Massimo
Rizzante
"Sembrerebbe che i narratori moderni
non capiscano più cosa significhi
raccontare l'altro mondo, quasi che
fossero permanentemente ospedalizzati
in questo mondo e nella cosiddetta 'realtà',
di cui il loro linguaggio deve essere
al servizio. Perciò quasi tutti
i romanzi in circolazione debbono mettere
avanti un progetto di dire qualcosa
di drammatico su questo mondo, sulla
'realtà', per poter essere presi
seriamente". Quando ho cominciato
a leggere il tuo ultimo libro, Fata
morgana (2005), sorta di resoconto
etnografico su una popolazione mai esistita,
mi è subito venuto in mente Gulliver,
e tutta una tradizione narrativa semiseria
di viaggi fantastici e luoghi introvabili
che probabilmente risale agli inverosimili
racconti di Luciano di Samosata. Poi
ho scovato nei miei appunti la citazione
sugli scrittori ospedalizzati nella
realtà. È stralciata dalla
tua Prefazione a La miseria in bocca
di Flann O'Brien, libro uscito nel 1987.
Anche la vena satirica di O'Brien è
profondamente fantastica: O'Brien non
si fa nessuno scrupolo, alla stregua
di Swift, di trasformare l'ospedale
della realtà in un asilo per
pazzi. Lilliput, l'al di là sottomarino
delle antiche fiabe gaeliche, la tua
valle dei Gamuna sono luoghi inverosimili,
eppure ci raccontano qualcosa di vero.
La conoscenza fantastica ieri come oggi
non è mai stata presa sul serio
dagli uomini, malati e ospedalizzati
nella conoscenza cosiddetta razionale.
È da qui che dobbiamo partire?
Gianni
Celati
Negli ultimi tempi mi è capitato
di vedere alcuni film che sono considerati
di fantasia, come Il signore degli
anelli e Harry Potter.
In modo inconfondibilmente anglosassone,
la fantasia qui è data come un
regno del mostruoso, anche dello sporco
e del polveroso. Il pragmatico mondo
anglosassone vede la fantasia come una
zona torbida della psiche da dominare
con la razionalità. Questo compito
ora è affidato all'onnipotenza
della tecnologia, con i suoi effetti
elettronici che possono dominare la
psiche di tutti. La separazione tra
fantasia e realtà è ricondotta
a quella tra mondo soggettivo e mondo
oggettivo; e questa separazione sottolinea
che le fantasie "non sono vere"
perché esulano dalle "verità
scientifiche". Bisogna ripartire
di qui, mettendo in dubbio che esista
questa separazione netta tra il mondo
immaginato o fantasticato e quello che
viene dato ufficialmente come mondo
reale quotidiano. Noi ci serviamo della
fantasia tutti i momenti per interpretare
le cose, cercando di capire quello che
è fuori dalla nostra portata.
E tutto il nostro sistema emotivo dipende
da come immaginiamo ciò che sta
sotto i nostri occhi. Quando abbiamo
paura, quando siamo a disagio, quando
siamo in pericolo, quando facciamo progetti,
entra in gioco l'atto di fantasticare.
Quando siamo innamorati non facciamo
che ripassarci nella testa il film delle
fantasie sull'altro. L'atto di fantasticare
è così comune che lo diamo
per scontato. Però se si inceppa,
c'è un campanello d'allarme che
è la noia, come l'altra faccia
degli slanci di fantasticazione.
Massimo
Rizzante
Che cosa si deve fare per liberarsi
da un'idea di fantasia intesa come irrealtà,
a cui credo faccia da pendant un'idea
di realtà concepita secondo i
canoni intimidatori della vulgata scientifica?
Gianni
Celati
Di solito questo compito è affidato
alle attività cosiddette estetiche,
come un ghetto per gente in cerca del
bello. Io però non credo all'estetica,
non credo a una scienza del bello. La
parola "estetica" viene dal
greco aisthesis, che indica
la sensibilità, la sensazione.
In Aristotele quella parola riguarda
il fatto che attraverso i sensi noi
siamo affetti da quello che ci sta attorno,
e di qui si formano le immagini della
mente, che lui chiama phantasía.
Le immagini che portiamo nella mente,
dice Aristotele, sono una combinazione
di ciò che percepiamo o abbiamo
percepito attraverso i sensi e ciò
che opiniamo con l'intelletto. In un
trattato sulla memoria dice che sono
oggetti di memoria quelli che cadono
sotto l'immaginazione, dunque immaginazione
e memoria non sono mai separabili. Ricordare
vuol sempre dire anche immaginare la
cosa ricordata, dunque in qualche modo
re-inventarla fantasticamente. È
anche l'idea di Giambattista Vico, il
quale diceva che "la memoria è
l'istesso della fantasia"; e diceva
che la parola "memorabile"
vuol dire "una cosa da potersi
immaginare". Vico sostiene che
un buon lavoro del pensiero sia quello
immaginativo, per ripercorrere i processi
che hanno dato origine a certe forme
fantastiche, secondo stadi della vita
sociale. E la scienza che si occupa
di queste cose, la chiama "sapienza
poetica", che vuol dire scienza
delle forme fantastiche con cui gli
uomini si intendono nella vita comune.
Perché gli uomini si intendono
sempre attraverso quello che possono
immaginare, e vanno sempre in cerca
di altri con cui condividere le loro
proiezioni immaginative. E se non riescono
più a farlo diventano orribilmente
avviliti e odiano la vita. Gaston Bachelard
l'ha detto: "L'immaginazione aumenta
il valore della realtà".
Massimo
Rizzante
Potresti portare un esempio concreto
di questo uso della fantasia che da
Aristotele a Vico è così
intimamente legato alla memoria?
Gianni
Celati
Ho in mente la facciata dell'Albergo
Accademia, qui a Trento, dove sono alloggiato.
Ho in mente la curva in una strada che
ho dovuto fare per arrivarci. Tutte
queste cose le "porto nella mia
mente", sono immagini con cui mi
oriento in modo pratico nella vita quotidiana.
In un testo bellissimo, il De anima
- insieme all'altro suo testo che si
intitola Della memoria e della reminiscenza
- Aristotele cerca di spiegarsi come
succede che noi portiamo in mente le
immagini, e fa l'esempio della tavoletta
che conserva le tracce dei segni depositati
nella cera. Aristotele chiama in due
modi le immagini della mente: uno è
phantasma e l'altro è
phantasía - dal verbo
phaínomai, "mostrare",
"far vedere" - dunque ciò
che si mostra in noi come figura, figurazione.
Anche in italiano il fantasticare, le
fantasticazioni indicano un figurarsi
le cose che è indistinguibile
dal pensare, un pensare-immaginare.
Per indicare l'assorbimento nel pensare-immaginare,
la parola francese rêverie
è quella più usabile,
anche per come l'ha usata Gaston Bachelard
in alcuni libri fondamentali su certi
tipi di rêveries. Una
delle cose che mi colpiscono sempre
è l'assorbimento dei bambini
quando debbono scrivere qualcosa, e
prima di scrivere li vedi concentrati
in una rêverie, che è
il normale modo di farsi venire in mente
delle idee. Vico pone chiaramente che
tutti questi fenomeni di fantasticazione
corrispondono a un uso regressivo del
pensiero, ancorato a quello che lui
chiama "sapienza poetica".
"Il più sublime lavoro della
poesia è dare senso alle cose
insensate", dice in un famoso passo,
"ed è proprio dei fanciulli
prendere cose inanimate e trastullarsi
con loro come se fossero persone vive".
I bambini non solo inventano storie
per farsi un'idea delle cose che restano
fuori dalla loro portata, ma in loro
il fantasticare va assieme alla tendenza
a toccare, a giocare con le cose, a
esplorarle con le mani. E il fantasticare
ha questo di essenziale: che è
come un fenomeno tattile, come se noi
ci orientassimo tattilmente fra ciò
che resta impensato.
Massimo
Rizzante
Il tuo discorso è chiaro: è
necessario tornare a una nozione di
fantasia che non coincide esattamente
con quella di immaginazione; quest'ultima,
nata dopo Kant, ha chiuso i ponti levatoi
sull'aisthesis, sulla sensibilità
e i suoi stati, e si è rinchiusa
nella fortezza dello spirito, della
ragione, della scienza. Fin quando ha
avuto un forte legame con la memoria,
la fantasia ha partecipato al processo
cognitivo dell'uomo (penso a Montaigne,
ad esempio). Questo mi sembra il punto
essenziale: possiamo ridare valore alla
nozione di fantasia se ridiamo alla
fantasia la sua funzione perduta di
regolatrice della conoscenza umana,
di scrigno di forme ricevute attraverso
i cinque sensi, di mediatrice tra corporeo
e incorporeo. Mi sbaglio?
Gianni
Celati
Nel modo in cui viene usata oggi, la
parola "conoscenza" dà
l'immagine di uno che fa i quattrini
e poi li mette in banca. È l'idea
d'un sapere neutro che posso mettere
da parte come pura informazione, per
capitalizzarlo nel mestiere che faccio.
E l'informazione è intesa come
qualcosa che posso immagazzinare a piacere,
senza che questo mi coinvolga tanto.
Questa idea della conoscenza è
così falsa da diventare una galera
del pensiero, perché nasconde
tutto l'aspetto emotivo della faccenda.
Ci nasconde che per aprirsi alla comprensione
di qualunque cosa occorre sempre compiere
proiezioni immaginative per figurarsi
quello che non riusciamo ad afferrare.
Queste proiezioni sono modi di interpretare
le cose ma anche investimenti emotivi,
legati ai fantasmi della mente, ossia
alle nostre aspettative o illusioni.
I Greci non avevano una parola per dire
conoscenza, ma ne avevano una per dire
intellezione: noésis.
La noesi è per Aristotele un
modo di ricezione o di percezione, perciò
l'intelletto deve essere come una lente,
ossia una trasparenza attraverso le
immagini. Le immagini danno al pensiero
la potenza della passione, perché,
dice Aristotele, tutto il sentire dei
sensi e ogni percezione delle cose corrisponde
a una forma di passione - ossia a uno
stato ricettivo con cui ci apriamo.
Non è dunque nella forma bruta
dello scambio di informazioni, che alla
fine capiamo qualcosa, ma nel processo
immaginativo con cui mi proietto verso
un oggetto che mi appassiona, che si
configura come un'esperienza e una passione.
Massimo
Rizzante
Volevo, se mi permetti, riportare un
passo di Aristotele, tratto da un'opera
da te già citata in precedenza,
Della memoria e della reminiscenza.
Eccolo: "La memoria, anche degli
intelligibili, non è senza immagine
[...] È chiaro dunque a quale
parte dell'anima appartiene la memoria,
cioè a quella cui appartiene
anche l'immaginazione: sono oggetti
di memoria per sé quelli che
cadono sotto l'immaginazione, per accidente,
poi, quelli che non sono separati dall'immaginazione".
L'immaginazione - che qui andrebbe tradotta
con la parola fantasia - ha secondo
Aristotele, e come avevamo già
affermato, la funzione di regolare il
flusso che viene dai sensi e che va
verso l'intellezione. Ora, in termini
filosofici c'è un problema che
solo in età moderna sarà
risolto, ovvero spazzato via (su ciò
sarò per sempre debitore al saggio
di Giorgio Agamben Infanzia e storia).
Per i Greci il soggetto dell'esperienza
- risultato di sensazioni, impressioni
e ricordi - era il senso comune,
il quale apparteneva a ogni individuo.
Il soggetto della conoscenza, come tu
hai appena detto, era invece il nous,
il quale, unico e divino, risultava
separato dall'esperienza. Per i Greci
perciò il vero problema della
conoscenza non era legato al rapporto
fra soggetto e oggetto, ma a quello
fra Uno e molteplice. La domanda fondamentale
era: in che modo il nous, intelletto
unico e separato, partecipa nei singoli
individui affinché tutti singolarmente
giungiamo a conoscere? Ciò non
toglie che da Aristotele a Cartesio
la formula "Nihil potest homo
intelligere sine phantasmate"
risultava naturale...
Gianni
Celati
L'idea che non esista nessun atto intellettivo
senza una figurazione immaginativa si
trova nel De anima di Aristotele.
Quell'idea appartiene a una visione
della vita che non contemplava ancora
la separazione tra ciò che diciamo
soggettivo e ciò che diciamo
oggettivo. Noi viviamo nell'epoca in
cui la separazione tra il soggettivo
e l'oggettivo è addirittura violenta,
col risultato che siamo tutti "personalità
divise", con un dentro e un fuori
quasi sempre inconciliabili. Cosa vuol
dire soggettivo e oggettivo? Per Cartesio
sono due regimi separati: corrispondono
alla differenza tra anima e corpo, tra
pensiero e cose esterne. Il soggettivo
è il nostro pensiero che pensa
il nostro essere. L'oggettivo è
l'essere delle cose esterne che possono
essere pensate come idee chiare e distinte.
Cartesio insiste che questo avviene
senza contributi dei sensi e dell'immaginazione.
Il suo famoso esempio è quello
del triangolo, che di fatto non esiste
nella realtà, ma noi lo portiamo
in mente come un'idea chiara e distinta,
cioè oggettiva. Non c'è
bisogno dell'immaginazione per pensarlo,
dice Cartesio, perché non è
un triangolo specifico, grande o piccolo,
rosso o nero. È un modello ideale
astratto, ed è attraverso modelli
astratti che si realizzano i processi
di oggettivazione che chiamiamo verità
scientifiche. Ma il fatto è che
noi non viviamo dentro a modelli astratti,
noi siamo buttati nel mondo e ci arrangiamo
con le proiezioni immaginative per capire
come vanno le cose. Al tempo stesso
il modello astratto realizza un'intellezione
funzionale, su cui non dobbiamo più
intenderci figurandoci le cose, e la
passione percettiva non ha più
senso.
Massimo
Rizzante
La malattia dell'Occidente, affermi,
è quella dell'astrazione. La
malattia dell'astrazione, tuttavia,
è una malattia antica, che risale
agli albori del razionalismo moderno
e ai sogni di Cartesio. Una malattia
più recente è quella che
Milan Kundera ha definito nel suo ultimo
saggio, Il sipario, come "morale
dell'archivio", e che io, molto
modestamente, chiamo enciclopedismo:
un assurdo proliferare di informazioni
e saperi, un'accumulazione senza freni
di libri nel tentativo di abbracciare
un Tutto, di cui - paradosso nel paradosso
- da almeno un secolo, si predica l'inesistenza.
Il risultato, al di là di un
facile idillio con un falso concetto
di eguaglianza, è che più
concepiamo la memoria come archivio,
più la nostra capacità
figurativa, rammemorativa e reminiscente,
viene meno.
Gianni
Celati
Quasi in apertura della Critica
della ragion pura, Kant dice che
un concetto senza immaginazione è
un concetto vuoto. Concetti vuoti sono
ad esempio certe astrazioni usate come
puri segni d'autorità con cui
si crea una situazione coatta di ricezione.
È tipico dei discorsi dei professori
universitari, dei discorsi degli esperti
sui giornali o alla televisione. I nostri
politici sono maestri di questo genere
di astrazioni a vuoto. Come il meccanismo
funzionale cartesiano, così le
astrazioni degli esperti non sottintendono
una necessità di intendersi attraverso
processi immaginativi, o passioni percettive.
Le astrazioni degli esperti sono come
la voce di Dio che viene giù
dal cielo, e tu la ascolti intimidito.
Quello dell'assoggettamento all'astratto
come condizione coatta è un problema
dei tempi moderni sempre di più
acuto.
Massimo
Rizzante
Il vero problema perciò non è,
come invece i sociologi cercano di farci
intendere da due decadi, quello della
realtà virtuale opposta alla
realtà concreta, ma quello del
pericoloso sganciamento della virtù
fantastica dalla memoria, ridotta ad
archivio. Che ne è allora della
figurazione? Che rimane, in questa situazione,
della nostra capacità di far
vivere nella mente ciò che non
è presente? Che ne è,
a questo punto, della nostra capacità
di raccontare?
Gianni
Celati
La narrativa d'oggi è ormai un'appendice
dell'informazione giornalistica. È
difficile trovare un romanzo d'oggi
che non si appelli all'attualità.
Ecco l'autore basco che scrive il romanzo
sul terrorista dell'ETA, e quello irlandese
che scrive il romanzo sul terrorista
dell'IRA e l'autrice americana che scrive
il romanzo sulle congreghe di pedofili,
e l'autore italiano che scrive il romanzo
su certi tipi della mafia. Sono libri
che il lettore legge come se fossero
commenti a una realtà di fatto.
Qui però la "realtà"
indica solo modi di vedere giornalistici
- i modi dell'attualità - il
tutto categorizzato secondo il criterio
del "nuovo". Per i giornali
i fatti hanno valore solo quando cadono
nella categoria del nuovo. Il nuovo
è un dogma ma anche una continua
intimidazione, perché tutti dobbiamo
aver paura di essere visti come dei
sorpassati dal nuovo, il che nel mondo
attuale vuol dire essere scarti senza
valore. A questo proposito c'è
qualcosa di illuminante nel Don
Chisciotte, dove si affaccia per
la prima volta la questione della "realtà",
posta in un contrasto con l'immaginazione
e le tendenze fantasticanti . E si affaccia
anche l'idea che il nuovo sia qualcosa
che spazza via le inutili anticaglie
(i romanzi cavallereschi che hanno invaso
il cervello di Don Chisciotte). Ma,
posto questo schema, dove Don Chisciotte
ha sempre torto, in quanto invasato
dalla fantasie cavalleresche, poi succede
che sono proprio le sue tendenze fantasticanti
a arricchire di senso il mondo, episodio
dopo episodio. Sono le sue fantasie
e riflessioni a farci intravedere l'aperto
mondo sotto l'aperto cielo come la nostra
vera casa. Tutto il Don Chisciotte
resta un esempio meraviglioso del pensare-immaginare,
del vedere la memoria figurale attraverso
la trasparenza delle immagini.
Massimo
Rizzante
Prima hai detto di non credere nell'estetica
così come è stata intesa
dal Settecento in poi. Ora, leggendo
le tue opere, compresi alcuni saggi,
si approda a un'altra nozione, che è
legata a quelle di "fantasia"
e "memoria", mi sembra altrettanto
importante, vale a dire quella di "finzione".
È un caso se il tuo rifiuto dell'estetica
moderna coincide con la critica alla
pretesa moderna dei romanzi di regolare
le avventure umane secondo le convenzioni
della coscienza?
Gianni
Celati
Quand'ero giovane ho avuto una borsa
di studio che mi ha permesso di passare
due anni a Londra, chiuso nella biblioteca
del British Museum a studiare. Ne è
venuto fuori quel saggio sulla nascita
del romanzo, intitolato Finzioni
occidentali. Io mi ero interrogato
a lungo sul termine finzione
riferito ai romanzi. Negli antichi non
esisteva questa idea, neanche in Dante.
In Dante c'è l'idea di una visione,
che è una cosa molto diversa.
Evidentemente quando i critici dicono
che i romanzi sono finzioni
vogliono dirci che sono costruzioni
immaginative, dove non conta il valore
di verità dei fatti narrati ma
solo quello strategico dei modi di catturarci
e affascinarci. Ma usando la parola
in questo modo i critici tendono anche
a mostrare ogni romanzo come una macchina
programmata per catturarci, e tutte
le costruzioni immaginative come trappole
della seduzione. In questo senso la
parola finzione sembra riferirsi
sostanzialmente a una funzione mistificatoria,
più o meno come dicevano i censori
di Don Chisciotte che bruciavano i suoi
libri di cavalleria - con la differenza
che noi siamo uomini moderni "spregiudicati".
Così si intravede ancora una
volta l'idea che la fantasia o l'immaginazione
siano attività secondarie e mistificanti,
disgiunte da ogni "serio"
processo intellettivo. Ritrovo questo
dito puntato in molta parte della sinistra
europea, e anche in un critico come
Roland Barthes. Questo critico francese
ha scritto un libro famoso che si intitola
Miti d'oggi, dove parlava di
luoghi comuni quotidiani e pubblicitari.
Ma perché chiamarli miti? Li
chiama miti per dire errori intellettuali
collettivi. Dunque "mito"
vorrebbe dire mistificazione prodotta
da una proiezione immaginativa - che
è il modo di vedere più
pesantemente positivista e ideologico.
Infatti conclude il libro dicendo che
il mito è sempre di destra. In
Barthes è sempre molto forte
la tendenza a restaurare la netta distinzione
cartesiana tra principio soggettivo
e principio oggettivo, identificando
il primo nei fattori di seduzione letteraria
e il secondo in una dottrina critica
del reale. Qui accenno solo al fatto
che in Vico c'è un modo diverso
di intendere le finzioni - il verbo
"fingere", ossia le proiezioni
immaginative - un modo dove il dualismo
cartesiano è finalmente messo
fuori gioco.
Massimo
Rizzante
Certo, quel libro di Barthes ha ormai
molti anni sulle spalle e porta con
sé un'indelebile impronta ideologica.
Un altro Roland Barthes, non molto diverso
da quello di Miti d'oggi, è
il critico che ha fatto dell'écriture
il luogo dello spodestamento di
quella nozione di tradizione, che basava
la propria autorità su un'esperienza
umana raccontata e, appunto, trasmessa.
Ma lasciamo stare. Tutto ciò
ci porterebbe troppo lontano. A partire
dagli anni Ottanta, con Narratori
delle pianure (1985), si accentua
nelle tue opere e nelle tue riflessioni
l'opposizione tra il "delirio critico
razionalistico", che vuole sempre
spiegare e incasellare la realtà
e il senso comune, un sapere pratico,
incapace di discriminare, che ci riconduce
alla prosa del mondo, in basso, nella
terra dei luoghi comuni - termine quest'ultimo
che usi spesso - così come quelli
di "banalità", "ovvietà",
"sentito dire", in cui tutti
noi siamo immersi. Che cosa può
dirci a proposito di quell'epoca?
Gianni
Celati
Per alcuni anni sono andato in giro
per la valle del Po, prima insieme ad
alcuni fotografi, poi da solo a prendere
appunti. Sono venuti fuori tre libri
con i fotografi, uno con Luigi Ghirri,
e uno mio che è un diario di
viaggio intitolato Verso la foce.
Una delle attività che facevo
era quella di piantarmi per interi pomeriggi
nei bar di campagna e ascoltare tutto
quello che si diceva. C'erano accenni
a storie possibili a ogni frase, e di
lì mi sembrava di capire come
nascono i racconti. Ascoltando le conversazioni
da bar, l'altra cosa che mi è
veniva in mente è l'idea che
noi viviamo dentro al "sentito
dire" collettivo, ossia che tutto
il mondo per noi sia come foderato dal
"sentito dire". Ad esempio:
cos'è l'America? Cos'era la prima
guerra mondiale? Come è stata
la vita nei campi di concentramento?
Non ne sappiamo granché, ma ne
parliamo come di cose "note",
perché sono cose che immaginiamo
in un modo o nell'altro attraverso un
"sentito dire" (che può
essere anche quello dei giornali). Il
"sentito dire" è come
uno spillo: qualcuno mi punge con quello
spillo e mi spinge a farmi delle domande
per capire di cosa si sta parlando.
Questo è il lavoro di chi scrive
racconti: sente una cosa, vuole capire
ciò che si dice, e parte a fantasticare,
ossia a farsi domande. Ciò che
lega gli uomini sono le domande che
gli uomini si fanno - non le affermazioni,
ma il pensiero interrogativo, dove ogni
interrogazione promuove altre immagini
e fantasticazioni.
Massimo
Rizzante
Mi ricordo che quando lessi Verso
la foce (1989), il libro che raccoglie
i quattro diari di viaggio che il narratore
compie in compagnia di alcuni fotografi
sul delta del Po, mi colpì molto
la Notizia che tu, come autore,
avevi posto sulla soglia del libro.
Soprattutto la parte finale: "Ogni
osservazione ha bisogno di liberarsi
dai codici familiari che porta con sé.
Ha bisogno di andare alla deriva in
mezzo a tutto ciò che non capisce,
per poter arrivare ad una voce dove
dovrà sentirsi smarrita. Come
una tendenza naturale che ci assorbe,
ogni osservazione intensa del mondo
esterno forse ci porta più vicino
alla nostra morte, ossia ci porta ad
essere meno separati da noi stessi".
Questa "tendenza naturale"
è una variazione del senso comune?
E lo scrivere racconti seguendo tale
"tendenza naturale" è
un movimento contrario a quello di creare
finzioni? E ancora: scrivere sotto questo
imperativo naturale che ci assorbe,
significa scavalcare il recinto del
territorio estetico per porci in un
territorio puramente antropologico,
di ascolto e visitazione fantastica
degli altri?
Gianni
Celati
La tua idea di ascolto e visitazione
fantastica degli altri è un bel
concetto, e adesso cercherò di
svilupparlo. Ognuno di noi viene al
mondo senza poter decidere quanto sarà
alto, che faccia avrà, che carattere
avrà, se sarà biondo o
bruno: ma tutto questo costituisce,
nel bene o nel male, la sua singolarità
di individuo. Essere individui vuol
dire accettare una singolarità
che non abbiamo deciso noi, ognuno secondo
il suo destino, secondo la sua faccia,
o secondo le vergogne che si porta dietro
dall'infanzia. Per contro essere separati
da se stessi significa separarsi dal
proprio destino di individui e dagli
altri individui. In realtà poi
ognuno di noi va sempre in cerca d'una
sua popolazione, d'una popolazione d'individui
a cui associarsi anche solo fantasticamente.
Allo stesso modo i cani vanno in cerca
d'altri cani con cui annusarsi, e i
bambini cercano altri bambini con cui
giocare, e gli adolescenti cercano altri
adolescenti per parlare di cose da adolescenti.
Gli antichi dicevano che il simile cerca
il simile. La letteratura stessa a me
sembra non un prodotto di autori separati,
ma di popolazioni, di bande di sognatori,
tra cui avviene quell'ascolto e quella
visitazione fantastica di cui hai detto.
Per questo la letteratura cavalleresca
è la tradizione narrativa italiana
che più bisognerebbe rimettersi
a studiare. Perché non parla
di individui separati nella loro cosiddetta
psicologia, non parla dell'individuo
moderno chiuso nel proprio guscio (ognuno
a casa sua, con i suoi gadgets, prodotti
di consumo e la propria interiorità),
ma sempre della vita come un fenomeno
vegetativo generale, dove tutto è
collegato e tutto è animato.
E parla di popolazioni e di bande di
sognatori passionali e sbandati, puramente
esposti alla fatalità del destino,
come Don Chisciotte.
Massimo
Rizzante
La "tendenza naturale", per
chi scrive racconti, dunque, è
complementare a quella capacità
fantastica che affonda le sue radici
nel terreno del senso comune?
Gianni
Celati
Sì. E riflettere sulla fantasia
aiuta a capire quello che tu chiami
senso comune: cosa ci lega l'uno all'altro
nei pensieri a distanza, anche nel quadro
d'una separazione generale degli individui.
Per questo credo sia utile la ripresa
del pensiero di Aristotele, di Vico,
come ripresa di un'idea di intellezione
collettiva. Il che vuole dire che possiamo
anche essere soli, ma siamo sempre con
gli altri - essere al mondo vuol dire
essere con gli altri dall'inizio alla
fine. Anche se sono su un'isola deserta,
gli altri sono sempre con me in una
trama che determina i miei gesti, i
miei atteggiamenti, quello che voglio
e quel che non voglio.
Massimo
Rizzante
Vorrei ritornare su qualcosa che forse
nella domanda precedente non ho espresso
chiaramente. La "tendenza naturale"
ad andare verso l'altro, a scoprire
ciò che abbiamo tutti in comune
- tendenza nella quale la fantasia ha
un ruolo fondamentale - nei tuoi racconti
procede, soprattutto a partire dagli
anni Ottanta, dall'esterno, attraverso
la descrizione e l'osservazione. La
tua prospettiva è perciò
diversa da quella di molti scrittori
moderni per i quali il fuoco
privilegiato è lo spazio interiore.
Mi sembra di poter dire che hai condiviso
questa prospettiva antipsicologica con
altri autori italiani e stranieri, primo
fra tutti Italo Calvino. Fin dagli anni
Settanta - ma probabilmente fin dall'inizio
della sua carriera letteraria - uno
dei problemi più assillanti per
Calvino è stato: come descrivere
le cose? Come farsi assorbire dall'esterno,
evitando i trabocchetti dell'io? All'ombra
della nozione di fantasia - che oggi
Calvino ci avrebbe certamente aiutato
a illuminare - ti chiedo: dove risiede
secondo te la frontiera tra il tuo modo
di vedere o di fantasticare
rispetto a quello del tuo amico Italo?
Gianni
Celati
Se c'è stato questo sodalizio
fra me e Calvino, credo sia nato da
una simpatia comune per certi libri.
Ad esempio Ariosto e la letteratura
cavalleresca, e poi i romanzi settecenteschi
inglesi, e poi Swift e Defoe, fino a
Beckett, che Calvino onorava molto (una
volta l'ha visto per strada e dopo me
ne parlava con emozione). Io vengo da
una famiglia con un padre che a tavola
recitava Ariosto o Dante, e considerava
il suo massimo patrimonio uno scaffale
di classici italiani; e questo mio retroterra
interessava molto Calvino. A quei tempi,
tra il 1968 e il 1970 a Parigi, andavamo
a spasso parlando di cose da scrivere,
e lui come fantasticatore a ruota libera
era eccezionale, gli bastava uno spunto
e partiva a raccontarti una storia.
A quei tempi abbiamo chiacchierato per
giorni interi, ogni volta che passavo
da Parigi per andare Londra (dove avevo
quella borsa di studio) dormivo a casa
sua. Certe volte si incazzava furiosamente
con me per cose strane, come il fatto
che attraversavo l'Europa in macchina
senza una carta stradale: lui lo trovava
inconcepibile. Ma ogni volta lo ritrovavo
molto contento di vedermi per chiacchierare
di libri letti e di idee sullo scrivere.
Nell'ultima di queste mie soste a Parigi,
io tornavo dall'America con le Avventure
di Guizzardi finito da consegnargli,
e lui mi è venuto a prendere
all'aeroporto di Orly. Senza di lui
non mi sarei mai messo a scrivere. È
stato lui a scoprire su una rivista
i primi brani di quello che sarebbe
diventato Comiche; è
stato lui a propormi di farne un libro
per una collana di Einaudi; è
stato lui a sollecitarmi a scrivere.
Poi dovevamo fare quella rivista assieme,
con Carlo Ginzburg e altri, ma è
andata in fumo. Dopo tanto chiacchierare,
quello che ci ha un po' separati è
stata la sua scoperta della semiologia.
La semiologia a me è sempre sembrata
come un boccone che ti resta in gola,
e produce molta salivazione ma poche
immagini, e non ti permette mai di abbandonarti
a quello che è fuori di te.
Massimo
Rizzante
Ma qui, con la fantasia come la mettiamo?
Calvino, fino all'ultimo, fino alla
stesura delle Lezioni americane,
dove c'è un bellissimo passaggio
su Dante, ha insistito con convinzione
sulla nozione di fantasia...
Gianni
Celati
Infatti Calvino è uno dei nostri
autori più fantastici, più
immaginativi. Anzi, quello è
diventato come il suo marchio di fabbrica.
Rileggendo i suoi racconti giovanili
li trovo un po' programmatici. E così
la trilogia, con l'eccezione del Cavaliere
inesistente. Di questo libro lui
si vantava, a ragione, dicendo che era
il "libro del maggiore scripturalist
italiano". La parola scripturalist
non so dove l'avesse scovata, ma cadeva
a proposito. Voleva dire che il suo
era un lavoro di fantasia che seguiva
certi spunti narrativi e usava la scrittura
come una specie di disegno a mano libera.
Non credo che nessuno abbia studiato
l'influsso dei disegnatori sul suo modo
di scrivere, cominciando da quello del
nostro grande disegnatore Rubino. Calvino
mi raccontava che Rubino capitava nella
villa dei suoi genitori a Sanremo, quando
lui era bambino, e molte volte gli faceva
dei disegni per intrattenerlo - quei
disegni con quelle linee art nouveau
così eleganti. C'è dunque
tutto un percorso di Calvino verso questo
uso delle parole. Questa facoltà
di usare la scrittura come uno stile
disegnativo alla maniera delle vignette,
dei fumetti o delle caricature, senza
problemi di rappresentazione realistica
della realtà, è stato
ciò che ha dato a Calvino un'insolita
libertà d'azione rispetto agli
altri narratori italiani. Ma è
anche qualcosa che lui a un certo punto
ha sentito come contraddittorio. Molte
volte mi ha detto: "Io devo pormi
degli ostacoli, altrimenti sono uno
scrittore della domenica". Voleva
dire che gli veniva troppo facile, ossia
che si lasciava andare troppo alla facilità
immaginativa, cosa che ad esempio in
Marcovaldo è molto evidente.
Nella villa di Castiglione della Pescaia
c'era un grande salone; dei giorni arrivavo
lì e lui era in un angolo che
stava scrivendo, mentre sua figlia e
sua moglie chiacchieravano, arrivava
la donna di servizio, etc. Poi lui diceva:
"Sentite cosa ho scritto",
e ci leggeva. La straordinaria facilità
della sua vena fantasticante a partire
da uno spunto qualsiasi, si sente molto
nelle Cosmicomiche. Nel Castello
dei destini incrociati e nelle
Città invisibili, la
fantasia disegnativa viene in primo
piano, attraverso un confronto diretto
con le figurazioni dei tarocchi e con
le miniature dei vecchi libri di viaggi
o con le immagini nelle mappe medievali.
Ed è qui che ha cominciato a
usare dei frames o incorniciature,
che creano un effetto simile a quello
postmoderno della autoriflessività.
Massimo
Rizzante
Nella Presentazione che hai
scritto con Jean Talon ad Altrove
di Henri Michaux (2005), c'è
un passo che mi è sembrato subito
significativo, e ancor di più
adesso, dopo quanto abbiamo detto: "Riprendiamo
l'idea del pensiero come tragitto. Un
bambino scrive un tema scolastico: si
ferma, non sa più cosa dire.
Ha scritto ciò che chiamiamo
un 'pensiero'. Ma, chiede Michaux, cosa
c'è intorno alla frase che si
blocca dopo aver espresso un pensiero?
[...] Ci sono 'abissi di nescienza'.
Sono gli abissi di tutto quello che
non sappiamo ancora, o non sapremo mai".
Calvino fa parte di una categoria di
scrittori che a un certo punto della
loro vita, contemplando fuori della
finestra, hanno ricominciato come bambini
a scrivere i propri temi. Penso al suo
amato Ponge. Tuttavia la sua contemplazione
non contemplava l'abbandono, non contemplava
il pericolo rappresentato dagli "abissi
di nescienza" di cui parla Michaux,
non contemplava la scrittura come "gesto",
"movimento sulla pagina" privo
di giustificazioni, di significato.
Che ne pensi? Questa riflessione è
legata al problema della forma, problema
che Michaux sembra non porsi. Calvino,
invece, se lo poneva, eccome! Il suo
amore per Perec non era forse legato
alla sua ludica ossessione per le serie
matematiche? Al suo distacco nei confronti
della realtà? Nei tuoi racconti
tutto questo non c'è. C'è
piuttosto un abbandono alla contemplazione
delle cose fuori di noi. Ma forse qui
facciamo ritorno, senza saperlo, alla
nozione di "tendenza naturale"
di cui abbiamo parlato prima...
Gianni
Celati
Non so. Posso aggiungere qualcos'altro
su Calvino. Lui era uno molto più
"abbandonato" di me, nel senso
che era più sicuro di me nello
scrivere le cose.
Massimo
Rizzante
Credevo che Calvino fosse uno scrittore
che prima di mettere la parola fine
a un manoscritto si torturasse parecchio...
Gianni
Celati
Beh, diciamo che aveva un'idea dello
scrivere come ricerca. Una ricerca simile
a quella scientifica, cioè dove
per andare avanti bisogna spesso rimettere
in gioco i presupposti del proprio lavoro.
Massimo
Rizzante
Volevo tornare infine ancora sulla forma.
Cosa succede allora quando si scrive?
Qual è il percorso che si segue?
Si tratta di tracciare con le parole
delle linee in modo da creare, come
tu dici a proposito di Michaux, "luoghi
da esplorare"? "Bisogna lasciare
che venga", affermava ancora Michaux.
Gianni
Celati
Sì, ma proprio qui la faccenda
dello "scrivere naturale"
merita una riflessione. Intanto non
si tratta d'uno scrivere che si abbandona
in tutti i tiraggi della soggettività,
ma l'opposto. Quand'ero giovane ho studiato
vari autori modernisti angloamericani,
cominciando da Gertrude Stein. Ora Gertrude
Stein aveva l'idea che non siamo noi,
come persone singole o entità
psicologiche, a scrivere ciò
che si chiama letteratura. Secondo lei
le opere letterarie sono scritte da
qualcosa che mi sembra chiamasse "la
natura umana" - espressione che
suscita molti sospetti, mi rendo conto.
Ma prendiamo Joyce. Quando scrive Finnegans
Wake, Joyce ha l'idea d'un passaggio
a un'altra dimensione del pensiero,
non più individuale, ma che è
come un general intellect,
con immagini o frantumi di immagini
fluiti nelle parole, attraverso cui
gli uomini si intendono (usando la fantasia).
Questa nozione sorta da una punta del
modernismo, ricorda quell'arditissima
costruzione filosofica che va sotto
il nome di averroismo. Si tratta del
commento a un passo del De anima aristotelico,
da cui Averroè ricava l'idea
d'un intelletto universale. Ed è
un'idea viva nella tradizione islamica,
nell'immagine dell'angelo Kalam, dotato
della penna con cui scrive per gli uomini
le parole del Corano, o scrive il sapere
d'un intelletto che trascende quello
dei singoli individui. Negli ultimi
anni è rinata un'attenzione per
questo sviluppo del pensiero antico,
e segnalo un libro appena apparso, molto
bello e utile: La trasparenza delle
immagini di Emanuele Coccia. Io
credo che avvicinandosi a questo tipo
di intellezione, le strategie letterarie
diventano cose secondarie, e diventa
inutile anche la mitologia dell'"opera
d'autore".
Massimo
Rizzante
È così che anche tu concepisci
il tuo scrivere? Un movimento esplorativo
che non si pone nessuna meta? Nessuna
"opera"?
Gianni
Celati
Non so se sia così che concepisco
il "mio" scrivere. So che
scrivere è comunque un rituale,
che noi impariamo a scuola, quando siamo
bambini. Una ritualità per cui
ci si gratta la testa, si cerca di mettere
in moto il pensare-immaginare, per farsi
venire in mente una frase, per ricordare
una parola. Tutto questo fa parte di
qualcosa che è molto costruito
in noi, e va inevitabilmente insieme
a un certo grado di fantasticazione.
Poi c'è qualcos'altro, che è
la distanza da cui si guarda la figurazione
delle parole che sorge dai segnetti
scritti. Nei libro che hai citato, Michaux
parla di una popolazione immaginaria,
descrive i loro costumi e come sono
fatti i loro teatri: "A teatro
si rivela il loro gusto del lontano.
La sala è lunga, il palcoscenico
è profondo. Le immagini, le forme
dei personaggi vi appaiono grazie a
un gioco di specchi. Gli attori recitano
in un'altra sala, e vi appaiono più
reali che se fossero presenti. Più
concentrati, più purificati,
più definitivi, sbarazzati di
quell'alone che produce sempre la presenza
reale, faccia a faccia...". Quello
di cui sta parlando è il raddoppiamento
del raggio nella dimensione speculare.
Questo raddoppiamento è la distanza
che ci sottrae al faccia a faccia con
la realtà, e al tempo stesso
rafforza la percezione come nel gioco
di specchi, rendendola più trasparente
della pura immediatezza. Perché
in questo modo non vediamo soltanto
qualcosa: vediamo il vedere, guardiamo
il guardare, percepiamo l'atto del percepire.
Il rituale dello scrivere prevede questo
effetto, come una messa a distanza delle
percezioni, per sottrarle alla casualità
e portarle verso la trasparenza dell'intelligibile.
Solo in questi termini riesco a scrivere,
e faccio fatica a sopportare chi prende
lo scrivere come un riflesso della cosiddetta
realtà, personale o sociale che
sia - senza vedere il processo rituale
a cui le parole debbono essere sottoposte
(metrica, ritmo, colore tonale, distanza
focale).
Maggio
- Agosto 2005
N.B.:
Il 17 e 18 maggio 2005 Gianni Celati
è stato invitato dal Collegio
docenti della Scuola di Dottorato in
"Letterature comparate e Studi
linguistici" alla Facoltà
di Lettere e Filosofia dell'Università
di Trento a tenere un seminario sulla
traduzione, dal titolo "Poesie
tradotte per essere lette ad alta voce".
Al termine del seminario, ho voluto
porre a Celati alcune domande su un
tema che sapevo stargli particolarmente
a cuore: la fantasia. Da qui è
nato un dialogo in presenza di un folto
pubblico di studenti e lettori. Il dialogo
è stato trascritto da Walter
Nardon e rivisto e corretto da me e
Celati. (M. R.)
Fantasticare
sui popoli/ 01
- L'ultima favola di Enrico
De Vivo
Fantasticare
sui popoli/ 02
- L'incanto greve della terra
di Gianni Celati
Fantasticare
sui popoli/ 03
- Raccontare per appaesarsi
di Marco Belpoliti
Fantasticare
sui popoli/ 04
- Dal verum
factum all'immaginazione
esatta di Gianni Celati
Fantasticare
sui popoli/ 05
- Il sapore amaro del viaggio
di Antonio Prete
Fantasticare
sui popoli/ 06
- Tre frammenti da Aurora
di Friedrich Nietzsche
Fantasticare
sui popoli/ 07
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Gianni Celati
Fantasticare
sui popoli/ 08
- Altrove
di Henry Michaux
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- Dialogo di un folletto e di uno
gnomo di Giacomo Leopardi
Fantasticare
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- Soyumba di Antonio Prete
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- Literaturistan di Massimo
Rizzante
Fantasticare
sui popoli/ 12
- Il popolo del consumo di
Mattia Mantovani
Fantasticare
sui popoli/ 13
- Il mondo che fantastica di
Paolo Morellii
Fantasticare
sui popoli/ 14
- Fantasia di Robert Walser
Fantasticare
sui popoli/ 15
- Il vero poetico è un vero
metafisico di Giambattista Vico