Si
dice che non si può più
parlare di popoli, e nemmeno di genti,
ma solo di gente. La gente non appartiene
a nessun popolo, la gente condivide
solo l'estraneità. Mentre i popoli
fantasticano, la gente pensa. E si dice
anche che non si può più
fantasticare, cioè cercare spiegazioni
con la fantasia, ma solo riflettere,
calcolare, macchinare, come il pensatore
di Rodin. In quel mostruoso accartocciarsi
delle rughe, in quella postura vile
e scomposta, c'è tutta la deriva
logica di una civiltà impoverita
e impaurita, del tutto incapace di utilizzare
la persistenza e la forza del mistero.
Per
fantasticare è necessario trovare
la giusta posizione, la postura adatta.
Tutti
i popoli antichi hanno praticato per
millenni la coltivazione sistematica
della coscienza, producendo molte scienze
tradizionali di sviluppo mentale, le
cui origini si perdono nel primo albeggiare
della consapevolezza umana. Eredi delle
tradizioni sciamaniche, queste scienze
vertevano su un diverso modo di disporsi
verso le cause che agiscono sull'uomo,
provando ad interagire con esse, piuttosto
che allontanarle e poi vanamente cercare
di controllarle.
Essenzialmente
queste scienze consistevano nell'assunzione
di posture fisiche e mentali, attraverso
le quali accettare transitorietà
e impermanenza come la nostra vera natura.
In tali posizioni, credevano, esistere
e fantasticare non erano più
momenti separati. Unica legge che si
riconosceva alla natura era l'impermanenza,
la transitorietà dei fenomeni
e la loro insostanzialità, ma
l'acquisire l'impermanenza come legge
non aveva nessuna pretesa di verità
assoluta, era coscientemente inteso
solo come espediente per aderire agli
avvenimenti. Sebbene per noi sia difficile
pensarlo, in queste scienze, ciò
che viene detto 'naturale' o 'originario',
non ha a che fare con un ritorno allo
stato primigenio, ma l'accenno alla
primordialità serve soltanto
a sviluppare un'abilità, un potere
che, con tutta evidenza, ci appartiene
da sempre. Dato che non poteva trattarsi
di uno stato mentale al quale tendere,
da desiderare e al quale giungere dopo
un apprendistato, il che avrebbe reiterato
la separazione, allora ci si allenava
a considerarlo come lo stato naturale,
che in quanto tale non poteva essere
cercato né desiderato.
Uno
degli aspetti più evidenti del
potere che si andava sviluppando, era
la capacità di abbracciare simultaneamente
punti di vista differenti, anche opposti,
con il riconoscimento che gli opposti
non sono contrari, ma polari o interdipendenti,
e che vi è qualcosa che può
venire alla luce da una consapevolezza
più piena di quella tracciata
dalla linearità logica. In termini
moderni, potremmo dire che il labirinto
del sistema nervoso può integrare
più variabili che non il procedimento
indagatore dell'attenzione conscia.
Quindi
il fine degli esercizi era quello di
liberare la mente dai limiti arbitrari
che le sono imposti dalla fissazione
abituale sui propri contenuti. Liberato
in tal modo, dicevano, l'individuo cosciente,
anziché essere prigioniero della
creazione, diviene un 'collaboratore'
della creazione. E' un procedimento
che a volte viene chiamato 'sedere dimenticando'
'siedo e dimentico', e che noi potremmo
finalmente chiamare 'fantasticare',
o anche meglio 'divagare', nel senso
di 'vagare fra le apparizioni', ma anche
di 'cercare con la fantasia una spiegazione',
al posto del mal solubile 'meditare'.
Sentiamo
la descrizione di questo fantasticare
o divagare in un antico testo: "Dobbiamo
imparare a prendere posto nella vasta
distesa del cielo. Dopo possiamo vedere
le affascinanti nuvole, tempestose o
brillanti, scorrere in questo cielo
bellissimo e sconfinato" (Wen Tzu,
I sec. a. C.).
E
ancora in un altro: "La capacità
della mente è ampia e vasta,
come l'ampio cielo. Non startene a sedere
con la mente fissa sulla vacuità.
Se lo fai cadrai in un neutro genere
di vuoto. La vacuità include
il sole, la luna, le stelle, e i pianeti,
la grande terra, montagne e fiumi, tutti
gli alberi e le erbe, uomini cattivi
e uomini buoni, cose cattive e cose
buone, paradiso e inferno; tutti sono
nel mezzo della vacuità. Anche
la vacuità della natura umana
è come questo" (Tan ching,
VII sec. d. C.).
E
un altro: "La saggezza degli uomini
completi consiste nel far fluttuare
le loro menti nello spazio infinito"
(Tai i chih hua tsung chih, XVIII sec.)
.
Il
dispiegarsi di queste citazioni nel
tempo, e la loro provenienza cinese,
dimostrano soltanto che in Cina l'attenzione
per tali scienze non è mai venuta
meno, ha preso alloggio in innumerevoli
scritture e ne ha preservato la laicità.
Ricca è pure la tradizione Sufi,
tuttora vivente quella degli indiani
messicani, per esempio. Ma dappertutto
i cardini fondamentali dell'insegnamento
sono gli stessi, simili le tecniche
e uguali le posture, a dimostrazione
di un tentativo comune, sebbene lontano
nel tempo e nello spazio.
Nella
divagazione degli antichi popoli, non
è la realtà impermanente
la fonte continua delle nostre sofferenze,
ma la concezione illusoria che inafferrabilità,
transitorietà, evanescenza siano
penose. Non è l'impermanenza
la causa della sofferenza, ma il nostro
modo di concepirla come elemento negativo,
ed è proprio l'insicurezza a
scatenare la nostra reazione ostile.
L'impermanenza non è altro che
il modo normale di funzionare della
natura, è il vagare naturale
del pensiero.
Ciò
è evidentemente in contrasto
con l'idea convenzionale del fantasticare,
nella quale l'evasione frivola e parziale
già presuppone un duro ritorno
alla galera. Non un pensiero sapientemente
utilizzato per abbandonare l'illusione
di essere noi, separati da noi stessi
e dal resto, bensì una pausa,
più o meno legale, un gigante
dai piedi fittili.
Il
pensiero ha bisogno di afferrare, aggrapparsi,
ottenere, e l'attaccamento all'idea
di permanenza coincide con la volontà
perversa di aggrapparsi alle cose, di
avere sostegni stabili. Solo nell'autoaffermazione
l'io si può nutrire dell'illusione
della sua esistenza. Se per gli antichi
popoli, e dal punto di vista pratico,
alla radice della follia umana sta la
paura della sofferenza e il desiderio
di evitarla, la sofferenza stessa ha
radici nell'illusione di permanenza,
mentre nell'impermanenza non accettiamo
alcun punto di riferimento definitivo
e ci affidiamo senza remore alla nostra
vera natura, che è la transitorietà.
Lasciar cadere, abbandonare questo attaccamento
è rendersi indipendenti, è
andare in giro senza bisogno d'appoggi.
Un uomo capace di tanto viene definito
negli antichi testi semplicemente come
'un uomo vero'.
Poi
tutto questo è stato azzerato,
e fantasticare è diventato prerogativa
della triste consapevolezza personale,
fatta di giustapposizioni cadenzate
e ripiegamenti stantii. Ma la ricostruzione
'archeologica' di queste scienze è
tuttora possibile, partendo da quanto
di 'tecnico' si sono impadronite alcune
tradizioni e dottrine, religiose e no,
scritte e non, scremandolo e facendo
continuamente la tara nella loro verifica
pratica, ed è quello che ci rimane
da fare, se vogliamo riunirci al mondo
che fantastica.
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