Caro
Belpoliti, ti rispondo attraverso "Zibaldoni
e altre meraviglie", che ha sollecitato
una mia risposta al tuo articolo dal
titolo "Riconoscersi in Tondelli
non è fare generazione".
La
recensione coglie alcuni punti, da un'angolazione
diversa e simmetrica alla mia, su cui
credo valga la pena insistere. Io dico:
1)
che il'68, con la sua radicalizzazione
sulla politica, non vede Tondelli, e
con lui tutto ciò che si allontana
dallo scontro tra Stato e BR. Tu dici
che il '68 è stata una vera generazione
e che Tondelli, io e altri, i nostri
libri e quel che siamo stati, non siamo
altro che frammenti postumi;
2)
che il rifiuto di accorparsi in una
generazione e di percorrere al contrario
strade individuali sia proprio ciò
che ci ha caratterizzato. Tu dici che
non basta riconoscersi tra scrittori,
per fare una generazione ci vuol altro
(la lotta armata come destino collettivo
e un'autocoscienza su quell'esperienza
che dura una vita). Né Tondelli,
né Piersanti, né io abbiamo
mai chiesto di essere riconosciuti come
generazione;
non ci sono manifesti collettivi o altro
in cui noi ci siamo messi insieme. Siamo
molto diversi tra noi per temi, stile,
sguardo sul mondo, come dici tu stesso.
Ci siamo anche poco citati a vicenda
negli anni. Lo faccio adesso con questo
libro, ma non per far nascere un gruppo,
piuttosto per raccontare come erano
fatte le nostre solitudini.
Ci
aveva un po' individuato come generazione
Linea d'ombra (era il progetto
iniziale della rivista) di cui io e
Piersanti abbiamo seguito le battute
iniziali (ma Tondelli non ne ha mai
fatto parte). La rivista com'è
noto è sempre stata una rivista
di Fofi, che non è e non è
mai stato sentito come un coetaneo.
Il discorso sulle età è
del resto piuttosto superficiale, sarebbe
più utile parlare di epoche,
a cui ognuno aderisce o meno a prescindere
dall'anagrafe.
La
risposta di Tondelli a questa discussione,
che ci ha accompagnato in termini assai
simili fin dall'adolescenza, è
stata piuttosto creativa: ha spostato
la discussione da ciò che caratterizzava
il '68, la continua riduzione alla politica
di tutto (la politica è tutto
e tutto è politica), a un
piano irriducibile alla politica. Questo
secondo me segna un passaggio. Viene
dapprima chiamato ritorno al romanzo,
ma non nel senso commerciale di un mestiere
nelle lettere o di un posto al sole,
come tu scrivi, piuttosto di un'aspirazione
a frequentare e includere nel nostro
sguardo sul mondo ciò che la
politica lasciava fuori. Proprio il
romanzo, per il suo rivolgersi a tutta
la vita, come scrive la Morante del
Canzoniere di Saba. Condividiamo,
sebbene ognuno lo scopra da solo, la
convinzione che ci sia un resto, che
poi è l'umano, che non si può
ridurre alla storia. A questo non si
può giungere collettivamente,
ma soltanto da soli. Perché c'è
qualcosa che sfugge alle gerarchie pubbliche
e ha radici metafisiche, per Tondelli
alla fine religiose. Ma anche per chi
non è religioso si tratta comunque
di altro, intimo e trascendente, che
impianta i personaggi su un terreno
che si oppone all'attualità.
Questi nodi restano profondamente indigeriti
nell'Italia contemporanea. Mi sembra
tu dica che sono stati questi passaggi
a precipitare l'Italia nella barbarie
e che gli esponenti del '77 sono i principali
sostenitori dello stato di cose presenti.
A me non pare sia così, credo
abbia responsabilità maggiori
la P2, ma non mi importa difendere né
il '68 né il '77 né qualunque
altro anno, abbiamo vissuto tante altre
cose da allora in altre circostanze,
per quel che mi riguarda in altri paesi,
con altri gruppi umani. Mi sembra però
significativa la tentazione che traspare
in quello che scrivi di accusarci di
qualcosa. Curioso perché pur
dicendo che non esistiamo, restiamo
l'oggetto di una polemica. Anche se
con qualche inesattezza: la lateralità
nasce in realtà proprio intorno
a Gianni Celati in un libro di quegli
anni, Alice disambientata,
che raccoglieva e rielaborava materiali
assai diversi, dalle linee di fuga dell'Antiedipo
di Deleuze e Guattari a Lewis Carroll.
Ma in realtà hai ragione perché
è vero che è dei post-politici
la strategia di sottrarsi allo sbarramento
di una lotta per il potere (che negli
anni settanta, tra BR e P2, inghiotte
l'Italia nel clandestino e nell'occulto)
con un pensiero aperto, che cammina.
Contro il conformismo (in cui finisce
gran parte dell'Italia) ma anche contro
il ribellismo. Dall'altra parte il '68
tendeva e mi pare tenda ancora ad appiattirsi
su posizioni analoghe a quelle della
politica dei partiti contro cui inizialmente
polemizzava, a imporre una sussunzione
di tutto (inclusa la letteratura) a
una controriforma che vuole distruggere
le diversità in nome di un nocciolo
duro, storico e materiale, che discrimina
tra il bene e il male. Amministrabile,
misurabile, una gabbia in cui rinchiudere
tutto il senso. A questo tetro aut aut
rispondevamo allora con Alice e una
gloriosa sconfitta, che è stata
assai feconda. Si sono pagati prezzi,
ma inseguendo il suo coniglio bianco
Alice ci ha portato in terre meravigliose,
si è infilata nelle vite di tanti
attraverso poesie, canzoni e romanzi,
ha lasciato dietro di sé un filo
che chiede cambiamenti ma non iscrizioni
a partiti o generazioni. Io come tanti
altri ho cercato di riprenderlo con
altri libri, altre idee, che si sono
sempre rivolti a quel che avevo intorno.
Questo ha significato lotta con Parche
e Erinni e non capisco cosa ti faccia
pensare che questo ci sia stato evitato.
Un'agnizione non solo del luogo nella
storia in cui uno è, ma anche
del suo luogo sotto il cielo, sotto
il monito di Dei che alternano benevolenza
e persecuzione. Mi rendo conto che forse
non lo si coglie tutto in Boccalone.
Ma ho scritto altri libri. Anzi direi
che quello che conta, e in fondo quello
che volevo cercare di fare con questo
piccolo dialogo con Pier, era di mostrare
attraverso lui e il suo lavoro un passaggio
e sottrarre me e altri allo scacco di
vedere una spinta progressista sconfitta
da terrorismo e persecuzioni giudiziarie,
vedere come la vita è continuata,
dove si sono spostati certi accenti,
come potranno rinascere, per non restare
prigionieri di una nostalgia che ci
rende incomprensibili al mondo che viene
dopo di noi.
Sul
resto sono piuttosto d'accordo con te.
Pier non racconta Tondelli,
dà un po' per scontato oltre
ai suoi libri quelli di molti altri,
idee che sono circolate in questi anni
e a cui io accenno in modo piuttosto
rapido perché mi premeva piuttosto
un certo taglio del discorso, quasi
un intervento in un'assemblea. Temo
e temevo che l'assemblea in cui intervenivo
fosse finita da un pezzo ma evidentemente
c'è ancora qualcosa da dire e
chissà che queste chiacchiere
in corridoio, mentre ne usciamo alla
spicciolata, non ci aiutino a individuare
un luogo in cui ritrovare il nostro
bisogno di discorso e di comprensione
del mondo. Un bar, una piazza per nuove
idee.