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1
luglio 2005 |
Gino/
28
di
Francesca Andreini
Dai
Ricci
Il
signor Ricci, il padrone, non c'aveva
mai avuto un problema.
A
dire il vero nemmeno suo padre, che aveva
avuto il magazzino dal suo, che l'aveva
avuto dal suo. Nei mattoni rossi e il
legno stagionato degli scaffali c'era
già passato un secolo d'anni e
tutti senza problemi. Siccome avevano
investito soldi che già c'erano,
per comprarlo. Commercianti da sempre,
il bisnonno aveva cominciato poco più
in là con un fondo più piccolo.
E anche il padre di lui era nei cenci.
Da che in famiglia c'era memoria della
famiglia senza debiti, senza dubbi, senza
guai. Nei secoli laboriosi e chiusi.
Il
fratello anche, era nelle stoffe. Lui
c'aveva avuto l'idea di fare le camicie
già pronte e di venderle nel primo
fondo, poco lontano, che era ancora loro.
Era stato un successo, un sollievo per
i clienti. Niente sarto, niente prove.
Le camicie di tutte le grandezze e forme
e colori impilate in bell'ordine su scaffali
lucidi di mogano.
Non
sapeva se ce n'era degli altri a aver
avuto la stessa idea. Ma siccome lui era
già da parecchi anni che faceva
le camicie pronte, ci sta il caso fosse
davvero il primo.
Veniva
spesso nel magazzino. Perché pure
se le camicie vendevano bene, c'era sempre
dei giorni morti dove farsi passare le
ore non era roba da nulla.
"
Buongiorno".
Anche
lui sortiva la voce in modo pacato, si
scusava del disturbo e se per caso c'era
suo fratello...
Poi
si mettevano in un angolo a parlare, a
guardare le pezze, a dondolarsi sui tacchi.
Non
che ci fosse poi tanto da chiacchierare.
E
l'autunno si inoltrò nell'anno,
quasi senza che Gino mettesse il naso
fuori. Perché fra uscio e bottega
non c'era che un pezzetto di strada e
una rampa di scale. E dall'alba al tramonto
lavorava e basta e poi, quando arrivava
il buio, dopo poco dormiva. La domenica
restava in casa a riposarsi e ascoltare
la gioia della famiglia nelle stanze accanto.
Andava
in giro solo per qualche consegna, col
foglietto delle spiegazioni scritto preciso
preciso da Marzio, e non si sbagliava
mai. Destra, sinistra, dritto, attraversare
la piazzetta e poi subito a destra...
Per
le vie rosse e strette, dove faceva già
freddino e pioggerellava quasi tutti i
giorni. C'era poca gente, da quelle parti,
fuori dalla strada delle botteghe. Case
silenziose, su per ritto alte alte inerpicate
sui mattoni per quattro o cinque antichissimi
piani. Il cielo era una striscia grigia
nel mezzo dove svolazzava qualche piccione
grasso. Solo nei vicoli sul retro c'erano
dei panni stesi, in dei pertugi così
stretti che alle donne gli bastava allungare
il braccio per ritirarli tutti.
Così
nei giorni e le settimane per Gino c'era
solo il via vai dei clienti e delle pezze
su e giù dagli scaffali.
Però
adesso la sera, mentre lui mangiava in
cucina, in salotto c'era un certo trambusto.
Le
ragazze parlottavano in continuazione
e il padrone doveva zittirle, per sentire
la radio.
Allora
quelle si spostavano nella loro camera,
da dove ancora si sentivano cianciare
e ridacchiare.
Poi,
ce n'era una che arrossiva sempre per
qualcosa che le veniva in mente, e che
cantava le canzoni fra sé e sé
e le altre la prendevano in giro per questo.
La
Tina disse a Gino che l'Adele era fidanzata
e che a marzo si doveva sposare.
Un
colpo di fulmine, un compagno di studi.
E che quelli così era bene farli
sposare presto, sennò facevano
delle sciocchezze.
Parevano
passeri in procinto di volare: le sorelle
cinguettavano e saltellavano per casa.
La più grande si sposava, stava
per tuffarsi lontano. E le altre a seguire,
ne erano sicure. Si capiva da come cantavano
e alzavano la radio, quando il babbo non
c'era.
Se
poi c'era delle notizie serie, subito
la spegnevano e a Gino gli rimaneva nell'orecchio
la voce forte di Mussolini che abbaiava
di coraggio e destino e di chissà
che altro, perché non gli riusciva
mai di finire un discorso.
Il
bel tomo cominciò a bazzicare per
casa, sempre più spesso. Alto,
fusto, giocava a tennis e era tutto abbronzato,
nonostante la pioggia. I capelli impomatati
chissà di che colore erano, sotto
i chili di brillantina Linetti.
Sorrideva
e scattava in piedi, salutava con garbo
e stava simpatico a tutti.
Poi,
appena restava solo con la fidanzata allungava
le mani dappertutto, la spingeva contro
i mobili, le faceva il solletico coi labbri
sul collo. Certo, meglio si sposassero
subito.
La
Tina, a guardia della coppietta, tossiva
forte prima di entrare a separarli e "volete
dei biscotti col tè? O un pezzettino
di torta?", vociava. Qualunque cosa
per riempirgli le bocche, che smettessero
un minuto di sbaciucchiarsi.
A
dicembre vennero anche i genitori di lui,
a fare l'entratura. E siccome era domenica
Gino se la spiò tutta dalla cucina,
la cerimonia tesa e trista delle due famiglie
che si annusavano, valutavano, restavano
per forza un po' deluse l'una dall'altra.
"Per
i figli non si ha mai abbastanza...".
Diceva
la signora Ricci, a chi le chiedeva se
era contenta.
Alla
fine era quasi una tortura stare in casa
perché fra risa, svolazzi e cinguettii
si entrò nei preparativi delle
nozze e fra corredi e incontri amorosi
in casa non c'era più pace.
Il
padrone e Gino adesso ci facevano notte,
a bottega, e nei giorni di festa vagavano
spaesati per le vie dei dintorni, ognuno
per conto suo. Qualche volta si incrociavano
per caso, dietro un angolo, e si sorridevano
impacciati. Se era brutto tempo trovavano
delle scuse per continuare a lavorare.
A
Natale fu il trionfo. I regali a fiotti;
lui aveva esagerato e gli riempì
la casa di vestiti, libri, fiori.
I
signori Ricci un po' in imbarazzo, gliene
fecero restituire qualcuno alla fidanzata
e cercarono di restare all'altezza. Al
padrone gli toccò correre in giro,
la vigilia, per cercare qualche cosa di
più delle camicie che aveva preparato.
Gino
scrisse a casa, dopo mesi e mesi, per
dare notizie.
Stava
bene, aveva un lavoro onesto, che gli
dessero notizie di loro, ora che aveva
un indirizzo fisso. E che gli facessero
sapere se avevano bisogno di qualcosa.
Mandò anche qualche metro di stoffa
in regalo: per suo padre un cotone celeste
per camicia e alla mamma un popelin stampato
a fiorellini chiari, per un vestito estivo.
Il
venticinque non c'aveva voglia di stare
in casa. Già s'era intrufolato
troppo nella famiglia Ricci, senza che
loro lo sapessero. Ne ascoltava i discorsi,
la musica, i sospiri. Dalla cucina al
resto di casa in pochi metri di corridoio
il suo orecchio arrivava dappertutto.
Però
erano tanto riservati e garbati, e Gino
non si rivelò mai. Mai dette a
vedere di sapere qualcosa dei loro umori
e dei loro interessi.
E
Natale non avrebbe saputo come starci,
lì dentro. Loro troppo gentili
per non invitarlo, e troppo chiusi a nocciolo
perché gli facesse davvero piacere
averlo.
Allora
Gino si tolse d'impaccio andando un po'
in giro.
Silenzio
e strade vuote.
Fumo
odoroso dai comignoli e voglia di neve
nel cielo. Non faceva nemmeno freddo.
L'aria secca e senza vento, col cielo
bianco e basso basso, tranquillo a covare
i fiocchi. Gino si tirò su il bavero
e ascoltò il rimbombo dei suoi
passi sul selciato. Nelle case tavole
e gente, cibo, auguri dietro i vetri.
Gino
si prese un paio di messe, tanto per far
qualcosa, e poi finalmente fu l'ora di
tornare.
Gli
toccò anche degli avanzi, che li
avevano messi via da parte apposta per
lui.
E
nella cucina calda, con intorno la casa
al buio e vuota perché i Ricci
erano usciti a trovar parenti, Gino si
godette le lenticchie e il cotechino,
i mandarini, le noci, il panforte. Il
silenzio e la pace.
Dopo
qualche giorno gli arrivò una lettera
da casa. Notizie, dopo due anni e mezzo.
Non
riuscì nemmeno a mangiare quella
sera; dopo aver trovato la lettera sul
tavolo di cucina, si rintanò nella
cameretta al buio. Con la busta sdraiata
sul lettino, davanti a lui, gonfia di
fogli e di chissà cosa. Gli ci
volle parecchio prima di trovare il coraggio.
Poi l'aprì, strappandola malamente
perché pareva l'avessero chiusa
col mastice. E mentre apriva gli venne
la paura e si pentì. Che gli era
venuto in mente... dopo tutto quel tempo...
meglio lasciar le cose come stavano, che
c'era da andare a stanare i suoi... chissà
che gli avrebbero detto...
Ancora
mentre leggeva le prime righe non capiva
nulla che c'era scritto, da com'era preoccupato
e pentito.
Poi,
piano piano, i giri e i punti di inchiostro
gli presero la forma di lettere e parole
e gli arrivarono anche i significati.
Caro
Gino, come era bello sentire sue notizie
dopo tanto tempo. E potergli riscrivere.
Dopo tanti patimenti e preoccupazioni
che gli aveva fatto passare. Si erano
chiesti tante volte perché fosse
scappato e come stesse, dove fosse, se
fosse vivo o morto...
E
ogni tanto arrivavano cartoline, e perché
non gli aveva mai detto come campava?
E i soldi mandati ogni tanto, come li
aveva guadagnati? E che faceva esattamente
ora? E davvero non correva pericoli e
stava bene in salute?
Loro
tutti stavano bene, a parte il babbo che
da quando era andato via lui era peggiorato
con lo stomaco e oramai non riusciva a
mangiare quasi più niente.
Stava
sempre alla Previdenza ma non riusciva
più a fare il lavoro a cottimo
e i soldi non bastavano. Con i fratelli
ancora agli studi, se potesse mandargli
anche qualche cosa, ora che aveva un lavoro...
Il
babbo non gli voleva scrivere perché
era ancora arrabbiato con lui e un giorno
di un paio d'anni fa aveva detto anche
che per lui era come fosse morto. Però
di sicuro invece era contento di avere
notizie e se d'ora in poi Gino si comportava
bene magari un giorno gli sarebbe anche
riuscito di rivedersi e di parlarsi ...
I
fratelli lo salutavano e speravano che
sarebbe tornato, prima o poi. Lo avevano
aspettato tanto. Mesi e mesi. E piangevano
tutti insieme, la sera, quando arrivava
il buio e lui ancora non era rientrato.
Ora
erano cresciuti, due ragazzoni. E tanto
bravi, studiosi. Anche in quel momento,
erano sui libri, a preparare un'interrogazione.
Speravano
tutti che prima o poi si sarebbero rivisti.
Un giorno, a Dio piacendo, e intanto che
si sentissero ancora, e anche grazie della
stoffa, che appena ci sarebbe stato tempo
si sarebbe messa a cucire.
Gino
avrebbe voluto leggere ancora e ancora
e gli venne un tuffo di vuoto quando la
lettera finì. Allora la rilesse
e la rilesse. Poi si distese e se la mise
accanto.
Che
doveva farne, ora, di quella lettera?
Lui
voleva solo farli stare tranquilli, non
voleva tornarci nel mezzo...
Si
addormentò così e si svegliò
varie volte nella notte diaccio e agitato.
Per
fortuna dopo pochi giorni le feste finirono
e anche l'atmosfera un po' instupidita
dalla neve e gli insaccati.
Ora
pioveva acqua grossa e fredda e le strade
rivolavano giù l'inverno da tutte
le parti.
Poi,
appena il brutto tempo dava tregua, c'era
parecchio daffare. Il lavoro era lì,
a pretendere e instradare. Gino era contento
di avere quelle giornate così piene
e calde. Fra i muri tiepidi del magazzino,
le stoffe volavano e atterravano, si arrotolavano,
scioglievano compere e chiacchiere, stringevano
mani e affari.
Lui
e il padrone non si stancavano mai, tornavano
a casa sempre per ultimi.
Perché
a casa l'aria s'era fatta davvero pesa.
Ancora
i preparativi, sì, ma senza più
leggerezza e risatine. Era diventato un
lavoro a cottimo e venivano anche delle
ricamatrici a lavorare in casa, per guadagnar
tempo.
Poi, non era solo questo. Era che non
si sentiva più un certo trillo,
i passetti veloci, le battute soffocate.
Adesso
c'era che mugugni e scontenti, reprimende
per il lavoro com'era venuto male, per
i capelli tagliati troppo, per il tempo
uggioso, gli studi, le sorelle. Alla fidanzata,
tutto le faceva ombra.
Dopo
cena non c'era più le canzoni e
il chiacchiericcio. Gino si mangiava le
sue minestre piano piano, in punta di
cucchiaio, attento a non fare rumore.
Dalla
radio, il notiziario con la guerra in
Abissinia.
Poi
si alzava, cauto, sollevando la sedia
e adagiando la scodella nell'acquaio come
fosse cristallo di Boemia.
Con
la Tina, meglio non provarci nemmeno a
scambiare parola, perché era sorda
e per rispondere si metteva a vociare.
Allora,
giusto per non andare subito a letto con
lo stomaco che sciabordava, Gino restava
seduto con le mani appoggiate al tavolo.
E ascoltava il vento scivolare fra i muri
della strada. Il silenzio della sera.
I movimenti bruschi dentro casa dove pareva
si aggirassero dei furetti in gabbia.
Così
per giorni e giorni.
Giorni
in cui del fidanzato non si vide neanche
l'ombra. Niente più regali, lettere
lette di nascosto, niente baci rubati
in salotto e richiami dalla strada.
Niente.
Con
quel niente la casa ci si stava ricoprendo,
ogni giorno un pochino. Non per nulla
Gino c'ebbe un incubo, una notte, d'un
velo da sposa nero che gli s'impigliava
nei piedi.
E
in magazzino, anche lì piano piano
cominciarono a velarsi. Prima il padrone,
poi il nonno, poi Marzio e tutti i commessi.
Era uno sforzo sorridere e titillare i
clienti, che a tutti gli pesava lo stomaco
e gli faceva fatica anche parlare. Se
li mangiava quel niente, quell'attesa
e quei preparativi sempre più stizziti
e inutili. Arrivavano dappertutto, si
allungavano giù come l'ombra alla
sera. Dalla casa al magazzino, in strada,
fino alla bottega dello zio, che smise
di far visita. I preparativi e gli scontenti
li ricoprirono tutti.
Poi
cominciarono i pianti.
Dapprima
una notte, di nascosto nella camera delle
sorelle.
Poi
anche di giorno fra le braccia della mamma,
distesa sul divano, affacciata alla finestra.
Smisero
i lavori per il corredo e le lavoranti
non vennero più.
La
fidanzata cominciò a sparire sempre
più spesso in camera e dopo poco
tempo non ci fu più verso di farla
uscire. La Tina gli bussava alla porta
e vociava nel corridoio: "signorina,
cerchi di mangiare almeno oggi!".
Urlando
tanto forte che accorreva la mamma a far
"shhh" e prendere lei in mano
il piatto. La Tina tornava ciabattando
in cucina e la mamma restava davanti alla
porta chiusa a sussurrare di aprire, che
così si faceva male.
Il
signor Ricci cominciava a deperire. Ogni
giorno più magro, ogni giorno più
fiacco.
Nemmeno
in magazzino serviva più a nulla,
e se non fosse stato per Marzio e per
Gino avrebbero potuto chiudere il bandone
e buttare via la chiave .
Gli
altri commessi avevano smesso di lavorare.
Si aggiravano sfaccendati, stavano più
tempo al bar in angolo che in negozio.
E
il padrone non diceva nulla, manco li
vedeva.
Poi,
a sera, gli veniva la malinconia nera
e gli si inumidivano gli occhi. "Povera
Adele...", diceva ai muri. Questo
quando tutti se n'erano andati.
Quando
anche il nonno aveva spostato i pisoli
al piano di sopra e Marzio aveva lasciato
la postazione. Voltandosi un'ultima volta
verso il magazzino, con un piede già
fuori, nel vento strapazzone. "Davvero
non serve più niente?".
Il
padrone aveva alzato una mano per dire
"davvero grazie" e il buio s'era
inghiottito Marzio tutto quanto.
Quello
era il momento che il padrone parlava
coi muri e gli veniva da piangere.
La
fidanzata, invece, non piangeva più.
Usciva
di camera solo per i bisogni. Gonfia,
pallida, spettinata.
La
sera, dopo cena, nessuno parlava in salotto
e nessuno ascoltava la radio. Si sedevano
a bisbigliare due o tre parole in poltrona
e subito dopo si ritiravano.
Adele
non si sentiva. Era sparita persino dai
discorsi.
Coi
giorni che diventarono settimane Gino
ci fece poco a poco l'abitudine e finì
per non pensarci più.
Pensava
al lavoro, a vestirsi meglio che poteva
e radersi tutti i giorni. Nel quadratino
di specchio che c'aveva su una mensola,
non era facile. E stava lì mezz'ora
a far affacciare un po' per volta mezzo
mento, tre peli sullo zigomo, la basetta
sull'orecchio.
Chissà
com'era diventato.
Per
vedere un pezzetto un po' più grosso
che il naso doveva mettersi così
lontano che non capiva gran che. Però
si vedeva un colore un po' anemico, doveva
essere per tutto il tempo passato chiuso
a lavorare, mangiare senza far rumore
e dormire presto per recuperare le forze.
(Continua)
Per
leggere i capitoli di GINO
precedenti al 21,
vai qui,
all'ARCHIVIO della prima
serie di ZIBALDONI E ALTRE MERAVIGLIE,
e cerca per AUTORE:
Francesca Andreini, o per
TITOLO: Gino. |
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