Altrove
(Quodlibet, 2005) è
una delle opere più felici di
tutto questo secolo. Pubblicato nel
1948, in quasi sessant'anni ha preso
sempre più sapore, ed è
diventato un libro senza tempo, come
a pochi succede. Descrive paesi immaginari,
come quelli evocati da antichi cronisti,
da antichi viaggiatori fantastici. Molti
di questi paesi però sono quelli
delle nostre fissazioni, dei nostri
vaneggiamenti morali. Ogni paese serve
a descrivere un temperamento. Si sente
l'eco d'una vocazione etnografica, che
l'autore ha seguito in gioventù.
Ma anche quando parla di paesi che ha
visitato davvero, in altri libri molto
insoliti, Michaux lascia andare le frasi
dove vogliono loro: non le frena con
l'avarizia dell'intellettuale che vuol
sempre confermare le sue idee. Allora
ogni frase diventa una acrobazia immaginativa,
una specie di volteggio sul trapezio
delle virgole. E tutte queste acrobazie
sono comiche, naturali - "naturali
come le piante, gli insetti, naturali
come la fame, le abitudini, l'età,
gli usi, le consuetudini...". In
tutti i libri di Michaux la scrittura
sembra qualcosa che viene fuori come
una secrezione naturale, come la bava
delle lumache, come la tela del ragno,
come un porro sulla pelle, o come gli
escrementi che ogni giorno evacuiamo.
Si sente che non c'è mai il problema
di dimostrare qualcosa, ma solo di lasciar
fluire una secrezione che lascia tracce
sulla pagina. Perciò a momenti
è così rasserenante. Perché
in lui non c'è niente dell'"artista
creatore", niente di queste pretese
di serietà artificiale. Lui lascia
andare avanti le frasi per vedere cosa
si inventano. Ma mentre un mercato di
professionisti ci scaraventa addosso
mattoni con centinaia di pagine da leggere
in fretta per arrivare alla fine inebetiti,
Michaux spesso ci lascia lieti e sazi
con poche righe.
G.
C.
*
da
"Viaggio in Gran Garabagna"
Gli
Emangloni
Il
lavoro non è ben visto dagli
Emangloni, e, se prolungato, presso
di loro porta spesso dei malanni.
Dopo
alcuni giorni di fatica sostenuta, succede
che un Emanglone non riesca più
a dormire.
Lo
fanno coricare con la testa in basso,
lo chiudono dentro un sacco, non c'è
niente da fare. Quell'uomo è
esausto. Non ha neanche più la
forza di dormire. Poiché dormire
è una reazione. Bisogna anche
essere capaci di questo sforzo, e ciò
in piena fatica. Il povero Emanglone
dunque deperisce. Come potrebbe non
deperire, insonne, in mezzo a gente
che dorme a più non posso? Qualcuno
però, se abita in riva al lago,
si riposa alla bell'e meglio contemplando
le acque e i disegni senza motivo composti
dalla luce della luna, e riesce a vivere
qualche mese, per quanto mortalmente
travolto dalla nostalgia d'un sonno
profondo.
Gente
così si riconosce facilmente
dagli sguardi vaghi e insieme insistenti,
sguardi che assorbono il giorno e la
notte.
Imprudenti
che hanno voluto lavorare! Ormai è
troppo tardi.
*
Senza
motivi apparenti, d'un tratto un Emanglone
si mette a piangere, sia perché
vede una foglia tremare o un po' di
polvere cadere, oppure perché
una foglia cade nella sua memoria, sfiorando
altri ricordi diversi, lontani, e sia
perché il suo destino d'uomo
rivelandosi lo fa soffrire.
Nessuno
gli chiede spiegazioni. Tutti capiscono,
e per simpatia si girano dall'altra
parte perché sia a suo agio.
Ma,
spesso colti da una specie di sfaldamento
collettivo, se la cosa si svolge in
un caffè, certi gruppi di Emangloni
si mettono a piangere silenziosamente,
le lacrime rendono confusi gli sguardi,
e la sala e i tavoli spariscono dalla
vista. Le conversazioni rimangono sospese,
senza più nessuno che le porti
a termine. Una specie di disgelo interiore,
accompagnato da brividi, li occupa tutti.
Ma in pace. Poiché ciò
che sentono è uno sgretolamento
generale del mondo senza più
limiti, non tanto della loro semplice
persona o del loro passato: uno sgretolamento
contro cui proprio niente, niente si
può fare.
Si
entra così, fa bene certe volte
entrare così nella Grande Corrente,
nella Corrente vasta e desolante.
Tali
sono gli Emangloni, senza antenne, ma
commoventi al fondo.
Poi,
quando è passato, riprendono
le loro conversazioni anche se fiaccamente,
e senza mai alludere all'invasamento
avuto.
*
A
teatro si rivela il loro gusto del lontano.
La sala è lunga, il palcoscenico
è profondo.
Le
immagini, le forme dei personaggi, vi
appaiono grazie a un gioco di specchi
(gli attori recitano in un'altra sala),
e vi appaiono più reali che se
fossero presenti, più concentrati,
più purificati, più definitivi,
sbarazzati di quell'alone che produce
sempre la presenza reale faccia a faccia.
Parole,
discese dal soffitto, sono pronunciate
a nome loro.
L'impressione
di fatalità, senz'ombra di pathos,
è straordinaria.
***
da
"Nel paese della Magia"
A
circondare il paese della Magia, dei
minuscoli isolotti: sono delle boe.
In ogni boa un morto. Questa cintura
di boe protegge il paese della Magia,
serve da ascolto agli abitanti del paese,
segnala loro l'avvicinarsi degli stranieri.
Poi
non resta che disorientarli e ricacciarli
lontano.
*
Su
una grande strada, non è raro
vedere un'onda, un'onda sola, un'onda
separata dall'oceano.
Non
ha nessuna utilità, non costituisce
un gioco.
È
un caso di spontaneità magica.
*
Camminare
sulle due rive di un fiume è
invece un esercizio, peraltro faticoso.
Abbastanza
spesso si vede quindi un uomo (studente
di magia) risalire un fiume, camminando
ad un tempo sull'una e l'altra riva:
molto preoccupato, lui non si vede neanche.
Perché quel che sta eseguendo
è delicato e non tollera nessuna
distrazione. Si ritroverebbe molto presto,
da solo, su una riva, e che vergogna
allora!
*
Il
bambino, il bambino del capo, il bambino
del malato, il bambino del bracciante,
il bambino dello stupido, il bambino
del Mago, il bambino nasce con ventidue
pieghe. Si tratta di dispiegarle. Allora
la vita dell'uomo è completa,
sotto questa forma muore. Non gli resta
nessun piega da disfare.
È
raro che un uomo muoia senza avere ancora
qualche piega da disfare. Ma è
accaduto. Parallelamente a questa operazione
l'uomo forma un nocciolo. Le razze inferiori,
come la razza bianca, vedono più
il nocciolo che la spigatura. Il mago
vede piuttosto la spiegatura.
Solo
la spiegatura è importante. Il
resto è solo epifenomeno.
***
da
"Qui Poddema"
A
Huina, ai primi segni di vecchiaia,
le persone anziane sono rieducate, in
quanto divenute inadatte a sentire il
Presente.
Se
le si lasciasse andare, senza metodo,
in breve tempo sarebbero totalmente
irrieducabili.
I
vecchi tentano, come si può ben
immaginare, per orgoglio, di marinare
la scuola. Peggio per loro. E anche
se qualcuno esibisce un diploma di rieducato,
ottenuto per pietà o per favore,
questa protezione non lo coprirà
impunemente. Provi soltanto a lasciarsi
sfuggire qualche dimostrazione di vecchiaia,
ad esempio dichiarando che gli si manca
di rispetto, oppure che i giovani sono
più superficiali che ai suoi
tempi, e subito lo si chiuderà
nella camera dell'oblio. Lì finisce
ogni discussione.
Molti
di loro, di fronte a questa minaccia,
diventano alquanto prudenti e, tenendo
più alla vita che al rispetto,
acconsentono a tutto, ripassando fino
a tre volte gli "esami di sensibilità".
Quando sono bocciati è per zelo,
per il loro eccesso di volontà,
di cui danno prova maldestramente (questa
volontà ossuta dei vecchi, fonte
di durezza).
E
quando il risultato è favorevole?
Ebbè, questo ti fa dei vecchi
proprio simpatici, accidenti! all'occasione
anche soccorrevoli, perché forse
si sorvegliano un po' troppo.
(Altrove,
Edizioni QUODLIBET 2005, traduzione
e cura di Gianni Celati e Jean
Talon, pagine 258, euro 16,00)
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