Mi
avevano mandato a insegnare nella succursale
del liceo. Al mio arrivo, mi accoglie
il bidello, un tipo alto e magro, mai
visto prima, e mi guida fin dentro l'aula,
dove avrei dovuto insegnare. Abbiamo disceso
pochi gradini, lui avanti e io indietro,
ritrovandoci in un seminterrato, illuminato
dalla luce di un neon, senza la quale
sarebbe stato buio pesto. C'era un gruppo
di studenti, una ventina, nel centro della
stanza, l'uno accanto all'altro, come
un gregge. Sembrava che non badassero
minimamente al nuovo insegnante, mentre
parlavano con una certa disinvoltura,
senza muoversi dal loro banco, tra loro
e con il bidello, ma io non capivo precisamente
cosa si dicessero. Ho pensato che parlassero
di me. Ho cercato di richiamare la loro
attenzione, distraendoli dal bidello,
che non mostrava di voler abbandonare
l'aula. Niente. Mi guardavano con un'aria
di sufficienza dipinta nei volti pallidi
e inespressivi, come per dire: <<Chi
è questo qui?>>, ma senza
dimostrare alcun interesse, con un sorriso
di circostanza e anche un po' ironico
dinanzi alla mia impazienza. Per stupirli,
ho chiesto se sapessero indicarmi il nome
del luogo in cui eravamo, in cui si trovava
la succursale, dal momento che io avevo
sempre insegnato nella sede centrale ed
era la prima volta che mi recavo in quel
posto. Nessuno che si degnasse di darmi
una risposta. Era evidente che si erano
messi d'accordo per snobbarmi, per farmi
sentire, sin dal primo giorno, una nullità.
Ho pensato, dunque, che il bidello fosse
rimasto lì per darmi man forte,
questa poteva essere la sola ragione per
cui non se ne era andato via subito. Se
le cose stavano così, poteva rispondere
lui alla domanda. Ma il bidello taceva
e accennava di non sapere dove ci trovassimo;
come, dunque, come poteva essermi utile?
Pensavo di stupire i miei nuovi allievi
con quella domanda, ma l'unico che si
fosse davvero stupito ero io. Dovevo dare
fondo a tutte le mie risorse per farmi
accettare, senza temere le conseguenze
di una decisione azzardata. Ho detto:
<<Se qui non c'è nessuno
che sappia in quale paese ci troviamo,
allora è necessario andar fuori
e chiederlo per strada al primo che passa>>.
A queste parole nessuno si è scomposto.
Il bidello con un movimento del capo si
è rifiutato di accompagnarmi fuori,
senza allegare alcuna giustificazione,
come se il suo rifiuto avesse delle ragioni
così palesi che non era necessario
parlarne. Ma io, ero o non ero il professore?
Ho intimato a tutti di seguirmi, ma nessuno
mi ha seguito. Se fossi rimasto lì,
avrei fatto una figura meschina, e mi
sarei sentito perduto dinanzi ai miei
allievi. La decisione era presa: uscire
dall'aula subito, con o senza gli studenti
e a dispetto di quel bidello antipatico
e presuntuoso. Ho risalito i pochi gradini
e sono uscito all'aperto. Avevo l'impressione
che fuori fosse calata la notte. Distante
da me non più di cinque metri,
un uomo alla guida di un trattore avanzava,
illuminando coi fari accesi un campo arato
di fresco. Veniva verso di me. Quale migliore
occasione per rivolgergli quella domanda:
<<Come si chiama questo posto, in
quale paese ci troviamo?>>. Dietro
di me il bidello, rimanendo sulla soglia,
mi richiamava in classe, ed io sapevo
che mi rimproverava per aver abbandonato
da soli gli studenti, cosa grave per un
insegnante. <<Mi lasci in pace>>
gli ho gridato voltandomi, <<non
vede che sto interrogando questo signore>>,
come se questa interrogazione fosse parte
integrante della mia funzione. Mi rigiro
verso l'aratore per avere risposta, e
vedo che stava andando via sul suo trattore,
lasciandosi dietro un ampio e profondo
solco nella terra nera. Era inutile richiamarlo,
pensava ai fatti suoi e non sarebbe tornato.
Per fortuna sopraggiungeva una signora
elegante, avanzava verso di me a passo
lento, ed avrei avuto tutto l'agio di
interrogarla. Mi trovavo in campagna,
ma quella donna era così ben vestita
che sembrava venire dalla città
e che fosse lì solo di passaggio.
Il bidello tornava a incalzarmi, più
fastidioso che mai. Ho chiesto alla donna:
<<Scusi, Signora, può dirmi
dove siamo?>>. Non dimenticherò
mai il suo sorriso, i suoi denti perfetti,
le sue labbra rosse e il suo incarnato,
le guance rosee... Era proprio una bella
donna. Che cosa voleva dirmi? Sorrideva
per il supposto mio tentativo di approccio
oppure dietro il sorriso nascondeva il
compatimento per un povero pazzo abbandonato
a se stesso che faceva domande insensate?
Non lo so. So solo che anche lei non mi
rispose. Allora, visto che il bidello
non cessava di richiamarmi, decido di
tornare in classe. Ma a quel punto avevo
le idee molto chiare, sapevo cosa dire
ai miei allievi indisciplinati, li avrei
stupiti una volta per tutte con una dichiarazione
risolutiva, appena varcata la soglia dell'aula.
Ero sulla soglia, accanto al bidello,
e guardavo i miei allievi, pronto a dichiarare
quanto avevo appreso, attento a non farmi
scoraggiare dalla loro disattenzione e
noncuranza. Era il primo giorno di scuola
e questo era il momento di farsi valere.
Scesi due gradini e dissi a gran voce:
<<Questo è un racconto di
morte!>>, e volevo indicare proprio
un genere letterario ben codificato, come
esiste il racconto giallo, il fantastico,
il rosa, eccetera; il che avrebbe dato
autorità alla mia presenza in quel
luogo. Credevo di aver trovato il bandolo
della matassa, il mezzo necessario per
avvincere alle mie parole l'attenzione
degli apatici studenti che mi erano toccati
in sorte. Se quella era l'unica risposta
sensata, come potevano non starmi a sentire?
E invece mi guardano senza battere ciglio,
con una indifferenza che per contrasto
faceva risaltare il mio grande entusiasmo,
che ne veniva avvilito e mortificato.
Questa
fu l'ultima reazione dei miei alunni che
potei constatare. Poi sentii sbattere
dietro di me la porta; era certamente
il bidello, deciso a non farmi più
uscire dall'aula, perché lui mi
ci aveva accompagnato, ma il suo compito
era finito lì, non poteva mica
badare ai miei studenti. Mi voltai indietro
e vidi la porta definitivamente chiusa.
In
quel preciso istante mi svegliai.