Noi
tutti che viviamo nella "superpotenza
mondo" siamo diventati molto sensibili
al richiamo delle differenze.
Il
Far West planetario della produzione
e del consumo rende uniformi tutte le
civiltà. Tuttavia si creano verdi
praterie dove si lasciano scorrazzare
piccoli gruppi di indiani affinché
possano compiere sacrosante razzie e,
grazie ad intermittenti ululati, rivendicarne
tutto il diritto.
La
nostra epoca non è poi così
stupida: l'adesione alle ragioni del
mercato è saggiamente compensata
dall'entusiasmo per le ragioni dei meno
"fortunati": bambini, donne,
omosessuali, clochards, minoranze
etniche, sadomasochisti: tutti hanno
il diritto di conservarsi e di riprodursi.
Ma nelle loro sacrosante riserve.
Il
Far West del XXI secolo è la
logica del mercato ammantata
dalla ratio della riserva.
Ciò fa sì che tutti si
sentano allo stesso tempo cow-boy e
indiani, reazionari e progressisti,
protagonisti ed esclusi: sempre al centro
del mondo, e sempre eccentrici.
Così
vanno le cose anche nella ex Repubblica
delle Lettere. Nel paese di Literaturistan.
Nessuno
scrittore al mondo che non abbia almeno
settantacinque anni può rivendicare
oggi un grammo di autorità spirituale
e letteraria. Perché? Perché
il peso della gerarchia è diventato
insostenibile. E che cosa resta dell'arte,
una volta scomparse le gerarchie? L'anarchia
di un potere illimitato e senza appello.
Ciò che caratterizza, infatti,
i sudditi di Literaturistan è
la loro "libertà" da
ogni autorità e il loro sacrosanto
diritto alla letteratura. Di conseguenza,
ciascuno scorazza nelle verdi praterie
della propria differenza.
Nano-scrittura
I
nani non salgono più sulle spalle
dei giganti! Essi non arrivano neppure
a solleticare loro i coglioni: la nano-atomizzazione
della letteratura non produce che marginali
senza futuro o specialisti di best-sellers
internazionali. Si riproduce qui la
dialettica tra la logica del
mercato e la ratio della riserva,
dove non c'è spazio per i non-specialisti
che tentano di superare le frontiere
dei saperi umani alla ricerca di una
novità comune a tutti gli uomini.
In altri termini: nel paese di Literaturistan
non c'è più posto per
gli artisti.
Certo,
quando si parla di arte, la quantità
non distruggerà mai la qualità.
Nel corso del XX secolo ci sono stati
eccellenti romanzieri che sono stati
in grado di toccare le anime ostili
di milioni di persone: Thomas Mann,
Ernest Hemingway, Gabriel García
Márquez. Ma io non nego, oggi,
la possibilità del talento. Io
affermo la fine della Repubblica delle
Lettere e dell'opera letteraria come
luogo di apprendimento per la vita.
Io affermo la fine della percezione
letteraria del mondo. Io affermo la
fine delle élites letterarie
- parola fin troppo sacra e fin troppo
ricoperta di vergogna - capaci un tempo
di assumere, fuori da tutti i protezionismi
etnici, una funzione mediatrice tra
le culture, le letterature, le opere.
Io affermo la grottesca possibilità
che i nano-scrittori di oggi diventino
nel futuro dei giganti agli occhi dei
giovani talenti assunti a tempo pieno
dai nano-scrittori-managers nelle loro
scuole di scrittura.
Eredi
Ogni
dialogo, se aspira ad essere un vero
dialogo, ha bisogno di luoghi rappresentativi.
Lungo tutto il corso della storia europea
questo compito è stato esercitato
da uno strumento concreto e imprevedibile,
artigianale e spesso clandestino: la
rivista. Rivista-manifesto, rivista-passe-partout
per il presente, rivista-casa del pensiero...
Oso
perfino dire che l'Europa, erede di
Atene, di Roma, di Firenze, di Parigi,
di Vienna e Praga, fecondatrice della
democrazia, ha avuto nella rivista uno
dei suoi pilastri. Se un capolavoro
può sempre prodursi al di fuori
di ogni legame apparente con una società,
una rivista letteraria, concepita come
polis, forum, atelier, laboratorio
di competenze e parlamento di idee,
non può nascere né svilupparsi
se viene privata di un humus di esperienze
storiche e sociali, se essa non rappresenta
gli interessi di un gruppo di persone
e se, soprattutto, queste persone non
accettano la sua funzione mediatrice
di tertium necessario tra le
aspirazioni individuali e le possibilità
immense di aprirsi a un sapere comune.
Senza
riviste non c'è società
e, senza riviste letterarie, se ci possono
essere ancora dei capolavori, non c'è
letteratura, non ci sono vere élites
e, di conseguenza, non c'è vero
dialogo democratico. E ancora: senza
riviste l'arte e la letteratura, benché
appartenenti alla "superpotenza-mondo",
dove tutto ci sembra al centro e allo
stesso tempo eccentrico, sono condannate
a rivendicare la loro esclusione, ad
essere dimenticate in aride riserve
o in luminosi siti informatici.
Catacombe
Agli
inizi di giugno del 2001 ho avuto la
fortuna di incontrare Keith Botsford,
di passaggio in Italia. Nel 1997, dopo
circa cinquant'anni di febbrile attività
come scrittore, giornalista, traduttore,
storico, professore universitario, e
quattro matrimoni, ha fondato a Boston
con il suo grande amico Saul Bellow
una rivista che si chiama The Republic
of Letters. Si tratta di una rivista
cosmopolita che, sprovvista di ogni
forma di pubblicità e interamente
finanziata dai due direttori, esce in
modo irregolare (ad oggi ne esistono
12 numeri) e conta qualche migliaio
di lettori. Keith Botsford mi spiegava,
quando sono andato a trovarlo a Boston
dove abita, che il loro scopo essenziale
è di dare qualche speranza ai
giovani scrittori di qualità
che non riescono a pubblicare. Saul
Bellow, che oggi ha 89 anni, fino a
tre anni fa consacrava molto del suo
tempo a leggere manoscritti inediti
e definiva questa sua attività
come una missione, "un dovere e
un'utopia" in un mondo dove l'attenzione
per l'arte diventa sempre più
un patrimonio di circoli molto ristretti.
Negli Stati Uniti la letteratura di
valore è pubblicata quasi esclusivamente
dalle case editrici universitarie. Ciò
significa che la letteratura tende a
diventare un soggetto accademico. È
per combattere questa deriva che The
Republic of Letters è nata.
Durante la loro avventura Saul Bellow
e Keith Botsford hanno visto confermato
ciò che pensavano: negli Stati
Uniti esistono eccellenti romanzieri
che hanno pochissimi riconoscimenti
(Dennis Johnson, Betty Howland).
Di
fronte al mio pessimismo di giovane
europeo di provincia, questo gigante
di settantacinque anni, sorridente,
fumatore accanito e pieno di energia
americana sbottò: "Ti ricordi
i primi cristiani? L'arte oggi vive
nelle catacombe ed è nelle catacombe
che la fede conserva con più
forza la speranza di rivedere la luce.
Un giorno di dieci anni fa chiesi a
Saul se conoscesse un modo sicuro per
formare la nostra sensibilità.
Mi rispose di no, a parte forse essere
in grado di accogliere dentro di sé
alcuni capolavori letterari come se
fossero delle ostie consacrate".
Esegesi e turismo
Nel
2001, due mesi dopo aver incontrato
a Venezia Keith Botsford, mi trovavo
a Lisbona. Alloggiavo in un piccolo
hotel del Chiado, un quartiere storico
della città. Era agosto. Non
c'erano che turisti. Ero solo e trascorrevo
quasi tutto il tempo nella mia camera
a leggere. Sfogliavo molte riviste portoghesi
dell'inizio del XX secolo. Non c'è
niente di più istruttivo e melanconico
che sfogliare delle riviste letterarie
del secolo passato. Ci si rende conto
di come tutte le grandi correnti del
pensiero, tutte le rivoluzioni politiche
e gli anatemi dell'arte moderna si siano
diffusi ed imposti grazie alle riviste.
Al punto che la storia culturale dell'Europa
potrebbe essere raccontata, come ha
detto una volta Milan Kundera, attraverso
la storia delle sue riviste. Mi domandavo:
perché oggi la rivista letteraria
è così snobbata da tutti?
Ma ammettiamo che sia sempre stato così.
Perché anche la marginalità
dell'arte ha oggi perso la sua aura?
Proprio
sotto il mio albergo, sulla terrazza
della "A Brasileira", uno
dei caffè letterari più
celebri della Lisbona modernista, c'è
una statua di Fernando Pessoa. Seduto,
le gambe accavallate, sembra attendere
uno dei suoi amici immaginari. Al suo
fianco lo scultore ha collocato una
sedia vuota, regolarmente occupata da
un turista che sorride al suo fotografo:
un parente o un amico. Durante il mio
non lungo soggiorno ho visto due, tre
persone alla volta prendere posto su
quella sedia. Perfino un'intera famiglia:
la mamma seduta con il proprio bebè
di tre mesi tra le braccia e tre bambini
un po' più grandicelli che, avvinghiati
con tutte le loro forze al mito letterario,
formavano un commovente grappolo umano.
Papà fotografava.
Ecco,
mi sono detto, le due forze che cospirano
contro l'arte: l'esegesi che trasforma
tutto in un monumento e il turismo che
trasforma ogni monumento in un parco
per l'infanzia. L'arte muore per troppa
ammirazione, ma non sopravvive neppure
se sottoposta ad un eccesso di innocenza.
Tutto ciò che Pessoa ha pubblicato
da vivo si trova nelle riviste ("A
Renascença, "Eh Real",
"Orpheu", "Centauro",
"Exilio", "Contemporanea",
"Athena", "Presença"),
intoccabile per gli esegeti, dimenticato
dai turisti. La sua arte non può
sopravvivere se non in quanto décor.
È l'aura di un'arte decorativa
che si è sostituita al mistero
dell'Eucarestia! "Dei primitivi
che non si meravigliano più di
fronte a niente", come aveva detto
Saul Bellow.
Il
mio stupore raggiunse il suo culmine
quando, dopo il solito circo quotidiano,
vidi un gruppo di giovani cieche americane
accompagnate dai loro assistenti che
si avvicinavano brancolando alla statua
per consegnarsi anima e corpo all'immancabile
rito.
Vana curiositas e follia
La
storia europea che fino a ieri poteva
essere raccontata attraverso le sue
riviste si è, dunque, per sempre
chiusa? Lo ignoro.
Ciò
che vedo è che le nuove tecnologie
informatiche sono al servizio della
memoria, della capacità di conservazione
e trasmissione del sapere umano, ma
la loro strategia di conoscenza è
enciclopedica. Che cos'è una
rivista in rete? Nel migliore dei casi
è un'antologia potenzialmente
infinita di articoli, saggi, immagini,
suoni che possiamo stoccare nel cervello,
ma non veramente scegliere. La curiosità
che questo sapere enciclopedico - un
sapere enciclopedico che non discende
dall'Encyclopédie -
stimola non è critica, non è
sottomessa al gioco del tempo interiore.
Siamo molto lontani dalla ricerca nel
presente e nel passato di ciò
che è vivo, che segna la riflessione
e quasi la forma della rivista letteraria.
Al contrario, si tratta di una curiositas
infantile da turista diventato esegeta
o da esegeta diventato turista che non
tiene in conto - non ne ha materialmente
il tempo - delle possibilità
e dei limiti individuali, che si fa
delle illusioni sul potere essere dovunque
a casa sua. La vana curiositas
di Agostino, diceva Keith Botsford all'epoca
del nostro secondo incontro: la curiosità
con la quale l'uomo cerca per cercare
al di fuori dei propri temi, fuori di
sé. Esegesi sofisticata, turismo,
curiosità informatica: tutti
i nomi della distrazione contemporanea,
cioè dell'eterno desiderio umano
di essere sempre altrove credendosi
dovunque a casa propria.
Proprio
perché non mi faccio alcuna illusione
sul fatto di poter essere dovunque a
casa mia, ogni volta che apro The
Republic of Letters sono molto
lontano dal paese di Literaturistan.
In ogni rivista letteraria degna di
questo nome io ritrovo sempre la stessa
aspirazione ad abbracciare la Weltliteratur.
Un'aspirazione infinita e che tale deve
rimanere. Una "follia", come
Goethe stesso talvolta la definiva.
Una follia, e forse una fede: una follia
e una fede che si levano dalle catacombe.
(Questo
testo è stato pubblicato nel
numero 39 di "Nuova prosa",
Greco&Greco, Milano)
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