcare
i termini. Perché mostrano una
razionalità che vola al di sopra
del mondo sensibile (come l'isola di
Laputa vola sopra la comunità
dei suoi sudditi), contrapposta a ciò
che nella terra dei cavalli si chiama
general reason, ossia senso
comune.
17.
La "ristrettezza mentale"
dei brobdingnaggiani
Su
questa strada viene in luce l'impianto
del pensiero politico switfiano. Nel
capitolo VI della prima parte, sulle
antiche istituzioni lillipuziane, si
dice che "la Provvidenza non intese
trasformare il governo della cosa pubblica
in un mistero, comprensibile soltanto
a poche persone di genio sublime".
Poi viene spiegato che le persone di
genio sublime trascendono i limiti d'una
comune comprensione delle cose per le
loro superiori doti d'intelletto; ma
le superiori doti d'intelletto non implicano
necessariamente un retto agire, né
possono supplire a una mancanza di virtù
morali. E le superiori doti d'intelletto
senza virtù morali sono il maggior
pericolo che ci sia, essendo precisamente
la riduzione dell'arte di governo a
scienza machiavellica, di cui si tratta
nel dibattito tra Gulliver e il re di
Brobdingnag.
Il
vero paese d'utopia è il regno
di Brobdingnag, retto dall'anti-machiavellico
re dei giganti, dove le leggi "sono
espresse con i termini più semplici
e piani, essendo quella gente così
poco mercuriale da non riuscire a comprendere
che una sola interpretazione delle cose".
L'ottusità dei brobdingnaggiani
sembra lo sgonfiamento delle complicazioni
interpretative della filosofia, attaccate
da Montaigne - che le vede come espressione
dell'uomo orgoglioso della propria "sfrenatezza
di pensieri, che gli rappresenta ciò
che è, ciò che non è,
ciò che egli vuole, il falso
e il vero...". La sua diatriba
contro i filosofi ci porta dritti allo
strano primitivismo dei cavalli della
Houyhnhnmland, i quali, come gli indiani
d'America descritti da Montaigne, non
hanno malattie del corpo né patemi
dell'anima, non sanno cosa sia un magistrato
o una gerarchia politica, non hanno
conoscenza delle lettere né dei
numeri, non hanno agricoltura né
vestiti; ma soprattutto non hanno parole
per indicare la menzogna, la dissimulazione
e tutto ciò che porta alla dubitazione
intellettuale.
È
vero che i cavalli della Houynhnmland
sono l'inverso dell'umanità espansiva
dei brobdingnaggiani; ma coincidono
con loro nella mancanza di sofismi e
nell'eliminazione d'ogni interpretazione
contraddittoria del vero e del falso.
Se i brobdingnaggiani capiscono una
sola interpretazione delle leggi, vuol
dire che non capiscono il senso della
parola "opinione", cioè
la varietà dei modi con cui una
cosa può essere detta e contraddetta.
Non sanno cosa sia la moltiplicazione
di parole per trasformare i fatti in
materie di disputa; nè cosa sia
l'infinita moltiplicazione di commenti
con cui i legulei d'Europa traviano
le leggi. Grazie alla loro "ristrettezza
mentale" (così Gulliver
parla del re di Brobdingnag), vivono
nell'istanza d'una comune capacità
di comprensione, come un minimo comun
denominatore da cui nessuno è
escluso. E assieme ai cavalli sono i
maestri d'un raziocinio pratico ed elementare,
nonché i critici delle ambizioni
europee di trascendere i limiti del
senso comune.
18.
Gulliver piomba nella stramberia manicomiale
L'utopia
del senso comune è più
che altro un regno dell'antiquariato,
fin dai tempi di Montaigne e di More,
basato su visioni d'un universo arcaico
senza le rapine della civiltà
mercantile. Visioni antiquarie spuntano
nel Gulliver con l'evocazione degli
"agricoltori inglesi di vecchio
stampo, un tempo famosi per la semplicità
dei modi, per la loro dieta e il loro
vestiario, per la giustizia nella condotta"
(terza parte, cap. VIII). Poi sono testi
d'antiquariato le antiche costituzioni
lillipuziane, che parlano d'un regno
di leggi basate sul senso comune, all'opposto
dell'attuale monarchia di Lilliput.
Anche i libri che Gulliver legge nella
biblioteca di Brobdingnag, sulla specie
umana anticamente composta di giganti
e sulla degenerazione dell'uomo, fanno
il verso a opere d'antiquariato. Si
aggiunga quella specie di film antiquario
sull'isola dei maghi, con sfilata di
personaggi del tempo antico e visione
della decadenza della nobiltà,
del sapere, di tutto.
Repertorio
da Wunderkammer, favole sul tempo antico,
Mondo alla Rovescia lontano dalla morale
dei moderni - neanche questo però
è il punto d'arrivo nelle scoperte
di Gulliver.
Perché
alla fine il nostro eroe è scacciato
dalla terra dei cavalli e deve tornare
a vivere tra gli uomini irrazionali,
ossia Yahoos civilizzati, della sua
Inghilterra. C'è stata una lunga
discussione tra i critici, per decidere
come bisogna vedere i cavalli della
Houyhnhnmland, virtuosi e razionali
finché si vuole, ma crudeli nel
loro fanatismo eugenetico. In questo
dibattito per dare un senso positivo
o negativo all'utopia finale del libro,
mi sembra che tutti cerchino una risposta
basata su valori fissi, su istruzioni
positive; mentre le avventure di Gulliver
sono continui passaggi attraverso serie
di valori differenziali, senza uno schema
di svelamento d'una verità di
fondo - a parte la conclusione nelle
ultime righe, che vedremo.
Per
ora notiamo che Gulliver tornato a casa
ci parla del suo libro, sostenendo che
lui non fa come gli altri viaggiatori
che inventano frottole per accattivarsi
il pubblico. No, lui dice la verità
dei "nudi fatti", seguendo
l'insegnamento dei cavalli razionali
che non sanno cosa sia la menzogna.
L'innocenza del nostro eroe raggiunge
ora livelli che sconfinano nella stramberia:
sia perché tende ad imitare i
cavalli nel muoversi e nel parlare,
sia perché, oltre che dalla fissazione
sulla cavallinità, è afflitto
dalla "infelicità di vivere
sotto il potere degli Yahoos".
La stramberia però giunge al
massimo nella lettera di Gulliver al
curatore, che in realtà è
l'epilogo delle sue avventure. Questa
lettera compare nell'edizione dublinese
del 1734, e di solito è posta
all'inizio dell'opera, dove non rende
il senso conclusivo della vicenda. Di
qui apprendiamo che il nostro eroe si
ritira nella stalla a conversare con
i suoi cavalli domestici, dato che gli
uomini sono bestie troppo irrazionali
per avere una sana conversazione con
loro: immagine fortemente manicomiale,
che non ci consente più nessuna
identificazione con i suoi stati d'animo,
esattamente come succede con i matti.
19.
La lettera finale
È
difficile non restar spiazzati dalla
logica che pervade questa lettera finale;
perché ci fa piombare in una
situazione dove i paesi irreali che
Gulliver ha visitato sono dati come
il mondo della verità di fatto,
mentre il mondo cui torna è indicato
come il regno del falso assoluto. E
Gulliver invoca i cavalli della Houyhnhnmland
come testimoni della veridicità
del suo libro, mentre contesta, nega,
svaluta tutto quello che appartiene
alla realtà esterna, come se
fosse il frutto d'un vizio o d'un errore.
Cito quel passo in cui si lamenta che
nella sua Inghilterra siano i cavalli
a dover trainare gli uomini in carrozza,
"quasi che quest'ultimi fossero
i bruti e quelli invece creature razionali".
Qui sembra che baleni il ricordo delle
stampe del Mondo alla Rovescia, diffuse
in tutta Europa, dove si vedevano cavalli
in carrozza che si fanno trainare da
uomini, o uomini che portano in groppa
cavalli. Da una parte continua a funzionare
lo specchio ribaltante dell'utopia come
schema d'una critica dei costumi, ma
dall'altra questa critica non ha più
agganci esterni, nessun principio di
verità logica o morale a cui
aggrapparsi per valutarla. Crollo d'ogni
dialettica tra il vero e il falso. L'utopia
del vero e la realtà del falso
diventano ora vie separate da un vuoto
che non può essere colmato da
nessun discorso. Dice Gulliver dei suoi
compatrioti Yahoos: "Forse che
quei miserabili animali hanno la tracotanza
di credermi tanto degenerato da difendere
la veracità delle mie parole?".
Nella letteratura di viaggi utopici
non esiste niente del genere. Dappertutto
si trovano narrazioni utopiche con una
precisa tesi, che riprendono più
o meno l'idea di società enunciata
da Platone: l'utopia d'una società
governata da leggi giuste, dove si vive
nella certezza d'una verità che
va oltre le apparenze, senza contraddizioni,
senza matti come Gulliver che perturbino
la logica del vero e del falso. Sotto
la veste narrativa, tutte le utopie
sono manifesti politici basati sul modello
platonico, instancabilmente ripreso
fino alle più stantie predicazioni.
Il Gulliver è unico, per le sue
utopie non volte al futuro ma date come
perdute: e col delirio del Mondo alla
Rovescia che "derealizza"
il mondo com'è.
20.
L'uomo come altro da sé
L'unico
sentimento che alla fine possa avvicinarci
a Gulliver, è quello malinconico
della vita sociale come una prigione
che si estende fino agli ultimi confini
del mondo. Non si vede più soluzione,
e centinaia di articoli sono stati scritti
per decidere come intepretare il finale
del libro. Bisogna prendere Gulliver
per il matto che fraintende tutto con
le sue ridicole ossessioni? O bisogna
considerare l'utopia equina come una
satira del platonismo d'epoca? Oppure
bisogna vederla come il mondo delle
idee di Platone, per cui il mondo a
cui Gulliver torna sarebbe come la caverna
del mito platonico (Repubblica, VII),
in cui vivono gli uomini fuori dalla
luce della verità? Con anche
la conseguenza che quando un uomo ha
contemplato quella luce gli altri lo
prendono per un matto che racconta storie
inverosimil?
Si
potrebbe dire che tutte le interpretazioni
vanno bene, e spesso sono anche persuasive,
ma non riescono a sistemare gli effetti
perturbanti che il libro si lascia dietro.
Possiamo individuare abbastanza bene
i parametri di giudizio di Swift, ma
questi non spiegano la turbolenza asociale
delle sue provocazioni, il fitto gioco
dei suoi sarcasmi, l'elencazione di
vizi, vanità, imposture, che
investe tutte le rappresentazioni sociali.
Leggendo la lettera prefatoria di Gulliver,
o altri momenti di invettiva del libro,
si ha il senso di onde di discorso in
funzione castigatoria, da cui non si
salva più niente per mettersi
a posto la coscienza; e arrivati agli
ultimi paragrafi dell'ultimo capitolo,
l'unica cosa che ci orienta è
il tono di Gulliver, molto diverso dal
suo stile da osservatore prudente. Questo
si sente bene quando lui dice che la
cosa più insopportabile degli
uomini è il loro orgoglio. Qui
è il tono bilioso a suggerirci
che il vero portatore del vizio d'orgoglio
in fondo sia lui, il nostro candido
eroe.
Se
Gulliver per tutto il libro veste i
panni dell'antropologo avanti lettera,
che studia i comportamenti di popoli
lontani, nell'ultima sua apparizione
è come se toccasse il limite
d'ogni discorso antropologico: cioè
di quel tipo di discorsi con cui l'uomo
pretende di definire i comportamenti
di altri uomini, indagando sui segreti
delle loro abitudini senza guardare
a se stesso. Il personaggio che dice
la verità dell'incoscienza permette
a Swift un effetto di anamorfosi: dal
suo linguaggio che parla della mostruosità
dell'uomo, emerge la figura dell'uomo
che denuncia tale mostruosità,
come l'intestatario delle tendenze che
lui stesso denuncia. La cosa è
ancora più chiara nella lettera
prefatoria, dove Gulliver dice che se
s'è lasciato andare all'illusione
di riformare l'umanità col suo
libro, è stato perché
anche lui è uno Yahoo, irrazionale
come gli altri. C'è un salto
rispetto all'idea di Platone che non
sia possibile riformare le società
esistenti per via della "corruzione
della maggioranza"; qui nessuna
riforma è possibile perché
tutte sono prodotte da sviste dell'uomo
su se stesso. L'uomo è sempre
un altro da sé, diverso da quello
che crede d'essere; dato che non è
la bestia nuda, ma la bestia coperta
dai vestiti, che vive in una nuvola
di parole.
21.
La conoscenza melanconica
Dalle
lettere di Swift negli anni d'Irlanda
spunta un uomo arcigno, isolato dall'alto
clero anglicano, attaccato da opuscoli
di parte governativa, segnato dagli
spasimi per la malattia all'orecchio,
con la voglia di leggere solo libri
di accozzaglie esotiche dei viaggiatori
(che lui chiama "spazzatura"),
o di scrivere soltanto sciocchezze e
bagatelle. Anche lui perturbato da idee
fisse come Gulliver, con quel sentimento
dell'esilio assoluto, e perso nel mondo
parallelo dei suoi paesi fantastici.
Ed ecco il reverendo Swft, creduto pazzo,
immerso nelle sue scritture, tutte anonime,
asociali, intrattabili nei normali termini
delle dottrine letterarie.
Molti
hanno detto che Swift è più
vicino agli autori moderni che ai moralisti
del suo tempo, più vicino a uno
come Baudelaire che ai suoi contemporanei.
Lo straniamento, che ha un ruolo così
decisivo nella letteratura moderna,
non può fare a meno d'una energia
stilistica come la sua, che disfa le
categorizzazioni scontate fino al punto
da "derealizzare" il mondo
com'è. Per altri versi Swift
è l'ultimo dei moralisti classici,
nella linea di Montaigne, Pascal e La
Rochefoucault, dove la filosofia morale
non glorifica l'uomo, ma lo mostra pencolante
su un abisso che si apre al di là
delle sue illusioni. Di qui viene quel
sentimento di alienità dell'uomo
rispetto a se stesso che attraversa
tutta l'opera di Swift.
L'essenziale
alienità dell'uomo mi pare figurata
nella scena finale di Gulliver nella
stalla a conversare con i suoi cavalli,
come in una specie di manicomio privato,
scena evocata nella lettera prefatoria.
È un'immagine melanconica, nel
senso che la melanconia è prima
di tutto una gravità fantastica
che sfugge il commercio con gli uomini;
ma proprio per questo realizza una fuga
dal gioco delle opinioni, dal gioco
illusorio del vero e del falso; e permette
quella limpidezza abnorme dello sguardo
a distanza, per arrivare a vedere la
vita sociale come vita nel formicaio
- "la vita che ai nati dal brulichìo
lo spirito offre," ha scritto Hölderlin.
Il manicomio privato di Gulliver è
il luogo di questa conoscenza melanconica,
dell'esule o alieno che viaggia nel
mondo parallelo delle sue "derealizzazioni".
D'altronde l'esilio è la condizione
originaria della conoscenza malinconica;
perché il malinconico è
sempre straniero tra i suoi simili,
dunque propenso a immaginare grandi
viaggi sulla carta geografica in cerca
di luoghi inesistenti, semplicemente
per poter essere quello che è.
(Versione
inedita riveduta e rimaneggiata di Introduzione
a I viaggi di Gulliver di Jonathan
Swift;
traduzione, cura e note di Gianni Celati,
Feltrinelli 1997)
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