Paralipomeni
della Batracomiomachia
Giacomo
Leopardi riassunto da Michele Ruele
CANTO I
La
vicenda eroicomica ha inizio là
dove Omero concluse la Batracomiomachia,
guerra di topi e rane. I paralipomeni
sono la continuazione. - I topi, vinta
la guerra contro le rane, sono a loro
volta scacciati dai terribili granchi
e fuggono lontano. - È il valoroso
topo Miratondo a mettere fine alla ritirata:
i topi si riorganizzano, ma il problema
è che il defunto re Mangiaprosciutti
non ha eredi. - Si elegge come capo provvisorio
Rubatocchi, che riorganizza l'esercito
e decide di mandare un ambasciatore ai
granchi; viene scelto per questo il conte
Leccafondi. - Una bella serie di divagazioni,
nell'ordine: sugli spropositi filologici
dei linguisti tedeschi; sullo scarso sentimento
nazionale degli italiani che non scelgono
nomi gloriosi per i propri figli; sull'odio
degli stranieri contro l'Italia, tutta
invidia per la grandezza di Roma e del
Rinascimento.
I
topi avevano vinto, le ranocchie erano
circondate. Ma arrivarono i granchi, all'improvviso,
per un volere superiore.
Quando
arrivarono i granchi per rimpiazzare i
plotoni delle ranocchie sconfitte, le
quali dei granchi non avevano mai avuto
nemmeno lontana idea, ma è così
che ha voluto l'iddio padre di noi tutti,
i topi vincitori furono dispersi, le loro
grandi e belle imprese vanificate, per
il campo di battaglia erano sparse ormai
berrette, code topesche e baffi; nella
campagna fuggivano insanguinati i topi,
si disperdevano nella sera galoppando
e sul calare del sole tu vedevi già
la pianura nera: come spesso vedi su un
muro, quando brilla la sfera d'oro del
sole autunnale - ricordi quelle luminose
ottobrate con il cielo limpido? -, un
nuvolo di mosche scuro e brulicante rendere
bruno quel bel radiore.
Ecco,
c'è una guerra. I topi hanno vinto
la loro battaglia finale sulle rane, ma
i granchi non hanno perso tempo: hanno
sorpreso i topi e li hanno dispersi a
loro volta nella campagna, li vedi laggiù
che galoppano laceri nella sera.
La
storia fino a qui l'ha raccontata Omero,
adesso tocca a Giacomo Leopardi.
Il
conte Giacomo Leopardi abitava nella città
di Napoli, insieme al suo più caro
amico Antonio Ranieri. Questa è
la sua ultima opera. Ranieri racconta
che Leopardi non aveva ancora finito questo
poema - che i letterati chiamano eroicomico
- e che le ultime ottave gliele ha dettate
proprio il giorno prima di morire. Vabbè,
c'è Leopardi, vengono subito fuori
le disgrazie... ci diciamo che era un
tipo sorridente, invece? E che è
morto perché ha mangiato troppi
confetti di Sulmona, la sera prima? Che
non ne poteva più dell'ambiente
serioso e noioso degli spiritualisti napoletani,
dei patrioti risorgimentali, dei sospirosi
romanzieri romantici? E per questo ha
scritto questa cosa comica. L'ultima.
Il
conte Giacomo Leopardi dettava le strofe
- ottave, in termini adeguati - al suo
amico Ranieri. Si sente che in certi momenti
devono aver riso come i matti.
La
storia va avanti così. C'era un
tal generale austriaco Michelangelo Alessandro
Colli Marchini di cui si parlava ancora
verso il 1830: conduceva all'assalto le
truppe papali contro i francesi invasori
- illuministi, giacobini, rivoluzionari!
- dalle parti di Faenza, nel 1797. Le
bandiere francesi ridevano nel vento romagnolo.
Dicono che il Colli dopo la sconfitta
tirò il fiato per la prima volta
ad Ancona dov'era volato con la sua carrozza
d'oro, neanche Apollo sarebbe stato più
rapido.
Era
pieno di guerre, a quei tempi: Leopardi
cercava paragoni per descrivere la fuga
dei topi e non faceva fatica. I belgi
- vabbè, il conte detta "fiamminga
gente" - dissero: "Non siamo
mica napoletani, noi!" perché
i napoletani guidati da Gioacchino Murat
a Tolentino nel 1815 le avevano prese
secche dagli austriaci. Loro affrontavano
i cugini olandesi, siamo nel 1831, a Lovanio;
aspettavano gli aiuti dei francesi. Ma
niente: anche loro, i belgi, via in fuga.
Insomma,
mentre cerca di rappresentarci la scena,
Giacomo Leopardi ci dice anche: vedete,
si vince, si perde, c'è sempre
qualcuno da qualche parte che fugge insanguinato
nella sera.
E
poi dice ai sognatori patrioti italiani:
massì, aspettate pure l'aiuto dei
francesi, contro questi austriaci invasori,
vedrete come arrivano...
C'è
chi sostiene che i granchi, in questa
storia, assomigliano agli austriaci e
i topi un po' agli italiani.
I
topi - continua il poema eroicomico -
per più di cento miglia hanno voltato
le spalle al loro destino.
Passata
era la notte, già il secondo giorno
stava sfumando nella sera, ed ecco che
un guerriero topo, il Miratondo, arrivò
di corsa su un'altura. Forse era coraggioso
o forse la stanchezza vale più
della paura, si fermò; spiare era
la sua passione e si guardò intorno.
Il primo topo che ebbe il coraggio di
voltare il muso indietro. Guardava più
lontano che poteva, di qua, di là,
verso i quattro venti, l'acqua e la terra,
il monte e il piano, spiò le selve,
i laghi e i fiumi, le vaste campagne e
l'oceano: stranieri non ce n'erano, solo
farfalle e molte vespe giù per
la valle. Né granchi né
granchietti, nessun segno di armi nemiche.
Sussurravano solo i venti della sera,
dolci, muovevano i rami e l'erba, accarezzavano
fra le orecchie i capelli del buon soldato.
Era il cielo senza nubi, la sera rosseggiava,
il mare calmo.
Davanti
a tanta quieta beltà il Miratondo
sentì tornare le forze e riprese
coraggio. Quattro volte intorno le pupille
girò e capì che l'ora della
paura era passata e che era inutile averne
ancora, e allora osò rivolgersi
ai suoi compagni, tanto si fidava dei
suoi occhi.
Qui
il conte Leopardi, con tutta la sua leggerezza,
dice che è perlomeno da ingenui credere
sempre e solo nei propri occhi. La verità
non è quello che si vede. Questi
topi riflettono poco sulla verità,
sono abbastanza pavidi, fanno grandi proclami
quando il pericolo è lontano, perdono
volentieri le battaglie, si fanno passare
altrettanto volentieri da eroi e da martiri.
Dicono gli interpreti che assomigliano ai
liberali del nostro Ottocento.
In
certe altre sue pagine il conte Giacomo
Leopardi dà una definizione stupenda
della "doppia vista": non vedi
solo quella torre o quel
paesaggio, ma hai sotto gli occhi - anche
gli occhi della mente - i sentimenti collegati
alla torre e al paesaggio, la memoria l'affetto
la paura lo stupore l'amore. Vedi quella
torre e anche il suo fantasma.
Il
poema eroicomico è fatto anche
così: prende a prestito dai serissimi
poemi epici certe forme stilistiche, come
i paragoni - e poi li mette in ridicolo;
pone a confronto grandi esempi dell'eroismo
antico con le meschinità del presente.
Come più sopra il generale Colli:
scappava sì ma lo faceva come se
fosse sul cocchio di Apollo.
E
anche i topi, qua, sentono tutto il sollievo
della fine dei loro travagli, come i diecimila
che racconta nell'Anabasi il
generale e scrittore greco Senofonte,
che con il suo esercito viaggiò
per mezza Persia e Siria e Turchia, arrivarono
finalmente di fronte al mare e si urlavano
uno con l'altro "Thalatta, thalatta"
mare mare! finalmente si torna a casa...
Anche i topi, dunque, esultarono, anche
se erano al limite della loro resistenza,
per la fatica e per la paura, quando udirono
il grido del buon esploratore, il Miratondo,
un grido grandioso che echeggiava nelle
caverne marine con le acque mugghianti
del mare e annunciava che tutto intorno
fino dove si poteva vedere era tranquillo
e senza pericoli.
Capiscono
i topi che devono riunirsi, fermarsi e
rialzare la fronte. Arrivano da tutte
le parti, dal poggio e dalla pianura,
questi qua che la paura aveva fatto rovesciare
qua e là per mille rivoli, ancora
smarriti e incerti, spossati e semivivi:
non sanno bene cosa fare perché
ci sono un presente che preme con le sue
necessità e il pericolo dei granchi
all'inseguimento.
C'era
Venere, lassù, che già brillava
prima di tutte le stelle e della luna:
taceva tutta la campagna, si udivano solo
il mormorare di uno stagno, il ronzio
delle zanzare - si sa, no, che la sera
la mosca cede alla zanzara? - una musica
naturale che veniva dalla foresta a spandersi
nell'aria bruna: il sereno riflesso di
quella stella che fa sperare riluceva
con le sue bellezze nel lago. Invece i
topi tacevano, magari temevano di svegliare
i granchi, per quanto fossero lontani,
discorrevano fitto fitto ma in silenzio,
con le zampe e con la coda, ricordandosi
uno all'altro con dei gran gesti l'orrore
di quell'esercito di bruti ingordi e strani;
tentavano di mettere insieme qualche rimedio
per questo rovescio disgraziato.
Ve
la ricordate, la Batracomiomachia
di Omero, quella di cui qui sto continuando
la storia? dice il conte Leopardi ai suoi
lettori. Ecco, Omero ha raccontato, e
voi sicuramente l'avete letto, che Mangiaprosciutti
- ehi, Mangiaprosciutti primo, il re dei
topi! - nella battaglia era morto. Nelle
sue ultime parole non aveva designato
nessun successore, nella sua vita non
aveva messo insieme uno straccio di erede
che gli Dei dovessero riconoscere come
nuovo re. C'era bene una sua figliola,
chiamata Leccamacine, che aveva sposato
un certo Rodipane: era anche la madre
di quello che vola sulle bocche di tutti,
Rubabriciole il bello, ve lo ricordate,
quello per cui è scoppiata la guerra
fra i topi e le rane... la sapete, no,
la storia? No? Allora "con agio in
Omero la leggerete" dice il conte
Leopardi.
Ma
niente da fare. La legge sàlica
afferma che l'erede se è femmina
è come se non esistesse.
Qui
il conte Leopardi, che per chi non lo
sa è stato il più grande
linguista e filologo dei suoi tempi e
forse anche dopo, si mette a prendere
in giro i maestri di tutti i filologi,
i tedeschi. E già che c'è
prende in giro anche quel vizio che avevano
lassù, quei romantici, di ammantare
tutto di misteri e di ombre e di fumi.
Il conte preferiva la luce. Gli piaceva
di più il Settecento con l'Illuminismo
che l'Ottocento con il Romanticismo, "secol
superbo e sciocco" lo definisce in
una sua poesia famosa. A proposito, provate
a notare, anche qui in questo povero libro
che leggete, quanto i topi si fanno affascinare
dalle ombre, mentre avrebbero tanta luce
per illuminare la loro vita. Ma ognuno,
insomma, fa le sue scelte.
Allora,
come si diceva, un filologo tedesco di
quelli bravi e famosi, di quelli che dimostrano
che il greco e il tedesco anticamente
venivano dalla stessa lingua madre, anzi
che il latino e il tedesco erano la stessa
cosa, e addirittura che Roma fu una città
germanica, proprio uno di questi filologi
con tanto di documenti e di bei ragionamenti
ti può dimostrare che nel popolo
dei topi vigeva la legge sàlica.
Niente maschi niente eredi. Le femmine:
niente.
Diciamoci
due cose anche noi sulla questione dei
filologi tedeschi: ce n'erano che si erano
montati la testa e vedevano origini germaniche
dappertutto. Uno, che si chiamava Wilhelm
Kuithan, aveva scritto un trattato dal
titolo I Germani e i Greci: una lingua,
un popolo, una storia risorta. E
poi sentite quest'altro, un tale Ernst
Jaeckel, ha scritto L'origine germanica
della lingua latina. Già nei
titoli c'è il delirio nazionalistico.
Mah, sono gli stessi anni in cui si comincia
a mettere insieme la teoria dell'origine
comune dei popoli "indoeuropei",
chissà se il conte autore del nostro
poema eroicomico sarebbe stato d'accordo...
Cosa
non ti dimostrano questi alemanni? Per
loro, dice il conte, un giorno sappiamo
tutto delle cose oscure e l'altro invece
no; sulle cose chiare, ecco che creano
dubbi e paure e cortine fumogene: una
cosa però è accettata da
tutti, il mondo è frutto del seme
tedesco. Ecco: spiritualismo, idealismo,
astrazioni, religione, mitologie del mistero,
nazionalismo popolare senza eroismo, queste
nebbie che nel Romanticismo tedesco piacevano
tanto il nostro conte le manda gambe all'aria
con una risata bella e un po' amara.
Dunque
i topi afflitti dovevano in questa situazione
difficile occuparsi della salvezza comune
e impegnare tutti i loro pensieri soprattutto
a provvedersi di un nuovo capo. Darsi
un capo: crudele necessità è
questa, che sottomette uomini e animali,
e priva tutti, in cambio della vita, del
maggior bene per cui la vita è
viva, la libertà.
Decisero
di non scegliere un re in via definitiva.
E poi, non potevano. Era meglio allora
differire tutto a quando fossero tornati
nella loro città capitale Topaia,
la cara patria dove non hanno asilo la
paura le rane e l'acqua e i granchi barbari
e nefandi; e il momento del ritorno, per
fortuna, non era lontano. Una volta là,
avrebbero sicuramente dimenticato tutto.
Si
accontentarono, intanto, di affidare a
una autorità militare il comando
dell'esercito, di fargli curare il ritorno
e di conferirgli il potere delle decisioni
e delle azioni. Ecco, si comportarono
come quando il mare si fa scuro e i marinai
battuti dalla tempesta seguono gli ordini
del capitano che governa la nave. Nell'epica,
lettore, questa similitudine fra governo
dello Stato e della nave la fanno sempre.
Fu
eletto Rubatocchi e mille e mille topi
si misero al suo comando: Rubatocchi,
lui, che fu, come strombazza Omero, l'Achille
dei topi. Aveva combattuto da dio: a lungo,
per causa sua, tante rane vedove hanno
pianto amaro e si dice ancora oggi che
fra i ranocchi sia terribile il nome di
Rubatocchi.
Figurarsi
se una madre rana chiamerebbe Rubatocchi
suo figlio... invece qui da noi - si rammarica
il conte Leopardi - senti la voci dolci
delle mamme italiane chiamare i figli
Annibale ed Ermanno (Michael e Jennifer):
così è cancellata la gloria,
madre di tutte le lodi, chissà
se per colpa e destino, almeno dai tempi
del Rinascimento. Mancano Giuli e Pompei,
Camilli e Germanici e Pii, bei nomi nobili
con cui chiamare i bambini, quando il
prete gli slavazza il ciuffo? Si potrebbe
provare, così per vedere se qualche
giorno il ricordo dei grandi gli instilla
un po' di valore, se mai saranno sconfitte
le voglie indegne dal riso che infanga
questi grandi nomi, quando li sentono
in giro? Intanto, i turisti fanno apposta
a farsi dei bagni nel Trasimeno, dove
Annibale le ha suonate per bene ai Romani,
e si ricordano con piacere di quella strage:
una vittoria che non ha consolato i Cartaginesi,
a dire il vero, che ci hanno rimesso Zama
e Cartagine: quel turista là, che
ama così poco questo bel paese,
vada a nuotare anche nel Metauro e passi
anche da Spoleto, già che c'è,
dove sono stati i Romani a suonarle ai
Cartaginesi.
Qua
occorre spiegare: questo turista che amava
le bellezze d'Italia e disprezzava l'Italia
è Harold, il protagonista di un
poema di lord Byron. Leopardi tutto sommato
il suo amor di patria ce l'aveva,e poi,
come abbiamo capito, non perde occasione
per dare contro a un romantico. Byron
aveva proprio detto così, che gli
piaceva nuotare ricordando le vittorie
di Annibale e i torrenti di sangue.
Ma
come! Insiste il conte. Se anche noi italiani
ci mettessimo a fare lo stesso gioco,
potremmo andare e divertirci su molte
spiagge, e anche riscaldarci con la legna
di parecchi boschi e anche ammirare i
tramonti su tante pianure e intanto ripeterci
a memoria più di un alloro sia
nelle nostre sia nelle terre loro.
Occorre
spiegare anche qualcosa che hai già
capito, lettore: il poema eroicomico è
fatto di divagazioni continue, ogni argomento
è buono per aprire una via secondaria
del discorso. L'epica sì, quella
è ordinata, compatta, serrata;
la nostra povera storia è un guazzabuglio
svagato di digressioni, di invettive,
di libero sbracciarsi dell'umore.
Riprendiamo
il conte, che ci sta spiegando come gli
stranieri sentono l'odio nel petto quando
viene fuori l'Italia e si fanno lieti
di quelle antiche sconfitte, cosa peraltro
che a loro non dà gloria. Molti
popoli hanno sopportato dure vicende e
si sono corrotti in tanto lunghe sofferenze,
ma nessun'altra nazione come la nostra
è tanto odiata. E questo avviene
perché l'Italia invasa, serva,
lacera è sì in una condizione
sventurata, ma ciò che di più
alto c'è nel mondo è comunque
italiano, la gloria di Roma risplende
tanto che oscura tutte le altre glorie
possibili, e la superba Europa in realtà
porta in sé l'orma dei nostri antenati
romani. Non solo Roma classica ha resistito
alla barbarie, con il suo lume mentale,
ma l'Italia è tornata un'altra
volta regina, vestita degnamente, ed è
stato con il Rinascimento. E fu superiore
al goffo straniero che oggi ride di lei,
e i figli di questa regina sentivano di
stare in terra straniera come in un esilio.
Gli altri sentono che il loro passato
e la loro memoria sono un nulla rispetto
alla nostra, sentono che ogni patria è
fanciulla rispetto a quella che eccede
ogni grandezza e sanno bene che se non
fossero strozzate nella culla le doti
che le sono state concesse, se l'Italia
non fosse serva, allora tornerebbe regina
per la terza volta. Ecco il perché
dell'odio implacabile, dell'ironico riso
con cui offendono questa donna incatenata,
abbandonata nella polvere, che non può
difendersi né a parole né
con le mani. E chi è più
pietoso degli altri e accende qualche
speranza fra i più illusi di noi,
comunque non aiuterebbe l'onore italico,
piuttosto difenderebbe i giudei. Eccolo
lì il turista: sotto gli eccelsi
monumenti romani, un pigmeo che guarda
in su levando la fronte spensierata, dà
delle bacchettate con il suo bastone da
passeggio a rovine uniche al mondo, dondolando
qua e là; si consola con lo scherno,
lui che ha antenati che hanno servito
quegli stessi che hanno costruito queste
meraviglie. È logico che tutta
questa grandezza generi in certa gente
solo avversione.
Ma
torniamo a Rubatocchi. Scese in campo
di persona per prendersi cura dei suoi
compagni e fece fortificare l'accampamento,
in modo che la notte fosse sicura dagli
assalti inaspettati e dal terrore; poi
fece nutrire i corpi tremuli e languenti.
Questo secondo fu un compito facile, i
topi si accontentano di tutto.
Poi
pensò bene di spedire un delegato
per farsi spiegare dagli odiati granchi
perché fossero intervenuti nella
battaglia, se l'avessero concordato con
le rane o no, se fosse un caso oppure
una volontà espressa, se volessero
avanzare o tornarsene in patria, se volessero
dai topi la pace o la guerra.
Lettore,
qui entra in scena uno dei personaggi
chiave.
C'era
nel campo il conte Leccafondi, signore
di Pesafumo e Stacciavento, un topo raro,
un portento di pensieri profondi e di
sapienza: un gran giurista e un politologo
esperto, uno che leggeva più di
duecento giornali e che per studiarli
aveva fondato nella sua città una
sala di lettura apposita.
Gli
interpreti, lettore, qui dicono che Leccafondi
è il modello del liberale italiano
- pensiero profondo, azioni utili e nobili,
senti come lo testimoniano i nomi e i
titoli patrizi - e che Leopardi qui prende
in giro il gruppo del Gabinetto Viesseux
e della rivista "Antologia"
di Firenze. Un po' lo deride un po' lo
ammira, questo topo-liberale. Può
anche darsi, credo io, che nel Leccafondi
ci sia anche un po' del conte Leopardi,
o almeno di quello che sarebbe potuto
diventare, se avesse ceduto alle lusinghe
di quei suoi amici fiorentini che l'avrebbero
voluto dei loro. Questi fiorentini erano
degli idealisti, degli illusi che credevano
nella bontà delle loro idee più
che alla realtà, e durante le rivoluzioni
del 1831 nel Granducato le presero di
santa ragione - anzi di santa alleanza.
Nella
sala di pubblica lettura fondata da Leccafondi
la regola imponeva che oltre ai giornali
non ci fossero libri di più di
due pagine, perché Leccafondi credeva
che più di così uno scrittore
non potesse dilungarsi per trattare come
si deve degli universali bisogni politici,
economici e morali. Però, indotto
dagli amici e convincendosi lui stesso
da sé, concedette asilo anche ai
romanzi storici, e anche di otto o dieci
volumi; e poi perfino alla poesia tedesca.
Quest'ultima, come si è già
dimostrato, è più antica
di tutte le letteratura semitiche e sanscrite
e Leccafondi sapeva che la via della modernità
è questa, altro che Orazio, altro
che le solite cose, si deve uscire dalla
via trita e ritrita, le menti rare sanno
come mettere tonni in campagna, maiali
in mare. Innamorato delle arti tedesche,
il conte Leccafondi, di questi antichi
più antichi degli obelischi e delle
piramidi, con un senso del bello più
fino dei greci e dei romani. Bellissimi
i libri della sua biblioteca, facevano
un figurone, con certe copertinone ornate
d'oro e di nastri: giusto così,
perché nella copertina stava l'utilità,
mica nelle pagine. E il museo, l'archivio,
lo zoo, il giardino botanico, il portico
dove si ergeva la statua colossale di
Lucerniere, l'antico topolino filosofo,
baffi enormi e coda gigante, sullo sfondo
di un suo affresco: scalpelli e pennelli
tedeschi, ovviamente.
Pensoso,
filosofo morale, filotopo. Leccafondi
lodava la natura per avere dimostrato
la sua grandezza creando il topo. Il topo:
progresso, genio, condizione gloriosa
nel centro dell'universo. Il conte Leccafondi
amava il topo e ne esaltava intelligenza
e civiltà, e soprattutto trovava
conferma della sua grandezza nelle penne
rapide dei giornalisti. Che cosa fa grande
il topo? Ipotesi, sistemi e sentimento.
Che cosa ne spegne e ne turba la coscienza?
Analisi, ragione ed esperienza.
Vedi,
lettore, il conte Leopardi stava dalla
parte dell'analisi, della ragione e dell'esperienza,
quegli altri sono i fondamenti dell'idealismo
e del Romanticismo e lui ci ride sopra.
Pensa, lettore, che a Napoli c'era una
rivista che si chiamava "Il Progresso
delle scienze, delle lettere e delle arti"
e tanti Leccafondi che detestavano il
materialismo radicale del nostro poeta.
Lui ci rideva sopra, ed era anche un po'
malinconico.
Intanto,
Manzoni e altri scrivevano i loro lunghi
romanzi storici, lui aveva scritto solo
le Operette morali: pensa, il
romanzo di Manzoni e le Operette
sono uscite a Milano nel giugno del 1827,
insieme, una gran coincidenza ha avvicinato
i due capolavori all'origine della moderna
prosa italiana. Renzo alla fine del romanzo
diventa un piccolo imprenditore con la
sua fabbrichetta lombarda e le sue chiacchiere
a vuoto, Tristano/Leopardi alla fine delle
Operette capisce che non lo ascolta
nessuno, ma non smette di sostenere quanto
superbo e sciocco è questo suo
secolo illuso.
Buon
topo, il Leccafondi, senza ipocrisia,
schietto e amante della verità,
forse un po' troppo incline ai maneggi
della politica e habitué dei palazzi
che contano; democratico, affabile e umano;
uno che si cura poco dell'avere e molto
dell'onore, generoso e amante della patria.
Era
un diplomatico che aveva già servito
da ambasciatore presso le rane; durante
la guerra era tornato fra i suoi dimorando
tra i soldati con loro sotto le tende,
alla fine fu uno dei salvatori dell'esercito
impegnandosi nella gran fuga.
Chi
meglio di lui per l'ambasceria dai granchi?
Lui
accettò, ovviamente, per quanto
considerasse dentro di sé i rischi
di andare in mezzo a quei barbari dei
granchi.
Era
stanco, prostrato e bisognoso di riposo,
ma pretese di partire subito: dormì
solo un poco sull'erba molle e a notte
fonda con pochi servi lasciò il
tacito colle e i topi sonnolenti, e per
l'erma campagna il cammin prese.
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