Calvino,
vent'anni dopo. Niente di più
ozioso che porre la domanda sull'attualità
o inattualità della sua scrittura.
O la domanda su quale delle due figure
contemporanee messe spesso a confronto
- Pasolini e Calvino - sia più
presente, oggi, più prossima
alle grandi questioni del nostro tempo.
Ogni scrittore, quando diventa quello
che diciamo un classico, ha una sua
presenza. Agisce nel silenzio
della lettura, nel dialogo che le pagine
dischiudono con il lettore, con le domande
e i pensieri del lettore. La presenza
di Calvino è anzitutto un invito
ad affinare lo sguardo sul mondo, sapendo
che l'infinitamente piccolo e l'infinitamente
grande si corrispondono, dialogano tra
loro, come si corrispondono, anzi talvolta
si sovrappongono, caos e geometria,
stupore e conoscenza, reale e fantastico.
L'attenzione di Calvino al razionale,
al lineare, al dimostrabile ha il suo
confine in un'altra attenzione, che
è anche una passione: la passione
per lo sconfinato, il cosmologico, l'impossibile.
La passione per l'inatteso, l'eccedente,
l'estremo. Come comporre queste due
tensioni, o se sia giusto comporle,
è stato il problema di Calvino.
Un problema diventato scrittura, narrazione,
ma anche riflessione saggistica. Un
giocatore di scacchi che non abolisce
l'enigma. Uno che ama l'arabesco e il
misterioso e l'oscuro ma lo vuole rintracciare
nella maschera della trasparenza, nella
chiarezza, nella razionalità.
"A me - dice Ludmilla, la lettrice
di Se una notte d'inverno un viaggiatore
- piacciono i libri in cui tutti i misteri
e le angosce passano attraverso una
mente esatta e fredda e senza ombre
come quella di un giocatore di scacchi".
Per questo il maestro di ogni scrittura
fantastica è Edgar Allan Poe.
E, a questo proposito, si può
dire che Calvino più di ogni
altro scrittore del Novecento italiano
ha contribuito a costruire quella disciplina
che Novalis auspicava e che in analogia
con la Logica o l'Estetica, doveva chiamarsi
Fantastica. In questa disciplina
- disciplina come rigore di descrizione,
esattezza linguistica, misura narrativa
- la fiaba è fonte costante,
universo tematico e oggetto di studio.
È modello di narrazione: "M'interessa
della fiaba, scrive Calvino nella raccolta
di saggi Una pietra sopra,
il disegno lineare della narrazione,
il ritmo, l'essenzialità, il
modo in cui il senso di una vita è
contenuto in una sintesi di fatti, di
prove da superare, di momenti supremi".
La narrazione per Calvino è questa
ricerca di essenzialità. Dove
l'avventura, con i bagliori dell' estremo,
con la sfida dell'ostacolo, è
come velata da un pensiero che vi trascorre
sopra, un pensiero dell'esistenza individuale
osservata in relazione con l'esistenza
universale: il singolo e l'infinito,
il caso e le leggi dell'universo, i
fosfeni che guizzano sotto le palpebre
chiuse e le supernovae che esplodono
in lontane galassie. In questo senso
tutte le opere di Calvino - dal Sentiero
dei nidi di ragno, del 1947, alla
famosa trilogia che comprende Il
visconte dimezzato (1952), Il
barone rampante (1957) Il cavaliere
inesistente (1959), dalle Cosmicomiche
(1965) alle Città invisibili
(1972), da Marcovaldo (1963)
al Castello dei destini incrociati
(1973) - sembrano compendiarsi nel personaggio
di Palomar. In quel rimbalzare della
mente di Palomar tra le peripezie logiche
dell'immaginazione e le peripezie fantastiche
della ragione. Ossessione della percezione
minima. Sguardo che vuole cogliere la
profondità della superficie,
sapendo che "la superficie delle
cose è inesauribile", è
talmente sconfinata che prima di oltrepassarla
ci si può perdere. Vertigine
della misura, del limite, del visibile.
Palomar è un paradosso del pensiero
occidentale, che pretende, attraverso
le procedure di un pensiero chiuso,
di attingere la conoscenza interiore,
la conoscenza esatta di sé. Come
Monsieur Teste, il personaggio
di Valéry, anche Palomar fa della
propria mente un mondo da esplorare,
da abitare. Vuole attrarre tutto nel
cerchio del sapere: per questo cerca
una continuità tra il filo d'erba
e i corpi celesti, tra il fischio del
merlo e gli abissi del linguaggio. E
vuole dare una forma all'informe, una
lingua al silenzio, una rappresentazione
al nulla. Ma come ad Agilulfo, il bianco
cavaliere del vuoto, è la parola
a dargli certezza del nome e dell'avventura,
così a Palomar è il pensiero
a dargli certezza delle cose, del loro
stare. Una certezza che però
via via si dissipa ad ogni nuovo ragionamento
sul visibile, ad ogni nuova osservazione.
Così, proprio mentre immagina
un tempo senza tempo, e vuole separare
sé dal pensiero della morte,
Palomar muore. La morte è l'irruzione
del silenzio, dell'aporia, dell'indescrivibile
nel linguaggio, e nel pensiero. Palomar,
uscito nel 1983, è davvero il
punto d'approdo di una lunga ricerca
narrativa.
Nell'ultimo
Calvino la narrazione rende più
esplicita la tessitura per così
dire riflessiva che sottende la costruzione
fantastica e allo stesso tempo scopre
sempre di più le arcate dell'impalcatura,
l'ordito del discorso. Le lezioni
americane, scritte nell'estate
di vent'anni fa, e uscite postume, possono
essere lette non solo come una meditazione
elegantissima su alcune figure della
rappresentazione letteraria e della
struttura stessa del linguaggio, ma
anche come una trasposizione sul piano
saggistico di un'esperienza e di una
ricerca e di una sfida condotte in proprio
sul piano della narrazione.
Calvino
è un esempio nel nostro Novecento
di singolare equilibrio tra l'attenzione
al classico, alla tradizione - stili
e forme e generi del passato che sentiva
a lui più consonanti - e l'attenzione
a quegli aspetti del romanzesco contemporaneo
in cui più esplicite fossero
le strategie narrative, le tecniche
combinatorie, l'ipertestualità.
Ci sono nella sua vicenda di scrittore
alcune presenze che sono allo stesso
tempo fonte, riferimento, passione di
lettore. Ariosto, per esempio. Cioè
l'equilibrio straordinario tra incantamento
e misura, tra fascinazione dell'avventura
e intrico romanzesco, tra piacere del
racconto e ironia.
O
Stendhal, che sa unire la tensione morale
individuale con la tensione storica,
lo slancio della vita con il gusto del
romanzesco. O Leopardi (il Leopardi
soprattutto delle Operette morali:
"il libro da cui deriva tutto quello
che scrivo", dirà in una
lettera indirizzata al sottoscritto).
In Leopardi ritrovava il nesso forte
tra domanda sull'infinito e meditazione
sul tragico, l'armonia tra leggerezza
della lingua e profondità dello
sguardo. Ma anche la passione per la
scienza cosmologica che si trasforma
in poesia, in confronto tra la finitudine
dell'uomo e l'infinito che lo sovrasta,
infinito che resta indecifrato, inconoscibile.
E altri nomi appaiono nella costellazione
genealogica di Calvino: Galileo, Sterne,
Voltaire, Fourier, Flaubert, ma anche
Conrad, al quale dedicò la tesi
di laurea, e Hemingway. E, soprattutto
Borges, per la tessitura narrativa che
è insieme libresca e fantastica,
ironica e speculativa.
Un'altra
linea di confronto che presiede alla
ricerca letteraria di Calvino è
quell'insieme di testi e di teorie che
sono attraversate dal fascino della
formalizzazione, della scrittura al
quadrato, dell'arte combinatoria. Che
insomma fanno del linguaggio stesso
la materia del narrare. George Perec
aveva scritto: "Lo spazio comincia
così, soltanto con delle parole,
dei segni tracciati sulla pagina bianca.
Descrivere lo spazio: nominarlo, tracciarlo,
come quei fabbricanti di libri di navigazione
che riempivano tutte le coste con nomi
di porti, nomi di capi, nomi di insenature,
tanto che la terra finiva per essere
separata dal mare soltanto per effetto
di un nastro continuo di testo".
E Calvino è stato sempre attratto
da questa pulsione a nominare, descrivere,
tracciare mappe o carte nautiche e celesti,
e fare esistere la cosa attraverso il
suo nome. Eppure, nonostante la sua
amicale attenzione a Queneau e a Perec,
nonostante il piacere del gioco linguistico
e formale, Calvino ha sempre avvertito
da una parte il richiamo di un'etica
della scrittura che ha come orizzonte
l'interrogazione sulla condizione umana,
dall'altra la consapevolezza che di
là dal segno c'è quel
che il segno non può rappresentare.
La
sua idea di labirinto (La sfida
del labirinto era un saggio pubblicato
sul numero 5 del "Menabò",
1962, la rivista che aveva fondato insieme
a Vittorini) da una parte implicava
appunto l'esplorazione, l'attraversamento,
alla ricerca della via d'uscita, dall'altra
riconosceva il fascino della stessa
forma-labirinto, con la possibilità
dello smarrimento, della perdita. Ma
proprio nel tenere insieme queste due
tensioni consisteva la ricerca di Calvino.
Che da "cercatore di segni",
come il Marco Polo delle Città
invisibili, sapeva che di là
dal segno si apriva la regione sconfinata
del non descrivibile, di là dal
pensiero, l'impensato, di là
dal limite l'oltrelimite. Era poi questa
la vera lezione leopardiana. E anche
galileiana.
E
proprio in questa certezza consisteva
la politicità dell'atto di scrivere.
Che era sempre un atto di interrogazione
dell'estremo, dell'al di là della
superficie. Per questo soprattutto l'ultimo
Calvino cercava una via d'uscita dal
formalismo un po' ludico della ingegneria
testuale, una via di fuga dal gioco
della lettera. E come le Lezioni
americane sul piano della riflessione
e del saggio, così gli ultimi
racconti usciti postumi (Sotto il
sole giaguaro) sul piano della
narrazione, ripropongono un'idea di
scrittura fondata sul rapporto tra corporeità
e immaginazione, tra sensi e linguaggio,
tra sguardo e meditazione. Fisica e
metafisica dello sguardo, vertigine
della misura, etica dell'immaginazione:
è forse questo il cerchio di
riflessione al quale Calvino oggi ci
invita.
(Pubblicato
in Liberazione del 18 settembre 2005)