"Guardando
attraverso la lente. Esperienze di un
decifratore", è questo il
titolo del modesto contributo che presento
nell'ambito dell'iniziativa bolognese.
Ma non voglio fare giri di parole; preferisco
entrare subito in argomento e dirvi
che l'esperienza fondamentale del decifratore
Echte è stata quella dell'errore.
Per dirla con Franz Hessel, 'Gli errori
degli amanti'; anche così avrei
potuto intitolare questa mia relazione.
Infatti Werner Morlang ed io senza ombra
di dubbio abbiamo amato durante il nostro
lavoro questi fogli misteriosi e affascinanti.
Dunque, veniamo alla nostra 'scuola
dell'errore'. In che cosa consisteva?
Posso
dire che la parola errore si riferisce
qui sia al fenomeno della micrografia
in senso lato, sia, in dettaglio, ai
diversi modi di lettura di singole espressioni.
Si trattava di errori che di volta in
volta venivano corretti nel corso di
un lungo e laborioso processo di chiarificazione.
Mi
ricordo ancora bene il primo testo sconosciuto
con cui posi mano al lavoro nell'estate
del 1980. Si trattava di una scena dai
fogli 185 e 177 , ossia due di quei
117 fogli di carta patinata nei quali
la grafia di Walser è ancora
di calibro relativamente grande e ben
leggibile. Nel componimento in questione
un erudito conversa con una ragazza.
Una 'ragazza sulla nuvola' (Mädchen
auf dem Wolke), così decifrai,
in modo ardito, la grafia, e pensai
che nei microgrammi Walser utilizzasse
immagini quasi surreali. Ma successivamente
si insinuò il dubbio e poco tempo
dopo constatai che in effetti si trattava
di un 'ragazza del popolo' (Mädchen
aus dem Volke).
Dal
punto di vista empirico l'errore è
facilmente spiegabile: nella micrografia
di Walser non è possibile distinguere
's' da 'f', 'W' da 'V' , anche molte
altre lettere così come gruppi
di lettere risultano tra loro pressoché
uguali. Ma forse il dato più
interessante in tutto ciò è
quello relativo alle aspettative dei
nostri sensi.
All'epoca,
quando Werner Morlang ed io cominciammo
la decifrazione, la prosa bernese di
Walser era ancora fortemente sospettata
di stranezza che, laddove la sperimentazione
si faceva più ardita, minacciava
di scivolare nella stravaganza, anzi
nel patologico. Si pensava di dover
tener conto in certo qual modo di cadute
di stile e di oscurità tematiche
e si riteneva che ci si potesse costantemente
imbattere in qualcosa di sconveniente
se non, appunto, di patologico. Solo
così si può spiegare,
a mio avviso, il fatto che Jochen Greven
e Martin Jürgens, pionieri nella
decifrazione dei microgrammi, nella
trascrizione del Räuber-Roman
(Romanzo del brigante) proponessero
modi di lettura decisamente astrusi.
Citare oggi queste dizioni sarebbe per
loro probabilmente imbarazzante. Eppure
Martin Jürgens avrebbe dovuto essere
del tutto immune da una frettolosa patologizzazione
dei testi walseriani; infatti egli fu
il primo a dimostrare con la sua monografia
sull'autore di Biel l'infondatezza e
l'insostenibilità metodologica
del 'sospetto patologico' allora vigente.
E tuttavia si riteneva Walser capace
di scrivere sciocchezze, ad es. si arrivò
a credere che egli avesse utilizzato
una parola come 'Singeliheiten' (che
si pensava l'autore potesse aver derivato
dal francese 'cinglé', ossia
'sferzato') , laddove invece in verità
aveva scritto 'Simpelcheibe' (sempliciotto).
Anche i migliori e i più esperti
conoscitori di Walser non avevano in
quel momento capito, o almeno così
sembra, la pregnanza, dell'espressione
walseriana relativa al proprio stile
inesorabile (Unerbittlichkeitsstil).
Che Walser, nonostante le audacie linguistiche,
nonostante i neologismi e le espressioni
sperimentali, fosse già nelle
sue bozze uno stilista di strettissima
osservanza, un autore che come nessun
altro si vietava sin dalla prima stesura
di un testo qualsiasi trascuratezza,
a questa cognizione allora nessuno di
noi era arrivato.
Certo
questo era comprensibile: il fenomeno
della micrografia non suggeriva che
veniva per lo meno toccato il confine
tra normalità e patologia? Non
si poteva forse aprire un qualsiasi
manuale di psichiatria e trovarvi esempi
di micrografia simili alla scrittura
lillipuziana dell'autore di Biel? Almeno
così sembrava. Inoltre, lo stesso
Carl Seelig aveva messo in correlazione
la micrografia di Walser con la sua
'malattia psichica'. Nel corso dei due
decenni che ho trascorso presso l'archivio
Robert Walser, ho avuto modo di conoscere
una buona dozzina di psichiatri e tutti,
senza eccezione e con stupefacente sicurezza,
sono arrivati allo stesso verdetto:
l'autore della grafia era schizofrenico
o psicotico. Soltanto uno di loro ha
preso in considerazione alcolismo o
morbo di Parkinson. Coloro che hanno
una qualche familiarità con psichiatri
saranno forse della mia stessa opinione
laddove affermo che il modo di rapportarsi
alla propria fallibilità non
è certamente la migliore qualità
di tali medici. E ritengo che questo
non debba meravigliare. Se il comportamento
umano viene ridotto a dei 'sintomi'
e il destino di un individuo viene spiegato
con cause 'endogene', la diagnosi stessa
metterà al riparo da dubbi e
incertezze. Spero di avere in futuro
l'opportunità di mostrare attraverso
una critica metodologica, scientifica,
che in campo psichiatrico la concezione
di malattia si fonda su di un pensiero
pre-illuminista e che un concetto come
quello di schizofrenia ha la stessa
struttura logica che nel XVII e nel
XVIII secolo era alla base del termine
'flogìsto'. Tale parola indicava
un elemento dell'aria, elemento di cui
tuttavia, nonostante continue ricerche,
non si riuscì a dimostrare l'esistenza.
Con questa parola era nata anche un'ipotesi
errata, che non poteva condurre alla
comprensione del vero fenomeno. Qualcosa
di analogo si è verificato con
il termine schizofrenia, che costituisce
una ipotesi troppo semplice per la designazione
di un fenomeno estremamente multiforme
e induce ad una sistematizzazione fuorviante
e non produttiva di tutti i casi che
appaiono riconducibili a tale patologia.
Fu addirittura Freud a criticare, già
nel 1913, l'errore logico-concettuale
alla base del termine schizofrenia,
ma sino ad oggi si è sempre ignorata
la sua valida obiezione. Sotto questo
aspetto, nella psichiatria ancora manca
l'esperienza dell'errore. Per lo studioso
di letteratura è particolarmente
difficile sottrarsi alla autorità
interpretativa della psichiatria, in
quanto lo stesso Walser è stato
in istituti di cura per malattie mentali
e ha confessato a Carl Seelig di aver
avuto profonde crisi negli anni '20.
I suoi fogli scritti a matita sono un
riflesso di ciò? Sono un semplice
rispecchiamento di una crisi? Sono un
prodotto di patologia latente o manifesta?
Anche in questo caso, ho fatto l'esperienza
dell'errore, e cioè - così
oggi sono portato a credere - in un
modo tipicamente walseriano. Come spesso
accade nella vita e nella produzione
dell'autore di Biel, anche qui, ad uno
sguardo superficiale, l'apparenza inganna.
Così come per lo 'stile inesorabile',
anche per quanto riguarda la comprensione
della micrografia Walser stesso ha fornito
la spiegazione - la si deve solo prendere
sul serio. Inizialmente non si riusciva
a considerare il fenomeno dalla prospettiva
giusta; responsabile di tale dato era
forse la parola 'microgramma' (Mikrogramm)
che partiva, credo, da un'ipotesi sbagliata.
Il termine era stato scelto da Jochen
Greven sulla scorta di 'stenogramma'
(Stenogramm), in quanto egli
supponeva che Walser avesse rimpicciolito
il calibro per poter scrivere più
velocemente, questo nella speranza che
la grafia divenisse più fluida
e che ciò potesse contrastare
le sue difficoltà di scrittura.
Jochen Greven da un lato, Werner Morlang
ed io dall'altro abbiamo frequentemente
discusso, spesso animatamente, di tale
questione e oggi sono più che
mai convinto che l'ipotesi della accelerazione
è stata uno di quei tipici errori
in cui l'autore di Biel induce così
facilmente. Alla base di ciò
si supponeva un Walser scosso dalla
crisi, il quale per superare il suo
blocco psicologico doveva in certo qual
modo nascondere a se stesso la scrittura,
cercando di sottrarla alle coordinate
spazio-tempo e spingendola così
al limite della percettibilità.
Anch'io per diverso tempo ero di questa
opinione, ma devo dire che ora mi sono
ricreduto. Questa teoria era infatti
'costruita' dall'esterno. Ma quando
io stesso ho preso in mano la matita
e mi sono imposto di produrre un foglio
calligrafico di 'microgrammi', ho capito
rapidamente i termini della questione.
La precisione, la mobilità e
la modulazione motoria, la regolarità
e soprattutto la singolare concentrazione
delle righe, tutto questo non poteva
essere il risultato della accelerazione,
al contrario: tali qualità, incrementando
la velocità di scrittura, non
si potevano realizzare, piuttosto esse
andavano perse. Inoltre, dato questo
più significativo, delineando
velocemente una grafia così fitta
e così minuscola, la mano, il
braccio, il collo, la cintura scapolare
dopo poco tempo erano come pietrificati.
In altri termini, mi venne un 'crampo
da scrittura'. Vorrei raccomandare a
chiunque si interessi al fenomeno della
micrografia di intraprendere questo
tentativo. E vorrei anche consigliare
di non interrompere l'esperimento prima
di aver portato a termine almeno un
foglio a matita della gracile bellezza
e regolarità che caratterizzano
i 526 fogli che Walser produsse tra
il 1924 e il 1933.
Se
vi sottoporrete a questo esperimento,
sarete protagonisti di una singolare
esperienza: inizialmente il vostro avversario
sarà l'irrigidimento che percepirete
e che dovrete calmare. E dovrete a questo
punto imparare a dominare voi stessi,
ad avere pazienza, dovrete cioè
imparare a concentrarvi più sul
percorso che sulla meta. La priorità
andrà alla riuscita dell'atto
grafico, non al tentativo di fissare
in fretta e furia qualcosa che avete
pensato. Inizierete a scrivere in modo
più tranquillo, più rilassato,
poiché potrete constatare che,
mentre disegnate in maniera attenta
e misurata una frase, improvvisamente
da questa stessa si generano nuove idee.
In tal modo, sperimenterete la lenta
produzione dei pensieri nel corso della
scrittura e ne sarete felici: non avreste
mai pensato di essere repentinamente
visitati da così tante idee.
Un
fiume che scorre velocemente procede
diritto; un fiume che scorre lentamente,
invece, serpeggia, forma meandri, deviazioni,
ampliamenti, cercandosi ovunque nuove
vie. Qualcosa di simile si può
dire per lo stile ornamentale, a tratti
digressivo, di Walser, alle cui frasi
egli dà modo di sviluppare il
proprio andamento, il proprio ritmo.
Non c'è l'intenzione di realizzare
qualcosa strumentalmente, in fretta,
così come si può. Volontà
espressiva e contenuto espressivo si
sviluppano insieme durante la realizzazione
dello scritto; in tal modo voler dire
(meinen) e dire (sagen),
volere e potere finiscono, idealmente,
per coincidere. L'ideale si identifica
con il manoscritto bello esteticamente,
gracile nei dettagli e nell'insieme
delicato, un foglio calligrafico delle
Mille e una notte. Il manoscritto
'bello': ho impiegato non poco tempo
a capire quanto fosse importante per
Walser l'aspetto esteriore di ciò
che scriveva. Infatti egli poteva capire
da questo, e solo da questo, che aveva
realizzato un vero atto creativo derivante
da ciò che c'era in lui di puro,
di integro. "Scoprivo continuamente
che c'era in me qualcosa di integro",
afferma Walser in una prosa, come se
egli stesso fosse meravigliato che questa
sua fonte non si inaridisse.
Naturalmente
parte integrante della attività
letteraria di Walser erano anche afflizioni
e contrasti di diverso tipo, delusioni
personali, irritazione nei confronti
di colleghi privi di tatto, di editori
e redattori, ma il flusso serpeggiante
delle frasi riusciva a metabolizzare,
ad eliminare tali resistenze, o meglio,
per dirla metaforicamente, a trasformare
tutto in allettanti ghirlande linguistiche
e grafiche.
"Scrivere
sembra derivare da disegnare",
si legge nella prosa Sätze
(Frasi). Disegnare e designare:
in Walser è ben evidente l'origine
comune di queste due forme. Esse si
combinano, si intrecciano in maniera
concreta, visibile. I rari casi dove
la scrittura non riesce al primo colpo,
dove dunque c'è bisogno di correzioni,
non si notano affatto in quanto i tratteggi
delicati e regolari usati per cancellare
blocchi di testo nell'insieme creano
un'immagine di completa bellezza.
"Il
foglio sa quanto è bello?",
si chiede Walser in uno degli ultimi
testi - dal titolo lapidario Prosastück
(Prosa) - scritti poco prima
del ricovero a Waldau. Egli stesso era
ben consapevole del fatto che i suoi
fogli fossero belli, in quanto questa
bellezza era la condizione, il presupposto
per la riuscita della sua attività.
Questi fogli erano la prova evidente
di un esercizio di guarigione che sempre
andava a buon fine, esercizio che era
cominciato a causa di un fastidio nell'uso
della penna, la quale procurava crampi
della mano. La 'lotta' con la penna,
paradossalmente, aveva indotto Walser
a provocare poi il disagio per poterlo
superare, procedimento questo che implicava,
a detta dello stesso autore, "una
accresciuta fatica. Ma tuttavia",
così si legge in Bleistiftsskizze
(Schizzo a matita), "poiché
per me tale fatica era in certo qual
modo un divertimento, mi sembrava, così
facendo, di guarire. Nella mia anima
nasceva ogni volta un sorriso di soddisfazione
[...] per il fatto che vedevo me stesso
essere attivo letterariamente in modo
così accurato. Mi sembrava, tra
l'altro, di lavorare con la matita in
modo più sognante, più
tranquillo, più riflettuto; credevo
che questo modo di scrivere mi portasse
ad una forma particolare di felicità".
Ma se era così, come si possono
spiegare quelle crisi degli anni bernesi,
crisi di cui Walser parla a Carl Seelig
e alle quali fa riferimento anche nei
suoi testi. Come mai Walser è
finito in clinica? In merito posso dire
soltanto che tale forma particolare
di felicità evidentemente non
escludeva la crisi. Di entrambi questi
fenomeni i sei volumi Aus dem Bleistiftgebiet
(Dai fogli scritti a matita)
costituiscono una testimonianza toccante,
anche se ritengo che l'esperienza della
felicità, del riuscire, nonostante
tutto, nel proprio intento, prevalesse.
Walser ci ha lasciato nei suoi microgrammi
non meno di 2000 pagine di testi. Tuttavia,
che questi testi all'epoca fossero rimasti
sconosciuti può essere interpretato
come un segno del fatto che il mondo
letterario non era pronto a recepire
una produzione siffatta. Nella sopra
menzionata prosa Bleistiftskizze
Walser si esprime con cautela: "Io
credevo", afferma oscillando tra
la forma del passato e quella della
possibilità, "che questo
modo di scrivere mi portasse ad una
forma particolare di felicità".
Egli era in ogni momento consapevole
che questa felicità era precaria,
soggetta a minaccia, in bilico sulla
punta della matita come sulla lama di
un coltello. Come nel 1919, quando,
riflettendo sull'"ultima prosa",
Walser finisce per creare un ulteriore
componimento, anche negli anni successivi
egli continuerà a produrre letteratura
secondo un procedimento analogo.
"Le
affermazioni vogliono dire il proprio
contrario", scrive Canetti. Un
paradosso simile si trova nei fogli
a matita di Walser. Anche i pensieri
di suicidio di cui recano traccia due
poesie del sesto volume finiscono per
testimoniare il proprio contrario, ossia
la continua creatività, vivacità
di Walser, il quale si mostra in grado
di trasformare tali esperienze dolorose
in una delicata immagine grafica, in
un affascinante foglio di script
art. Permane certo una certa dose
di sarcasmo: "Rallegriamoci di
questa vittoria dell'arte", si
legge alla fine del 'Räuber'-Roman.
Ma si trattava di una sorta di vittoria
di Pirro, in quanto sia quest'opera
che le sopra menzionate poesie con pensieri
di suicidio rimasero nel cassetto di
Walser, senza che egli le trascrivesse,
rimasero cioè nella scatola di
scarpe contenente i suoi manoscritti.
Lo stesso si può dire di diversi
brani in cui l'artista confessa di "non
poterne più della scrittura"
o di sentirsi oppresso dal tran tran
quotidiano. Egli non nega di essersi
più volte avvicinato al confine
del totale venir meno della scrittura;
Walser sposta questo confine sempre
più avanti, allontanandolo da
sé. Rispetto a questa arte di
autoterapia e di rigenerazione il Barone
di Münchhausen è da considerarsi
un acciarpone privo di fantasia.
Ma
quando Walser nel gennaio 1929 si rese
conto che il prezzo di questa arte eroica
era troppo alto e, in seguito a vicende
imbarazzanti occorse con le proprietarie
della stanza in cui alloggiava, chiese
alla sorella Lisa di potersi stabilire
da lei per un certo periodo, alla donna
mancò il coraggio di accogliere
il fratello e di offrirgli protezione.
Il risultato di questo rifiuto, che
è al tempo stesso comprensibile
e riprovevole, è ben noto a tutti:
il ricovero nella clinica di Waldau.
Chiedersi oggi se all'epoca non ci fosse
stata un'alternativa a tale destino
è ozioso, vorrebbe dire cercare
di afferrare il vento. Ma la volontà
walseriana di affermarsi letterariamente
non si era ancora esaurita. Dopo un
certo lasso di tempo, egli di nuovo
prese in mano la matita.
I
testi del quinto e sesto volume dell'edizione
Aus dem Bleistiftsgebiet ci
conducono molto vicino al momento decisivo
della ospedalizzazione. Troviamo infatti
qui prose e poesie che sono state scritte
poco prima del ricovero e anche testi
stesi durante il soggiorno presso la
clinica di Waldau. Questi ultimi si
distinguono dalla produzione precedente?
Contengono forse indicazioni in merito
allo sviluppo psichiatrico dello scrivente?
La risposta è semplice: no. Ora
come in passato la letteratura walseriana
procede - per usare le parole dell'autore
stesso - come se "il tempo sia
stato sempre tempo, lo spazio sempre
spazio, l'essere umano sempre essere
umano, l'erudizione sempre erudizione,
il bello sempre il bello." L'unica
differenza risiede forse nel fatto che
i testi del periodo di Waldau evidenziano
tutto ciò in maniera ancora più
contenuta che in passato. Anche la bellezza
dei fogli a matita ora non palesa più
la ricchezza grafica di un tempo. Walser
scrive a Waldau pochi testi, che annota
sui suoi foglietti in maniera chiara,
delicata, impeccabile, utilizzando un
calibro minutissimo, ai limiti della
percezione visiva. Si annuncia qui una
graduale revoca dello scrivere? Forse
ora la letteratura appare a Walser -
come egli in precedenza aveva annotato
- "comica"?
È
in fondo "come se non fosse successo
niente"? È vero che "nessuno
gli ha fatto nulla"? Tutto è
accaduto come per caso? Cosa ha pensato
la sua "anima ebbra di bellezza"?
Voglio
terminare prima di perdermi in ulteriori
errori.
(Traduzione
dal tedesco di Anna Fattori)