È
come se avessimo perduto alcune capacità.
La capacità di profanare, ad
esempio, che è legata direttamente
all'esperienza. Si arriva a profanare
quando si ha una chiara percezione,
e quindi è possibile una esperienza,
di ciò che è sacro, quando
si sa come e dove stanno le cose, certe
cose.
Allora
è come se noi non sapessimo più
come e dove stanno certe cose,
perché il sacro è come
se non esistesse più nella
nostra vita. È forte la sensazione
che addirittura il funerale del Papa
trasmesso in mondovisione o la decisione
del medesimo Papa morente di far esporre
la propria salma davanti alle telecamere,
non siano affatto espressioni di sacralità.
Se il sacro ha a che fare con la religione,
infatti, e se la religione è
ciò che per definizione è
separato dal mondo umano, allora funerale
ed esposizione non sono più eventi
sacri, ma qualcos'altro di molto più
prossimo alla nostra vita, e anche di
più inquietante.
Di
questo qualcos'altro è palesemente
chiaro che non è possibile parlare
in termini di profanazione, perché
se non lo riconosciamo come sacro, non
abbiamo nemmeno bisogno di profanarlo,
ma al limite di capirlo e di pensarci
su. Pertanto se qualcuno accusasse me,
ad esempio, di stare facendo qui discorsi
blasfemi, io potrei mettermi a ridere.
Oppure tentare di spiegare così
come segue le mie idee, magari partendo
da questa frase di Walter Benjamin:
"Dio non è morto, ma è
semplicemente stato assorbito nel destino
dell'uomo".
*
Profanare,
nell'antichità classica, era
un atto significativo che perfino i
giuristi romani conoscevano e riconoscevano.
Colui che profanava restituiva all'uso
comune degli uomini, cioè all'ordinarietà,
ciò che in precedenza era stato
separato nella sfera eccezionale del
sacro.
L'aspetto
più importante da cogliere in
questo meccanismo, spiega Giorgio Agamben
in "Elogio della profanazione"
(in "Profanazioni", Nottetempo,
2005), è una specie di dialettica
perpetua, in cui era immersa la vita
degli antichi, tra sfera del sacro e
sfera del profano - dialettica attualizzata
nella pratica rituale del sacrificio.
La religione, da questo punto di vista,
"non è ciò che unisce
uomini e dèi, ma ciò che
veglia a mantenerli distinti":
religio viene piuttosto da
"rileggere" che da "raccogliere",
in quanto allude all'ansia che sorge
nel momento in cui bisogna porre estrema
attenzione nel rispettare e osservare
anche a livello cerimoniale la separazione
tra sacro e profano. Tale separazione
funziona dunque come un sistema a due
poli, "in cui un significante fluttuante
transita da un ambito all'altro senza
cessare di riferirsi al medesimo oggetto".
Proprio grazie a un sistema del genere,
necessariamente ambiguo, la convivenza
tra uomini e dèi è assicurata.
L'animale sacrificato, ad esempio, può
essere spartito equamente: una parte
sacra per la divinazione, una parte
profana per essere mangiata. Distinti
e separati, potremmo dire che uomini
e dèi nel mondo pagano convivono
e comunicano scambiandosi oggetti e
comportamenti.
*
"Pura,
profana, libera dai nomi sacri",
sarà dunque la cosa restituita
all'uso comune umano. Ma come si fa
a profanare una cosa sacra? Nella cerimonialità
religiosa, anche semplicemente toccandola.
Nel momento in cui una cosa sacra viene
"toccata" è come se
si mettesse in gioco un particolare
comportamento negligente, perché
è come se ci si dimenticasse
che quella cosa è sacra, cioè
che è separata nella
sfera del sacro. È lo stesso
meccanismo del gioco. Il gioco è
il principale "organo della profanazione"
perché giocando noi tocchiamo
tutto ciò che è sacro
o serio, dimenticandoci della sua sacralità
o serietà separata,
e lo utilizziamo in maniera nuova e
sorprendete, capovolgendo così
l'ordine stabilito. Quando c'è
mito senza rito, o rito senza mito,
allora c'è gioco, spiegava Benveniste:
quando, cioè, il sacro viene
"salvato" - non semplicemente
abolito - nella sfera del gioco. Con
il gioco noi facciamo un "nuovo
uso" dei contesti e dei racconti
sacri perché li profaniamo, cioè
profaniamo la loro sacralità
separata. Non a caso i bambini
sono i più abili ed agili profanatori
di ogni sacralità e di ogni separazione:
nelle loro mani tutto viene riusato
in maniera sempre sorprendente, divenendo
gioco.
Ora
non si dimentichi che la profanazione
ha senso soltanto se messa in relazione
con il suo opposto, con la consacrazione.
*
La
dialettica sacro-profano comincia a
esser messa in discussione nella sua
struttura separata, ambigua e "a
due poli", dal cristianesimo, che
la farà propria in maniera particolarissima,
attraverso l'elaborazione dei dogmi
della transustanziazione e dell'incarnazione,
con cui si provvederà a inserire
dio nell'umano e l'umano in dio. Da
questo momento in poi le sfere del sacro
e del profano sono come sottoposte a
una sintesi, ma forse sarebbe
meglio dire che sono condannate a una
perenne confusione. Confusione che,
"con l'ingresso di Dio come vittima
nel sacrificio", mentre mette in
crisi appunto la separazione tra sacro
e profano, in quanto "la sfera
divina è sempre in atto di collassate
in quella umana e l'uomo trapassa già
sempre nel divino", afferma un
altro tipo di religiosità e una
nuova idea di sacro e di separazione.
A
questo punto, Agamben ci chiede di seguire
una sorprendente riflessione di Benjamin
in un frammento del 1921. Secondo Benjamin,
il capitalismo si sviluppa come un parassita
del cristianesimo, per cui la modernissima
ideologia funzionalistica e mercantile
del consumismo di massa altro non sarebbe
che una attuazione del più puro
spirito cristiano. Inoltre, i grandi
profeti della modernità - Nietzsche,
Marx, Freud -, che in apparenza sembrano
i più severi critici del sistema
capitalista, non sono altro che i suoi
profeti, cospirano in profondità
con le sue dinamiche e condividono con
esso la "religione della disperazione"
che impedisce qualsiasi tipo di vita
estraneo a quello della logica mercantile.
Il capitalismo, secondo la tesi di Benjamin,
funziona innanzitutto come una grande
religione, fondata su un culto perenne:
il culto del lavoro - o della produttività,
come diremmo oggi. La particolarità
di questo culto è che esso non
è espiante, bensì, paradossalmente,
colpevolizzante. "Una mostruosa
coscienza colpevole che non conosce
redenzione si trasforma in culto, non
per espiare in questo la sua colpa,
ma per renderla universale... e per
catturare alla fine Dio stesso nella
colpa". Esattamente come nei dogmi
dell'incarnazione e della transustanziazione,
di cui il cristianesimo si armò
per assorbire e annullare le ambiguità
del paganesimo.
*
E
proprio come nei dogmi della religione
cristiana, così anche nella religione
capitalista la confusione delle sfere
- in funzione di un rinnovamento e in
vista di una nuova sacralità
-, raggiunge il suo culmine nell'annullamento
mercantile delle differenze tra giorni
lavorativi e giorni di festa. Il vorace
capitalismo ha bisogno infatti che il
suo culto non si interrompa mai, e che
il Tempo sia unico e completamente alienato:
esiste l'industria del tempo libero
perché anche quando siamo "liberi"
dobbiamo produrre e consumare. Ogni
cosa, attività, azione deve essere
separata da se stessa e trasferita
nella cupa e asettica sfera del profitto
e del consumo, dove ogni uso durevole
è impossibile (le merci non durano)
e dove tutto ha un aspetto serio, fisso
e perfetto, come l'immagine di un prodotto
in un depliant pubblicitario. Nella
sfera del consumo le cose devono essere
possedute perché sono soggette
a distruzione. Se l'uso, infatti, ha
una relazione precisa con l'inappropriabilità,
il consumo (abusus) non "è
che l'impossibilità o la negazione
dell'uso", e quindi l'affermazione
più recisa dell'idea di possesso.
Ma
il prezzo che si paga per aver ridotto
tutto a consumo, è ormai chiaro
a tutti. La "mostruosa coscienza
colpevole" che abita nel profondo
della nostra anima è definita
dalla disperata consapevolezza di non
avere più un tempo per viaggiare,
di non avere più un tempo per
far festa, di non avere più un
tempo per giocare, per scrivere, per
parlare. La vita sembra che stia sempre
da un'altra parte, qui c'è
solo un lavoro da fare o una funzione
da svolgere. Questa consapevolezza è
disperata perché non ci salva,
perché la confusione o scissione
che si è creata serve solo a
farci sentire colpevoli e inadeguati,
o al limite a metterci in esposizione
per qualche minuto come fenomeni da
baraccone. Il mondo è pieno di
disperati, ma ormai anche la disperazione
fa spettacolo e si vende bene.
*
Si
capisce, allora, perché "profanare"
è diventato oggi quasi del tutto
impossibile. Perché se tutto
- anche i funerali dei Papi e i loro
corpi morti - viene separato
nella sfera unica del consumo e dello
spettacolo pubblicitario (l'altra faccia
ineludibile del capitalismo odierno),
allora niente si può più
"restituire all'uso comune",
semplicemente perché non si dà
più alcun "uso comune"
della vita. Le cose, le azioni, i comportamenti,
nel momento stesso in cui vengono separati
nella sfera del consumo, diventano qualcos'altro:
diventano degli Improfanabili. E "la
religione capitalista nella sua fase
estrema", dice Agamben, "mira
alla creazione di un assolutamente Improfanabile",
cioè di qualcosa che ha l'aspetto
innocuo di una pubblicità o di
una canzoncina, ma in realtà
è una mostruosa Chimera. Per
quale motivo? Perché l'Improfanabile
consiste nell'abolizione dei ponti tra
visibile e invisibile, tra sacro e profano
- abolizione che consente la sopravvivenza
soltanto a ciò che è incasellabile
in uno spot televisivo o nei discorsi
preordinati dai mezzi di comunicazione
di massa. "Assolutamente Improfanabile"
vuol dire separato dalla vita come in
un sistema religioso qualsiasi oggetto
o comportamento sacro viene separato
dalla sfera mondana e profana; sottoposto
quindi alle regole di una religione
- le regole del mercato -, ma allo stesso
tempo reso intoccabile perché
quelle stesse regole non ammettono profanazioni,
cioè non hanno una sponda dialettica
- ad esempio non hanno un altrove
("l'occidente è dappertutto",
Serge Latouche) -, né prevedono
una usabilità comune, in quanto
regole fisse e immutabili.
Perciò
se oggi si prova anche solo a mettere
in discussione le regole del mercato
e dell'economia, si viene presi per
pazzi molto più che se si mettesse
in discussione l'esistenza di dio.
*
Si
potrebbe fare una rassegna degli Improfanabili
che abitano ormai stabilmente nella
nostra vita. Una rassegna, cioè,
di modalità e costumi attraverso
i quali la vita viene separata sempre
più da se stessa, dai suo usi
comuni, dal senso comune, per essere
trasferita nei territori della pubblicità
e dell'apparenza consumistica.
"L'impossibilità
di usare ha il suo luogo topico nel
Museo", nota Agamben. Ma quello
che è ancora più importante
è la mueseificazione del mondo
che ci circonda, cioè la riduzione
a Improfanabile di sempre più
oggetti, luoghi, comportamenti. Il turismo
di massa, ad esempio, ha reso impossibile
qualsiasi uso comune dei luoghi, percepiti
ormai sempre più attraverso le
vedute Improfanabili trasmesse dalla
società dei consumi e dello spettacolo.
Basta recarsi in una qualsiasi città
europea (ma anche in Africa, oramai)
per capire che "l'occidente è
ormai dappertutto". Cioè
l'occidente con i suoi Improfanabili,
con la sua ansia di creare delle gabbie
visuali o degli schermi, la cui funzione
principale è quella di impedire
qualsiasi profanazione, cioè
qualsiasi esperienza diretta e non pilotata.
Tutti sappiamo infatti quanto sia faticoso
e arduo ormai "vedere" a Parigi
qualcosa di diverso dai suoi monumenti,
o in Africa qualcosa di diverso dalle
maschere rituali e dalla povertà
- o qui nel mio paese qualcosa di diverso
da "un paese del Sud". Per
questo il semplice esercizio dello "sguardo
comune" appare come una delle azioni
profanatorie più significative
da praticare oggi. Lo "sguardo
comune" è una specie di
grimaldello utile per sfuggire alle
prigioni consumistiche, per "profanare
l'Improfanabile", che infine, come
sostiene Agamben con inconsueto pragmatismo,
"è il compito politico della
generazione che viene".
*
Impedire
l'uso comune, ostacolare le azioni disinteressate,
annullare i giochi (non i quiz televisivi,
ma i "mezzi puri", cioè
i comportamenti umani senza un fine
utilitaristico) è l'obiettivo
principale dei dispositivi capitalistici
tesi alla "cattura dei comportamenti
profanatori". I dispositivi mediatici,
tra gli altri, hanno come obiettivo
nientemeno che la cattura dell'uso comune
del linguaggio (il "mezzo puro
per eccellenza", secondo Agamben),
e forse non c'è bisogno di tanti
esempi per constatare una cosa del genere.
È sotto gli occhi di tutti quanto
sia diventato difficoltoso e inessenziale
lo scambio linguistico, sempre più
rinchiuso negli alvei dell'utilitarismo
e della spettacolarizzazione. Il mondo
ridotto a prosaiche rappresentazioni
giornalistiche concettose e senza fantasia,
è un perfetto Improfanabile,
forse il più perfetto di tutti.
Un mondo che non rimanda ad altro che
a se stesso, autoreferenziale e avulso
dalle immaginazioni individuali, ma
perfettamente inserito in quello che
il mercato richiede all'occorrenza:
un po' di speranza, un po' di impegno,
un po' di sogni risciacquati, un po'...
di tutto. È come se la tendenza
all'Improfanabile condizionasse ormai
anche il pensiero, al punto che le opere
letterarie più "riuscite"
non riescono a competere con il più
scialbo dei quotidiani che ci riferisce
"notizie" sempre nuove e ci
avvince molto più e meglio di
un abile romanziere. Se una volta i
giornalisti modellavano la loro prosa
su quella degli scrittori, è
indubbio che oggi avviene l'esatto contrario,
perché è la prosa dei
giornali a fornire sempre più
spesso a quelli che ancora chiamiamo
scrittori, modelli linguistici e spunti
narrativi.
Ma
non è solo nella lingua dei giornali
che viene catturato il linguaggio in
quanto "mezzo puro": anche
in tanti libri più o meno di
successo, in manifestazioni scientifiche
più o meno ordinarie - così
come nella scuola modellata su astruse
teorie tecnico-aziendali piuttosto che
sull'esperienza. "A scuola si insegna
la lingua ai bambini come se si mettessero
degli attrezzi in mano agli operai",
diceva Deleuze.
*
Adesso
forse capiamo meglio anche la frase
di Benjamin - "Dio non è
morto, ma è semplicemente stato
assorbito nel destino dell'uomo"
-, che sembra quasi un ribaltamento
della famosa sentenza nietzscheana.
Dio non è morto perché
è l'uomo occidentale stesso che
ormai si identifica con dio: questa
identificazione ha dato luogo agli Improfanabili,
cioè ha reso nulla l'operazione
del profanare secondo l'antica logica
"a due poli", giacché
non si può restituire all'uomo
ciò che già gli appartiene.
"Profanare
l'Improfanabile" è allora
un'azione paradossale o estrema: essa
fa riferimento alla capacità
di restituire all'uso comune la nostra
stessa soggettività divinizzata
con tutti i suoi ammennicoli, se così
si può dire. La sensazione è
che questa sia l'ultima possibilità
per continuare a immaginarsi la vita.
Non è vero che viviamo in un
mondo liberato dalla paura e dalla religione,
privo di separazioni: il modello
di religione capitalista oggi in vigore
è sostenuto da altri tipi di
separazione, tutti interni all'uomo
e alle sue propaggini produttive, e
quello che una volta chiamavamo sacro
ora è un affare solo umano. Sono
la tv e il sistema dei media e della
pubblicità che sanciscono la
sottrazione alla sfera comune e quotidiana
di persone, oggetti e comportamenti,
e il loro spostamento nell'ambito mercificato
degli assolutamente Improfanabili. Apparso
in tv, definitivamente separato da se
stesso: come il corpo morto del Papa,
che, nel momento stesso in cui viene
esposto alla visione globale come un
qualsiasi oggetto televisivo, in un
sol colpo mette in atto la separazione
della morte da se stessa e dal suo fondo
di inquietudine, e del corpo sacro dalla
sua vecchia, debole e arcaica sacralità.
In
quest'ottica, è facile comprendere
che la scissione consumistica e spettacolare
si spinge ormai a lambire gli stessi
contorni biologici dell'esistenza umana,
ridotta sempre più a Sommo Improfanabile.
Così l'assolutizzazione dei propri
falsi bisogni da soddisfare con intensa
produttività consumistica, l'ascesa
al trono dell'ego e delle sue bassezze,
l'immunità perseguita con pertinacia
in ogni ambito pubblico e privato, chiamano
in causa direttamente il corpo dell'uomo,
costretto, in cambio di effimeri godimenti
o di illusorie consapevolezze, alla
perdita, prima che del suo fine, del
bene forse più prezioso: la vita
comune e normale.