a
Gianni Celati
Ho
vissuto sei mesi nell'isola di Koriyambi,
ma gran parte del tempo l'ho trascorso
nella capitale, la città di Soyumba.
Le
osservazioni che seguono non sono i
rilievi di un antropologo e neppure
gli appunti ordinati di un viaggiatore
curioso, ma soltanto le impressioni
che nelle sere piovose annotavo ogni
tanto sul taccuino. Quando ero nei villaggi,
scrivevo al lume fioco della lampada,
in baracche di legno a forma di piccola
piramide, che chiamano ha-haué.
Quand'ero in città, scrivevo,
sempre di sera, in una confortevole
casetta di pietra, illuminata da una
luce soffusa.
Il
ruolo di informatori lo hanno avuto
di volta in volta le persone che incontravo
al mercato o nella Casa celeste, che
è come la nostra chiesa, oppure
nella Volta Accogliente, che è
l'edificio della città dove si
celebrano la maggior parte dei riti.
Casa Celeste e Volta Accogliente sono
la traduzione, certo approssimativa,
di Haué-mbie e di Aan-melapye.
L'isola
si trova a sud della linea equatoriale,
tra il ventiduesimo parallelo e il Tropico
del Capricorno e dista dalla costa occidentale
dell'Africa circa mille leghe. La savana
del nord lascia il campo, già
sotto la città di Soyumba, a
un deserto che si spalanca tra dune
rosse, piane dalla sabbia fine e giallorosa,
tratturi per carovane. Il deserto poi
degrada dolcemente verso la catena di
basse scogliere che s'affaccia sul mare.
Nelle terre che si aprono tra il nord
della capitale e la linea della savana
si coltiva cotone, ma anche caffè.
Qualche bananeto si può trovare
tra i villaggi che scendono verso la
costa sud orientale. Fino alle soglie
del Novecento era ancora sfruttata una
miniera di diamanti: si trovava a sud
ovest dell'isola, e tuttora si possono
vedere sul luogo trivelle arrugginite,
rovine di vecchie costruzioni e cunicoli,
ora rifugio delle uerené,
una sorta di lepri del deserto, dal
mantello fulvo, vigilissime e veloci,
che usano rubare le scorte di cibo dei
viaggiatori, quando questi sono costretti
a soste impreviste a causa di improvvise
tempeste di vento.
Altri
animali abitano l'isola, come gatti
selvatici, diverse specie di scimmie,
il leone della savana, un felino detto
pantera viola, il mikuyì,
cane che somiglia al nostro pastore
tedesco, senonché è indolente,
trascorre il più gran tempo in
uno stato che potrebbe dirsi di letargo,
si nutre solo di pesci d'acqua dolce,
e dinanzi alle capanne dei villaggi,
invece di fare la guardia, va incontro
agli sconosciuti facendo grandi feste
e balzando talvolta, con tutto il suo
peso, in collo al visitatore, tra guaiti
di benvenuto e slinguate affettuose.
Molti uccelli migratori scelgono l'isola
per le loro soste, soprattutto a primavera,
quando le balze di sabbia si velano
di chiazze erbose gialle e verdi che,
se osservate da vicino, si rivelano
essere bassi cespugli punteggiati da
bacche blu. Un costume diffuso sia nei
villaggi sia nella città è
addomesticare specie di uccelli le più
diverse. Così non è infrequente,
entrando in una capanna o in una casa,
essere accolti da trilli e cinguettii
che paiono certo festosi, ma forse sono
solo di richiamo o di malinconia. In
tutta l'isola è poco praticata
la caccia, mentre è assai diffusa
la pesca, almeno lungo le scogliere
meno impervie. Nei giorni di mare calmo
piroghe veloci si allontanano dalla
riva: l'equipaggio è composto
dal vogatore e da un suo compagno che
chiamano wehalini, cioè
amico dei pesci. Costui, a un miglio
circa dalla costa, si tuffa e cerca
di scorgere, scendendo in apnea, qualche
grosso pesce, del quale, una volta individuatolo,
prende a imitare guizzo e movimenti.
Risale in superficie e ridiscende più
volte finché non accade che il
pesce entri in confidenza col nuotatore
e voglia giocare con lui. In quel caso
l'amico dei pesci non risale più
sulla piroga, ma tra inseguimenti e
abili mosse da gioco, conduce il pesce
fin verso la riva: qui esso è
accerchiato da altri pescatori e catturato
vivo. Per questa particolare forma di
pesca la popolazione dell'isola è
chiamata in tutto l'arcipelago wehalingalì,
che vuol dire ingannatori di pesci.
La
lingua dei soyumba - non ho mai saputo
se è l'etnia che prende il nome
dalla capitale o la capitale dall'etnia
- è una lingua prevalentemente
vocalica: quanto alle consonanti, dominano
le labiali e le palatali. Il lessico
pare essere ricchissimo, infatti per
ogni oggetto ci sono più nomi,
in rapporto alle stagioni diverse dell'anno.
Inoltre le cose più familiari,
e anche i nomi delle persone prossime,
hanno un'ulteriore variante: di giorno
un nome, di notte un altro. Quando ho
chiesto a uno studioso locale ragione
di questa pluralità, egli mi
ha elencato molti motivi, tra i quali
qui voglio ricordarne almeno uno. Il
nome, egli diceva, non è che
un'approssimazione all'essenza della
cosa nominata, essenza che resterà
sempre un enigma: più nomi si
danno, più qualità della
cosa si possono designare o almeno supporre,
e di conseguenza maggiori probabilità
ci sono che i nomi afferrino un frammento
di quella inconoscibile essenza. E aggiungeva:
quanto alla variabilità dei nomi
di persona tra il giorno e la notte,
essa si spiega col fatto che la differenza
tra la luce e le tenebre agisce nei
modi di sentire e di pensare: ciascuno
di noi è diverso lungo l'arco
del giorno, ma lo è soprattutto
quando passa dal giorno alla notte.
Devo aggiungere che lo studioso da me
interpellato aveva compiuto i suoi studi
in una università europea.
La
lingua dei soyumba somiglia davvero
al canto, tanto che nei discorsi rituali
c'è sempre un accompagnamento
musicale, con tamburi e strumenti a
fiato che chiamano yu-yombalipé:
una sorta di ottoni dal suono squillante
e dolce. La lingua è ora scritta
con lettere dell'alfabeto latino: un
comitato di esperti, non molti anni
orsono, ha codificato il passaggio dall'oralità
alla scrittura. La letteratura era,
fino a qualche anno fa, soltanto orale,
ma ormai la scrittura è insegnata
e praticata, al punto che anche nei
villaggi più remoti si vedono
affissi avvisi e scritte pubblicitarie.
La
religione, in parte animistica, ha molti
riti. Tra questi una specie di processione
in onore dello spirito femminile chiamato
Abalawa-ilé, cioè
Signora delle gru. Nude, inghirlandate
e tatuate, decine di donne dalla pelle
d'ambra aprono il corteo, danzando e
sorseggiando da coppe di legno una bevanda
inebriante. Seguono uomini vestiti di
tuniche bianche, che incedono con grande
solennità. Quando il corteo è
giunto nella piazza che si trova a ridosso
delle mura, i musicanti si dispongono
in cerchio e nel cerchio vengono chiamate,
di volta in volta, due donne, le quali,
liberatesi dalle ghirlande, si affrontano,
nude, in una sorta di danza che è
allo stesso tempo una lotta. La vincitrice
va a scegliersi uno degli uomini del
corteo e se lo conduce in una casa fuori
porta detta Ahué-mbani,
cioè Casa degli amori. Più
fortunate sono le prime sorteggiate,
perché può accadere che
tra gli uomini del corteo ci siano i
loro innamorati: in quel caso li scelgono
con un forte grido di gioia. Le sfide
durano fino all'alba, quando, così
dicono, lo spirito è soddisfatto
dei tributi d'amore ricevuti. Nonostante
la straordinaria ospitalità praticata
nella città di Soyumba, agli
stranieri non è dato partecipare
a questo rito amoroso, a meno che essi
non abbiano già dimostrato di
saper venerare con danze e canti la
Signora delle gru. Ho conosciuto un
giovane antropologo francese che, per
poter partecipare a questo rituale o,
come lui sosteneva, per poterlo conoscere
meglio e meglio descriverlo nella sua
ricerca, s'è sottoposto a lunghi
esercizi di apprendimento delle danze
e dei canti e s'è mostrato in
grande interiore confidenza con lo spirito
della divinità, o così
ha fatto credere. Gli è accaduto
di essere tra i prescelti, ma la notte
trascorsa nella Casa degli amori lo
ha persuaso a procrastinare la partenza.
Oggi, a due anni da quell'evento, il
giovane è ancora nell'isola.
Le
strutture di parentela hanno codici
che si riflettono nella lingua, nelle
forme di interlocuzione, nei pronomi.
Insomma la ricchezza della lingua è
in relazione con la complessità
e vastità dei rapporti familiari.
La poligamia e la poliandria sono praticate
entrambi, col risultato di una rete
parentale di difficile decifrazione.
Le nozze sono frequenti e il rito è
celebrato nella Volta Accogliente, un
edificio altissimo, a cupola, con il
pavimento cosparso di stuoie di seta.
Dopo le danze e le offerte gli sposi
vengono lasciati soli, su un tappeto
di fiori che si trova in un angolo della
Volta. Prima della partenza degli ospiti,
lo sposo canta versi di un poema cosmogonico
yorumba, che tradotti e accomodati nella
nostra lingua vogliono dire: "La
nuvola è precipitata sulla terra
/ sciogliendosi in lacrime di gioia
/ perché ho fatto della tua pelle
d'ambra / la veste del mio desiderio".
La donna risponde, cambiando tonalità
e registro: "I miei giorni saranno
la tua casa, / i miei occhi guarderanno
i tuoi sogni, / il mio ventre sarà
il fiume che scorre / nella valle del
tuo futuro".
Nell'isola,
dopo la fine della colonizzazione si
sono alternati diversi sistemi di governo,
e da un decennio vige un ordine che
potremmo dire repubblicano e democratico
se non permanessero in uso alcuni istituti
dei vecchi sistemi, come il diritto
del Presidente di nominare dieci parlamentari
scelti nel suo clan di provenienza e
il diritto di farsi rappresentare, in
alcune pubbliche manifestazioni, da
una delle sue donne. Una volta che una
donna abbia rappresentato il Presidente,
la sua considerazione sale moltissimo
presso gli uomini, e la percezione della
sua bellezza si fa più intensa,
cosicché finisce con l'essere
desiderata da molti e molti sono in
effetti coloro che la chiedono in moglie.
Sembra che questo sia uno dei modi cui
il Presidente ricorre per sciogliere
un rapporto già logoro.
Il
sistema giudiziario ha particolarità
sorprendenti per noi europei. I tribunali
sono tutti popolari, eletti democraticamente,
rinnovati anno dopo anno. Essi non possono
comminare pene corporali e neppure pecuniarie,
ma soltanto per così dire morali.
È infatti il giudizio della pubblica
opinione che pesa più della condanna.
Il condannato deve scegliere da sé
il tipo di pena, sapendo che se non
c'è corrispondenza tra la gravità
del reato e la pena, non solo sarà
sospeso dai pubblici uffici, ma sarà
sottoposto ad alcune privazioni che
per quel popolo sono pressoché
insopportabili: non può essere
ospitato né ospitare, non può
partecipare ai riti nuziali e alle processioni
d'amore, non può prendere moglie
per tre anni. La condanna più
grave che uno si possa dare è
quella di andare a vivere per sei mesi
tra i pinnacoli dell'Azzurra Dimora
- nella loro lingua Hanvewa-Yablà
- e dormire a quell'altezza su una lastra
di pietra, visitato da cicogne e sparvieri.
Il cibo, in questi casi, gli viene portato
una volta al giorno da custodi.
Tra
le credenze ancora diffuse c'è
quella che attribuisce ai raggi lunari
il potere di guarire da malattie anche
gravissime. Ma la cosa può accadere
quando la luna è al secondo quarto
e alta nel cielo invernale. Così
si vedono nottetempo carovane lasciare
la città e seguire, fuori dalle
mura, il cammino che conduce sulle balze
desertiche. I soyumba credono che la
luce lunare sia un effluvio profumato
e benefico: per questo non solo i malati,
ma anche i loro accompagnatori espongono,
nelle notti del deserto, parti del corpo
bisognose di cure, anche di cure preventive.
Questo culto della luce lunare ha i
suoi riflessi negli interni degli edifici
pubblici e spesso anche nelle case private:
le sorgenti di luce elettrica sono sempre
coperte da veli di seta, l'uso del neon
è proibito, i punti di ombra
nelle sale pubbliche sono ritenuti privilegiati.
La
credenza nella virtù dei raggi
lunari ha favorito il successo di abili
commercianti. Costoro vendono bottiglie
d'acqua esposta per più notti
alla luce della luna in luoghi particolarmente
impervi del deserto. Non sono pochi
i banchi del mercato che espongono queste
merci ritenute miracolose. È
questo uno degli aspetti che più
mi hanno ricordato le nostre usanze.
Mentre - per restare al mercato - tutto
lì è diverso dai nostri
costumi, tranne il vociare della folla,
le grida dei venditori, gli inganni
sui prezzi. Fatta eccezione delle merci
deperibili e di rapido consumo, niente
è comperato per sempre, ma soltanto
acquisito, sotto forma di prestito,
per un certo periodo mai superiore ai
sei mesi. Questa è la ragione
per la quale il turista di passaggio
non può acquistare nient'altro
se non provviste per il tempo del suo
breve soggiorno. Di fatto molti propongono
una revisione di questo sistema, ritenuto
peraltro all'origine del diffondersi
di furti e rapine e indebite appropriazioni.
Le
abitazioni nella città di Soyumba,
che ha trentamila abitanti, sono di
pietra e di legno, disposte non una
addossata all'altra lungo strade, ma
isolate da piccoli spazi intermedi,
per lo più usati per i giochi
dei bambini. Accanto a tracce di architettura
coloniale si possono riscontrare modelli
riportati dalla struttura edilizia dei
villaggi e trasferiti nella pietra.
La casa cittadina è insomma una
grande capanna di pietra, con un'ampia
finestra sul retro e una specie di rosone
sopra la porta di ingresso. Gli edifici
pubblici sono invece alti, solenni,
spaziosi: non è infrequente l'uso
del ferro e del vetro, accanto alla
pietra e al legno.
Le
emozioni sono manifestate senza pudore.
M'è accaduto di vedere spesso
ragazze e ragazzi, ma anche adulti,
piangere d'improvviso nel corso di una
conversazione, o nell'angolo di un edificio,
apparentemente senza motivo. Ho poi
saputo che un ricordo che sopravvenga
improvviso, la vista di una foglia tremolante
al vento d'autunno, una formica che
s'affanna cambiando direzione più
volte, una goccia d'acqua che prima
di staccarsi dalla grondaia trema per
un istante possono essere la causa delle
lacrime. Del resto è nota anche
presso altre popolazioni dell'arcipelago
la sensibilità dei soyumba nei
confronti dei fenomeni naturali, la
loro capacità di percezione del
minimo evento, e soprattutto la convinzione
che un sentire pulsa in tutte le cose,
le quali vivono anch'esse di una loro
vita. Come il riso, anch'esso frequente,
il pianto è contagioso, ma presso
i soyumba è connesso più
alle proprie situazioni di gioia o alla
sofferenza altrui che alle situazioni
di dolore personale. Il dolore provoca
in genere uno stato di mutismo, la contrazione
del volto in una specie di astrazione,
un'assenza e lontananza che sembra sottrarsi
a ogni percezione dell'esterno.
Alla
morte di un familiare o amico segue
una danza rituale, che dura l'intera
veglia funebre. Il giorno dopo, al momento
della cremazione, mentre alcuni suonano
per ore con i flauti e i tamburi una
musica dolcissima, gli amici del defunto
che possiedono uccelli in gabbia si
recano alla cerimonia e liberano i volatili
dicendo: "Accompagna il mio amico
tra le nuvole, vola con lui e portalo
dove l'oceano è di pietra e le
case sono d'acqua". Non si usa
piangere il morto, non perché
sia forte presso i soyumba la credenza
di un aldilà, ma perché
è radicata un'idea del tempo
diversa dalla nostra. Lo scorrere del
tempo umano è percepito in relazione
strettissima con lo scorrere del tempo
cosmico, e questo comporta due convinzioni:
l'esistenza individuale è molto
meno che il volo di un'effimera, se
osservata dalla prospettiva del tempo
dell'universo, inoltre ogni passaggio
nel visibile - tale è la vita
individuale - permane come presenza
anche se sembra cancellato. Insomma
non è tanto l'irreversibilità
del tempo oggetto della riflessione,
quanto la trasformazione di un tempo
visibile in un tempo invisibile. Ciò
che è passato perdura, trasformato
in energia dell'universo.
Di
altre credenze e di altri costumi dei
soyumba dovrei parlare, dei giochi diffusi
tra i bambini e gli adulti, della medicina
popolare, dei culti, dei riti di iniziazione,
dei residui di virtù sciamaniche
rintracciabili presso i vecchi di qualche
villaggio, del teatro, delle forme d'arte,
dei modi con cui la tradizione viene
insegnata e coltivata, dei rapporti
con la modernità e con il turismo
che da qualche anno approda, consistente,
anche nell'isola di Koriyambi (un aeroporto
è progettato, limitrofo alla
capitale), attratto dalla bellezza di
alcune cale marine e dai colori superbi
dei tramonti. Ma per raccontare tutto
questo con una cognizione non superficiale
occorre ch'io torni laggiù. Per
ora rinvio un viaggio pur fortemente
desiderato. Forse perché l'ala
di un dubbio mi sfiora spesso: sarà
solo un viaggio oppure un addio al mio
paese, alla mia lingua, ai miei affetti?
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