Il
giorno che ho conosciuto la Katia Buraschi
doveva esserci la solita sfilata coi gonfaloni
comunali, i drappi delle medaglie d'oro
alla resistenza, i vecchi dell'ANPI in
prima fila e la banda che suona le canzoni
partigiane come Bella ciao e
Fischia il vento. Poteva essere una
delle tante sfilate meste della memoria
vagamente tristi e pervase di nostalgia
per il tempo lontano della giovinezza,
quando i partigiani di vent'anni imbracciavano
lo Sten e andavano sul confine della linea
Gotica senza sapere di entrare nell'epica.
E se ci vogliono i chiarimenti basta poco,
l'ANPI è l'Associazione Nazionale
Partigiani d'Italia, cantare Bella
Ciao e Fischia il vento
proteggeva dal freddo, lo Sten era il
mitra che gli inglesi paracadutavano nelle
zone di resistenza, quanto alla linea
Gotica, nel 1944 il fronte andava da Forte
dei Marmi fino a Rimini correndo sul crinale
dell'Appennino Tosco-Emiliano.
Il
giorno che ho conosciuto la Katia Buraschi
poteva essere un 25 aprile in progressivo
disarmo come tanti altri ma il muro dell'est
era crollato da pochi anni e da quel momento
in poi non s'è fatto altro che
parlare di come cambiava il mondo a causa
del crollo improvviso. Dicevano che il
mondo non era più lo stesso, s'era
aperta un'epoca di novità senza
precedenti e tra le tante novità
che circolavano in Italia ce n'era una
che riguardava i pubblici festeggiamenti
del 25 aprile. Che significato aveva una
festa come quella? In fondo si continuava
a commemorare una pagina della storia
dove si erano opposti italiani a italiani,
era stata una specie di guerra civile
e siccome occorreva una riconciliazione
nazionale sarebbe stato molto meglio abolire
le celebrazioni unilaterali. Una festa
simile poteva rinfocolare l'odio alimentando
pericolose frange eversive, anziché
promuovere concordia e spirito di unità.
Ai
pubblici festeggiamenti del 25 aprile
io ci andavo anche da zoppo. Pioggia,
neve, tempesta, mio nonno Gandhi prima
di morire m'aveva detto d'andarci comunque,
era una condizione testamentaria che dovevo
rispettare per avere diritto morale alla
sua casa, condizione morale perché
tanto la casa era già mia, ma se
non fossi andato alla sfilata per ritorsione
m'avrebbe colpito un terribile senso di
colpa, mi garantiva il nonno. A me sembrava
naturale andarci anche senza bisogno di
scomodare il senso di colpa, ma con l'arrivo
degli anni novanta, dopo la caduta del
muro, parecchi che erano sempre andati
alla sfilata non hanno più trovato
così naturale andarci, soprattutto
molti professori universitari, auspicavano
un ripensamento globale, questi professori
- il mondo..., la storia..., la libertà...,
il mercato..., gli esisti nefasti dell'utopia...,
avevano cominciato a dire.
Avevano
cominciato alcuni specialisti di scienze
economiche. Da certe loro accurate rilevazioni
statistiche emergevano le opportunità
di sviluppo connesse alla soppressione
del 25 aprile. Interveniamo come tecnici,
dicevano, e non volevano entrare nel merito
della politica. Si limitavano a considerare
esclusivamente gli indici di produzione
calcolando che un giorno intero di festa
nazionale implicava una flessione consistente,
almeno lo 0,3%, perfino lo 0,4 del prodotto
interno lordo, se si fosse aperta una
fase di accelerazione tecnologica. Un
dato tutt'altro che trascurabile nel mercato
globale. Si fosse trattato di trascorrere
un minuto di silenzio sui luoghi di lavoro,
l'effetto sarebbe stato irrilevante, si
poteva autorizzare anche una pausa di
mezz'ora, ma in base ai loro calcoli un'intera
giornata di sospensione produceva un danno
economico di proporzioni impressionanti
che colpiva la competizione dell'Italia
sui mercati internazionali.
Poi
si sono pronunciati gli studiosi di storia
interessati alla formazione di una nuova
coscienza civica. In base alle loro indagini
sul passato occorreva ridimensionare l'effettiva
portata degli eventi commemorati il 25
aprile. Sarebbe stato molto più
aderente alla realtà dei fatti
considerare le imprese partigiane alla
stregua di ragazzate, e non solo per la
scarsa incidenza bellica. Si era trattato
di giovani scalmanati che in fin dei conti
avevano disobbedito agli ordini, dato
che la consegna non era stata quella di
scappare sulle montagne. I giovani coinvolti
in quei fatti lontani andavano finalmente
considerati per quello che erano, cioè
elementi smaniosi, soggetti inclini alla
facile insubordinazione, forse non tutti
ma certo la maggioranza, gruppi di sconsiderati
che avevano preferito starsene tra boschi
e covili. Questi storici avanzavano un
sospetto preciso: cosa si nascondeva sotto
quei comportamenti? Ci doveva essere una
torbida passione per l'uso delle armi.
Quei giovani avevano preferito nascondersi
in ricoveri di fortuna anziché
cercare stabile conforto vicino a un focolare
di montagna, tra le braccia di una ragazza!
Come mai? Quella predilezione per la vita
in banda armata era un indizio eloquente,
quindi era meglio lasciar perdere la retorica
delle celebrazioni.
A
dare appoggio a questi studiosi interessati
alla coscienza nazionale, erano intervenuti
alcuni specialisti di discipline sociologiche.
Si trattava di professori universitari
che avevano riflettuto sui cambiamenti
mondiali degli ultimi tempi. Nei loro
articoli si proponevano di indurre il
pubblico dei lettori a riflettere sui
fatti epocali appena accaduti, in particolare
sul crollo del muro, un evento straordinario
in grado di cambiare radicalmente il corso
della storia, anche della storia passata,
perché solo una concezione dogmatica
si asteneva dal rimettere in questione
il passato. La dimensione epocale dell'evento
aveva proporzioni ciclopiche, e questi
studiosi facevano dei paragoni strabilianti
per colpire la fantasia del lettore, esattamente
come se un ramo del fiume Nilo fosse stato
deviato lungo il 25° parallelo, un
ramo del fiume che fosse partito dal lago
Nasser per scorrere attraverso il deserto
del Sahara, a sud della Cirenaica e della
Tripolitania, e che fosse sfociato nell'oceano
al di sotto le montagne dell'Atlante.
Sarebbero stati 5000 chilometri di deviazione,
un'opera senza precedenti nella storia
umana, tonnellate e tonnellate d'acqua
che scorrendo nelle aridità desertiche
a nord del Tibesti, poco sopra il Tropico
del Cancro, erano destinate a fertilizzare
il Mali e la Mauritania. La mente umana
riusciva a immaginare tutte le immense
conseguenze di portata climatica? E le
conseguenze antropiche? E gli ulteriori
sviluppi economici? Si poteva scavare
un canale per collegare il Nilo col fiume
Senegal, e un altro per collegarlo col
fiume Niger, tutte imprese al confronto
delle quali lo stesso sbarco sulla luna
risultava secondario. Ecco, dicevano,
come cambierebbe la geografia del genere
umano con la deviazione del Nilo, e alloro
stesso modo cambierà il mondo dopo
il crollo del muro, cambierà l'intero
corso della storia, quindi non si poteva
proseguire oltre con le filastrocche sulle
prodezze nostrane dei nonni partigiani.
S'erano
pronunciati anche alcuni studiosi di psicologia
sociale. Facevano notare che difendere
le celebrazioni del 25 aprile costituiva
un indizio di origine patologico. Dati
i recenti mutamenti planetari, sotto la
fissazione del 25 aprile si poteva ravvisare
una caparbia forma di attaccamento oggettuale,
una resistenza nevrotica altroché
resistenza partigiana. Una negazione di
massa del principio di realtà.
Ma bisognava scuotere questa generazione
di anziani e far loro notare che l'occupazione
tedesca era lontana come l'occupazione
austriaca, c'era qualcuno disposto a sospendere
il lavoro per festeggiare la battaglia
di Curtatone? Chi mai avrebbe voluto chiudere
le attività produttive in coincidenza
con le cinque giornate di Milano! I nostalgici
del 25 aprile non capivano che coi loro
piagnistei sembravano i reduci di Bezzecca.
Erano bisognosi di cure e andavano aiutati
a superare questa loro manifestazione
psicotica.
Dunque
dopo la caduta del muro era arrivato il
momento di rinnovare il paese alleggerendolo
dagli inutili fardelli della storia. Il
danno per la vita..., scrivevano gli opinionisti
sui giornali, l'eccesso di memoria...,
l'arte del dimenticare..., e consigliavano
ai nostalgici di farsi da parte con compostezza,
soprattutto con dignità. Bisognava
smetterla con le sfilate patetiche, ripetevano
in televisione, erano ben altre le sfilate
che servivano a promuovere l'immagine
dell'Italia. E se proprio si voleva festeggiare
si doveva farlo tutti insieme, e riconciliati,
compresi quelli che stavano dall'altra
parte, il 25 aprile del 1945.
Questa
parentesi sulla storia potrebbe sembrare
un'inutile divagazione. Eppure se il mio
incontro con la Katia fosse avvenuto in
circostanze a basso indice emotivo difficilmente
avrei perso la testa, e per chiarire lo
sfondo che faceva da cornice all'incontro
bisogna sapere che la popolazione reggiana
è soggetto a una tipica manifestazione
oppositiva. Se in Italia si sviluppa un'idea
nuova, un'idea che mai nessuno ha preso
in considerazione nel territorio reggiano,
allora il giorno dopo, qualcuno si alza
di malumore, e man mano che trascorre
la giornata il malumore cresce diventando
umor nero, una contrarietà totale
e inestinguibile che viene diffusa rapidamente
in tutti gli interstizi sociali. E' lo
spirito contadino che prevale, uno spirito
poco incline ai cambiamenti. Arriva la
voce di questa idea nuova e subito se
ne fa un gran parlare, qui a Reggio Emilia,
il perché, il per come, il come
mai, e vanno avanti all'infinito sull'esempio
dei commercianti di bestiame. Dunque quest'idea
di abolire il 25 aprile, correndo di bocca
in bocca, provocava assembramenti e tumulti,
come avessero detto di voler abolire il
Consorzio del parmigiano reggiano. L'idea
di abolire il 25 aprile sembrava una minaccia
all'ordine costituito, e l'effetto non
s'è fatto aspettare.
Ah
sì? avevano iniziato a dire nei
bar della periferia Sud, filastrocche
e piagnistei? Ah sì? dicevano nei
circoli della periferia Nord-Ovest, Bezzecca
e Curtatone? Adesso ve lo facciamo vedere
noi, chi è che si fa ridere dietro!
E più la televisione insisteva
più i reggiani si convincevano
del contrario. C'erano raduni di pizza
a cui i reggiani partecipavano portando
i loro televisori per prenderli a martellate,
e se in un primo tempo scendevano lacrime
di tristezza poi si passava all'euforia
del gesto liberatorio e lacrime diventavano
di contentezza gioiosa, come se la distruzione
del televisore avesse liberato da un maleficio
che teneva tutti stregati nella mestizia
del vivere.
Questa
ribellione era iniziata dai circoli dei
pensionati, poi erano intervenuti i figli
dei pensionati, e alla fine anche i nipoti,
che a scuola chiedevano chiarimenti ai
professori di storia. I professori di
storia neanche a dirlo quant'erano contenti
di quell'interesse improvviso per la materia.
Cercavano di mantenere il distacco professorale,
però raccontando i fatti che accadevano
dopo il 1943, descrivendo la vita di montagna,
davano la sensazione che tra l'autunno
del '43 e la primavera del '45, tra un'imboscata
e una rappresaglia, uno sganciamento e
un presidio, l'esistenza era trascorsa
senza nemmeno un momento di noia. E a
sentire che lassù tra i monti non
c'era posto per la noia, la memoria del
giovane studente reggiano correva alle
pagine di Pascal dove la noia è
indicata come il peggiore tormento della
vita, spingendo l'uomo a sentire il proprio
niente e gettandolo quindi nella tetraggine.
L'animo giovanile s'infervorava per quel
genere di vita avventurosa, ed era colmo
d'ammirazione per le avventure partigiane.
In
poco tempo tutta la città è
stata preda di questo stesso fervore che
alimentava lo spirito di ripicca verso
l'idea televisiva di abolire la festa
nazionale. Bastava andare in una qualche
bocciofila per vedere cosa succedeva.
Io
prima d'incontrare la Katia ci andavo
spesso, frequentavo un circolo dove mi
chiamavano a fare certe riunioni per analizzare
la politica mondiale, e se arrivavo in
anticipo nell'attesa scendevo la scaletta
che portava ai campi da bocce. Quello
era il feudo di Casotti Remo, il principe
del punto, uno che era capace di far andare
la boccia a parabola.
Una
sera di marzo ero sceso a curiosare, e
mi ricordo che Casotti Remo doveva andare
a punto. C'era un gran silenzio in attesa
del tiro. Lui per un po' ha strofinato
la boccia col suo pannetto di lana, poi
s'è fermato e s'è piegato
sulle gambe. È stato immobile a
misurare l'equilibrio della posizione,
ma all'improvviso s'è rialzato,
come colpito da un'incertezza. Ha girato
la testa verso il compagno di partita
e s'è guardato intorno, ha guardato
le travi del soffitto, ha guardato gli
altri che giocavano con lui, poi ha allargato
le braccia sconsolato lanciando un canchero
fulminante a quelli là che stavano
rovinando l'Italia. Diceva che non riusciva
più a concentrarsi.
Il
suo compagno lo incoraggiava a non pensarci,
a lasciar perdere i farabutti della televisione
che parlavano con l'unico scopo di portar
via la pensione ai pensionati, in quel
momento era meglio pensare alla partita.
Allora Casotti ha ripreso a strofinare
la boccia col suo pannetto. Era già
lucida e sembrava d'acciaio ma lui cercava
la concentrazione necessaria e continuava
a ripetere il gesto. È una specie
di esercizio spirituale che serve al giocatore
per annullare l'interferenza del pensiero,
perché quando un pensiero di qualsiasi
tipo attraversa la mente del giocatore
il tiro che ne risulta è immancabilmente
sporco, e Casotti dava l'idea che lisciando
la boccia tanto a lungo, con quel movimento
ritmico, le volesse imprimere nella memoria
l'informazione necessaria sul tragitto
da seguire in modo che dopo non ci fosse
da fare altro che lasciarla andare per
conto suo. Era esperto della procedura
ma dava anche l'idea di continuare a combattere
contro l'intromissione di un pensiero
laterale, qualcosa di molto insidioso
che minacciava l'equilibrio. E in effetti
s'è tornato a fermare.
Solo
a pensarci ..., diceva a bassa voce, un
tremolio..., un prurito..., alle mani...,
poi ha buttato la boccia per terra e li
ha mandati a dar via il culo, ma non si
capiva chi, di preciso. Tutto il pubblico
degli spettatori era stupito, commentavano
che era la prima volta. Uno specialista
dei tornei come Casotti Remo? Uno con
la collezione delle coppe? Uno che poteva
trovare la freddezza necessaria per andare
a pallino in mezzo a gradinate ostili?
Ma ormai aveva perso la concentrazione
e non era colpa degli avversari di partita,
perché erano andati tutti a rincuorarlo.
Io
subito non capivo, poi pian piano ho cominciato
a sentire certi nomi, certe date, e allora
anche le frasi si so fatte chiare, parlava
di mandarli a cagare, quelli là
che volevano abolire il 25 aprile e rubare
la pensione ai vecchi, si meritavano qualche
bella stangata sui denti. E quello era
lo stesso spirito d'indignazione che serpeggiava
nel territorio reggiano. Era la rivalsa
contro l'idea di abolire il 25 aprile
che stava raggiungendo perfino i circoli
del dopolavoro ACLI.
Aveva
raggiunto perfino le maestre delle scuole
per l'infanzia. Me lo diceva una mia amica
di nome Giulia che era venuta qualche
volta con me nelle zone di golena sul
grande fiume. Lavorava in un famoso asilo
e diceva che non riuscivano più
a trattenersi. Hai sentito? si chiedevano
l'un l'altra le maestre, hai sentito che
roba? Non si frenavano nemmeno davanti
ai bambini, e parlavano apertamente di
mandarli a cagare. Le maestre più
anziane rincaravano la dose, tutte maestre
specializzate nell'educazione dell'infanzia,
le famose scuole di Reggio, il progetto
educativo esportato in tutto il mondo
per allevare bambini felici e intelligenti,
un contributo alla bilancia dei pagamenti,
queste maestranze educatrici, un momento
parlavano di mandarli a cagare un momento
dopo dicevano di mandarli a dar via il
culo.
Di
conseguenza, in quei giorni, ascoltando
questi discorsi e sentendo ripetere tante
volte culo e merda, la mia amica Giulia
diceva che i bambini erano ancora più
felici del solito. Facevano dei girotondi
improvvisati tenendosi ordinatamente per
mano l'un con l'altro, culo culo, ripetevano
i bambini in girotondo, culo, culo tondo,
dicevano felici, culo culo, cacca giù
per terra, e ridevano fino al singhiozzo.
Anche le maestre ridevano orgogliose dei
risultati cognitivi evidenziati da quei
girotondi. Quando poi i bambini tornavano
a casa ripetevano quelle stesse parole
che avevano ascoltato a scuola, e benché
la conversazione fosse tutta culo e cacca
i genitori non si preoccupavano, conoscendo
l'origine di quel fraseggio.
L'idea
di fare una gran festa a dispetto della
novità italiana di abolire il 25
aprile era venuta talmente a piacere in
tutto il territorio reggiano che non c'è
stato neanche bisogno della pubblicità
sui giornali. La voce circolava per conto
suo.
Se
tutti questi esponenti della cultura italiana
fossero rimasti in silenzio allora ci
sarebbe stato uno dei soliti festeggiamenti
in progressivo disarmo, i vecchi decrepiti,
là in testa, dietro la banda comunale,
e quattro gatti al seguito. Ma siccome
in televisione questi esponenti della
cultura italiana erano andati a dire che
non c'era più niente da festeggiare,
le popolazioni reggiane, spinte dallo
spirito caparbio della ripicca, volevano
festeggiare in grande stile.
Quanto
alla festa tutti assieme, era meglio che
ognuno s'arrangiasse per conto suo, quelli
che negli anni fra '43 e '45 erano stati
dall'altra parte se la facevano poi da
soli la loro festa, a Predappio.
Perché
un'altra caratteristica qui diffusa è
la pignoleria contabile, basta osservare
l'accanimento nel gioco delle carte e
si capisce tutto. A Reggio domina lo spirito
ragionieristico: chi vince vince chi perde
perde. A nessuno verrebbe mai in mente
di dire che ha vinto se invece ha perso.
È del tutto inutile stare a discutere
davanti a una partita persa. Io non so
cosa succede nelle altre contrade italiane
ma qui c'è da rimetterci la faccia,
a insistere. Chi insiste dicendo che in
fondo è come se avesse vinto lui,
o che non ha vinto nessuno, uno così
lo battezzano Il Cretinetti e sarà
conosciuto come tale per tutta la vita.
Allora
man mano che si snodava per le vie del
centro questa sfilata del 25 aprile s'ingrossava
sempre più. Tutti quelli che volevano
fare la festa per ripicca s'erano dati
appuntamento in città e in quel
clima festoso è stato naturale
conoscere la Katia. Ecco come sono andati
questi fatti personali inseriti nella
loro cornice di fondo.
Io
lo so bene che se la Katia non fosse stata
spinta al festeggiamento da quello stesso
dispetto che animava tutti gli altri,
se fosse rimasta indifferente al fervore
cittadino, non l'avrei mai conosciuta.
Invece la Katia voleva essere dentro il
flusso vivo emotivo di quel giorno festoso,
voleva mescolarsi il più possibile
in quello che succedeva per le vie del
centro storico lasciando che la sua contentezza
s'incontrasse con quella degli altri,
compresa la mia.
Appena
me l'hanno presentata ero già prontissimo
a ricevere tutto di lei, tutto quello
che aveva da offrire, ero in uno stato
di ricezione piena e convinta, e forse
è per questo che lei è rimasta
a sfilare con me. Dopo un po' parlavamo
come due che si conoscono da parecchio,
e vedendola muoversi allegra che espandeva
nell'aria la sua commozione, io a mia
volta mi sono intonato all'euforia festeggiante
come non mi capitava da parecchi anni.
Quando
la banda intonava Bella Ciao
alla Katia le veniva perfino voglia di
ballare, diceva che le tornava in mente
sua nonna staffetta partigiana, e a un
certo punto m'ha preso per mano - dai
balla, balla anche tu, ha detto. Io in
queste cose ho sempre temuto la figura
dell'orso, e poi non l'ho mai compatito
il ballo alle sfilate - dai, dai, insisteva,
che festa è se non balli anche
tu. Allora, per un momento, quando la
banda ha ripetuto le prime note di fischia
il vento e infuria la bufera io mi
sono agitato un po' e per la prima volta
in vita mia non m'è importato di
sembrare un orso siberiano. Non provavo
vergogna perché lei sorrideva e
sembrava felicissima.
E
lì per lì non mi ero nemmeno
accorto di quant'era bella. Cioè
lo vedevo bene ma non mi produceva nessuno
sconquasso, rimanevo tranquillo, senza
la pressione di un'intenzione precisa,
salvo il fatto che l'avrei presa in braccio
per mettermela sulle spalle e farle fare
il resto della sfilata tenendola sopra
di me. Mi ero ritrovato improvvisamente
questa ragazza di fianco e non ero preparato
a quella felicità estrema.
Di
sicuro è stato per questo se lei
m'è rimasta vicina tutto il tempo
della sfilata, perché non ha sentito
niente d'intenzionale, però a un
certo punto ha fatto come Cenerentola.
Ciao, ci vediamo, ha detto all'improvviso,
purtroppo devo andare.
Io
non ero preparato a questa scomparsa,
m'ha preso alla sprovvista. Ero lì
nella piazza dove si concludono le manifestazioni
cittadine, nella piazza dove il 7 luglio
del 1960 la polizia aveva ucciso cinque
reggiani che manifestavano contro il governo,
in quella grande piazza dove la folla
defluiva lentamente e mi sentivo solo
senza la Katia. L'avevo appena conosciuta
e di colpo tutta la soddisfazione per
la festa riuscita non valeva più
niente senza di lei. Non avevo nemmeno
un numero di telefono, soltanto il nome,
un nome che mi aveva sempre infastidito
per la sua durezza invece era bastato
quel pomeriggio per farmelo piacere. Katia
Katienca, cominciavo a dire, sei proprio
la mia Katiuscia. All'improvviso alle
mie orecchie Katia suonava come cara carina
caruccia.
Il
primo che s'è accorto della mia
condizione è stato Prampolini.
Avevamo appuntamento vicino al teatro
e appena m'ha visto ha detto che avevo
l'aria di un cane bastonato. Allora gli
ho raccontato i fatti. Lui man mano che
parlavo mi guardava sorpreso e ogni tanto
diceva che avevo una brutta cera - un'ora
con una donna e ti sei già rincoglionito?
Diceva che nel parlare avevo qualcosa
d'insolito, di dolciastro e appiccicoso
- andiamo a bere una birra, ha detto,
che è meglio.
Ecco,
questa è la storia di quel 25 aprile
in cui ho conosciuto la Katia. Anch'io
non l'averi mai detto che un'ora con una
donna potesse causare questo improvviso
cambiamento, e non avrei mai immaginato
tutte le conseguenze che sono venute dopo,
compresi certi effetti corporei, come
una specie d'innalzamento della temperatura,
un calore che mi bruciava nello stomaco
e che è durato per dei giorni.
Se
tutto fosse finito lì, se alla
televisione questi esponenti della cultura
italiana avessero porto le loro scuse
- abbiamo capito, ci dispiace, a Reggio
Emilia vi siete offesi e non ne parliamo
più - allora in questo forse si
sarebbe tutto sgonfiato e probabilmente
una settimana dopo non avrei avuto l'occasione
di ritrovare la Katia. Invece l'ho poi
incontrata una seconda volta, una settimana
dopo, ed è anche facile immaginare
dove. E questa seconda volta non me la
sono fatta scappar via come Cenerentola.