Quando
fu possibile, nell'ottobre 1957, dieci
mesi dopo la morte di Walser, al pubblico
senza dubbio ristretto al quale la cosa
poteva interessare, gettare uno sguardo
su un manoscritto dell'ultimo periodo
di attività di Walser, immediatamente
un'aura di stravaganza e di mistero aleggiò
intorno a questa minuscola scrittura.
Carl
Seelig, il primo commentatore di questa
micrografia, sicuramente non è
stato estraneo alla creazione del mito,
giacché così commentò
la riproduzione in fac-simile del suddetto
manoscritto nella rivista "Du":
Questa
scrittura segreta non decifrabile inventata
dal poeta negli anni venti, che egli ha
utilizzato fin dall'inizio
della sua psicosi affettiva deve senza
dubbio essere interpretata come una timida
fuga dalla
vista del pubblico, come uno stupendo
camuffamento calligrafico destinato a
nascondere a lui stesso
le proprie idee.
La
constatazione d'illeggibilità che
fa Seelig è contraddetta con evidenza
dall'estratto ingrandito di questo
scritto annesso all'articolo e che dovrebbe
convincere della sua leggibilità
tutti i conoscitori della grafia gotica.
Nondimeno non si può rimproverare
a Seelig di non aver sottoposto a un esame
più attento i 526 "microgrammi"
che gli sono stati affidati, verosimilmente
dopo la morte di Walser, dal manicomio
di Herisau. La pubblicazione d'una quantità
di testi apparsi solo in rivista, oltre
che di inediti su manoscritti revisionati
gli deve essere apparsa prioritaria. Resta
tuttavia sorprendente che la leggenda
della illegibilità abbia potuto
essere considerata per così tanto
tempo come un fatto incontestabile, fino
a quando J. Greven, nel 1972, pubblicò
nel volume XII/1 delle "opere complete"
due gruppi importanti di "microgrammi"
che aveva decifrato: le scene "Felix"
e il romanzo "Räuber".
Le
ipotesi di Seelig a proposito di un legame
misterioso tra questa scrittura segreta
e la psicosi affettiva di Walser
furono evidentemente di natura tale da
favorire il sorgere di mistificazioni
suscitate dall'oscura biografia di questo
emarginato impudente, internato in clinica
psichiatrica. Nel frattempo, la scrittura
segreta inventata dal poeta si è
rivelata essere una variante personale
della scrittura gotica; quanto alla diagnosi
di psicosi affettiva stabilita senza esitazione,
eccellenti argomenti la mettono oggi in
discussione. Resta nondimeno perfettamente
legittimo interrogarsi sulla relazione
tra la micrografia di Walser e la sua
costituzione psichica. Conviene tuttavia
non lasciarsi imporre una conclusione
affrettata da una etichetta psichiatrica:
quella di una anormalità complementare
della malattia e della scrittura, conclusione
che non si preoccupa per niente, del resto,
della forma e del contenuto dei testi
micrografici. Colui che s'interroga seriamente
sull'origine della scrittura di Walser
stabilirà innanzi tutto una relazione
con i suoi processi poetici degli ultimi
anni bernesi. Carl Seelig si deve essere
accorto che l'apparenza insolita di queste
note non sia effetto del solo caso, poiché
ha parlato di uno stupendo camuffamento
calligrafico. Oggi un grande numero
di questi "microgrammi" è
stato decifrato e dovrebbe essere possibile
trarre dall'aspetto dei manoscritti nuovi
chiarimenti sulla sua attività
creatrice.
Benché
i testi di Walser comportino innumerevoli
osservazioni sui meccanismi e le circostanze
che conducono all'atto dello scrivere,
non vi sono che pochi commenti dell'autore
sulla procedura micrografica: una spiegazione
abbastanza dettagliata in una lettera
a Max Rychner oltre ad alcune allusioni
nelle prose intitolate "Bleistiftskizze"
e "Meine Bemühungen". In
questi tre episodi, Walser menziona una
crisi della penna che l'ha condotto a
fissare a matita i suoi primi abbozzi.
Ecco ciò che dice nella lettera
a Rychner del 20 giugno 1927:
Poiché
vi fu un'epoca, per l'autore di queste
righe, nella quale egli ebbe spaventosamente
in odio la penna,
nella quale egli ne fu stanco a un punto
tale che non saprei veramente descrivere,
nella quale
egli diventava del tutto stupido appena
si metteva un pochettino a servirsene,
e per liberarsi da
questo disgusto della scrittura, si mise
ad abbozzare a matita, schizzare, folleggiare.
Mi sembrò che
con l'aiuto della matita potessi di nuovo
scherzare, poetare, sembrò che
il piacere di scrivere resuscitasse.
Le posso assicurare ( e questo è
cominciato già a Berlino) che ho
assistito, con la penna,
a una vera rovina della mia mano, una
sorta di crampo, dalla cui presa mi sono
aticosamente,
lentamente liberato per mezzo della matita.
Un crollo, un crampo, una confusione,
sono
sempre di natura corporale e spirituale
al tempo stesso. Fu per me un periodo
di sfacelo che si
manifestò nella mia scrittura,
nella sua dissoluzione, ed è copiando
i miei appunti a matita che, come
un bimbo, reimparai a scrivere.
Se
Walser assicura Max Rychner all'inizio
di queste informazioni sul suo metodo
di lavoro ch'egli gli consegna così
tutta la storia di una vita e di un'opera,
questa confessione, come tutte le informazioni
"private" all'interno dell'opera,
è ingannevole e destinata ad assicurare
la discrezione. La lettera ha dichiarazioni
contraddittorie sull'inizio degli schizzi
a matita, poiché nonostante la
rovina della penna sia apparentemente
avvenuta dal 1912 a Berlino, egli nota
più avanti:
Sappia,
Signore, che sono circa dieci anni (cioè
verso il 1917; n.d.r.) che ho cominciato
ad abbozzare
con la matita tutto quello che producevo,
timidamente e in un certo senso religiosamente,
cosicché la scrittura diviene naturalmente
un processo di una lentezza languida e
quasi
colossale.
È
probabile che fino alla metà del
suo soggiorno a Biel, Walser abbia concepito
i suoi manoscritti direttamente a penna,
con una difficoltà certamente crescente,
per inviarli, muniti di poche correzioni,
ai giornali e alle riviste committenti.
Giunse anche a produrre, con l'inchiostro
e molto pulitamente, numerose versioni
del medesimo testo. L'Archivio Theodor
Heuss di Marbach possiede manoscritti
pubblicati nella primavera 1914 nella
rivista "März" sotto il
titolo "Kleine Sachen" sul retro
dei quali si rinvengono le tappe preparatorie
dei testi pubblicati sotto forme alquanto
differenti nella raccolta "Kleine
Dichtungen" (1914).
Non
conosciamo schizzi a matita del periodo
1912-1917. Tali documenti mancano anche
per gli anni seguenti fino al 1924. Per
quanto ne sappiamo, il primo "microgramma"
conservato risale al 1924. Contiene la
prima versione del racconto "Der
Schurke Robert" apparso il 30.11.1924
nella "National Zeitung" di
Basilea.
Tuttavia,
anche se Walser non ha espressamente attribuito
i suoi primi tentativi a matita all'anno
1917, altri indizi inducono a pensare
che la micrografia sia cominciata prima
del 1920 e che, di conseguenza, questa
prima produzione micrografica non sia
stata conservata, oppure che sia stata
integrata nei testi ricopiati o pubblicati
a quest'epoca. Così, alcune lettere
di questo periodo presentano una scrittura
nettamente più piccola della precedente
e il manoscritto di "Freundschaftsbrief"
pubblicato il 22.2.1919 nel giornale viennese
"Die Republik", contiene una
comunicazione micrografica a Max Mell
in cui la scrittura minuscola regge bene
il paragone con gli abbozzi del 1924/25.
Siccome altrove rinveniamo sul retro di
una lettera indirizzata a Frieda Mermet
nel 1924 (n° 243 del volume "Briefe")
l'abbozzo micrografico di una lettera
all'editore Bruno Cassirer, si potrebbe
supporre che Walser abbia qua e là
utilizzato la sua scrittura-abbozzo in
relazione alla sua corrispondenza. Ma
questa ipotesi non trova altre conferme
a meno che valga la constatazione che
molti dei testi del suo periodo bernese,
specialmente quei "microgrammi"
non ancora pubblicati, imitano la forma
epistolare. Così un certo testo
micrografico abbastanza lungo appare indirizzato
a Therese Breitbach. Tuttavia, la forma
epistolare ha sempre goduto del favore
di Walser, e gli indirizzi al lettore,
frequenti anche nei "microgrammi",
possono essere rinvenuti già nelle
opere più datate. (Esse alternano
le due forme di indirizzo in uso nella
Svizzera tedesca "Ihnen" e "euch").
È da sottolineare che la prosa
tardiva di Walser, impregnata da così
tanti segni della comunicazione, sia stata
subito fissata in una scrittura che manifesta
una evidente tendenza al rifiuto della
comunicazione.
Se
consideriamo motore della sua micrografia
la tendenza crescente, indubitabile nella
corrispondenza dell'epoca, a ridurre i
segni grafici, possiamo interpretare il
passaggio dalla penna alla matita come
la necessaria appropriazione di un nuovo
strumento che permette una riduzione ancora
più radicale della scrittura. La
doppia finalità già menzionata
verso cui tendono i suoi accenni a proposito
della micrografia: scoprire-nascondere,
vuole che il suo aspetto più visibile,
la miniaturizzazione, sia passato sotto
silenzio a favore di commenti ripetuti
sullo strumento. Walser designa il suo
nuovo modo di lavorare, la separazione
divenuta indispensabile tra abbozzo e
copia, con i termini seguenti: il
metodo della matita, il sistema della
matita, l'abbozzo a matita. I romanzi
"I fratelli Tanner" e "L'assistente"
sono stati scritti di getto rispettivamente
nel 1906 e nel 1907 , in qualche settimana
e a penna. I manoscritti, che hanno un
carattere quasi calligrafico, mostrano
che Walser non ha interrotto che molto
occasionalmente il flusso della scrittura
per apportare correzioni minori. Egli
lasciò la cura delle correzioni
più importanti al redattore delle
edizioni Bruno Cassirer - che almeno per
"I fratelli Tanner" fu Christian
Morgenstern. Il processo fisico di una
scrittura corrente ben pulita non è
manifestamente solo un aspetto esteriore
che caratterizza i primi scritti di Walser,
ma una condizione necessaria alla sua
creazione. Forse anche aspirazioni calligrafiche
furono legate all'impiego della penna,
che non poterono in seguito più
essere realizzate nel primo impulso della
creazione. Il crampo che la penna
di Walser non sopportò non si sciolse
che durante la seconda fase del lavoro
creativo, permettendo così una
scrittura più facile. Questo transfert
compensativo dello strano legame tra la
creatività e un uso esteso della
penna intorno alla seconda redazione appare
attestato ugualmente dal modo in cui Walser
se ne serve nei suoi abbozzi. La pulitura
non si riduce assolutamente a una semplice
copia come l'espressione metà pudica
metà ironica che impiega nella
lettera a Rychner potrebbe far credere:
Un sistema di copiatura a carattere
burocratico. Oggi, i nostri paragoni
tra gli abbozzi e i manoscritti definitivi
dimostrano che Walser, se conservava la
concezione generale e spesso anche la
struttura della frase, amava modificare
aggettivi, espressioni e forme. Esistono
inoltre importanti esempi di modificazione.
La piccola prosa intitolata "Ich
soll arbeiten" corretta nel 1924/25
si compone di tre schizzi micrografici
indipendenti saldati in un testo ridotto
soltanto a una piccola parte del loro
volume originale.
Tuttavia,
il fascino calligrafico della sua scrittura
a penna, la grazia del suo genio poetico
che si manifesta nei tratti della sua
scrittura, sono, d'altra parte, conservati
nel suo sistema della matita.
A nessuno sfugge la qualità estetica
di un "microgramma": la graziosa
regolarità del carattere, le righe
strettamente orizzontali, la finezza del
tratto, la giustapposizione di maniere
diverse, la loro impaginazione e connessione,
talvolta, su uno stesso foglio. Va quasi
da sé, oramai, che Walser abbia
taciuto pure questo aspetto grafico dei
suoi abbozzi a matita nei suoi tre "commenti".
Questa bipartizione del lavoro letterario
gli deve essere pesata terribilmente e
la sua vergogna di non giungere a concepire
di getto un testo in bella scrittura a
penna fa in qualche modo piegare la schiena
alle piccole lettere e costituisce una
delle diverse cause della loro esistenza.
Questo sentimento di insufficienza letteraria
è probabilmente evocato in questo
passaggio dove egli dice di sopportare
delle vere sofferenze a causa del
sistema della matita. Ciò
concerne evidentemente la faccia notturna
del suo nuovo "metodo" e conviene
aggiungere subito che in altra occasione,
nella piccola prosa "Bleistiftskizze",
Walser ha anche ammesso la sua faccia
luminosa:
Ma
come questa pena aveva per me, da un certo
punto di vista, l'aspetto di un piacere,
mi sembrò di
guarirne. Un sorriso di contentezza visitò
ogni volta la mia anima, e anche il sorriso
di un'autoironia
rassicurante all'idea di essere autorizzato
a vedermi prendere tanta cura, anche prudentemente,
della scrittura. Mi sembrò, tra
l'altro, di potermi mostrare più
sognatore, più calmo, più
riflessivo, di sentirmi più a mio
agio, mi pareva che il metodo di lavoro
descritto generava per me una
singolare felicità (...)
In
queste riuscite realizzazioni, la micrografia
di Walser, come tutta la sua opera quando
tratta oggetti minori, è una sorta
di fantasmagoria della piccolezza
incantata, come apparve ad Adorno
la cassetta di Melusina nel racconto di
Goethe.
Sul
piano puramente artigianale, la micrografia
rappresenta evidentemente un accrescimento
considerevole delle difficoltà
della scrittura. Non solo la miniaturizzazione
delle lettere esige una manipolazione
dello strumento estremamente disciplinata,
ma genera una accresciuta difficoltà
a padroneggiare dei testi spazialmente
compressi. La conseguenza fu che Walser
dovette maggiormente apportare delle correzioni
al momento della limatura, ciò
che a sua volta produce la persistenza
di negligenze sintattiche o di punteggiatura
che sfuggono all'attenzione dell'autore.
Delle ripetizioni intempestive e un uso
eccessivo di certe costruzioni nel medesimo
testo potrebbero talvolta esserne state
anche la conseguenza. E tuttavia, l'aspetto
di questi testi non testimonia affatto
di una improvvisazione senza freni, quanto
piuttosto di una sorprendente maestria
nella pratica della matita. Qui è
necessario contraddire fermamente Jochen
Greven che nella sua prefazione alla trascrizione
di "Räuber" e "Felix",
nota a proposito della micrografia di
Walser:
Allo
stesso tempo, questa scrittura minuscola
che non fa che abbozzare i segni, era
una sorta di stenografia
personale che avrebbe dovuto permettere
a Walser di annotare le proprie idee e
i proprî pensieri
alla velocità della parola e di
proteggersi così contro le proprie
inibizioni, i dubbi soffocanti e
l'autocritica.
Greven
suppone che l'affermazione di Walser,
secondo la quale attraverso il procedimento
micrografico la scrittura diventa
un processo di una lentezza languida e
quasi colossale, si riferisca soltanto
alla necessità di ricopiare il
primo abbozzo. Ora, si potrebbe a rigore
interpretare la mancanza di misura di
questa affermazione come una esagerazione
ironica, se tutte le parole usate da Walser
per qualificare il processo micrografico
non indicassero indubitabilmente un effetto
di rallentamento della scrittura:
timidamente e religiosamente (lettera
a Rychner); più sognatore,
più calmo, più riflessivo,
più a mio agio (Bleistiftskizze).
Trascinato dalla sua tesi dell'accelerazione,
Greven descrive la micrografia con l'espressione
inadeguata di stenografia personale.
Dal momento che la natura dei testi desta
una sensazione più di cura nella
composizione che di negligenza, la micrografia
non è tanto una scrittura rapida
che tende alla contrazione quanto una
ricreazione fedele, [p1][p2]persino ossessiva,
della scrittura tedesca in miniatura.
Le deformazioni delle lettere che tuttavia
appaiono, con effetti polisemici, non
sono che il tributo inevitabile che la
riduzione dei caratteri paga al mantenimento
di una certa fluidità del discorso.
Non è che negli ultimi tempi, dopo
il 1927, quando la miniaturizzazione,
e di conseguenza la deformazione delle
lettere, aveva ancora progredito, che
l'aspetto del testo raggiunge un grado
di astrazione che oltrepassa talvolta
i limiti della leggibilità. Giustamente
Jochen Greven nota:
La
questione della leggibilità non
dovette essere stata determinante[p3]
per l'autore in quegli abbozzi
che copiava a quanto sembra in breve tempo
- qualche giorno - servendosene come base
per
la riproduzione del testo conservato essenzialmente,
è lecito pensare, nella sua eccellente
memoria.
Tuttavia,
Jochen Greven sembra sopravvalutare questa
memoria quando conclude: forse la
trascrizione era un fatto più di
riconoscimento interiore che una reale
lettura. Le copie comportano delle
sottili varianti, come abbiamo già
detto, che implicano una conoscenza parola
per parola dell'abbozzo.
Un'altra
particolarità affascinante dei"microgrammi"
che Walser non ricorda nei suoi "commenti"
è costituita dalla varietà
dei tipi di carta utilizzata. Nel gruppo
dei 526 "microgrammi" conservati,
vi sono due blocchi omogenei che rappresentano
anche una unità di tempo: 117 fogli
di carta patinata in formato in-ottavo
utilizzati tra l'autunno 1924 e la fine
del 1925 e 158 fogli tagliati in due del
calendario "Tuskulum" 1926,
di formato 80 x 175 mm, utilizzati probabilmente
tra il 1926 e il 1927. A questa importante
quantità di fogli che contengono
gli abbozzi (supporto preferito, ma non
usato esclusivamente durante quest'epoca),
si è aggiunto nel corso del tempo
un grande numero di carte diverse che
Walser tagliò in minuscoli rettangoli:
pubblicità stampate su un solo
verso tratte da riviste e da libri; buste,
cartoline, carta da lettere della sua
corrispondenza privata o professionale;
bozze di stampa; fogli di tipografia d'origine
sconosciuta; eccetera.
Malgrado
la stravaganza inesplicabile di questi
supporti, essi intrattengono un rapporto
reciproco chiarificatore con l'opera più
tarda di Walser. La loro natura illustra
infatti il suo gusto del gioco ora esuberante
ora sottile che illumina concretamente
le forze alle quali Walser dovette strappare
i suoi testi. Come la scrittura a matita
tentò di salvarsi dall'indifferenza
delle istanze ufficiali di stima letteraria
e dalle loro esigenze interiori rifugiandosi
in una riproduzione miniaturizzata della
scrittura calligrafica a penna, così
la scelta dei piccoli formati e dei supporti
modesti segue la tendenza delle imprese
letterarie di Walser per i soggetti di
poca importanza. Questo nuovo procedimento
fu idoneo, in ogni caso, ad assicurare
la continuità della produzione
per ancora 16 anni. L'impiego di certe
carte per gli abbozzi sembra un'astuzia
destinata a relegare la futura pubblicazione
del testo dentro un cerchio magico. I
38 fogli di avviso di pagamento del "Berliner
Tagblatt" (di cui 27 datano 1928)
costituiscono un esempio di questa sorta
di esorcismo come egualmente un certo
numero di annunci della rivista "Sport
im Bild" o dei bollettini di abbonamento
del "Simplizissimus" e della
"Weltbühne", ma anche delle
bozze della rivista "Vers und Prosa"
pubblicata da Rowohlt e una cartolina
di Eduard Korrodi dell'anno 1932 dove
egli conferma a Walser che saranno pubblicate
due prose dalla "Neue Zürcher
Zeitung". Ma a mostrare il coraggio
che egli ha dovuto dispiegare per mantenere
contro venti e mareggiate il commercio
delle piccole prose, sono gli abbozzi
redatti sulle formule stampate di rifiuto,
quali questa circolare della redazione
del "Simplizissimus" : Molto
onorato..., abbiamo preso conoscenza con
interesse della sua spedizione, ma sfortunatamente
non rientra nella linea della nostra rivista.
Talvolta
queste carte cariche di "passato"
incitano Walser a ogni sorta di birichinate,
di esclamazioni o di annotazioni divertenti.
Così egli completò su una
busta proveniente da Praga il francobollo
con la scritta "Grazie", con
mille e incorniciò questa
trovata con ogni specie di esclamazioni
monosillabiche (nei nei ä di).
Un'altra volta, formulò questa
domanda all'interno del timbro postale:
Hesch jetz gli einisch gnue dichtelet?
(Hai già finito, poetastro?) e
aggiunse succintamente sessa
(che significa senza dubbio c'est ça,
è così). Uno dei fogli più
strani è la busta di uno stampato
che porta al centro ben chiaramente a
inchiostro: Eui Sozilöle chönne
nüt mache. Wüsset der das scho?
Es si dummi Cheibe. Grölima. (I vostri
buoni a nulla di socialisti non potranno
niente. Lo sapete già? Sono dei
cretini. Grölima). Questa dichiarazione
in dialetto è affiancata da due
poesie, la versione dialettale e quella
in tedesco dallo stesso contenuto apolitico:
il destino d'una sposa maltrattata costretta
a vedere che suo marito la inganna. E
senza che si possa stabilire alcun rapporto,
troviamo in basso alla pagina un calcolo
relativo al romanzo di Düxi
redatto in tedesco e in dialetto che sembra
prescrivere a quest'opera dubbia una tiratura
di 5000 esemplari e, dopo una sottrazione
di 2500 esemplari per la critica,
assegna all'autore, una donna: ella
ne potrà dunque vendere 2500.
Un
collegamento più facile tra carta
da bozzetto e testo micrografico si può
evidenziare in un cartoncino di accompagnamento
dell'editore Paul Zsolnay. Nell'autunno
del 1927 Max Brod fece avere a Walser
tramite il suo editore il suo nuovo romanzo
"Die Frau nach der man sich sehnt"
e Walser colse il suggerimento di fare
una critica al libro, utilizzando prontamente
il cartoncino allegato. Si tratta del
"libero" commento che apparirà
nel luglio 1928 nella rivista "Individualität"
sotto il titolo "Qui si critica".
In aiuto di quest'esempio particolarmente
esplicito, possiamo attirare l'attenzione
sull'affinità generatrice di ispirazione
tra i materiali e la pratica della scrittura
che doveva costituire per Walser una delle
attrattive maggiori del suo procedimento.
L'uso frequente di carta che il caso gli
metteva sotto mano corrisponde al principio
poetico ed etico di Walser secondo cui
qualsiasi avvenimento, per quanto quotidiano
e banale possa apparire, merita di essere
espresso dalla poesia.
Il
formato della carta determina talvolta
la lunghezza del testo. Benché
alcune prose si estendano per due fogli
di calendario, una scena perfino su quattro,
la fine del foglio e quella del testo
giungono spesso insieme. Questa particolarità
esteriore corrisponde anche a dei principî
formali della prosa di questo periodo,
il suo sbrigliato accumulo di idee e di
associazioni di idee si lascia imporre
un termine a causa della fine del foglio
piuttosto che per qualche regola formale.
Ciò fa parte delle virtù
manieristiche di questo autore che si
sottomise sempre, nell'esercizio della
sua professione, a tali esigenze formali
scelte o imposte che, una volta di più,
devono aver contribuito alle gioie e ai
dolori della sua creazione. Del suo primo
libro, "Fritz Kocher's Aufsätze",
Walser poté avvertire le edizioni
Insel:
Il
volume di queste Composizioni è
assai facile da valutare poiché
come Lei avrà senz'altro notato,
esse
sono tutte composte da sezioni
esattamente della stessa lunghezza
(lettera del 12 giugno 1904).
Anche
il manoscritto dei "Fratelli Tanner"
manifesta lo sforzo di armonizzare lunghezza
e simmetria dei capitoli. La scrittura
micrografica, in ogni caso, cura di utilizzare
in modo ottimale lo spazio comunque ristretto.
Essa permette talvolta a Walser di raggruppare
in un solo foglio tutti i modi della sua
opera tarda: piccole prose, poesie, scenette.
Nessuno spazio bianco era troppo piccolo
da non poter essere riempito con un'idea
di composizione poetica. Walser lavorava
talvolta simultaneamente su diversi fogli
che completava in funzione della ispirazione
del momento. Questo uso estremamente economico
della carta non deve del resto essere
messo in relazione con una difficile situazione
economica: contrariamente all'opinione
corrente, grazie a due eredità
di 5000 e 10000 franchi, essa non era
cattiva all'inizio degli anni venti. Bisogna
piuttosto vedervi, così come nella
miniaturizzazione della scrittura, l'espressione
della modestia che si manifesta attraverso
l'esempio, e secondo l'etica di Walser,
il poco posto che per un'opera poetica
sia conveniente occupare. E la vicinanza
dei generi è una manifestazione
visibile della loro unità poetica
che trascende le convenzioni.
In
tutt'altra materia ancora, il rapporto
tra le carte e i testi micrografici è
di un'importanza capitale, non per Walser,
ma per colui che oggi cerca di decifrarli:
si tratta della leggibilità della
scrittura. In generale, nel corso del
tempo, la scrittura di Walser si riduce
sempre più e, perciò, si
riduce la sua leggibilità. Questa
tendenza generale è relativizzata
da qualche esempio contrario. Esistono
10 carte che contengono "microgrammi"
datati 1925, l'anno della carta patinata.
Tra di loro, alcuni recano una scrittura
relativamente grande ma difficile da leggere
a causa del carattere trascurato, e altri
di cui la scrittura piccolissima fa piuttosto
pensare ai foglietti dei calendari posteriori.
Di fatto, l'aspetto e la leggibilità
virtuale sono legati più strettamente
alla varietà di carta impiegata
che alle circostanze della redazione.
Da una parte, le carte che reagiscono
alla matita di Walser in funzione della
loro natura, favoriscono ciascuna un'estetica
particolare. Dall'altra, Walser, preoccupato
dall'omogeneità dell'aspetto della
sua scrittura, adattava scelta e preparazione
della matita, ma anche la scrittura, alla
natura della carta impiegata. E' per questo
che i piccoli fogli tagliati della rivista
"Sport im Bild", scritti al
più presto nel 1927, sono relativamente
facili da leggere, essendo la forte miniaturizzazione
dei segni compensata dalla manipolazione
accurata di una matita appuntita e dura
che, sulla carta lucida, assicura un tratto
ben pulito. Altri fogli dello stesso periodo
non potranno senza dubbio mai essere restituiti
a uno stato pubblicabile, tanto sfuggono
a una lettura logica.
Per
fortuna, tra i 526 "microgrammi"
conservati nell'Archivio Robert Walser
si trova un gruppo di 117 fogli di carta
patinata che non solo contiene una parte
importante di testi sconosciuti ma rappresenta
in sovrappiù un tipo di scrittura
abbastanza facilmente decifrabile. 34
di questi fogli costiuiscono il romanzo
"Räuber" e le scene "Felix"
che Jochen Greven ha editato nel 1972
con la collaborazione di Martin Jürgens,
risultato di una prima importante impresa
di decifrazione. Nel 1981, quando Bernhard
Echte e io stesso ci facemmo carico di
riprendere l'esame dei "microgrammi"
per conto della Fondazione Carl Seelig
al fine di copiare la totalità
dei testi decifrabili, fu normale che
cominciassimo dove Greven si era fermato.
Nel frattempo, siamo riusciti a rendere
accessibile il resto dei testi che sono
contenuti nei fogli di carta patinata.
Si tratta di 113 piccole prose, 110 poesie
e 20 scene dialogate; il tutto rappresenta
circa 520 pagine dattiloscritte.
Forse
è tempo di illuminare con qualche
appunto fondamentale la difficoltà
del lavoro di decifrazione. Così
come per Greven, l'esperienza ci ha insegnato
che le riproduzioni ingrandite non aiutano
che in casi eccezionali e che bisogna
accontentarsi di strumenti ottici e di
una buona illuminazione. Ciò che
rende difficile la decifrazione, non è
tanto la piccolezza quanto la deformazione
di certe lettere: una conseguenza inevitabile,
malgrado tutta la cura di Walser, della
miniaturizzazione. Senza contare che la
scrittura gotica induce a confusioni,
le lettere c, e, i,m ,n, r, u come anche
f, s, h si rassomigliano abbastanza da
confondersi nella scrittura personale.
Nella micrografia di Walser, non è
possibile distinguere parole come "einst"
(una volta) e "nicht" (non)
se non ricorrendo al contesto, ma anche
parole tra loro lontane come "Walzer"
(valzer) e "Verleger" (editore)
possono avere delle rappresentazioni grafiche
pericolosamente vicine. Anche una parola
di poca importanza come "quasi"
può costituire un enigma per il
decifratore. Una minima malformazione
della carta, invisibile a occhio nudo,
può portare su delle false piste.
Per evitare questa specie di trappola,
siamo ricorsi frequentemente al conta-fili
da tessitore il cui ingrandimento quintuplo
permette di identificare con certezza
la più piccola particolarità
della struttura della carta. Benché
sia talvolta difficile distinguere tra
due parole come "fein" (fine,
sottile) e "frei" (libero),
che spesso si propongono come graziosi
aggettivi di valore equivalente, la decifrazione
non è assolutamente alla mercé
di immaginose interpolazioni. Senza dubbio
esisteranno passaggi macchiati o con parole
sovrapposte dove solo una felice intuizione
può trarre d'imbarazzo. Nondimeno,
per i passaggi che si opponevano ai nostri
sforzi per intere settimane, quando un
momento di grazia ci consegnò finalmente
una soluzione, essa si rivelò con
una evidenza indubitabile. Ove comunque
questa sensazione non si presentò,
abbiamo onestamente lasciato una lacuna
nella trascrizione.
Per
quel che riguarda i testi su carta patinata,
pubblicati in tre volumi negli anni 1985/86,
la nostra trascrizione delle scene dialogate
e della prosa, a eccezione di rare lacune
e espressioni dubbie segnalate, è
certamente corretta. Vi sono maggiori
lacune nelle poesie dove il controllo
mediante il contesto non è in genere
possibile e dove solo la rima può
fornire talvolta un aiuto. Senza dubbio
si dovrebbe anche tener conto, tra le
fonti di errore, dei fattori soggettivi.
Tuttavia, confrontando sempre le nostre
trascrizioni compiute per prima cosa individualmente,
Bernhard Echte ed io abbiamo certamente
ridotto questo rischio a un livello accettabile.
Il
futuro lettore di questi testi deve essere
sempre consapevole di avere a che fare
con abbozzi caratterizzati da inevitabili
imperfezioni, ma anche con il fascino
costituito dallo scrivere una cosa per
l'altra e dal loro carattere provvisorio.
Walser senza dubbio non avrebbe mai pubblicato
alcuni di essi, poco riusciti o troppo
apertamente rivelatori di ossessioni "private".
La loro forma e il loro contenuto, tranne
rare e spettacolari eccezioni, corrispondono
ai testi conosciuti del medio periodo
bernese. La ripresa di numerose storie
tratte dalla letteratura popolare e corredate
di fuochi fatui ironici costituisce, anche
qui, un tema dominante; passeggiate con
decrizione della città e della
campagna; impressioni di teatro, cinema
e opera; storie d'amore; lettere immaginarie;
ma anche testi che hanno un carattere
di confessione, dove il ricordo, la situazione
presente e considerazioni generali si
confondono repentinamente. Ciò
è particolarmente vero per le poesie,
delle quali l'artificio della forma, non
sarà che per lo schema delle rime,
dolcemente fluido, permette a Walser di
interrompere il tono leggero e frivolo
di una chiacchierata che si sforza di
essere divertente con una "confessione"
di una sincerità spaventosa. È
spesso difficile, in questi passaggi,
capire ciò che è da attribuire
all'emozione, al non conformismo o al
carattere di abbozzo. Ma proprio perché
queste poesie non sono formalmente perfezionate
e mostrano le scorie del laboratorio,
conviene rivolgere alla loro forma una
speciale attenzione.
Il
contenuto dei "microgrammi"
costituisce un ricco tesoro di "anelli
mancanti" che mettono in relazione
i testi conosciuti di Walser ma che forniscono
anche nuovi chiarimenti biografici. Qualsiasi
intuito biografico dovrà comunque
tener conto di questa significativa nota
di Walser: in un libro in prima persona,
l'io è un modesto personaggio e
non l'autore ("Zückerchen").
Se
la singolare felicità
nata dalla micrografia fu legata per il
poeta a delle vere sofferenze,
essa ci tocca in sorte completamente,
se siamo in grado di utilizzare questi
scritti incomparabili.