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29
luglio 2005 |
Gino/
29
di
Francesca Andreini
Fuggire
e non fuggire
Una
notte, Gino lo svegliarono dei rumori
di mobili sbattuti. No... non erano i
mobili sbattuti... era qualcuno che ci
sbatteva contro...
Poi
un urlo soffocò in un rantolo e
dopo un tonfo, rumore di cosa che si contorce
per terra.
Corse
in cucina e ci trovò Adele tutta
accartocciata. Le mani, le gambe, le dita
dei piedi e la faccia attorcigliati negli
spasmi. Da una bottiglietta che teneva
in mano usciva dell'acido che sfrigolava
sul pavimento.
Subito
dopo arrivarono in trambusto tutti gli
altri e cacciarono ognuno un urlo diverso.
Poi tutti insieme gli si buttarono addosso,
la voltarono, la scossero.
Chi
gli urlava di rispondere e chi di respirare.
"Aprite, aprite la finestra!",
e Gino corse a spalancare l'aria fredda
dentro.
Chi
gli apriva la camicia, chi gli buttava
in faccia l'acqua. "Un dottore, un
dottore!".
E
una delle sorelle si affacciò gridando
in strada "un dottore, un dottore,
sta morendo!".
Gino
andò in corridoio e trovò
il telefono, sfogliò e risfogliò
la rubrica che gli saltellava fra le mani
e chiamò. Gridando, per farsi sentire
sopra gli urli che c'era in casa.
"Il
dottor Pieri? È casa Ricci... una
disgrazia... mi sente? Bisogna venga subito,
s'è ammazzata! Io... sono il garzone...
sì, sono in casa Ricci. La figlia...
quella fidanzata... sta in cucina... s'è
ammazzata... presto!", e Gino sbatté
il telefono a posto perché gli
s'era chiusa la gola e non riusciva più
a parlare né a respirare.
Quando
tornò in cucina la mamma c'aveva
stretta al petto la figlia e dondolava
avanti e indietro mugolando. Gli occhi
sbarrati e le labbra bianche.
Le
sorelle ancora gridavano e correvano in
giro. Il signor Ricci, con le mani in
testa, tirava i capelli e borbottava senza
senso.
Sembrò
che niente più sarebbe successo.
Dondolare, e gridare e strapparsi i capelli.
Fermi in eterno, con l'Adele accartocciata,
sbranata dal veleno, e tutti intorno.
Ma
già dopo pochi minuti cominciarono
a affacciarsi le voci per la strada, alle
finestre dirimpetto, sul pianerottolo
di casa.
E
presto comparve lo zio, col paletot buttato
sulla camicia da notte e la faccia gialla.
Poi
subito di seguito il dottore e qualche
vicino.
E
chiunque entrava nella cucina restava
senza tempo, fermo a guardare l'Adele
che aveva abbandonato tutti. E s'era risucchiata
via la loro vita, insieme alla sua.
Fu
il dottore a riscuotersi e a far cenno
che bisognava muoversi.
Ci
vollero tre uomini a staccare la mamma
dalla figlia e tutto un gruppo di donne
a trascinarla in camera.
Lo
zio allontanò il padre.
Le
sorelle si abbracciarono strette.
Il
dottore chiuse gli occhi sgranati dell'Adele
e cercò di riplasmare un po' la
bocca contorta. Una zia, piangendo, le
lavò di faccia la schiuma.
"Acido
muriatico", il dottore teneva la
bottiglietta con un panno e scuoteva la
testa.
Nella
cucina ormai non ci si stava quasi più
da quanta gente ci s'era pigiata. E tutti
pesticciavano per guardare.
Il
dottore si fece largo a forza e andò
al telefono.
In
quel trambusto Gino per un pelo riuscì
a bloccare la Tina, che s'era svegliata
e attraversava il corridoio sgranando
un tanto d'occhi d'avere tutta quella
gente per casa. La fermò prima
che entrasse in cucina e la consegnò
a una donna che se la prese da parte per
spiegargli che succedeva.
Gino
si mise a mandare fuori quella ressa che
non c'entrava nulla. E a spinte e "per
piacere" convinse tutti a uscire.
Ma
la casa fu vuota per poco perché
poi cominciarono a arrivare i parenti,
il prete, le guardie.
Una
ressa, per giorni.
Gente
a vestire la morta, gente a vegliare,
gente a investigare.
E
curiosi a ogni ora che si affacciavano
alla porta aperta, si incontravano sul
pianerottolo, parlavano e commentavano.
A
Gino gli dava noia, in quella casa tanto
riservata, che ora tutti venissero a bracare
nello scempio e lo aprissero, lo annusassero,
ci infilassero i loro becchi sudici.
I
Ricci non facevano e dicevano niente.
Ma
non ne potevano più di chiacchiere
e commenti e il trasporto lo fecero di
nascosto, a notte. Ce n'era già
stato abbastanza, di scandalo, senza che
ci fosse una folla inciprignita di commenti
a seguire la bara.
Giusto
lo zio e la sorella della signora Ricci
con i figli più grandi. Sollevarono
per le braccia la madre, circondarono
le spalle del padre, si fecero accanto
alle sorelle giù per le scale e
per la strada deserta, scivolando dietro
i becchini che oscillavano la cassa scura
sulle spalle. Tutti zitti come fantasmi,
a pigiarsi i fazzoletti sulle bocche per
non fare suono.
Gino
rimase in casa con la Tina. Che stava
male, dal giorno della disgrazia, e non
era potuta andare. Lei che l'aveva vista
nascere, l'aveva tirata su e ora per colpa
d'un farabutto... fino a notte fonda si
lamentò, seduta al tavolo, con
la testa appoggiata a un palmo e la faccia
secca di dispiacere.
Gino
c'aveva rabbia che qualcuno avesse rovinato
quella casa gentile, pacata da generazioni...
Gli
avrebbe torto il collo, a quel disgraziato.
Che
non si fece nemmeno vedere né sentire.
A scavare di più nel dispiacere,
l'idea di aver accolto, fatto partecipe
quel serpente della loro serenità.
Lasciandogliela deflorare, sciupare per
sempre. Non che ne parlassero, no. Gino
lo immaginava soltanto, che si dovessero
sentire così. A lui non gli dicevano
niente, se non "grazie" di tanto
in tanto per tutti i suoi servigi, con
la bocca rilasciata e gli occhi vuoti,
parlandogli senza vederlo davvero.
Dopo
il trasporto non c'era più niente
di urgente da fare. Tutta la famiglia
si poté mettere a soffrire in pace
e a capire se ce l'avrebbe fatta.
La
signora, non si sapeva proprio. Si mise
a letto, non mangiava, non beveva e non
dormiva. Il dottore veniva spesso e usciva
sconsolato.
Il
signor Ricci si trascinava fino al magazzino,
faceva finta di lavorare un paio d'ore
e poi se ne andava in giro.
Le
sorelle stavano in casa a vegliare la
madre.
Anche
la Tina aveva una brutta cera e dovettero
prendere una sguattera giovane, perché
lei non c'aveva più la forza di
far nulla.
Il
nonno nessuno lo vedeva o lo sentiva più.
S'era finito di rincoglionire e dormiva
tutto il tempo.
Gino
e Marzio tiravano la carretta. Si davano
da fare il doppio, in magazzino, ora che
c'era un monte di gente che passava e
che chiedeva di vedere un tessuto solo
perché era curiosa e prima o poi
gliela buttava lì, una domanda
sulla disgrazia dei Ricci.
I
commessi si mettevano a rispondere e inventavano
particolari. O magari li sapevano, Gino
non avrebbe potuto dirlo.
"Ehh,
s'è innamorato di un'altra... così,
dall'oggi al domani...", il commesso
con la stoffa in mano e gli occhi in quelli
del cliente.
"Certo,
s'erano compromessi... per questo lei
poi...".
Marzio,
se era libero, interveniva a tagliar corto
e diventava sgarbato.
"Lo
servo io, questo signore, che mi sembra
tu non sappia di cosa ha bisogno".
Di
essere mandato via, che succedeva presto.
Il tempo di sparare un prezzo ridicolo
e di riporre la pezza senza nemmeno aspettare
una risposta.
Dopo
poco cominciarono a capire subito quelli
che entravano solo per chiacchierare e
Marzio proibì a tutti di cianciare
di quello che era successo. Però,
nel giro di poche settimane, la gente
smise di curiosare e ricominciarono a
comparire solo i clienti veri.
Gino
s'era reso utile fin dal primo giorno.
E mentre i commessi bighellonavano e uscivano
sempre più spesso lui s'era messo
a aiutare Marzio. Quando c'era più
persone insieme e Marzio era solo, allora
li accoglieva lui i clienti e cercava
di fare del suo meglio, finché
Marzio si liberava e accorreva in suo
aiuto.
In
casa invece cercava di sparire. La signora
Ricci girava adesso come un fantasma.
In vestaglia, con la faccia pesta, passava
ore in cucina con la Tina che la imboccava
come una bambina e lei che tratteneva
i conati.
"Lo
faccia per suo marito, signora... per
le altre figlie...".
E
lei buona buona si lasciava dare un cucchiaino
di minestra e poi chiudeva gli occhi ripensando
a perché doveva mangiare.
Le
altre figlie, dopo un mesetto, ripresero
a uscire. Studiavano e studiavano e sospiravano
la sera, chiuse in camera.
La
domenica, per non stare in casa, invece
di riposarsi Gino adesso passeggiava a
lungo.
Visitò
tutte le piazze e tutte le chiese. Ammirò
i palazzi di rosso sobrio; le torri, il
duomo a strisce, i gradini antichi che
si sciorinavano per le strade.
In
Piazza del campo ci passava le ore intere.
Così larga, all'improvviso, lo
stupiva tutte le volte. In discesa verso
un punto, sembrava volesse risucchiare
da qualche parte misteriosa
Da
qualche parte che sapevano solo quelli
che l'avevano fatta, la piazza, e che
si tramandava nei secoli a chi la guardava.
Un segreto, un incanto, un'armonia di
chi sa come fare il mondo.
Lui
si sedeva nella parte più alta
e si lasciava scivolare a lungo su quel
mistero, poi si metteva a guardare il
cielo. Che lì non era striminzito,
fra le case, ma vasto, grigio a nuvole
spesse, bianco striato di pioggia, azzurro
spazzato di vento freddo. Sempre più
luminoso e pulito, via via che passava
il tempo.
Ai
primi di marzo piano piano il padrone
ricominciò a stare in magazzino,
e Marzio si prese il suo tempo per spiegargli
quel che era successo in sua assenza.
Lo convinse a licenziare tutti e a prendere
in prova Gino come commesso.
Arrivò
un ragazzino veloce e allampanato a far
da garzone.
Gino
era tronfio di orgoglio e ogni giorno
più bravo.
Srotolava,
lisciava, faceva saltellare in aria le
stoffe. Poi, capiva subito i clienti.
Lui e Marzio con due e tre cenni del capo
si dicevano: "quello non c'ha una
lira" oppure "questo è
qui per comprare" e si aiutavano
a vicenda.
Con
la prima paga, Gino iniziò le rate
di un vestito nuovo, elegante. E a guardarsi
nello specchio del sarto non ci poteva
credere.
Un
uomo.
Con
le spalle larghe, il collo forte, il naso
grosso e le mascelle piantate in faccia.
Non era nemmeno più biondo ma rossiccio,
a forza di impomatarsi di brillantina.
Da non riconoscersi.
Gli
tremavano persino le gambe, quando uscì
vestito di tutto punto.
Era
i primi di aprile e cominciava a stiepidirsi
l'aria.
Andò
in Piazza del campo e si sedette a un
bar. Il tavolo all'aperto, il caffè
davanti, Gino nel vestito nuovo si sentiva
un signore.
Pensò
allo zio Alcide. Gli avrebbe scritto,
anche a lui, lo avrebbe invitato.
Voleva
prendere una stanza in affitto vicino
al magazzino e ospitare chi gli pareva.
Si
immaginò con lo zio, a parlar di
donne e di soldi... da non stare nella
pelle, per la voglia di esserci già.
E
tutte le cose che c'aveva da raccontare,
ora. Ci sarebbero volute settimane per
dirgli tutto.
Fuori,
nella notte... signorine, cene fuori,
caffè concerto e parlare fino a
tardi...
Certo
che, per l'intanto, c'aveva solo un sacco
di debiti col sarto, il calzolaio e il
parrucchiere. C'avrebbe messo dei mesi
prima di rivedere la luce. Fece un calcolo
con la mente e si sentì risucchiare
indietro. Via dai bar, dai ristoranti
luminosi, dalle giornate libere nella
sua camera, via lo zio e la compagnia...
Sarebbe
dovuto restare nella stanzina, invece.
Nella casa triste, a vedere la gente deperire
e lamentarsi, scivolare via sui giorni,
vivere nella morte.
Gli
si strinse il cuore, a quell'idea. Ora
che si godeva il suo caffè, seduto
al bar come un signore, pensare di tornare
alla stanzina e la casa triste gli parve
un delitto.
Lui
che voleva uscire, avere soldi e racconti,
magari una ragazza, la calma del mondo
della piazza e il suo scivolo verso un
punto di segreto e di sapienza.
In
quel momento uno starnazzìo alto
nel cielo lo fece voltare in su.
Una
migrazione.
Su
un cielo mosso pazzarello di nuvole tonde
e piccole che volavano via veloci. Contro
il blu, le penne brillanti di luce, le
anatre s'erano messe a V e si inseguivano
rapide verso il sereno.
Gino
inspirò e espirò e chiuse
gli occhi per sentir meglio. Sì
... c'era profumo d'erba tiepida nell'aria.
Un sospiro di primavera.
"Le
porto altro?".
Gino
si ricompose e mise mano al portamonete.
"No,
grazie".
Spicciolò
quanto doveva sul tavolo.
"Tenga
il resto".
Il
cameriere prese i soldi con un inchino
e se ne andò.
Le
anatre tremolavano fra le correnti pulite
del cielo. La luce stava cambiando e abbassandosi
verso il pomeriggio, inclinava a struggersi
verso la felicità. E andare, andare,
andare. Nella gioia, la scoperta, il respiro
libero di chi deve conoscere ancora tanto...
Gino
si alzò di scatto, uscendo da dietro
il tavolino e mettendosi a correre sul
bel pavimento rosso di cui era ricoperta
Siena.
S'era
distratto, dietro le sue corbellerie,
e aveva fatto tardi.
(Fine)
Per
leggere i capitoli di GINO
precedenti al 21,
vai qui,
all'ARCHIVIO della prima
serie di ZIBALDONI E ALTRE MERAVIGLIE,
e cerca per AUTORE:
Francesca Andreini, o per
TITOLO: Gino. |
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