| |
|
21
maggio 2005 |
Gino/
27
di
Francesca Andreini
Mattoni
Davanti
a Siena, trasfigurati. Stavano tutti e
due muti e sgranati di meraviglia. Davanti
a loro, rossa e raccolta, tutta insieme
gli si parava la città con le torri
e i tetti stretti, mura e pietre e mattoni.
Non
si mossero per un po'. Non ci potevano
credere, d'essere arrivati.
Dopo
il temporale, a marce forzate perché
i soldi erano finiti e c'avevano bisogno
di lavorare, mangiare, riposarsi.
Avevano
camminato e camminato per tutto il giorno
nell'aria fresca e blu, nell'autunno finalmente
arrivato, laborioso e tranquillo.
Mangiato
un pane di carità a mezzogiorno,
dormito in un fienile, ultima notte all'addiaccio
già freddo e umido. Ultima volta
a pancia vuota, sulla terra, fra i rumori
della notte.
La
mattina dopo, strusciato le mani sulle
facce ruvide, che anche Gino cominciava
a sentire i peletti giallognoli e radi
bucare la pelle. Franz non si tagliava
il barbone da giorni e pareva un selvaggio
delle caverne.
Si
guardarono e sorrisero e decisero senza
dirselo che non ne potevano più.
Caricarono
il carro e in fretta e furia via verso
Siena la dolce, rossa città del
riposo.
Ultimo
sforzo, a denti strinti e grandi passi.
Poi
ora che ci stavano davanti non se lo aspettavano
e non si abituavano, che era finita la
corsa. Era finito il pericolo, lo sforzo,
la solitudine e il vuoto.
Gli
tremavano un po' le gambe e non c'avevano
il coraggio di girarsi uno verso l'altro,
perché era il momento di salutarsi.
Fu
Gino a guardare Franz e a tirarlo per
una manica.
Franz
si voltò con gli occhi umidi.
Poi
si buttarono l'uno addosso all'altro e
Gino quasi cascò in terra.
Strinti
a respirare i vestiti umidi, la fatica,
la fame e le paure. L'odore che conoscevano
bene, l'uno dell'altro, e i capelli sulle
facce, anche quelli noti e cari.
Gino
affondò la faccia sul bavero di
Franz e sentì il pomo, in gola,
indurirsi fin quasi a strozzarlo.
Franz
tirava in su col naso e gli batteva con
una mano sulla schiena.
Chissà
quanto rimasero così, a passarsi
odori emozioni, ricordi e pidocchi.
Si
staccarono solo perché erano stanchi
e si dettero la mano.
"Grazie",
disse Gino e Franz annuì.
Poi
prese la cavezza, schioccò la lingua
in gola e mosse il carro verso la città.
Gino lo guardò camminare e ruzzolare
le ruote sulla strada a lungo. Verso la
stessa entrata dove doveva passare lui,
ma non ancora.
Si
dovevano lasciare e quello era il momento.
Gino aspettò e aspettò,
finché Franz fu una macchia lontana
e un punto e poi sparì fra i muri.
Allora
guardò il cielo azzurro, inspirò
fresco e voglia di cominciare.
Scattò
in avanti le gambe e fischiettando infilò
le mani in tasca. Accorgendosi che c'aveva
solo quelle, le tasche, e nient'altro.
Le scarpe rotte, la camicia consunta,
i capelli lunghi sul collo e la barbetta
da capra, in cima al mento.
Ma
era leggero, pulito. Nella giornata trasparente
avvicinandosi alla città sentiva
l'odore del legno nei camini, del cibo
nelle case, i rumori della gente per le
strade e le ruote sul selciato. Come un
riverbero indaffarato di tanta tanta gente,
mentre varcava la soglia gli arrivò
un'onda di vita e smise di pensare per
galleggiare sopra quell'inizio.
Ci
mise poco, buttandosi subito fra le vie
strette. Su e giù per scalinate
di pietra tranquille, senza confusione
né fretta.
Trovò
una strada un po' più trafficata
delle altre, dove c'erano botteghe una
accanto all'altra e senza scegliere entrò
nella prima. Poi nella seconda.
"Avete
bisogno di aiuto? Lavoro bene".
Sarà
stata la quarta o quinta bottega, quando
gli dissero sì.
Gino
rimase un momento sull'uscio, dallo stupore
e la contentezza.
"Ah,
bene!".
Disse.
Poi si richiuse la porta alle spalle e
entrò.
Uno
stanzone alto e largo, di mattoni antichissimi,
impilati metri e metri sulle teste. E
scaffali a perdita d'occhio su tutti i
lati, con pezze di stoffa di ogni colore.
Banchi
lunghi quanto tre persone distese colmi
di ritagli, forbici e metri duri di legno.
Un
commesso spilungone gli fece gesto di
avvicinarsi.
"Il
padrone cerca qualcuno, ci manca un garzone".
Poi
fece cenno a un ragazzo più giovane
di andare a chiamare.
Quello
sparì in una porta e Gino ci si
affacciò. Dava su un'altra stanza
uguale, alta e vasta e piena di stoffa.
Due o tre persone indaffarate su un banco,
a tastare e accarezzare una pezza srotolata
per un paio di metri.
Gino
si tirò indietro e a mani conserte
aspettò tranquillo mentre il commesso
riordinava in giro.
Gli
piacevano i colori e gli odori. Forti,
di tessuti diversi. Quasi si riconosceva
lo spessore e la ruvidezza, dall'odore.
A chiudere gli occhi Gino si lasciava
arrivare il profumo di una stoffa leggera
e esotica, colorata di forte e di chiaro.
E spostandosi appena un tessuto pesante,
tinto scuro, che sapeva d'inverno.
"Buongiorno".
Il
padrone era arrivato e gli stava davanti,
con la sua mezza età un po' curva
e pensierosa, l'abito corretto, la faccia
buona, la testa un po' diradata.
Gino
si ricompose e sorrise.
Venne
preso in prova e cominciò subito,
in quel momento stesso.
Di
lena, senza fermarsi, spostò e
arrotolò, impacchettò, si
arrampicò su scale lunghissime
a riporre le pezze pese come un uomo.
La
sera non capiva più nulla dalla
stanchezza, e ancora la bottega non accennava
a chiudere.
Un
paio di commessi dissero "buonasera",
un vecchio che doveva essere imparentato
col padrone si appisolò su uno
sgabello dietro un banco, il contabile
faceva calcoli su un banchetto nel retro
e il padrone e lo spilungone parlavano
di chissà che.
Gino
c'aveva da spazzare i ritagli e la polvere
e ci dava dentro come sempre, da tutto
il giorno.
Su
e giù, chinato e dritto, spazzava
con forza disperata, anche perché
non mangiava per bene dalla sera di due
giorni prima e gli cominciava a girare
la testa.
Poi
di colpo il pavimento gli ballò
sotto i piedi sempre più forte
su e giù come sul mare aperto,
a Gino gli cascò la scopa e poi
si accorse di sbattere la testa.
Si
fece male e fu la sua fortuna.
Perché
lo portarono al piano di sopra, in casa
del padrone, e si presero cura di lui.
Venne
addirittura il farmacista, a guardargli
il bozzo sul capo che era già gonfio
come una mela e violetto come una melanzana.
Gli ci misero l'acqua fresca e una pomata.
Poi
però, siccome aveva battuto forte,
non gli dettero da mangiare subito. E
tutta la notte Gino si strinse le mani
sulla fame, che gli dava i crampi peggio
dei morsi d'un cane.
L'avevano
messo in uno stanzino stretto stretto,
su un lettino piccolo ma pulito e fresco,
dove sarebbe stato bello dormire, non
fosse stato per la fame e la stanchezza
cattiva.
La
mattina dopo si vestì e pulì
alla bell'e meglio, con una bacinella
d'acqua che gli avevano lasciato in stanza.
Il
peggio erano i capelli, che tutti arruffati
e sporchi non gli riusciva nemmeno di
districarli con le dita.
Era
mattina presto, il buio appena diradato
nella stradina stretta. Gino uscì
cercando di non far rumore e scoprì
che la casa era già tutta in piedi.
Mamma
e figlie, babbo e nonno, tutti intorno
a un tavolo a mangiare a bassa voce.
Sorrisero
a Gino, vedendolo arrivare, e gli fecero
posto.
"Va
meglio?".
La
signora parlava piano piano, con voce
sottile e gentile.
Gino
espanto di gioia si sedette al centro
di dove voleva stare: a tavola, al caldo
e al sicuro.
Sorrise
e ringraziò e dette il meglio in
cortesia e modestia.
Col
latte caldo che scivolava a benedire lo
stomaco e il pane bianco velato di burro
sciolto e conserva di fichi, le cose più
buone del mondo.
Gino
chiuse gli occhi e gli occhi gli si riempirono
di lacrime di gioia. Ma le nascose subito,
perché la famiglia si era subito
preoccupata e lo guardava con compatimento.
C'erano
il nonno rincoglionito e sdentato, vestito
di tutto punto, con la cipolla d'argento
appesa alla catena. Il padrone un po'
curvo sulla colazione. La moglie sottile
e gentile, di mezza età e mezze
dimensioni, mezza voce, i capelli mezzi
bianchi, gli occhi celesti e pacati.
Tre
figliole alte e magre, vestite alla moda,
capelli corti, un po' di nasone. Sembravano
tre gemelle, c'avevano quasi la stessa
età. Gentili e educate, mangiavano
composte e gli passavano la roba, aiutavano
la mamma e scherzavano e sorridevano senza
disturbare.
Una
vecchina che doveva essere la sguattera
si strascicava qua e là e si chiamava
Tina.
Nessuno
gli chiedeva niente, a Gino; era imbarazzante
la fame e la miseria. Non lo pressavano,
non lo offendevano. Lo lasciarono mangiare
e mangiare e anche dopo che ebbero finito
non lo dettero a vedere, perché
lui c'aveva ancora fame e continuava a
inghiottire e bere e imburrare nemmeno
fosse pagato. Avrebbe pure continuato,
ma di colpo si vergognò e ci dette
un taglio.
Finalmente,
dissero gli occhi della famiglia, ma senza
darlo a capire in altro modo.
Il
padrone andò a prepararsi, il nonno
si appisolò sulla sedia, la mamma
e le figlie si misero a riassettare. Una
andò in salotto a accendere la
radio e la musica saltellò per
casa. Le sorelle canticchiarono mentre
aiutavano, mentre prendevano i libri,
mentre salutavano con un bacio la mamma
e con un " arrivederci " il
nonno e Gino.
Che
galleggiava nella beata ammirazione di
fortuna e armonia. Ricca, serena e felice.
Non
li invidiava nemmeno, li guardava come
un oggetto bello e volle viverci vicino,
farsi ricadere addosso un po' della loro
vita.
Infatti
fu piazzato a dormire nella stanzetta.
E gli venne dato da mangiare due volte
il giorno, la mattina e la sera, ma non
con la famiglia; insieme alla Tina che
spelluzzicava appena, perché non
c'aveva denti.
Si
alzava a buio, mangiava, correva a bottega.
Sgobbava tutto il giorno e aspettava.
Aspettava la sera, in cui il padrone chiudeva
il bandone e lui restava a finire di pulire.
Per poi salire a mangiare in cucina mentre
gli altri stavano nel salottino a sentire
la radio, raccontare, canticchiare.
Non
guadagnava niente ma mangiava bene e dormiva
al caldo e al pulito.
Tutto
il giorno fra le pezze che cominciava
a conoscere. Il lino e il cotone, la lana,
cotonino, nido d'ape, seta, grisaglia,
taffettà.
Gli
piaceva scivolare i diti sui tessuti.
Gli piaceva annusarli di nascosto, veloce,
mentre li metteva a posto. Erano nuovi,
intonsi. Stoffa pura senza storia, pronta
all'uso, che sapeva ancora solo delle
fabbriche e dei telai, dei colori che
l'avevano imbevuta e dello stanzone che
le conteneva.
Che
era salubre, asciutto e tiepido. Il padrone
ci teneva da matti, che non diventasse
mai freddo, o umido, o polveroso. Lo pulivano
come un ospedale e ai primi freddi ci
furono subito pronte le stufe di ghisa,
da mattina a sera, e la brace calda la
notte, che il giorno dopo era ancora arancione
e bastava un po' di pezzi di carbone per
far riprendere il fuoco.
Tutti
erano puliti e sani, lì dentro.
Anche a Gino gli venne dato vestiti nuovi
e pezzi di sapone e lamette. Coi soldi
della prima mancia fece un salto dal barbiere
e quando tornò rasato e imbrillantinato
il padrone si congratulò.
Si
vedeva che gli piaceva, Gino. Perché
come lui lavorava e non parlava, non si
affacciava in strada, non scherzava e
non c'aveva grilli per la testa.
Il
commesso più importante, lo spilungone,
non faceva che riprendere quegli altri
che uscivano a fumarsi una sigaretta,
guardar passare una ragazza, far due chiacchiere
coi commessi degli altri magazzini.
"Dentro,
c'è da fare!".
Anche
nei momenti che lo stanzone era vuoto,
le pezze tutte allineate a profumare sugli
scaffali, il magazzino lindo e il nonno
a russare accanto alla stufa.
"Bisogna
sempre trovare qualcosa da fare",
diceva lo spilungone, che si chiamava
Marzio, e dava l'esempio mettendosi a
spostare pezze, cercando un ordine per
fare venire meglio i colori, o spolverando
il banco, o controllando i metri, che
fossero tutti uguali.
I
commessi mugugnavano e si mettevano a
ciancicare con la stoffa, senza sapere
davvero che fare.
"Non
vi devono mai trovare senza far nulla;
un magazzino con la gente appoggiata al
banco prima o poi chiude".
Quando
arrivava un cliente, addirittura, Marzio
e il padrone si mettevano a srotolare
pezze così, come stessero lavorando
già per qualcuno.
E
Gino gli piaceva a tutti e due perché
non si fermava mai. Quando entrava qualcuno
c'era sempre lui che spazzava, o riordinava,
come se fino a quel momento ci fosse stata
una baraonda di gente ad arraffarsi la
stoffa. E invece magari era due giorni
che non entrava nessuno e loro erano stati
tutti quanti a contare le gocce di pioggia
per ore e ore intere.
Gli
veniva proprio bene, quel mestiere.
Se
lo sentiva nei diti, nel naso. Osservò
per qualche settimana e poi l'avrebbe
saputo fare meglio lui di chiunque altro.
Perché
gli piaceva guardare Marzio e il padrone
che accoglievano i clienti. Quelli già
noti e quelli nuovi. Gentili, attenti,
all'ascolto. Pareva fossero lì
per risolvere tutti i problemi di questo
mondo. Al servizio di chi entrava, obbliganti,
si indaffaravano e indaffaravano tutti
i commessi, Gino vide che ci mettevano
molto più della lena necessaria
a trovare quello che il cliente cercava.
Che era facile, in realtà, perché
lì dentro c'era un ordine perfetto
secondo le materie, i costi, i colori.
E in fondo a ogni pezza c'era attaccato
un foglietto con una sigla in lettere
che al cliente non diceva nulla ma che
voleva dire, in codice, qual era il minimo
e quale il massimo da chiedere al metro,
per quel tipo di stoffa.
Lì
stava l'abilità vera. Arrivare
al massimo, facendo uscire il cliente
beato, convinto d'aver pagato il minimo.
E
lì il padrone era imbattibile.
Perché con quella faccia buona
e il portamento serio la gente avrebbe
giurato sul suo nome. Gli avrebbe dato
le chiavi di casa e in sposi i figli.
Si
metteva a soffrire, durante la contrattazione.
Come uno che vorrebbe fare meglio, davvero,
e è tanto triste di vedere il cliente
scontento, o in difficoltà. E sempre
salendo e scendendo scale, srotolando,
tastando, grattandosi il mento a scegliere
per il meglio. E mostrando, mostrando,
anche quando il cliente, ricoperto di
stoffe, chiedeva pietà, aveva trovato
quello che cercava, grazie che non si
desse più disturbo.
Ma
quale disturbo, era un piacere, e poi
c'aveva un'idea che forse gli sarebbe
piaciuta... ecco un'altra pezza di un
altro genere, un altro colore. No? Non
va? Meglio la prima? Non c'è problema,
davvero, non si preoccupi, poi mettiamo
a posto, si figuri è il nostro
lavoro...
E
il cliente ci pensava su e poi, se poteva
(ma già si sapeva, che poteva)
visto che c'era si faceva venire in mente
un'occasione. "Fra un po' è
il compleanno di mia moglie... ma sì,
mi dia anche quella".
Contenti
come pasque, quando incassavano. Anche
i commessi, che c'avevano lo stipendio.
Anche Gino, che c'aveva vitto e alloggio.
Entrava nel sangue, il rituale. Dell'accoglienza,
lo studio, la manfrina e la vendita.
Quando
poi a fine sera il contabile chiudeva
la cassa gli veniva a tutti la gioia di
quei soldi che il padrone aveva guadagnato.
(Continua)
Per
leggere i capitoli di GINO
precedenti al 21,
vai qui,
all'ARCHIVIO della prima
serie di ZIBALDONI E ALTRE MERAVIGLIE,
e cerca per AUTORE:
Francesca Andreini, o per
TITOLO: Gino. |
|
|
|
|
| |
|
|