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6
maggio 2005 |
Gino/
26
di
Francesca Andreini
Dall'alba
fino a Siena
Le
dita rosa dell'alba spingevano in su il
buio.
Striscia
luminosissima e strinta, poi sempre più
larga e chiara. Si piegava veloce e spandeva
in arco nitido. Finché, dietro
una collina bassa, il sole sbucò
improvviso sulla campagna.
Gino
sorrise. Da ore al buio, sbarrando l'anima
in attesa della luce, cominciava quasi
a pensare che non sarebbe più arrivato,
il sole.
E
eccolo lì, già quasi tutto
fuori, come se il mondo cacasse all'in
su un uovo di luce. Ancora un pezzettino
unito all'orizzonte per qualche istante
e poi eccolo in alto, il cielo sopra e
sotto e intorno.
Gino
sospirò. La notte sveglio, a pensare
a tutto quello che gli era successo. La
paura di restare triste, sporco, marchiato.
Ma
ora, con l'alba, prese una decisione.
I buchi s'erano chiusi. Il filo secco
girava libero negli occhielli cicatrizzati.
Con un temperino li tagliò e li
sfilò facilmente, sollievo grande
e immediato. E a lui non lo obbligava
nessuno a vivere triste il resto della
vita.
Guardò
Sara e Franz ronfare della grossa sotto
una betulla scarna. Il ciuco brucava fra
le stoppie. Il carro appoggiato sulle
stanghe, piccolo e stracolmo.
Tutto
dorato e leggero, nel mattino.
Gino
si scavò in testa, cercando di
sentirsi contento. C'era qualcosa che
gorgogliava e scorreva fra i meandri del
cervello. Nascosto, ma chissà,
magari un giorno gli sarebbe anche riuscito
di tirarlo fuori.
E
camminò accanto al carro, aiutò
a spingere in salita e a frenare in discesa.
Sotto il caldo di una giornata calda e
la pallaccia infocata alta che sembrava
non volesse più scendere e lasciare
in pace il mondo.
Gino
era stanco, non aveva dormito quasi nulla.
Arrivarono
a una fattoria e lì si stravaccarono
tutti quanti sull'aia, che non c'avevano
più la forza di muovere un passo.
Il
contadino arrivò bestemmiando per
scacciarli, che ci facevano seduti lì?
Ma
Franz, con le buone e qualche lira lo
convinse a ospitarli per la notte e a
dargli una pappa al pomodoro per cena.
Zitti
a spalare in bocca il pane mollo. Nemmeno
Franz disse una parola.
Sara
pensava a qualcosa lontano, forse un posto.
I
contadini tutti da una parte del tavolo
e loro dall'altra. Se non ci fosse stata
una mosca a ronzare non avrebbero sentito
suono.
Gino
c'era e non c'era, in quella scena noiosa.
Vedeva la gente intorno chiusa e scorbutica
e stanca e a lui non gliene importava
poco e nulla da quanto era sfinito.
Dormirono
su dei pagliericci sudici, pregando di
non prendersi le pulci.
E
si svegliarono tardi non perché
fosse bello riposare ma perché
il vino cattivo del contadino li aveva
fatti dormire male e torpidi tutta la
notte.
Parecchio
a stiracchiarsi, guardarsi intorno, grattarsi.
Sciacquarsi la faccia con l'acqua del
pozzo, tiepida anche quella, maledetto
caldo.
Poi
a voltarsi intorno, rimettere sul carro
le carabattole sparse. Vedere se si rimediava
qualcosa per colazione... no, nemmeno
a pensarci. Il contadino affilava una
roncola davanti a casa e c'aveva una faccia
che pareva volesse squartarci qualcuno,
appena finito.
Il
ciuco faceva pena, tanto trascinava le
gambe e Gino lo attaccò a malincuore
alle stanghe. Gli portò un secchio
d'acqua e poi era pronto. Si mise a aspettare
accanto al carro. Franz finì di
mettere sopra un paio di stracci e poi
fu pronto anche lui.
Aspettarono.
Franz
si guardò intorno, poi guardò
Gino.
Aspettarono.
"Sara!".
Franz
col vocione possente fece alzare le orecchie
al ciuco e la testa al contadino, che
però non smise di affilare.
"Hai
visto Sara?".
Gino
scosse la testa e per la prima volta ci
fece caso: non la vedeva dalla sera prima,
la Sara.
Franz
bofonchiò e si mosse per cercarla.
Gino lo vide sparire dietro la casa, dentro
e fuori le stalle, dentro e fuori la porta
della cucina. Poi, stando in mezzo all'aia,
allargare le mani guardando Gino a dire
che non sapeva più dove cercare.
Gino
allora si mosse nei paraggi. Magari aveva
avuto un bisogno.
Nell'orto
e dietro i cespugli di un campo a maggese.
Dietro i meli, i noci, un fico largo quanto
una botte. Nulla.
Quando
tornò al carro ci trovò
Franz con le spalle a scivolo e le mani
quasi ai ginocchi. Guardò Gino
e si guardò i piedi polverosi.
"È
andata. Inutile cercarla".
"Andata?".
Gino
non si capacitava. Faceva parte di loro,
la Sara. C'erano il carro e Franz e lui,
la campagna, il caldo e la Sara...
"Ma...
lei... come, andata?".
Franz
agitò i palmi delle mani in aria.
"Andata,
andata! Via! Lontano!".
E
guardò Gino con una faccia che
era meglio non dire più nulla.
Franz
prese la cavezza e ci dette uno strattone
che al ciuco gli s'allungò il collo
un palmo.
Gino
si mise a seguire, buono buono.
Zitti
per ore, nemmeno fosse stato un trasporto.
Mosche
su merde stitiche in mezzo alla strada
e cielo latte rancido. Gli alberi fermi
nell'aria ferma. Un passerotto di tanto
in tanto a raccar semini fra l'erba secca.
Gino
si sentiva rattrappito e solo. Davanti
al ciuco Franz camminava curvo e ogni
tanto scuoteva la testa.
Gino si fece coraggio, dopo parecchie
ore, e avanzò fino a lui. Porse
la mano in avanti per prendere la cavezza.
"Lo
faccio un po' io, ora".
Franz
gli porse la corda sudata e unticcia e
sgranchì la spalla.
Rimasero
a camminare accanto zitti e a testa bassa.
Ma ogni tanto Franz sospirava e Gino sapeva
che aveva bisogno di sfogarsi.
"Peccato,
che è andata via... ".
Franz
scosse le spalle.
"Era
fatta così. Lo dovevo sapere che
non durava... ".
Poi
si mise a guardare lontano e gli venne
la strozza in gola.
"Tutto
quel tempo perso... tutte le prove...
".
E
poi rimasero di nuovo muti. Meglio non
esagerare con gli sfoghi.
Nemmeno
a sera c'era un po' di refrigerio. L'afa
si era raggrumata in una nebbia collosa
che spiaccicava i colori e i respiri.
Giù, rasoterra, a Gino gli sarebbe
venuto quasi da strisciare tanto era stanco
di quel caldo.
Stavano
avvicinandosi a Siena, ora. La terra rossa
dei campi arati e seminati. Le vigne in
riga, legate in fila sui pali. Olivi opachi
di polvere e sete. Tutta la campagna a
aspettare l'acqua.
Gino
e Franz a camminare in valle, sudati e
sporchi. S'erano pure beccati i pidocchi,
in quella fattoria maledetta, e grattavano
le teste gialle con tanta rabbia da farsi
sanguinare il cranio.
Camminavano
serpeggiando sulla polvere bianca di una
stradicciola. Lumi lontani, di casolari
a mezza collina.
Un
mulo piantato su un poggio, sotto l'unico
albero, a cercare il fresco che non c'era.
Nemmeno al tramonto, con la palla maligna
quasi a metà e rosso opaco intorno.
Ancora il torso sudava e la lingua si
attaccava al palato secco.
Il
ciuco cominciò a impuntarsi e loro
a spingere e bastonare. Non erano arrivati
da nessuna parte. Non avevano mangiato
dalla sera prima e avevano bevuto solo
una volta a una fonte. E lì non
c'era più niente in vista, nemmeno
un cane.
Il
ciuco camminò ancora pochi metri,
poi decise che non ne poteva più
e si sedette col culo secco in terra.
Povero ciuco.
"Basta,
non è il caso di sfinirlo".
Franz
calciò un sasso e liberò
il ciuco dalle stanghe. Quello si rialzò
a fatica e si mise a brucare sul ciglio
bruciato della strada.
Franz
trovò un masso e si sedette coi
gomiti sui ginocchi, poi guardò
Gino e tirò in su i palmi delle
mani.
Guarda
come siamo ridotti, voleva dire e Gino
lo pensò come se avesse sentito
le parole.
Allargò
le braccia sospirando e facendo finta
di guardarsi intorno alla ricerca di qualcosa.
Ma sapeva che c'era solo campi e campi
tutt'intorno e niente per mangiare, bere,
dormire.
Il
ciuco era davvero sfinito e si distese
sulle stoppie.
Franz
e Gino si guardarono.
In
quel momento a tutti e due gli volarono
i capelli sulla faccia. Una refola. Tiepida.
Rimasero
fermi e muti, in attesa.
Un
altro colpo di vento, più lungo
e forte e fresco. Gli mosse i vestiti,
si infilò fin sulla pelle sudata
e gli fece venire i bordoni.
La
polvere bianca della strada cominciò
a sollevarsi sempre più e dopo
poco prese a mulinellare insieme a pagliuzze
e insetti morti. Gino si sedette accanto
a Franz, riparandosi la faccia con le
mani. Ma dovette rialzarsi sbito perché
la roba sul carro cominciò a sbatacchiare
e svolazzare e lui dovette trovare dei
sassi per fermarla.
Sopra
di loro bolliva dei rumori gutturali e
sordi.
Fu
buio ad un tratto, e alzando gli occhi
Gino vide che il cielo era tutto nero
di nuvoloni. Sopra, in qualche alto strato,
brillavano le scariche di lampi lontani.
Ma
qualche secondo dopo arrivarono le prime
saette, lunghe lunghe a tagliuzzare il
cielo fino sui campi. Poi il boato fragoroso
dei tuoni. Franz si alzò e lottò
contro il vento per arrivare fino al ciuco
che s'era messo in piedi e pesticciava
nervoso. Legò la cavezza a un masso
e ci si sedette sopra. Poi si alzò
il bavero della giacca. Gino gli vedeva
la faccia un momento sì uno no,
nei bagliori bianchi e violenti dei fulmini.
La faccia gonfia di stanchezza, fastidio
e preoccupazione. In attesa. La pioggia
sarebbe arrivata presto. E chissà
che temporale, con tutto quello scatenìo
di elementi.
Gino
tirò su la testa e due gocce ghiacce
gli batterono sul naso. Fece in tempo
a metterci una mano sopra che arrivò
un altro tuono e uno scroscio all'improvviso,
pareva gli avessero rovesciato un catino
in testa.
Gino
guardò Franz, che era rimasto a
bocca aperta, con l'acqua che gli rivolava
sui baffi e i sopraccigli, giù
dai capelli lunghi e i lobi degli orecchi.
Si
mossero insieme, carponi sotto il peso
della pioggia, a cercar riparo dietro
il carro.
Con
le mani sulla testa e la schiena contro
vento, l'acqua che li sferzava dappertutto
e tanto valeva che si mettessero nudi
in piedi in mezzo alla strada, tanto erano
già fradici.
Gino
si accorse a un certo punto che Franz
accanto a lui tremava... no, sussultava...
che gli stava succedendo ?
Lo
guardò preoccupato; non gli vedeva
la faccia, nemmeno alla luce dei lampi,
perché Franz la teneva fra le braccia,
appoggiata ai ginocchi.
Gino
si mise a scrollarlo. C'aveva paura che
non stesse bene.
Franz
allora si aprì come un guscio,
si voltò a guardarlo e Gino vide
che rideva. Tremando tutto, col collo
gonfio, rideva e rideva e se non fosse
stato per il rumore dello scroscio che
copriva tutto avrebbe tuonato il suo vocione
forte.
A
Gino gli venne su una cosa strana dalla
pancia. Tutta la stanchezza, e non aver
nulla da mangiare, e agli zoppi grucciate!
Via, come non bastasse il temporale addosso.
Dopo che non aveva piovuto per chissà
quanto...
Si
mise a ridere anche lui. A fiotti, a colpi,
a botte di riso disperato che uscivano
di colpo dalla pancia, il petto, la gola.
Sotto
il cielo nero, fra l'infinite gocce ghiacce,
Franz e Gino risero e risero, non si sa
nemmeno per quanto.
(Continua)
Per
leggere i capitoli di GINO
precedenti al 21,
vai qui,
all'ARCHIVIO della prima
serie di ZIBALDONI E ALTRE MERAVIGLIE,
e cerca per AUTORE:
Francesca Andreini, o per
TITOLO: Gino. |
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