...in ogni istante io sogno sulle cose,
immagino oggetti o persone la cui presenza
qui
non è incompatibile con il contesto
e che tuttavia
non si mescolano al mondo, ma sono oltre
il mondo,
sul teatro dell'immaginario.
Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia
della percezione, Premessa.
La
data di nascita di Antonio Prete narratore
può essere fissata nell'anno 1984
quando per le Edizioni di Barbablù
di Siena l'autore pubblica in 400 copie
numerate Chirografie. Variazioni per
Mallarmé. Si tratta di una
breve composizione in prosa spesso intercalata
da citazioni francesi tratte da Crise
de vers di Mallarmé, nelle
quali è possibile individuare i
primi segni del complesso mondo poetico
dello scrittore: la memoria, il dialogo
con i poeti, la lingua della poesia, la
meditazione mai disgiunta dallo sguardo
sull'Altro.
<<Dietro
il vetro della memoria...>> (p.
7) il narratore rivede il paese natale,
luogo dell'origine e meta continua della
rammemorazione. Ma queste Chirografie,
cioè letteralmente parole scritte
con le mani, non a caso sono dedicate
a un poeta, Mallarmé: <<...
i nomi dei poeti lampeggiano sul cielo
d'un ragionare meditativo e conversevole>>
(p. 8), afferma Prete, quasi riassumendo
in poche parole il suo stesso modo di
scrivere, disteso e pensoso, che, attraverso
la mediazione dei poeti, cerca l'approdo
ad una verità non facilmente raggiungibile:
<<... allineare versi è guardare
l'abisso>> (p. 10): si affaccia
qui, per la prima volta, il tema dello
sguardo rivolto verso l'abisso, ovvero
verso ciò che ci rimane sconosciuto,
l'Altro, a cui sempre tendiamo senza mai
essere sicuri di poterlo raggiungere.
Lo sguardo dello scrittore verso l'abisso
è paragonato all'allinear versi,
in una coincidenza tra visione
e verso, tra vedere
e poetare che diventerà
elemento caratterizzante di tutta l'opera
narrativa di Prete: <<pensare è
poetare>> (p. 11). Non si può
non citare, a questo proposito Il
pensiero poetante (Feltrinelli, 1980),
nel quale il pensiero di Leopardi, a partire
dallo Zibaldone, veniva letto
alla luce di questa equazione; poiché
è evidente che è lì,
in Leopardi, la matrice vera, la genesi
vera del mondo poetico di Prete narratore.
<<Interrogavo,
ragazzo, i silenzi che da Mallarmé
s'allargavano fino a Ungaretti...>>
(p. 14); e io penso a come sia unita in
un sol nodo la rammemorazione di una giovinezza
ormai lontana e la lettura dei poeti avviata
già allora, sia pure in traduzione,
e questa lettura con l'interrogazione
dei poeti, e l'interrogazione dei poeti
con la meditazione sul paesaggio: <<Interrogare
i poeti: salire, in sogno, su un tetto
da cui il paesaggio di parole appare consumarsi
nell'infinito e il sogno stesso, trasformatosi
in parola critica, permane come assenza,
come amarezza d'un inatteso risveglio.
La
poesia è quel che si perde quando
si pronuncia una parola>> (p. 17).
Una bella differenza tra poesia e parola,
poiché la prima costituisce un
rifugio per la seconda, mentre la seconda,
di per sé, costituisce la negazione
della prima, il suo impoverimento e svilimento:
<<Nel verso la parola si rifugia,
sfuggita al mercato del senso, del buon
senso. Dal nuovo avamposto guarda le distese
dei significati che la comunicazione manipola,
contratta, svende. Come ha potuto vivere
finora senza il fremito dell'impossibile?>>
(p. 18). La questione della lingua poetica
trova qui la sua prima decisa trattazione:
<<Nel verso, come in un cristallo,
l'iridescenza della lingua pura, della
vichiana prima lingua, della lingua favolosa
d'Atlantide, della lingua che ha il ritmo
della baudelairiana "vie antérieure".
Le
lingue, private del canto, s'affollano
confuse nella babele dei significati.>>
(p. 19). La lingua poetica cerca un'approssimazione
alla prima lingua vichiana, la lingua
della fantasia e dell'entusiasmo, che
oggi appare spenta a causa della sua mercificazione.
Ecco perché la lingua poetica è
una sorta di compensazione della prosaicità
della lingua: <<Col canto le lingue
sono compensate della loro confusa diaspora...>>
(p. 19). E come la lingua poetica ci riporta
alla Lingua, così <<I silenzi
e la musica dei libri dei poeti sono solo
un corteggio all'impossibilità
scintillante del Libro>> (p. 26).
Chirografie,
queste <<lettere d'una lingua perduta>>
(p. 26), toccano già tutti i temi
della narrativa di Prete. Li si ritrova,
immutati, in una prova di qualche anno
dopo, Le saracinesche di Harlem
(Edizioni Dell'Obliquo, Brescia, 1989),
in cui Prete racconta un suo viaggio a
New York. <<Da una panchina salgono
parole di lingue perdute che bucano l'inglese
della conversazione pomeridiana>>
(p. 7), le parole di tre italiani emigrati
ad Harlem, che ricordano i vecchi tempi
abbandonandosi alla lingua delle origini,
la lingua del ricordo (che è anche
la lingua della poesia).
Ecco
il tema dello sguardo: <<La città
ti si scopre subito, ma per dirti che
la conoscenza del suo pulsare sfugge allo
sguardo del flaneur>> (p.
8), il quale, a quel punto, preferisce
indugiare sulle saracinesche dei negozi
e dei garage o dei vagoni della metropolitana
dove è dipinta l'intera città.
Anche in questo caso, dunque, la realtà
non si lascia conoscere direttamente,
ma solo attraverso la mediazione di forme
d'arte, pitture murali, graffiti e quant'altro,
che le si sovrappongono e la rendono intelligibile
e consentono, a loro volta, una meditazione
su di essa. Qui la metropoli è
l'Altro, l'inconoscibile, ciò a
cui, attraverso la scrittura, si tenta
l'approssimazione, e che continuamente
sfugge alla nostra definitiva comprensione;
e, pertanto, impone frequenti ritorni
al passato, alla terra d'origine, ai luoghi
consueti: <<Fra questi pensieri,
s'insinua, non chiamata, un'immagine:
due leoni di pietra sul portale di un'antica
chiesa collegiata, e noi bambini che li
cavalchiamo, mentre dall'interno giunge
l'onda di un litaniare che si trasforma
in canto.
Fuori
il sole indora le strade di Harlem: ha
cancellato tutte le ombre dai marciapiedi>>
(p. 13).
Il
ricordo funziona non solo come immagine
associativa, ma come elemento del racconto,
funzionale alla completa registrazione
di una esperienza di viaggio, che coinvolge
la soggettività, e la modifica,
modificando a sua volta lo sguardo del
narratore, la sua visione della città.
Così, osservando il modo che ha
una ragazza <<di allontanarsi i
capelli dal volto>>, il narratore
sente all'improvviso <<il rifrangersi
d'onda, nella memoria, di lontanissimi
pomeriggi al Petit Cluny...>> (p.
15). Non c'è nessuna spiegazione
razionale a tutto ciò. Il narratore
non vuole giustificare nulla, ma solo
narrare in maniera completa la sua esperienza
di viaggio, dentro la quale il ricordo
compare come elemento fondamentale della
percezione.
<<Tra
le parole mi si insinuano pensieri impalpabili:
forse la distanza tra la siepe e la metropoli,
oppure l'idea di un limite che è
un'intera città, di un limite che
ha il suo oltre iscritto in un marciapiede
insozzato o in una vetrina vuota oppure
nel fischiettare del ragazzo nero che
scende nella subway danzando>> (pp.
15-16).
Un
pensiero impalpabile (il pensiero
di Leopardi) costringe a una comparazione,
che, contro ogni apparenza, si rivela
molto plausibile. Se si sposta la siepe,
il limite leopardiano, entro l'unico orizzonte
immaginabile, ecco di nuovo approssimarsi
l'idea che non sia temerario pensare alla
moderna metropoli come ad un luogo dove
possa nascere l'idea dell'infinito, o
il desiderio di essa: <<... New
York... una cartografia del mondo, una
rappresentazione formicolante di quella
che è detta essenza di un'epoca>>
(p. 17).
Lo
sguardo sul mondo, il ricordo ovvero lo
sguardo sul passato non separato dalla
consapevolezza di sé, e poi ancora
il tema della lingua e quello dell'Altro
tornano, dunque, in questo libretto di
viaggio, nel quale si compie la seconda
prova narrativa di Prete.
A
quattro anni di distanza da Le saracinesche
di Harlem, nel 1993, segue Prosodia
della natura. Frammenti di una fisica
poetica (Feltrinelli). Nell'incipit
si legge questa dichiarazione di intenti,
in cui ritroviamo alcuni princìpi
già espressi: <<... si tratta
di mettersi in ascolto dei poeti, di accostare
il loro sguardo al nostro>> (p.
5) al fine di cogliere nel <<lavoro
della lingua>>, ovvero nell' <<interiorità
del poeta>>, <<il vero suono
del paesaggio. La natura è poesia>>
(p. 25). In queste poche righe si condensa
l'anima dell'intero libro. Lo sguardo
di Prete non ricade direttamente sulle
cose, bensì è mediato ancora
una volta, questa volta in modo sistematico,
dallo sguardo dei poeti, attraverso il
quale l'autore esercita la propria meditazione
sul mondo. Se <<la natura è
poesia>>, solo attraverso lo studio
dei poeti è possibile giungere
alla natura. Ripenso a Chirografie,
nella quale già appariva chiaro
il ruolo dei poeti in questa ricerca dell'autore:
bisogna <<interrogare i poeti>>
(p. 17), aveva detto lì Prete.
E proprio a questo scopo servirebbe ora
<<una lingua paradisiaca (lingua
dell'armonia e della conoscenza)>>,
precedente ad ogni <<offesa dell'uomo
alla natura>> (p. 27), una lingua
ormai introvabile e a cui è possibile
sopperire solo con la lingua dei poeti:
<<La lingua della poesia... compensa
l'imperfezione della lingua, il fatto
cioè che tra le lingue manchi quella
"suprema", impossibile e forse
da tempo perduta>> (p. 113).
La
polemica sottesa a queste parole è
contro "quelli che hanno sottratto
alla natura il suo pulsare, la sua lingua>>,
i quali <<non potranno avere dell'imitazione
che un'idea gelida e priva di vita: infatti,
la creazione, nell'arte, si dà
solo come contiguità con la creazione
che è in atto nella natura>>
(Prosodia della natura, p. 22).
Prosodia
della natura è un libro pervaso
dalla speranza che infine sia possibile,
attraverso lo sguardo dei poeti, attingere
il mistero della natura, conoscere la
sua radicale alterità, che ci permetta
di <<narrare il romanzo della natura>>
(p. 102). Prete è certo che la
metafora poetica non sia <<mai un'astrazione,
ma è soltanto una dislocazione
fisica dello sguardo. Con questo stesso
sguardo è possibile auspicare una
"fisica sperimentale dell'anima">>
(p. 21). Centrale è qui la questione
della lingua: <<Rifare la lingua
vuol dire ridare alla metafora la sua
anima "naturale", la sua fisica,
vivente creaturalità. Ecologia
della lingua e poesia sono la stessa cosa>>
(p. 130).
La
poetica dello sguardo, fondamentale -
come vedremo - nelle narrazioni seguenti,
aveva trovato già in Chirografie
una sua prima coerente formulazione: <<La
letteratura vela, del paesaggio, quel
che lo sguardo libera. Ma dà anche
una parola e una possibilità d'oltrepassamento
al limite dello sguardo>> (p. 22),
dove è da notare la funzione di
mediazione che Prete attribuisce alla
letteratura nel rapporto tra sguardo e
paesaggio, oltre il paesaggio che la percezione
riesce da sola a discoprire. In Prosodia
della natura, Prete torna a interrogarsi
sulla <<relazione>> che <<la
lontananza della notte>> <<dischiude
tra vedere e poetare>>
(p. 81), e ancora sul senso del guardarsi
allo specchio, <<lo specchio dell'io,
luogo dell'affrontamento di sé>>
(p. 90) secondo Baudelaire dell'Irrémédiable;
e poi sul significato del mare, <<riverbero
metafisico dell'altro>> (p. 91),
presente in Moby Dick; e infine
- ma gli esempi potrebbero continuare
- considera <<la preziosità
di una pietra>> che è <<testimonianza
di un ordine, cioè di una forma
e di una lingua che sono sotterranee,
originarie, anteriori all'uomo>>
(p. 107), e che l'uomo cerca di rendere
a sé familiari. Così anche
le piante hanno un loro "sentire"
(<<Dante è attento al "sentire"
della pianta>> p. 120), che ci rimarrebbe
per sempre sconosciuto senza la poesia
(vedi la sezione del libro intitolata
Jardin des plantes).
Bisogna
capire, dunque, che <<ogni esperienza
poetica è davvero la nascita di
un nuovo sguardo>> (p. 129), anche
quando questo sguardo non sia che uno
<<sguardo animale>> (p. 148).
<<Rilke... fa dell'animale il testimone
di quell'infinito che per il poeta è
"indicibile", ma nello stesso
tempo vede la fraternità dell'animale
e dell'uomo nel dolore di una separazione
dall'origine>> (p. 149). Anche in
questo caso la poesia trasforma lo sguardo
muto dell'animale nella metafora di quella
<<prima lingua, lingua purissima,
prossima al Verbo, nella quale l'essenza
delle cose era irrimediabilmente nome
e il nome conoscenza>> (p. 155).
Un intero universo ci rimarrebbe precluso,
a meno di intendere la sapienza alla maniera
degli antichi, come <<scrigno che
custodisce il fantastico>> (p. 153),
ovvero tutto ciò che immediatamente
ci è sconosciuto. Prete sa che
solo <<la narrazione fantastica
può ospitare, senza raggelare,
la verità>> (p. 156), e che
solo una lingua che vada <<oltre
la barriera della convenzione semantica>>
e fondi <<la sua sintassi nell'armonia
creaturale>> (p. 167) può
ristabilire un rapporto autentico tra
uomo e natura. Per questo l'estetica della
percezione in Prete non può che
approdare all'ipotesi che sia lo sguardo
animale il miglior punto di vista dal
quale guardare alle cose del mondo ed
anche a noi stessi, poiché esso
<<restituisce all'uomo il limite
della sua percezione, la povertà
di campo del suo linguaggio e, persino,
l'insensatezza, alla lettera,
della sua superiorità>> (p.
170).
Se
è vero l'assunto iniziale, che
cioè <<la natura è
poesia>> (p. 25), l'excursus tra
i poeti delle varie letterature non può,
alla fine, che condurci alla riscoperta
della natura nello <<sguardo animale>>,
lo sguardo poetico per eccellenza: <<Osservare
la singolarità del vivente, di
ogni cosa vivente, come la pulsazione
necessaria di una stessa lingua: se la
poesia ha, come le nuvole, uno sguardo,
esso è il riflesso dello sguardo
animale>> (p. 171). Questo è
l'approdo dell'estetica della percezione
in Prete, un approdo che stabilisce una
misura definitiva per l'uomo abituato
a ergersi a sovrano dell'universo. Lo
sguardo animale, cioè lo sguardo
poetico, è la misura di questa
percezione, nella quale si riassume il
limite umano e la vera essenza dell'uomo
come essere naturale.
Rimane
da chiedersi quale posto occupi Prosodia
della natura nel percorso narrativo
di Prete. Questo libro, come si è
visto, si colloca sulla soglia dei generi;
come uno zibaldone di pensieri, mescola
l'intuizione critica all'annotazione riflessiva
alla meditazione sulla poesia. La questione
della lingua, sottratta a secolari dispute
di parte, costituisce il fulcro della
riflessione di Prete. Il titolo annuncia
un trattato di regole "prosodiche"
utili a leggere la natura, o a ritrovarla,
ma allude anche al compito che Prete si
assume rispetto alla tradizione poetica
europea (e non solo), di comprendere,
attraverso la lingua poetica, il senso
della presenza umana nel mondo, ricondotta
alla sua dimensione reale, sottratta ad
ogni antropocentrismo e a ogni falsa certezza.
Il senso di questo programma era già
ben chiaro all'autore sin dai tempi di
Chirografie, quando così
Prete definiva la prosodia: <<La
prosodia come statuto che unifica i linguaggi,
li distoglie dalla chiacchiera, li corazza
di silenzi e di assenze, li spinge verso
quel prima e quel dopo la lingua che è
la musica.>> (p. 20); come dire,
alla ricerca di una lingua naturale...
Probabilmente,
proprio a causa di questa necessità
meditativa che oltrepassa e reprime la
vena fantastica e narrativa, Prosodia
della natura rimane al di qua della
narrazione, che si dispiega completamente
solo con i libri seguenti, dove lo sguardo
del narratore non è più
mediato (almeno, non palesemente) dallo
sguardo dei poeti, ma acquista la sua
piena autonomia affabulatoria. Tuttavia,
in Prosodia della natura sono
ripresi e sviluppati e variati in forma
di frammento tutti i temi che fin qui
abbiamo visto caratterizzare la narrativa
di Prete e che ritroveremo nei libri seguenti:
l'osservazione della realtà a partire
dalla propria interiorità, il fantastico
come luogo di una conoscenza più
autentica, lo sguardo animale, eccetera.
Provo
ora a leggere L'imperfezione della
luna (Feltrinelli, Milano, 2000)
e Trenta gradi all'ombra (Nottetempo,
Roma, 2004) come un medesimo libro. Del
resto, solo pochi anni separano l'uno
dall'altro e, dunque, è lecito
pensare che essi siano il risultato di
una medesima disposizione narrativa. Il
racconto di Prete ha varie tonalità
e non è facilmente riassumibile
in una formula. La scena della narrazione
è spesso riconoscibile nei paesaggi
salentini della giovinezza dell'autore,
la natia Copertino e il Salento in generale,
e nelle città grandi e piccole
in cui l'autore ha vissuto, Parigi, Milano,
Siena, ma si accenna anche a una non meglio
precisata città anseatica (L'imperfezione
della Luna, p. 108), che diventano
i luoghi prediletti della sua osservazione,
della sua "percezione delle cose"
(L'imperfezione della luna, p.
30). Osservare è parola
chiave nella narrazione di Prete, e l'osservazione
è la pratica ricorrente, sia essa
l'osservazione di scene di vita paesana
(vedi Cinema meridiano in Trenta
gradi all'ombra o La stagione
delle tarante ne L'imperfezione
della Luna, per citare solo due racconti)
sia quella che riporta il narratore nelle
Stanze (L'impeferzione della
Luna) abitate nelle varie età
della vita (dal sapore proustiano) o che
gli fa rivedere le movenze leggere di
una donna ("osservavo il suo passo
leggero" ne Il passo leggero,
L'imperfezione della luna, p, 75),
le infinite regioni siderali (vedi la
sezione Carte celesti, L'imperfezione
della luna) o le corse di Luna, la
cagna ormai morta dal "nome d'ombra,
o meglio di luce nell'ombra (Trenta
gradi all'ombra, 11, pp. 51-52).
Già in Prosodia della natura
Prete ci aveva spiegato che osservare
significa entrare in relazione con il
mondo esterno, comunicare con l'Altro
e, dunque, intraprendere la difficile
strada della conoscenza, anche per via
fantastica. Osservare è vivere
nel senso pieno del termine. E allora
bisogna intendersi su questa parola, osservare,
poiché è certo che nessun
cieco realismo è presente nella
pagina di Prete. Ne è prova la
presenza di racconti in cui alla credenza
popolare si sovrappone una limpida visionarietà
(<<... che della malinconia è
un po' la lingua...>> scrive Prete
in Dalla lettera di un cartografo
a un amico, Trenta gradi all'ombra,
13, p. 56) come in Portenti di fra
Giuseppe da Copertino (L'imperfezione
della Luna) o, nella stessa raccolta,
in A largo, dove si racconta
come un pescatore pescò una nuvola;
ma vedi anche i racconto immaginifici
dal titolo Questioni naturali,
Sulla torre di tufo, e la Favola
dell'ombra raccontata dalla madre
(Trenta gradi all'ombra 3, 5
e 10); racconti nei quali - ma se ne potrebbero
citare altri - l'immaginazione dello scrittore
carica di una misteriosa potenza allusiva
e visionaria la narrazione.
Quello
che il narratore, in fatto di osservazione,
richiede al lettore è un nuovo
<<sistema delle nostre percezioni>>.
In Una rimostranza (Imperfezione
della luna, p. 32) scrive: <<Insomma
è tutto il sistema delle nostre
percezioni e dei nostri poteri che va
rimesso in discussione, riordinato, sottoposto
a revisione e controllo, sottoposto a
modifica. Tutto è nello stesso
tempo lontano e vicino, sommerso ed evidente,
non ci sono proporzioni, distinzioni tra
esterni e interni, delimitazioni di campi
visivi. Quel che può parere una
virtù del nostro stato si rivela
di fatto essere un limite per la nostra
azione. Non possiamo agire se non, per
così dire, in interiore homine...>>.
Osservare significa percepire in modo
nuovo la realtà, a partire da se
stessi, dalla propria interiorità.
Ne troviamo conferma in una vera e propria
dichiarazione di poetica che apre Da
un incompiuto Libro d'ore (Trenta
gradi all'ombra, 25, p. 97), dove,
commentando alcuni scritti di Libero Martano,
Prete dichiara che bisogna <<comprendere
come per lo scrittore la cura dell'interiorità,
o meglio l'interrogazione di sé,
del proprio situarsi in rapporto ai viventi,
non fosse mai disgiunto da una sorta di
esercizio dello sguardo, assiduo e ostinato.
Si potrebbe dire che descrivere era per
lui vivere. Perché descrivere era
entrare in relazione con le cose, sentire
il loro respiro, mettersi in ascolto della
loro lingua.>>
Cura
di sé e sguardo aperto sul mondo
sono, dunque, le due facce della narrazione,
inscindibili l'una dall'altra, necessarie
l'una all'altra; e non è difficile
rinvenire in tutto questo, sia pure entro
un disegno narrativo più ampio
e variegato, una conferma di quanto Prete
aveva scritto in Prosodia della natura
e anche nelle sue opere precedenti.
La
cura di sé sottintende una diuturna
interrogazione sul senso della propria
esistenza, a partire dalla considerazione
che la singolarità dell'individuo
è una cosa ben misera: <<...la
mia singolarità sarebbe in questo
caso solo un'egoistica supposizione, la
mia irripetibilità - di figura,
di sentimenti, di pensieri - sarebbe una
credenza arrogante.>> (L'imperfezione
della luna, p. 105).
Lo
sguardo aperto sul mondo, sugli infiniti
universi, porta anch'esso a conclusioni
estreme: <<Dunque nella linea che
separa il giorno dalla notte c'è
un segreto spaventoso: ogni sua oscillazione
può essere il primo istante di
un sistema infiammato da una luce sovrana
e distruttiva, oppure può essere
il primo istante di un crescente gelo
notturno nel cui buio si spengono uno
dopo l'altro i pianeti, precipitando,
privi di energia e di futuro, nell'assoluto
niente.>> (L'imperfezione della
luna, p. 116). Così <<il
cielo di per sé puro vuoto>>
diventa <<abisso della lontananza,
anzi figura stessa dell'assenza.>>
(L'imperfezione della luna, p.
120). A questi risultati sconcertanti
approda la percezione nella narrazione
di Prete. Ma si leggano anche le belle
pagine dal titolo Lo sguardo, l'ombra
(L'imperfezione della luna,
pp. 166-167) scritte per Luna, la cagna
ormai morta, nelle quali lo sguardo della
cagna (<<i suoi occhi, sorprendendo
i miei>>) rimane <<inesplicabile>>:
<<Nessuna familiarità poteva
addomesticare questa distanza: nei suoi
riverberi si potevano qualche volta leggere
barlumi della separazione dell'uomo dall'universo
animale>>.
Non
diversa è la soluzione della dialettica
luce-ombra, la prima "figura stessa
della conoscenza", ma solo se la
si pensa "in relazione" con
la seconda (Solstizio d'estate,
in Trenta gradi all'ombra, 26,
p. 103), in quando <<siamo necessarie
l'una all'altra>>, dice l'ombra
alla luce nel Dialogo dell'ombra e
della luce (Trenta gradi all'ombra,
27, p. 108). La percezione, alla fine,
deve arrendersi davanti all'estrema ipotesi:
<<Di fatto, in questa percezione,
lo stato di ansia è dato dalla
prossimità di un sospetto: se,
come l'ombra, tutto fosse apparenza, i
corpi stessi e l'universo intero fossero
apparenza? L'ombra è dunque figura
dell'apparenza, sua messaggera e testimone.>>
(L'ora dell'insidia, in Trenta
gradi all'ombra, 28, p. 114). E'
questa una delle ultime pagine del racconto
di Prete, nel quale si condensano gli
interrogativi più ardui che l'uomo
possa rivolgere a se stesso e agli altri;
pagine leopardiane, oltre le quali non
è possibile spingere la nostra
percezione. Dinanzi al cielo stellato
e all'infinito mistero che esso racchiude,
anche l'osservatore più acuto deve
ritrarsi: <<... in quegli abissi
mi soffermo a lungo, e vedo senza vedere,
o sogno di vedere oltre il visibile, e
ancora oltre, fino allo smarrimento del
pensiero stesso, dell'immaginazione stessa.
Così diviene impossibile il mio
compito di osservatore.>> (Dalla
lettera di un cartografo celeste a un
amico, in Trenta gradi all'ombra,
13, p. 59).
Nessuna
meraviglia, allora, se il ritmo della
prosa trova una sua misura nelle figure
conclusive dei paesaggi consueti della
giovinezza, dove il fluire del tempo sembra
sospeso, tra il verde argentino degli
ulivi, i racconti delle donne, i giochi
dei ragazzi, il vecchio che fuma la pipa
tra i bagliori del meriggio, il mare...
Queste
figure sospese nel tempo, su cui ritorna
la narrazione, sono le figure del ricordo,
della nostalgia (non si dimentichi che
Prete ha curato nel 1992 per Raffaello
Cortina Editore un volume, ristampato
nel 2004, dal titolo Nostalgia.
Storia di un sentimento), del
tempo irreversibile e irrecuperabile,
se non attraverso il ritmo delle parole.
E' facile imbattersi in stilemi del tipo
<<Fu proprio allora, rivedo il momento...>>
(Al banco, in L'imperfezione
della luna, p. 22) oppure <<Te
la ricordi anche tu...>> (La
petracadente, ne L'Imperfezione del Luna,
p. 40) o anche <<...pensando al
passato...>> (La frase,
in L'imperfezione della Luna,
p. 68); e ancora si legga La meridiana,
i cui capoversi, salvo l'ultimo, sono
tutti introdotti dalla formula <<C'è,
nel ricordo...>> (Trenta gradi
all'ombra, pp. 37-38). Nel ricordo,
dove prevale il <<tempo verbale
dell'imperfetto>> (Lo sguardo,
l'ombra, in L'imperfezione della
luna, p. 166), si esercita l'osservazione
della realtà e l'indagine sul mistero
che essa racchiude; ed è esercizio
mai fine a se stesso, come quello di chi
non abbia altra prospettiva che il passato,
e in esso si adagi, bensì diventa
il momento risolutivo d'ogni interrogazione
e d'ogni ricerca, l'unico possibile approdo
consentito alla lingua imperfetta
dell'uomo, lingua intesa come <<atto
di una separazione, il primo segno di
una ferita>>. Il ricordo, dunque,
sembra ricondurre alla <<lingua
vera della creazione>> (La prima
solitudine, in L'imperfezione
della luna, p. 128), che permane
<<anche nell'atonia, o nel deserto
del sentire>>, e di cui occorre
imparare ad <<apprendere qualche
tecnica per proteggere con l'arte del
linguaggio la trama impalpabile del sentire.>>
(Da una lettera, in L'imperfezione
della Luna, p. 80). Come si vede,
vi è una ripresa di temi e motivi
già presenti nelle prime opere
dello scrittore, che qui trovano una più
limpida e matura definizione, ma soprattutto
si incarnano in storie e racconti di grande
respiro narrativo.
<<Osservare
il mare [...]: di qua il profumo di una
terra aspra e pietrosa, di là il
suono dello sconfinato, il rumore della
lontananza. Lu rusciu ti lu mare,
il suono del mare, è voce che poi
ti accompagna. Anche nell'atonia, o nel
deserto del sentire.>> (Epilogo.
La luce, dall'ombra, in Trenta
gradi all'ombra, p. 122).
Terminata
la lettura dei racconti di Antonio Prete,
so che è dalla cura di sé,
da una ostinata osservazione dell'Altro,
in tutti i suoi aspetti, persino quelli
di un Bestiario familiare (vedi
L'imperfezione della luna, pp. 125-167),
di un mondo fantastico che sempre si sottrae
alla nostra immediata comprensione, so
che è da questa instancabile ricerca
che bisogna ripartire per poter ancora
una volta narrare una storia, anche quando
dietro l'angolo ci attenda il fallimento,
il terribile volto di una verità
che non ha nulla di consolante per noi
umani, ma che non ci può cogliere
impreparati. Prete narratore ci consegna
infine questo messaggio, chiaro e severo,
e tuttavia implicitamente invitante a
non sospendere mai la ricerca dell'Altro,
che costituisce la fonte preziosa di ogni
affabulazione. Oggi come ieri, soltanto
una narrativa consapevole delle sue ragioni,
solo un raccontare che sia l'esito di
una seria e spregiudicata riflessione
sul rapporto tra sé e il mondo,
a lungo mediato dallo studio della tradizione
poetica, può avere diritto di cittadinanza
nelle lettere contemporanee, troppo spesso
bistrattate da facili sequele di narrazioni
immotivate.