Giugno.
In questi giorni sto esaminando i miei
ragazzi di quinta. È l'ultimo
incarico al Nord. Il ministero, difatti,
mi ha trasferito, su mia richiesta,
in un istituto vicino a casa, a più
di mille chilometri dalla sede in cui
ora mi trovo: da Zogno in Val Brembana
a Casarano nel Salento.
***
Luglio.
Sono a Galatina ormai da diversi giorni,
nella casa dei miei genitori, e spesso,
insensatamente, mi capita di pensare
alla mia prossima partenza per il Nord.
In realtà non partirò
più, perché la mia nuova
sede di lavoro, come ho detto, è
vicino casa, e quindi alla fine di agosto
non dovrò più ripercorrere
l'autostrada per prendere servizio il
primo settembre, ma mi basterà
fare circa venti chilometri per andare
a lavorare. Mi sembra incredibile! Ho
un solo rimpianto: mia madre non ha
visto il mio ritorno a casa, essendo
morta quattro mesi prima che si pubblicasse
la notizia del mio trasferimento.
Ho deciso di prendere degli appunti,
almeno per qualche tempo.
***
Nella
casa dei miei genitori c'è un
piccolo giardino piantato ad alberi
da frutta: un limone, due mandarini,
un caco, un pero, un albicocco; su tutti
sovrasta una palma canariensis.
Fino a qualche tempo fa era il regno
di mia madre, che vi trascorreva buona
parte della giornata. Poi, da quando
si è ammalata, il giardino è
diventato una selva, perché lentamente
mia madre ha perduto la forza di curarlo,
e le piante sono cresciute a dismisura,
invadendo ogni spazio.
Il
giorno dopo il mio arrivo a Galatina,
mi sono recato di buon'ora presso una
rivendita di articoli per giardinaggio
ed ho comprato una zappa, un rastrello
e una sega elettrica, con la seria intenzione
di disboscare quell'intrigo di frasche,
sterpi e rami. Ho fatto una sudata per
potare e per estirpare, per zappare
e, nello spazio dove il sole riesce
a filtrare attraverso gli alberi, per
piantare poche piante di peperone e
pomodoro, di basilico e prezzemolo.
Ora l'acido lattico fa sentire i suoi
effetti nei miei muscoli non abituati
a questo tipo di lavoro.
Per
qualche istante ho creduto di inimicarmi
il genius loci, mia madre.
Lei sapeva in quale angolo del giardino
c'erano i tuberi di dalie e in quale
le cipolline di tulipano e poi le fresie
e le mammole e le rose e questo e quest'altro:
non c'è verso di metterci mano,
senza mutare l'assetto che mia madre
aveva dato al suo giardino.
***
Se
considero il mio posizionamento rispetto
ai punti cardinali, mi accorgo che il
mio sguardo è rivolto verso nord,
mentre volgo le spalle a sud. Solo di
rado guardo alle terre d'oriente o verso
occidente. Del Sud del mondo mi parlano
qualche volta amici che sono stati in
viaggio in Egitto, in Tunisia o in Marocco.
Si sono rivolti a un'agenzia turistica
che li ha trasportati in aereo in un
continente africano che potrebbe essere
ricostruito a Cinecittà o negli
Studios di Hollywood, assai simile ai
villaggi turistici disseminati lungo
le coste del Salento.
Il
Sud di cui ho esperienza diretta termina
a Santa Maria di Leuca. Sono qui da
circa un mese, e già ho fatto
una gita a Leuca, come per segnare il
confine dei miei spostamenti in quella
direzione. Mi ci sono recato qualche
sera fa, percorrendo non la solita strada,
la Lecce-Maglie-Leuca, che passa nell'entroterra
lungo la periferia di Maglie e Nociglia,
e poi attraversa numerosi comuni (Alessano,
Montesano, Montesardo, Gagliano, eccetera),
ma facendo un giro più largo,
da Galatone, immettendomi poi sulla
Lecce-Gallipoli-Leuca, strada più
recente e più lunga: sessantacinque
chilometri contro i cinquantasei della
prima. Fa un certo effetto vedere dall'alto
della carreggiata, mentre l'auto viaggia
a cento all'ora, una grande fabbrica
di scarpe chiusa dentro un bosco di
olivi. Si ha la sensazione che il latifondo
si sia improvvisamente rotto e che nella
crepa si sia formato e prosperi un corpo
estraneo, come un cisti sottocutanea.
Le donne che vi lavorano forse non sono
meno sfruttate delle raccoglitrici d'olive
col sacco al collo dei primi anni del
secolo scorso, ma nessuno le vede e
quindi è come se non esistessero.
Volgo
lo sguardo verso oriente, una terra
ostile, da cui provengono ospiti indesiderati,
da ricacciare indietro o da dislocare
nel nord dell'Europa, manodopera ora
utile ora superflua, a seconda dell'andamento
dell'economia e delle stagioni. Verso
oriente decollano aerei da guerra, per
intimidire o per punire. A pochi chilometri
da casa mia si addestrano piloti di
aerei da guerra presso la locale scuola
aeronautica. Li sento mentre sorvolano
l'abitato nelle sere in cui fanno le
esercitazioni.
***
Come
si fa a capire quando si scrive male
e quando si scrive bene? Il modo migliore
è imparare a leggere e, dunque,
a leggersi - e anche questo non è
per nulla facile. Un filtro deve impedire
il passaggio di tutte le parole vane,
di tutti i discorsi vuoti. Bisogna sempre
chiedersi perché abbiamo scritto
quello che stiamo leggendo, quale fine
abbiamo voluto raggiungere, se abbiamo
avuto un interesse a scrivere, o, nel
peggiore dei casi, se abbiamo voluto
usare il lettore per qualche oscuro
o biasimevole fine. Anche nella scrittura
ci sono i sette peccati capitali e innumeri
peccati veniali.
Perché,
dunque, ho cominciato a scrivere questo
diario? Per capire quale sia la mia
nuova posizione nel mondo?
Farsi una posizione, avere una posizione...,
no, non mi interessa tutto questo. Voglio
sapere invece quali racconti attraversino
lo spazio nel quale mi trovo. Non ho
niente di meglio che raccontare questa
situazione.
***
Dal
lungomare di Leuca volgo lo sguardo
al mare, come quando ero ragazzo immagino
in un luogo imprecisato la confluenza
dei due mari, che mio padre mi additava
in un punto lontano dell'orizzonte,
ammiro i riflessi della luna sul mare
e il volteggiare delle luci del faro
nella tenebra, e dimentico che al di
là vi sono litorali dove nessun
idillio può aver luogo e dove
si preparano ogni giorno tristi destini.
Tornato a casa, a notte fonda, il telegiornale
di un'emittente locale mi avverte che
in quelle ore una motovedetta della
Guardia costiera al largo di Santa Maria
di Leuca aveva per errore speronato
un scafo di clandestini, e alcune persone
non si erano potute salvare. Il mio
non può essere stato un idillio,
ma solo un abbaglio dovuto alla calura
estiva, un inganno della coscienza.
Ho
trascorso molte estati a Leuca, quando
il problema dei clandestini non c'era
e io ero giovanissimo. C'erano le Brigate
rosse, le ultime fasi della guerra fredda,
l'Albania vicinissima eppure irraggiungibile,
separata da noi come un altro pianeta,
difesa, si diceva, da bunker e casematte
lungo tutto il litorale. Io ero troppo
giovane per capire il perché
di quell'odio e di quella separazione,
il mio corpo cresceva senza che io sapessi
come, nello spazio che andava attraversando.
In verità, anche allora non c'era
idillio nella visione di quel mare,
ma solo la proiezione di una vaga inquietudine.
Un
ricordo assai nitido che conservo riguarda
una giornata d'agosto della metà
degli anni settanta, quando si diffuse
la voce che in alto mare erano state
avvistate molte carcasse di vacche,
di cui qualche trafficante si era disfatto
al sopraggiungere della Guardia di finanza,
gettandole in acqua. Dicevano che fossero
gonfie come otri, puzzolenti, mostruose,
e volevano impedirci di fare il bagno
per evitare possibili contagi. Cercavano
di spaventarci con storie di squali
che si erano avvicinati alla costa richiamati
da quelle carcasse, ma nessuno riusciva
a vedere né queste né
quelli. E così ci buttammo lo
stesso in acqua, anzi con gusto maggiore.
***
L'aristocrazia
del Basso Salento tra la fine del XIX
e l'inizio del XX secolo ha segnato
il confine del Capo di Leuca con numerose
ville monumentali affacciate sul mare.
Il punto prospettico privilegiato da
cui occorre guardare le ville leucane
è il mare. Penso alla Valle dei
Templi di Agrigento come doveva apparire
nel V secolo a.C. ai naviganti che si
avvicinavano alla costa. Anche nel caso
di Leuca, chi viene dal mare riceve
una serie di informazioni dallo spettacolo
di quelle ville: che sta per approdare
in una terra opulenta, in cui alcuni
signori dominano su uomini e cose, dove
gli agi e gli ozi della villeggiatura
si coniugano con la saldezza del potere
economico e politico, sotto la protezione
di Santa Maria de finibus terrae.
In quel punto liminare la potenza del
latifondo, spezzato, ma non estinto,
mostra tutto il suo fascino di sirena.
***
Agosto.
Sapendo che il temporale estivo aveva
fatto crescere in fretta la rucola alla
periferia della città, mi ci
sono recato per raccoglierla con mia
figlia Giulia, sette anni. C'ero già
stato l'anno scorso, nello stesso periodo
estivo, quando ero ritornato a casa
per le vacanze. Questa volta ho dovuto
insistere per far venire Giulia con
me, perché non voleva distaccarsi
dal suo cane, un cucciolo che vive con
noi da poche settimane. Alla fine si
è decisa a seguirmi, invogliata
dal giro in scooter che avremmo fatto
insieme.
Una
periferia disadorna, ufficialmente denominata
zona industriale (in effetti
vi sorgono non pochi capannoni ad uso
industriale), piena di cumuli di macerie,
elettrodomestici abbandonati, copertoni
d'auto e ferraglia varia tra cespi di
timo e bianche pietraie. La rucola vi
cresce saporita più che nel terreno
coltivato, ma bisogna stare attenti
a non tagliarsi con qualche vetro che
si nasconde sotto le foglie come una
serpe in agguato. Mentre raccoglievamo
la rucola, badando a scegliere le piante
più rigogliose, ecco che Giulia
mi indica, poco lontano dal nostro scooter
parcheggiato sul ciglio della strada,
una masseria ristrutturata di recente,
circondata da un alto muro per tutto
il perimetro del parco alberato che,
come per magia, le era nato intorno.
Insomma, una piacevole oasi di verde
in quella brulla periferia.
–
Ma papà - mi fa Giulia - l'anno
scorso noi ci siamo venuti in questo
posto,
e non c'erano quelle palme così
alte!-.
Giulia
non aveva fatto caso alla masseria ristrutturata
né al muro di cinta né
agli altri alberi che si levavano nel
parco della masseria, ma era stata colpita
dalle numerose palme che inspiegabilmente
erano cresciute in così poco
tempo. L'albero della palma aveva attratto
l'attenzione di Giulia perché,
come ho già detto, nel giardino
della nostra casa c'è una palma.
Giulia conosce la storia della nostra
palma, sa che il suo bisnonno paterno
la regalò a mia madre nel primo
anniversario del matrimonio dei miei
genitori, e sa che le palme non crescono
alla velocità dei funghi. Infatti,
quella di casa nostra ha quarant'anni,
eppure il suo fusto non supera i quattro
metri. Come mai, dunque, le palme nel
parco della masseria svettavano alte
otto metri e più?
-
Giusta osservazione, cara Giulia - le
ho risposto. - Il fatto è che
quelle palme sono state piantate lì
già bell'e cresciute.
-
E perché?
-
Beh, forse perché chi le ha piantate
non aveva tempo per vederle crescere.
-
Ma allora perché non sostituiamo
la nostra palma con una più alta?
-
Perché per noi quella palma è
un caro ricordo, Giulia.
Il
nostro sacchetto di plastica nel frattempo
si era riempito di rucola, e noi ci
eravamo avviati verso casa. Appena arrivati,
Giulia corre dalla mamma:
-
Mamma, lo sai che le palme si possono
piantare anche già bell'e cresciute?
E
comincia a raccontare la storia della
nostra passeggiata, di noi che eravamo
andati per rucola e avevamo trovato
le palme cresciute troppo in fretta.
***
L'ultimo
arrivato nella nostra casa è
un cagnolino, al quale abbiamo dato
il nome Fox, perché
somiglia a una volpe. Ce lo ha regalato
un vicino di casa, da tempo indaffarato
per sistemare nel migliore dei modi
la cucciolata nata nello scorso maggio.
Fox è il trastullo di Giulia
e Sofia. Ripeto loro che non devono
considerarlo un giocattolo, ma un essere
vivente che ha bisogno di cure e di
affetto. Anche questo è un segno
che il trasferimento ha avuto luogo
e che la vita sedentaria comincia. Con
un cane in casa, come potrei più
ripartire?
***
Nel
romanzo Il Gattopardo, laddove don Ciccio
Tumeo dialoga con don Fabrizio, Tomasi
di Lampedusa, commentando la scena,
e qualificando il personaggio di don
Ciccio Tumeo, dice che era uno snob,
e precisa che lo snob è il
contrario dell'invidioso; definizione
molto sottile, che ho compreso solo
recentemente, facendone diretta esperienza.
Camminando
ieri sera per le strade del centro storico
di Lecce, guardavo le persone intente
ad ammirare i palazzi e le chiese del
capoluogo salentino, ed anch'io non
mi sentivo immune al fascino del barocco,
di cui andavo ammirando i vari elementi
architettonici: capitelli corinzi, figure
zoomorfe, colonne tortili, balconi decorati
da eleganti balaustre, eccetera. E tuttavia,
pur tra queste osservazione, non potevo
non pensare che l'edilizia sacra e civile
della città non è altro
che l'espressione raffinata e prepotente
di una aristocrazia agraria che ostentava
così il suo potere. Importa poco
questa considerazione nel giudizio di
un'opera d'arte. Ma a me è venuto
di pensare che sulle bocche e negli
sguardi dei visitatori della città
d'arte vi fosse disegnato il sentimento
di ammirazione di don Ciccio Tumeo per
don Fabrizio, cioè dello snob
per il potente, l'esaltazione incosciente
e cieca del suddito, che diviene rispetto
religioso e assume un'aria di compunta
pietas dinanzi all'edilizia
sacra. E improvvisamente mi sono sentito
anch'io, almeno un po', don Ciccio Tumeo,
e gli altri mi sono sembrati uguali
a me, una vera folla di don Ciccio Tumeo,
che rendeva omaggio alla rappresentazione
scenografica del potere salentino, entro
la quale ci veniva consentito il passeggio.
E dal momento che l'uomo ama esprimersi
figuraliter, ho capito che
si trattava di un omaggio metaforico
che il popolo salentino, unitamente
ai numerosi turisti venuti da fuori,
rendeva all'attuale classe dirigente,
all'aristocrazia più o meno agraria
che domina questo territorio.
Così
la mia passeggiata serale si è
trasformata in un rituale snobistico,
e io stesso, da critico d'arte (come
m'ero per l'occasione improvvisato)
in novello don Ciccio Tumeo.
***
Sofia,
mia figlia, è ritornata dal mercato
del giovedì con un pulcino, che
ha sistemato in una gabbia per uccelli.
Le ho detto che presto quel pulcino
diverrà un gallo o una gallina,
e dovremo provvedere per un pollaio.
Sofia ha risposto che per ora sta bene
lì. A quattro anni si può
fare a meno di prevedere il futuro.
Al cane, dunque, ora si è aggiunto
un pulcino, un'altra ragione per non
partire più.
***
Quante
cose stanno accadendo, una dopo l'altra.
Eventi infinitesimali, che segnano le
giornate e sono poi subito dimenticati.
E io sono qui, intento a prendere nota
di questi piccoli mutamenti!
***
Rifiutare
l'idea che tutto ciò che è
vecchio debba essere restaurato, poiché
la retorica del restauro nasconde la
vanità del potente di turno,
il quale non vuole che il passato passi
definitivamente e predispone i luoghi
rappresentativi del suo potere come
una messa in scena nella quale il passato
funge da garante del suo attuale prestigio
e legittima il suo potere. La casa restaurata
significa il potere rifondato, ovvero
implica la continuità del potere.
Ben venga, allora, l'elogio della casa
diruta (Gianni Celati), che smaschera
in modo semplice e chiaro, con l'arma
dell'antitesi, la messinscena della
casa restaurata.
***
I
nuovi ricchi fanno a gara per accaparrarsi
le masserie abbandonate, che un tempo
furono unità lavorative importanti
alle dipendenze dei proprietari locali,
al fine di restaurarle per viverci come
signorotti d'altri tempi. Sono masserie
fortificate contro le incursioni dei
briganti e dei saraceni, e quindi si
può capire come l'idea di avere
un fortilizio dove potersi sentire potente,
e al sicuro, tenti molti ricchi moderni.
Il restauro è al servizio del
potente. Spiegasi così la miriade
di pubblicazioni degli editori locali
sul restauro delle masserie, dei muretti
a secco, dei palazzi di città
e delle ville di campagna.
***
Il
mio ovest più immediato è
Gallipoli e le numerose marine che si
affacciano sulla sua baia. Immagino
uno sguardo dal mare, verso le spiagge
e le nere scogliere, lo sguardo di un
navigante d'estate che abbia perso la
rotta e che veda gli innumerevoli bagnanti
lungo la costa, il giorno di ferragosto.
Che cosa potrebbe impedirgli di pensare
d'essere giunto alla foce del Gange
nel tempo del bagno rituale? In fondo,
l'India non è così lontana,
e non mi sembra assurdo ipotizzare che
si ripeta d'estate un antico rito indù,
di cui qui si sia persa memoria, o meglio,
a cui si attribuisca un senso diverso,
più immediato - prendere la tintarella
e fare il bagno -; insomma, i profani
che fanno il bagno e prendono il sole
stipati gli uni vicino agli altri come
sardine non sono altro che persone che
hanno dimenticato il vero significato
sacrale dei loro gesti, e non sanno
più che ci stanno a fare sulla
spiaggia in riva al mare. Infatti, che
senso ha fare il bagno e prendere il
sole in quelle condizioni?
***
Pensavo
che non sarei più ripartito,
e invece, dopo un mese e mezzo dal mio
trasferimento, eccomi di nuovo in macchina
con la famiglia, destinazione Napoli,
dove siamo stati invitati da alcuni
amici. Da molto tempo ormai non partivo
più per puro piacere, ma spinto
dalla necessità di lavorare.
In realtà, il nostro non è
stato un vero viaggio, ma una semplice
gita durata cinque giorni. Ho affidato
alle cure di mia sorella il piccolo
Fox e il pulcino di Giulia e Sofia,
e inoltre le mie poche colture. Per
andare a Napoli ho percorso vie traverse
(l'Avetrana, la Jonica, la Basentana,
un pezzo della Salerno-Reggio Calabria),
rifiutandomi di prendere l'autostrada
a Bari, l'autostrada che porta a nord.
***
Settembre.
Ho preso servizio presso il Magistrale
di Casarano, che raggiungo dopo aver
attraversato in moto una ridente campagna,
investito da profumi in questo periodo
assai intensi: l'uva è matura
e i fichi cominciano a fermentare a
causa dei primi acquazzoni estivi che
li hanno resi immangiabili. Prendo la
strada per Noha, la oltrepasso in direzione
di Collepasso, seguo la circonvallazione
di Collepasso, imbocco la Maglie-Gallipoli
e, dopo un chilometro, costeggio Parabita
e Matino discendendo tra boschi di olivi
interrotti da capannoni industriali
e da una sequela di supermercati, verso
Casarano. Circa ventidue-ventitrè
chilometri in venti minuti. L'impressione
che ho avuto vedendo per la prima volta
la mia nuova scuola è stata di
squallore. Un edificio anni sessanta,
funzionale e impersonale, un po' scalcinato,
come molti edifici scolastici che ho
finora conosciuto in Brianza o in Val
Brembana.
***
Ho
costruito un pollaio. Non sapendo dove
rifornirmi del materiale necessario,
ho deciso di usare quello intravisto
durate l'escursione con Giulia nella
zona industriale. Ho caricato in macchina
una quindicina di mattoni forati di
cemento ancora in buono stato di conservazione
e li ho trasportati nel giardino di
casa per costruire un riparo per Pìu-pìu
(questo è il nome che Sofia ha
dato al pulcino, che intanto si è
trasformato in gallinella). Durante
il lavoro, ecco che salta fuori un piccolo
serpente, che aveva trovato la sua tana
in un mattone forato. L'avevo portato
con me in macchina fin nel giardino,
e ora lì trovava la sua morte:
decapitato da un colpo di zappa.
***
Davanti
alla Chiesa di Santa Croce, dunque,
non si può essere che un nuovo
don Ciccio Tumeo oppure un critico d'arte?
Non c'è un altro modo per guardare
la facciata di Santa Croce? Non sono
forse l'arte, la poesia tutta un'altra
cosa, che nulla ha a che fare con i
monumenti, con le chiese, con le opere
d'arte ad uso dei turisti? E non è
questo che già le avanguardie
degli inizi del '900 andavano predicando?
A distanza di un secolo e più
è ancora necessario distruggere
i musei, abbattere i monumenti, e fare
piazza pulita degli scenari che il nuovo
potere va inaugurando ogni giorno per
la propria celebrazione? No, non distruggeremo
più nulla, lasceremo tutto questo
sullo sfondo, come inevitabile fondale
(sfondato) contro il quale più
precisamente si staglino i contorni
della vera poesia.
***
Il
mio est significa Otranto. Un centro
storico ripulito, bellissimo: un non-luogo.
Questo gran parlare dei centri storici!
Il recupero dei centri storici, la conservazione
dei centri storici, la loro valorizzazione!
Quale amministratore locale rinuncerebbe
a inserire nel suo programma elettorale
gli importantissimi, improcrastinabili
interventi di restauro?
Ma
che c'è da lamentarsi! Accetteremmo
di lasciare in piedi i nostri ruderi
finché vuole natura, accetteremmo
di costruire sempre più in là,
sempre più in là, senza
restaurare mai niente? Sopporteremmo
di vedere le nostre città diramarsi
intorno a sempre più numerose
rovine? No, meglio ristrutturare il
passato, fagocitarlo pezzo per pezzo,
meglio restaurare i centri storici piuttosto
che lasciarli decadere come inutili
mucchi di pietre inservibili. Ma che
almeno la si smetta con la retorica
dell'antico, che tira acqua solo al
potente di turno.
***
Guardo
a nord, verso Bologna o Milano, come
alle capitali - come si dice - del progresso,
della moda, della cultura. Un tempo,
quando ancora qui non era arrivata la
ferrovia, si guardava verso Napoli,
la capitale, dove i giovani andavano
a frequentare l'Università. Mio
padre mi racconta che ancora ai suoi
tempi, negli anni trenta e quaranta
del secolo scorso, molti leccesi si
recavano a studiare soprattutto a Napoli,
e molto meno altrove.
Oggi
Napoli è divenuta pressoché
estranea al Salento. E' Milano il capolinea
dei treni che partono da Lecce, è
Milano che io vedo in fondo alla strada
che va verso nord, è Milano il
centro, e il Salento, la sua lontanissima
periferia. Il Salento: terra di oliveti
e di supermercati.
Immaginarsi
un mio conterraneo, Baldassarre Papadia,
da giovane, verso il 1768 (aveva vent'anni)
che si reca per la prima volta a Napoli,
per frequentare i corsi di Giurisprudenza
di quella Università! Avrà
viaggiato a bordo di una diligenza tirata
da cavalli, partendo da Lecce, su strade
polverose e infestate da briganti, e
ci avrà messo almeno tre giorni
per coprire 450 chilometri. Napoli era
lontana, ma Milano era veramente un
altro luogo della Terra!
Devo
rileggere l'autobiografia di Gioacchino
Toma, che racconta la sua fuga da Galatina
a Napoli verso la metà dell''800.
***
Qui
sono tutti pazzi per la pizzica. Non
c'è festa paesana, non c'è
santo patrono che si rispetti, se non
si balla la pizzica. Tutti tarantolati?
In un certo senso, sì. La scenografia
restaurata dei nostri paesi richiede
queste folle di danzatori pizzicati
dalla tarantola, che pensano di curarsi
al suono della pizzica. Sono figli dei
figli dei contadini di una volta, che
dimenandosi al suono della pizzica credono
di scoprire le loro radici, laddove
i loro padri avevano messo a tacere
ogni musica e nascosta al mondo la malattia
del sangue. Che senso ha oggi riprodurre
nelle piazze dei paesi, davanti al palazzo
restaurato del barone, i ritmi sfrenati
del contadino sfruttato, assetato, dissanguato
dal padrone, che una volta l'anno lo
inviava a Santu Paulu de Galatina
perché vi bevesse l'acqua del
pozzo? Non si è sempre consumata
all'ombra dei palazzi e delle chiese
la follia della tarantata? E se si restaurano
i palazzi e le chiese per la celebrazione
del nuovo potere, non è logico
che si restaurino le vecchie musiche,
le vecchie danze, il vecchio armamentario
della messa in scena barocca?
***
Lungo
le strade che percorro per arrivare
da Galatina a Casarano, attraverso giardini,
in questa stagione coltivati a verdure
e ortaggi: cavoli, rape, finocchi, cicorie,
tra oliveti sempreverdi e vigneti che
vanno ricoprendosi dei colori autunnali.
Passo ogni giorno vicino ad una casina
presa in affitto da mio padre venticinque
anni fa per farvi villeggiare la famiglia,
e penso alla mia unica esperienza di
vendemmiatore. Che bella festa che fu
quella vendemmia! Sveglia alle cinque
del mattino: le donne già tagliavano
l'uva, raccogliendola entro grandi cofani,
che poi erculei cofinatori
trasportavano sulle spalle dentro il
carro aggiogato al cavallo. E io dentro
il carro assieme al figlio del colono
a stompare l'uva coi piedi
perché il carro ne potesse contenere
di più. E c'era chi diceva che
avrei potuto anche pisciarci dentro.
Percorrendo
quelle strade, da un giorno all'altro
vedo che l'uva è scomparsa dai
vigneti, come se un dio invisibile l'avesse
raccolta; mi sorpassano furgoni pieni
di gente, molti exstracomunitari che
qualche capoccia riporta nei paesi vicini.
Vedo camion ben chiusi da ogni lato,
e penso che forse contengono l'uva raccolta.
Nessuna festa; la campagna sembra essere
stata rapinata e che chieda inutilmente
una cerimonia riparatoria.
***
La
bellezza di questa campagna è
ingannevole. Un tempo - mi racconta
mio suocero ottantacinquenne - l'acqua
dei pozzi era potabile, e di acqua ce
n'era in abbondanza: bastava scavare
pochi metri, ed ecco raggiunta la falda
acquifera, un immenso fiume sotterraneo
diretto chissà dove e di cui
nessuno conosceva la provenienza. Oggi
l'acqua freschissima è piena
di batteri fecali, e d'estate i pozzi
sono secchi, mentre prospera una ditta
specializzata in trivellazioni di profondità.
Inoltre, gli uccelli sono tutti morti,
uccisi dai diserbanti chimici. Attraversando
questa campagna col mio scooter, vedo
solo poche gazze, uccelli spazzini e
da rapina, gli unici che riescano a
riprodursi perché si cibano di
piccoli animali, e non di vegetali irrorati
con sostanze chimiche nocive.
***
Da
quanti anni non mi godevo un autunno
a Galatina! Ma forse l'autunno della
Valle Brembana non è poi tanto
diverso.
Alle
studentesse di Casarano ho raccontato
la mia storia scolastica, che ho insegnato
tra Como e Bergamo per molti anni. L'altro
giorno, io, professore di italiano,
ho rimproverato bonariamente una studentessa
perché usava con le sue compagne
il dialetto del luogo. Mi ha risposto:
"Ma professore, lei è terrone
come noi, non se lo dimentichi!".
Non so più che cosa io abbia
risposto, ma questa mia studentessa
mi ha fatto sentire a casa, finalmente!
[2002]