L'1
e il 2 dicembre del 2000 si è svolto
a Bologna, a cura di Renata Adamo e Cristiano
Tavassi, un convegno dedicato alla figura
e all'opera di Robert Walser. Zibaldoni
e altre meraviglie, grazie alla sollecitudine
e all'attenzione dei due organizzatori
e alla collaborazione degli scrittori
intervenuti, è lieta di offrire
ai propri lettori gli Atti del convegno
bolognese, accompagnati, per l'occasione,
da alcuni testi dello scrittore svizzero
in una traduzione inedita di Mattia Mantovani.
Gli
Atti saranno pubblicati con cadenza settimanale,
e infine saranno raccolti tutti insieme
in un link a parte. Il programma di pubblicazione
è il seguente:
1
- Il boa di pelliccia di neve
dell'Europa di Robert Walser
2
- Robert Walser, l'invisibile
di Mattia Mantovani
3
- Lettera a Max Rychner
di Robert Walser
4
- Guardando attraverso la lente
di Bernhard Echte
5
- La singolare felicità
del metodo della matita di Werner
Morlang
6
- Invito alla lettura dei tardo
microgrammi walseriani di Anna
Fattori
7
- Robert Walser e Robert Maechler
di Marianne Schneider
8
- Leggere i Fratelli Tanner
di Peter Bichsel
9
- Accalorarsi in silenzio
di Enrico De Vivo
10
- Sulla carta di Ermanno
Cavazzoni
11
- La chiave di Jörg
Steiner
12
- Il pensiero girovago sulla via
del ritorno di Ginevra Bompiani
13
- Il lungo esilio di Robert Walser
di Ferruccio Giacanelli
14
- Le fate tragiche di Robert Walser
di Renata Adamo
*
Il
boa di pelliccia di neve dell'Europa
Robert
Walser tradotto da Mattia Mantovani
IL
BOA DI PELLICCIA DI NEVE DELL'EUROPA
Piccola
e audace, ecco come se ne sta la Svizzera,
abbracciata dalle nazioni! Già
solo come paese, che immagine sublime
e insieme leggiadra che offre! La si potrebbe
definire il boa di pelliccia di neve dell'Europa.
La sua natura è meravigliosa come
la sua storia. Il suo popolo è
particolare come la sua postura. Sembra
quasi che si rannicchi. Eppure non sembra
nemmeno una pantera, perché non
ha frontiere delle quali far bottino.
La sua sobrietà è anche
la sua stabilità, la sua modestia
è anche la sua bellezza, i suoi
limiti sono anche il suo incomparabile
ideale. È come una roccia politica,
circondata dal mugghio di politiche onde.
Fino a quando rimarrà ciò
che è, a quanto pare nulla la danneggerà.
Nella misura in cui si sente piccola,
può sentirsi forte e particolare
e indipendente, e dipendere soltanto dall'accortezza
e dall'intrepidezza. La dignità
è il suo confine. E fino a quando
saprà difendere questo a suo modo
sterminato confine, rimarrà a suo
modo un paese grande ed importante, grande
come pensiero. La sua posizione è
incantevole e pericolosa. I suoi abitanti,
fondandosi sul proprio passato, sanno
vivere a casa propria. I suoi commerci
crescono, le sue scienze fioriscono. Ma
perché poi lusingarla? A lusingarla
maggiormente è il fatto di appartenere
a se stessa. All'estero si dice che gli
svizzeri sono rozzi. È come se
si dicesse che i francesi sono inaffidabili,
che i tedeschi sono arroganti, che i turchi
sono sporchi, che i russi sono arretrati.
La terra è appestata da questi
luoghi comuni! La vita viene avvelenata
da simili dicerie!
(1911)
ALLA
PATRIA
Il
sole splende attraverso il piccolo buco
nella piccola stanza dove siedo e sogno.
Risuonano le campane della patria. E'
domenica, ed è il mattino della
domenica, e in questo mattino soffia il
vento, e tutte le mie preoccupazioni volano
via nel vento come timidi uccelli. Sento
troppo la melodiosa vicinanza della patria
perché possa lambiccarmi con una
preoccupazione. In passato, ho pianto.
Ero così lontano dalla mia patria.
C'erano così tante montagne, così
tanti laghi, boschi, fiumi, campi e forre
tra me e lei, l'amata, l'ammirata, l'adorata.
In questo mattino lei mi abbraccia, ed
io dimentico me stesso nel suo rigoglioso
abbraccio. Nessuna donna ha braccia così
morbide ed imperiose; nessuna donna, nemmeno
la più bella, ha labbra così
ricche di sentimento; nessuna donna, nemmeno
la più ricca di sentimento, bacia
con lo stesso infinito fervore con cui
la mia patria mi bacia. Il suono delle
campane, il gioco del vento, il mugghio
delle foreste, il luccichio dei colori:
è tutto contenuto nell'unico, dolce
bacio che in questo momento tiene prigioniero
il mio linguaggio, nel dolce, infinitamente
delizioso bacio della patria, della patria.
(1905)
CIRCA
DUECENTOMILA ANNI FA
Circa
duecentomila anni fa pare che in Svizzera
abbiano vissuto degli orsi che, come ci
racconta la scienza, si ostinavano ad
essere forti e grandi il doppio rispetto
agli attuali. Compiendo un salto nel medioevo,
che si potrà definire come epoca
europea, la Svizzera possedeva allora
caratteristiche di questo o quest'altro
tipo, che hanno contraddistinto quell'epoca
anche altrove: si pensi da un lato alla
cultura e alla signoria dei monasteri,
e dall'altro a quelle dei castelli. Pian
piano, vennero fondate città di
ogni genere. A questo proposito, pare
che da qualche parte in Svizzera ci sia
una città di origini egiziane.
Queste leggende rappresentano delle particolarità,
e il graduale sviluppo della confederazione
svizzera rappresenterà sempre qualcosa
di particolare. Gli antenati degli svizzeri
di oggi erano senza dubbio uomini valorosi,
intelligenti e dinamici, perché
furono capaci di ritagliarsi una notevole
peculiarità. Si tratta di una realizzazione
che i discendenti dei suddetti uomini
hanno apprezzato non senza un'adeguata
dose di riconoscenza. Rivolgo ora la mia
attenzione all'acqua: i laghi ed i fiumi
svizzeri si segnalano per la loro colorazione
chiara e profonda, e per quanto poi riguarda
l'arte e la poesia, delle quali avrei
forse già dovuto parlare molto
più sopra, la Svizzera si vede
ornata dal nome di un pittore come Hans
Holbein e da un genio poetico come Conrad
Ferdinand Meyer. Va da sé che,
al proposito, ci sarebbe anche altro da
menzionare. In un saggio breve, nel quale
forse anche lo humour vuole essere posto
in questione più di quanto non
voglia essere tirato per i capelli, bisogna
rinunciare alla menzione di cose che meritano
di essere menzionate. Si potrà
insomma velocemente notare il fatto che
gli svizzeri, cosa che può forse
essere universalmente nota, non sono privi
di gelosia quanto alla propria libertà,
e nello stesso tempo non sono privi della
capacità di renderle giustizia.
Si potrebbe dedurne che in questo somigliano
alle persone gelose? Non moltissimo tempo
fa, in paesi stranieri, voglio dire nei
posti adatti allo scopo, c'erano ancora
quei reggimenti svizzeri o di legionari
che in un certo qual modo erano diventati
famosi. Questa istituzione ha cessato
di esistere. Ci sono antichi poemi, che
oggi non si cantano più e che tuttavia
sono da inserire nel novero della letteratura,
che hanno a che vedere con la suddetta
istituzione storica, dal momento che esprimono
con grazia popolaresca il dolore della
nostalgia degli antichi soldati svizzeri.
Chiunque ami la Svizzera, ha immediatamente
l'immagine della montuosità e del
risuonare di lunghi corni alpini sopra
superfici nevose poste in altitudine.
Per quanto riguarda l'anima degli svizzeri,
ci sono penne illustri che si compiacciono
dell'idea, piuttosto comoda e a buon mercato,
secondo la quale quest'anima sarebbe di
magnifico umore da mane a sera e sarebbe
composta da nient'altro se non bontà
e divertimento. In realtà - per
fortuna, vorrei dire - le cose stanno
in altri termini. Lo svizzero indossa
per così dire una maschera nazionale
che gli è imposta da necessità
di vario genere. Quando sembra allegro,
in realtà è serio, quando
lo si vede comportarsi da sempliciotto,
in realtà è più consapevole
di quanto si sia disposti a supporre.
Una circostanza non priva di peso è
ad ogni modo il fatto che si distinguano
questo paese e questo popolo da altri
paesi ed altri popoli.
(circa
1928)
TELL
Nella
terra di Uri, la quale si trova sulla
strada che porta in Italia, il paese dove
crescono le arance, visse una volta un
uomo che si fece notare per il fatto che
non volle salutare un cappello ornato
da una piuma, e di conseguenza venne accerchiato,
fatto prigioniero e portato via da un
gruppo di bravacci.
La
faccenda venne portata al cospetto del
tribunale distrettuale o del lanfogto,
che si chiamava Gessler, aveva il pizzetto
ed era magro. Disse che non gliela avrebbe
fatta passar liscia, e si mordicchiò
le labbra. Certo era un po' nervoso. Governare
è un mestiere logorante.
Rimuginò
a lungo, poi all'improvviso proruppe in
una risata assolutamente satanica: "Ecco!
Te la voglio guastare io la tua rivolta,
una volta per tutte!". E con queste
parole diede le necessarie istruzioni.
Si arrivò quindi al tiro alla mela,
che è stato rappresentato innumerevoli
volte sui palcoscenici. L'opera è
magistrale, come tutto ciò che
Schiller ha scritto.
Tell
era pallido. Certo, lo si può ben
capire. Chi non verrebbe colto dal tremore
se dovesse mirare alla testa del proprio
fanciullo? Gessler se ne stava seduto
in un'automobile molto signorile e si
fumava un Brissago. La moglie del lanfogto
assisteva alla scena in sella ad un cavallo.
Indossava un elegantissimo vestito da
cavallerizza e si interessava straordinariamente
al destino di Tell.
Il
quale tirò, colpì la mela
e in questo modo ferì profondissimamente
l'amor proprio del lanfogto. Tutto il
pubblico presente applaudì: una
circostanza, questa, che naturalmente
dovette risultare incresciosa al governatore.
"Vieni
un po' qui, tu", disse, e quando
Tell gli si avvicinò, Gessler gli
rivolse diverse domande, al che Tell ebbe
la possibilità di sbattere in faccia
a Gessler diverse contumelie, in maniera
non sufficientemente rapida. Non era propriamente
un comportamento assennato, il suo; avrebbe
fatto meglio ad evitare una simile uscita.
Ma abbiamo un bel parlare, noi. Forse
ci saremmo comportati in maniera ugualmente
avventata.
La
collera di Gessler era enorme: "Legatemelo!",
ordinò. E adesso Tell si trovava
nuovamente nei guai. Lo si condusse a
forza a bordo di un sommergibile o di
un veliero, e lo si legò all'albero.
La compagnia veleggiò in direzione
di Lucerna, dove l'eroe della libertà
doveva essere sistemato in modo tale che
non potesse più vedere né
il sole, né la luna.
Ma
le cose andarono diversamente. Tell aveva
davvero poca voglia di finire sepolto
vivo. Piuttosto, sarebbe andato a combattere
in trincea, oppure si sarebbe messo in
contatto con Lenin e Trotzki.
Lucerna
era senza dubbio già allora un
luogo gradevole ed accogliente. Oggi è
una rinomata città turistica, che
offre ogni possibile piacevolezza. Io
stesso ci sono stato alcuni anni fa. Purtroppo
pioveva, ma sono comunque riuscito a vedere
il Monte Pilatus che svettava favoloso
nella nebbia.
Per
tornare alla storia, che forse - cosa
che non è poi un gran peccato -
potrebbe risultare una fonte di divertimento,
bisognerebbe segnalare che sul Lago dei
Quattro Cantoni si scatenò una
tempesta che fornì al prigioniero
la possibilità di liberarsi. Era
stato lo stesso Gessler a ritenere opportuno
di servirsi del proprio nemico impiegandolo
ai remi.
Nei
pressi di una roccia, Tell saltò
fuori dall'imbarcazione. Questa circostanza
ci porta a credere che Tell sia stato
non solo un tiratore provetto, ma anche
un buon ginnasta. È chiaro che
possedeva una grandissima prontezza nel
prendere decisioni.
E
adesso era libero. In questo modo si arriva
alla stretta gola nei pressi di Küssnacht,
dove la storia trovò la propria
repentina conclusione ed un grande potente
incontrò una grande sfortuna. La
faccenda si risolse senza dubbio in maniera
un po' brusca, e il modo in cui Tell se
ne fece garante non incontrerà
certo il gusto di tutti.
Siccome
Tell, malgrado il carattere energico,
amava la quiete, e siccome aveva svolto
il proprio compito, se ne tornò
tranquillamente a casa per adempiere alle
proprie faccende quotidiane.
(1919/1920)
LO
SCRITTORE E LA RAGAZZA
Uno
scrittore avanti con gli anni sedeva una
sera in società. Intorno a lui
c'erano persone di vario genere che parlavano
animatamente. Lui non sentiva e non vedeva
nulla, era come assente. Gli si avvicinò
una ragazza. Lui non la guardò,
ma lei non si fece intimorire. Se avesse
voluto ricevere gentilezze, le avrebbe
cercate altrove. Fu toccata dal fatto
che lui se ne stesse seduto lì,
quasi irraggiungibile, senza dire una
parola. Si sentì quasi tanto più
spinta a parlare, e disse: "Io ti
conosco, e a vederti seduto così,
senza il benché minimo entusiasmo,
mi verrebbe da considerarti una persona
indurita e indifferente. Felicità
e infelicità ti interessano ormai
ben poco. Cosa volevo dirti? Ah sì,
pensa un po': io ho letto tutti i tuoi
libri, che sono così magnifici,
così quieti, così autentici
e sinceri e piacevoli, che risuonano come
bei canti, e nel cui linguaggio scorre
come una corrente che incarna la forza
e la leggiadria. Mi osservi in maniera
perfino un po' troppo sorpresa. Ti sorprende
la mia serietà? Sono capace anche
di ridere e raccontar stupidaggini, se
la situazione lo richiede e se ne ho voglia.
Se
ci fosse un altro seduto al tuo posto,
non vi vedrei nulla di particolare, vedrei
in te un barbuto brontolone e non ti prenderei
affatto in considerazione, perché
di giovani divertenti ce n'è a
sufficienza. Ma nessuno di loro ha scritto
racconti così belli. È questo
che mi commuove e quasi mi colpisce come
un fulmine. È il pensiero che tu
non sei giovane, e che certo tra breve
dovrai morire, e tuttavia hai creato qualcosa
di sempreverde che esisterà anche
quando tu non ci sarai più, che
non invecchia, anche se tu sei vecchio,
che rimane giovane anche se tu non sei
più giovane.
Vedi,
io appartengo alla vita e amo la spensieratezza
del presente. Ma non sono anche i tuoi
libri un presente? Le persone e i paesaggi,
i dialoghi e gli avvenimenti, i sentimenti
e la quiete della natura, le azioni vivaci
e vigorose: tutto ciò che hai descritto
è strettamente compatto, non può
separarsi, costituisce un mondo a sé,
con una propria vita. Si profila impercettibilmente
e poi si sviluppa, ha forma e colore,
occhi e labbra, ed è vasto e quieto
e grande. Quando ho cominciato a leggere
non sono più riuscita a smettere,
ho continuato a leggere fino a quando
non ho vissuto io stessa tutte le significative
vicende che racconti. Come mi ha rinvigorito
la conoscenza dei personaggi creati dalla
tua fantasia. La vita è diversa
da come tu la racconti, ed è giusto
che sia così. Talvolta mi sembravi
quasi fin troppo gradevole, e mi veniva
quasi da essere impaziente. Ma se mi sforzavo
di seguirti e di accettare il tuo modo
di essere quieto con i quieti e prudente
con i prudenti, allora mi piacevi davvero,
e io stessa mi piacevo più che
mai. Forse queste mie parole ti annoiano.
Ma io mi sono augurata che tu potessi
continuare a vivere e sentire, e che venissi
immediatamente baciato dalla fama".
Lo
scrittore non rispose nulla. Teneva lo
sguardo fisso a terra e nel mondo della
propria vecchiaia, mentre la ragazza guardava
per così dire al di là di
lui nella rosea vivacità della
giovinezza. Lei pensò: "Che
tristezza. Questo celebre scrittore ha
un aspetto che non entusiasma, così
che si guarda solo alla sua opera, alla
quale lui ha sacrificato la propria vita".
Si
allontanò in fretta. Nei suoi begli
occhi chiari c'erano quasi delle lacrime.
Non
ci volle molto perché venisse presa
nel divertimento e abbandonasse la tristezza.
(1919)
LA
CAMERIERA
Gli
scrittori che, grazie alla loro potenza
creativa, hanno raggiunto una grande fama,
sono sicuramente scrittori che hanno letto
di tutto, forse troppo. Ci sono stati
autori ai quali magari capitava di vedere
una qualsiasi cosa appena un po' interessante,
ed ecco che subito si trovavano nella
necessità di rappresentare persone
e paesaggi. La musica ha esercitato una
benefica influenza sulla creatività
di molti artisti. Schiller, se non sbaglio,
leggeva con particolare piacere le storie
parigine, e se le traduceva a proprio
beneficio. Ma qui, se mi è concesso
farlo senza scrupoli di sorta, vorrei
parlare della Mariellina delle fragole
di Jeremias Gotthelf, un libricino della
lunghezza di circa ottanta pagine. Da
quale genere di riflessioni è nato
questo racconto, il più leggiadro
forse di tutti i racconti scritti, o comunque
ritenuti degni di prender forma, da parte
dello scrittore bernese? Questo eminente
rappresentante del genere del racconto
non ha scritto poesie. Non ne aveva evidentemente
il tempo. La sua parrocchia gli dava già
sufficientemente da fare.
Si
parla di una donna che, con alterna fortuna,
lavora come cucitrice. Vive dapprima in
una città sul cui selciato sferragliano
carrozze che incutono rispetto, dove lavorano
calzolai, sarti, falegnami, bottai e rilegatori
di libri, e per le cui strade passeggiano
intellettuali dall'aria solenne. La donna
non riesce a rafforzare la propria posizione,
e allora si ritira umilmente in campagna,
dove trova un domicilio che le si addice
in una casupola. La cosa più cara
e preziosa che possiede sono tre bambini
che crescono in un'atmosfera di candore
e morigeratezza. I bambini si comportano
bene, ma a volte, quando gli fa comodo,
accade anche che si mostrino disobbedienti.
Due bambini, l'uno dopo l'altro, le vengono
strappati via dalle fredde, silenziose
e possenti mani della morte. La terza,
trattata dalla madre con bonario e riguardoso
sdegno o lasciata sprezzantemente vivere
-quasi che non valga la pena di tenersela
in casa- si chiama Mariellina. E' nei
confronti di questa insignificante bambina
che Gotthelf adopera tutta la propria
maestria, e lo fa con grande pienezza
e intensità, in una maniera piacevolissimamente
imprevista. Ci comunica che la bambina,
di notte, nel suo lettuccio, si è
persa più volte in sogni profondi,
e che di giorno è andata in cerca
di fragole per fare in modo che la madre
potesse poi venderle. Non è mai
successo, o comunque è successo
raramente, che uno scrittore sia stato
in grado di scrivere in maniera tanto
immediata di questo frutto succulento,
che cresce nei boschi sotto foglie di
ogni genere.
Spero
di essere ben accolto se affermo che,
col tempo, fu la stessa Mariellina a vendere
direttamente le fragole. Infatti era diventata
grande e più indipendente. Un bel
giorno, si addormentò in un posticino
soffice e discosto. Al risveglio, il suo
sguardo incontrò quello di due
occhi meravigliosi che la fissavano intensamente.
Erano gli occhi di una nobile signorina
che viveva nelle vicinanze, in un castello
circondato da un parco. La signorina invitò
Mariellina a farle visita al più
presto. La visita ebbe luogo, e Mariellina
entrò in servizio come cameriera.
Le cameriere devono essere svelte e insieme
accorte. Mariellina lo era.
Passarono
gli anni. La signorina -che a volte si
mostrava quieta ed indulgente e altre
volte, invece, si faceva sopraffare dal
malumore e dall'insofferenza- cominciò
ad invecchiare e ad ammalarsi. In sé
e per sé si trattava di una cosa
assolutamente normale, che si è
verificata innumerevoli volte nell'epoca
della civilizzazione. Nelle sue stanze
calò la solitudine. Solo raramente
qualcuno veniva a farle visita. Mariellina
sapeva tutto dei teneri e delicati dispiaceri
che si agitavano nel cuore della sua padrona.
Il libro si sta avviando verso la fine,
e l'autore riesce a toccare vertici altissimi.
La bella anima, che per tutta la vita
si era dovuta scontrare con le insoddisfazioni,
prende congedo sia dalla cameriera che
dal proprio corpo.
Uno
che ha molto da dire se la cava anche
se ha a disposizione poco materiale, pochi
spunti o pochi motivi.
(1931/1932)
LA
MARIELLINA DELLE FRAGOLE E DON GIOVANNI
Sulla
mia scrivania, l'una accanto all'altra,
in pacifica unione, ciascuna a modo suo
un'opera magnifica, ci sono la Mariellina
delle fragole di Jeremias Gotthelf,
che rinuncia gioiosamente alla vita e
serve con entusiasmo la sua signorina
del castello, e lo spudorato Don Giovanni
di Molière. Gotthelf e Molière?
Pourquoi pas? Entrambi furono artisti
significativi nell'ambito spirituale.
Immagino che la Mariellina delle fragole
e Don Giovanni si siano incontrati da
qualche parte, e che a quest'ultimo sia
piaciuto dire quanto segue alla ragazzina
bernese: "Uno strano tipo. Voyons.
Così semplice. Ah, la semplicità
può essere strana. Ragazza, mi
commuovi. Di fronte a te, nella mia coscienza
si agita qualcosa come un molto piacevole
rispetto. Già il tuo aspetto non
ha proprio nulla a che vedere con la morale
da salotto. Senza nemmeno lontanamente
immaginartelo, tu sei un angelo. Ciò
che in te mi attrae particolarmente, voglio
dire, non fraintendermi, ciò che
mi è simpatico è proprio
il fatto, per me così divertente,
che tu non hai mai desiderato conoscere
e goderti la vita. Se me lo concedi, trovo
questo fatto estremamente interessante
e, se non te la prendi, mi inchino davanti
a te (lo fa). Vedi, io ho una reputazione
molto cattiva. Ho reso infatti infelici
due o quindici donne. Non posso ricordarmi
tutte le donne con le quali me la sono
goduta, nelle quali ho risvegliato speranze
di delicata natura e che, per così
dire, ho ingannato nella peraltro un po'
insolente ma oltremodo sincera sensazione
che in fondo esse desideravano essere
ingannate. Ci sono infatti donne che lo
desiderano, forse senza saperlo. Amano
torcersi le mani e trovano che ci sia
della bellezza nel prorompere in lamenti.
Oh, come sorridi divertita. Che affascinante
comprensione. Ecco, è la ragazza
che apprezza il gransignore. Perché
in un certo senso, non credi?, io sono
sia seduttore che vittima. Fai cenno di
sì. Ti ringrazio molto, e sono
felice di aver fatto una così semplice
e piacevole conoscenza. Ciò che
si definisce società rimane pur
sempre un tale miscuglio di frivolezza
e della più meschina grettezza,
di eccitamento e di bisbigli di pruderie...
Se il mondo colto non ha un Don Giovanni,
ecco che sospira e ne prova nostalgia.
Ma poi, quando arriva ed è presente,
si fugge da lui. Questo, però,
non ti deve riguardare. La tua devozione
è buona e di primitiva bellezza,
e nel tuo cuore c'è un ingenuo
desiderio d'amore. So fin troppo bene
che ciò che è allettante
mi alletta, ciò che è tranquillizzante
mi tranquillizza, ciò che è
civettuolo mi rende civettuolo, ciò
che è serio mi rende serio. Siamo
tutti più dipendenti di quanto
crediamo. Credo di poter ritenere molto
elegante che tu non sia sorpresa, come
se in te ci fosse una ragione che conosce
le faccende della vita. Vicino a te io
sono senza dubbio una persona migliore,
e perché, vicino a quelli che mi
ritengono malvagio, non sono mai una persona
che è migliorata? Perché
per loro questa convinzione è ristoratrice.
Vado da loro e mi preoccupo inoltre che
abbiano qualcosa di cui parlare, e porto
con me un'impressione che non mi annoia
ma nemmeno mi lusinga. Tu resti quella
che sei. Dovrò esserlo anch'io".
Lei lo guarda impassibile, ed entrambi
se ne vanno ciascuno per la propria strada.
Prego di prendere quanto ho scritto come
una piccola fantasia.
(1925)
UN
RACCONTO DI JEREMIAS GOTTHELF
Mi
è capitato tra le mani un racconto
di Jeremias Gotthelf, che si intitola
La domenica del nonno e rappresenta
forse un piccolo teatro del mondo. Da
quando mi occupo di libri, non ho mai
letto qualcosa di così bello, così
piacevole e insieme così grande.
La bellezza e la grandezza di questo scritto,
che occupa appena quaranta pagine stampate,
risiedono nella sua lingua. La scena è
una casa colonica. Il nonno, che sente
avvicinarsi la fine, giace a letto. Sente
il freddo che lo invade. E adesso arriva
la descrizione dei bambini che parlano
con lui. Da questa vicenda così
quotidiana, nella quale non c'è
assolutamente nulla di romantico, si potrebbe
trarre magari una specie di mistero per
il palcoscenico. Ma chi leggerebbe mai
questo libricino bello e commovente? E
chi mai riuscirebbe a rimodellare per
altri scopi un simile gioiello di descrizione
dell'ambiente campagnolo? In Gotthelf,
ad essere importanti sono le piccole e
lievi paroline. Le cose inappariscenti,
se anche le si percepisce, sfuggono all'attenzione.
La percezione, nei libri come nella vita,
è talvolta difficile. Ho letto
il libricino a mezza voce tra me e me,
e posso parlare di un'autentica gioia
che si fondava sull'interesse e sul trasporto.
Il figlio e la figlia del vecchio nonno,
che seguendo la sua raccomandazione si
sono sposati, non sono così felici
come dovrebbero essere. Il nonno lo sa,
e adesso parla con la donna e se ne lamenta.
In questa occasione, lo scrittore si serve
di parole che nessun altro ha mai trovato:
così particolari, così rischiarate
da una luce proveniente da qualche parte,
che di quando in quando ci si meraviglia
dell'arte dell'autore di essere completamente
se stesso nel pensiero e nella sua formulazione.
"Potrebbe essere più allegro,
più spensierato", dice alla
figlia parlando del figlio, ma bisogna
leggere quello che dice. Nessun altro
è capace di dirlo con la delicatezza
di questo scrittore, che di mestiere faceva
il parroco. Il nonno ha poi una conversazione
col figlio, parla inoltre con altri abitanti,
e dice che le lacrime accompagnate dal
pianto altrui sono belle, e deplora le
lacrime che si versano mentre intorno
si ride. Poi desidera di essere portato
fuori, lo si fa, e adesso siede al sole,
di fronte alla casa, ed esala l'ultimo
respiro con lo sguardo rivolto al paesaggio
a lui noto. Mentre il poeta parla in maniera
così bella di questo avvenimento,
ho l'impressione che tenga tra le proprie
mani il vecchio, la casa e il mondo circostante,
che osservi tutto così come si
osserva un giocattolo, con tenera e bonaria
attenzione. Molti non leggeranno forse
un libro così "piccolo"
con la mia stessa ammirazione. Gli obblighi
della vita ci intimidiscono già
sufficientemente spesso. Qui c'è
uno scrittore di nobile sentire che, con
il suo racconto, ci desta e nello stesso
tempo ci tranquillizza.
(1926)
(Testi
tratti da: Sämtliche Werke, Aus
dem Bliestiftgebiet, Feuer
(c) Robert Walser Stiftung, Zürich
- Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main,
1978-85, 1985-2000, 2003, 2004 - Traduzione
di Mattia Mantovani)