STEFANO ZANGRANDO/ Lato
Lato A
di Stefano Zangrando

«Che resta di tutto il dolore
che abbiamo creduto di soffrire da giovani?»

Aldo Busi

      
Peter mi accompagnò a G... durante la nostra estate più bella, prima che l’abitudine alla vita addormentasse i nostri slanci. Spensi l’Alfa di mia madre in mezzo alla piccola piazza deserta, abbacinata dalla canicola meridiana; l’auto avanzò a motore spento ancora qualche metro, poi ruotai il volante fino a bloccarlo e frenai. Fuori dall’abitacolo l’arsura ci prese subito la testa; ci incamminammo, gli zigomi tesi sotto le palpebre increspate.
       Era il paesino di trecento abitanti dove avevo trascorso le estati immaginifiche e viscerali dell’infanzia e della pubertà: lì era cominciato tutto ciò che più tardi si sarebbe potuto banalmente archiviare come i “primi passi” di un’esistenza consapevole, ma che i miei biografi hanno definito «le ispirazioni fondamentali di un’industria poetica»; lì soprattutto, svelai a Peter e al registratore portatile che reggevo sotto il mento, avevo conosciuto il mio primo amore. “Uau” commentò lui con leggerezza, mentre gli indicavo con la mano libera il portone dell’edificio abbandonato dove allora viveva Ornella. Aveva undici anni, uno meno di me; era un’esile creatura androgina, gli occhi verdi e sfrontata, il cui modello si sarebbe impresso per sempre nel mio immaginario erotico, fino a forgiare i contorni del giovane che ora mi stava accompagnando sui luoghi del mio primo lirismo. “Non è abbandonato, ma in restauro” notò Peter; ma questo non cambiava le cose: tutto ciò che di più autentico avevo attinto allora sopravviveva a malapena come una mia trascurata rete neuronale; il resto era lì, al mio fianco in carne ed ossa, e correggeva con poche parole la mia percezione falsata dall’autopoiesi.
       A tratti il nastro si fermava da solo, senza badare alle nostre parole, seguendo piuttosto il capriccio del nostro passo irregolare; ci arrovellammo diversi minuti per capire come disattivare la pausa automatica, ma alla fine ci riuscimmo ed esultammo. Oggi mi sembra assurdo che si possa provare gioia per una simile inezia; l’amore è davvero un prodigio da baraccone. Oggi, del resto, ho nuovamente cambiato idea sul “senso della vita”, questa finzione irrinunciabile, e ricompio ad ogni ascolto un’altra scelta: decido che i momenti importanti di quell’escursione occupano soltanto il lato A del nastro che conservo; il lato B semplicemente non lo ascolto. Forse invecchiando cambierò di nuovo.
       Tutto diventa più letterario quando ci avviciniamo alla casa dei miei ricordi, l’ultima del paese. Imboccata la sola strada possibile, c’imbattemmo nell’unica figura vivente del nostro sopralluogo: restava oltre la linea dell’asfalto, sul prato in salita, e calpestava il verde a passi minimi, con la faccia nascosta in una maschera di plastica, governando lentamente l’asta mobile collegata da un tubo di gomma con il motore che portava sulla schiena a mo’ di zaino: da questo momento la registrazione è disturbata dal ronzio snervante, ai massimi giri, del tosaerba. Urlai a Peter dei tre bolognesi, una coppia sposata e l’amico, che ogni estate parcheggiavano la roulotte per oltre un mese sul prato più ampio dall’altra parte della strada, a pochi passi da – “Eccola, casa mia”. L’edificio a tre piani assomigliava ancora, nonostante le crepe profonde e la calcina crollata, a quello ritratto nel quadro che i miei genitori hanno ereditato dai miei nonni paterni, con il piccolo orto recintato davanti e, sul lato destro, all’esterno, il vano del cesso, il pollaio e il deposito di legname che si arrampica, come tutto il retro della casa, sulla montagna selvosa. Peter era stupito: “Ma non c’è...!”. Maledetto tosaerba. Gli spiegai che erano tutti morti tranne una, la mia minuta prozia, che ci aveva vissuto assieme a una dozzina di gatti fino a pochi anni prima, prima che i suoi parenti più prossimi la sorprendessero in condizioni igieniche, economiche e mentali disastrose e le procurassero il ricovero immediato in ospizio.
       Le finestre del pianoterra erano aperte; qualcuno doveva aver razziato, inutilmente. Ci accostammo al primo davanzale e infilammo nel registratore, eccitati, estraendoli a caso dal disordine: una caffettiera, un calendario del 1999, due sveglie una delle quali funzionante, delle vecchie pantofole, un giornale: L’amico del popolo. “Vieni di qua” gli dissi poi. Dal secondo davanzale scorgemmo soltanto, nella penombra della sala da pranzo dove la sera tardi mia nonna mi spogliava per lavarmi in un catino di plastica, e dove al mattino mio nonno beveva caffè zuccherato, fumava N80 e tossicchiando consumava inchiostro sulla Settimana enigmistica, e dove potrei rivedermi vivere e crescere meglio di quanto non abbia fatto Proust se non avessi intrapreso un cammino poetico ben più audace del suo, se non avessi deliberatamente confinato il mio verbo entro una volgarità ben più universale del suo pur profetico narcisismo, ebbene, in quella penombra io e Peter scorgemmo soltanto il lavandino colmo di stoviglie sporche, pentole e piatti adoperati anni prima e mai più lavati, per sempre incrostati – ma l’odore delle muffe, quello sì, mi ributtò indietro di trent’anni in un sol colpo. Ah, che triste delizia il tempo individuale, che ritorna per finta, inganno neuronale bello e buono, mentre accelera in avanti per davvero, biologia pura, indifferente, tutto proteso verso l’angosciata solitudine del morente! Con ingenuità i miei biografi hanno chiamato questa mia voluttà paradossale «nostalgia delle sofferenze infantili», mentre non è che una piatta, precoce e poco invidiabile forma di senescenza. Oggi lo posso dire.
       Ma il momento più letterario in assoluto viene dopo, quando al ronzio del tosaerba si accavalla e poi si sostituisce – mentre guido Peter oltre la casa, lungo la salita sterrata che costeggia dall’alto il torrente del paese – il rumore della cascata. Qui, gli dico, intorno agli otto anni ho capito qualcosa. La mia prozia, morta pochi mesi dopo la registrazione di questo nastro, aveva allora forse cinquant’anni, e una delle sue gatte, che mio nonno aveva educato a calci a non entrare in casa, aveva partorito otto gattini. Otto piccoli, fragili mici. La mia minuta prozia aspettò il momento giusto per sottrarli alla madre, li infilò tutti in un sacchetto di plastica nero, lo chiuse con un laccio e mi chiese di accompagnarla fino al bordo della cascata, in cima alla strada sterrata. Qui, assordato dal rombo del muro d’acqua, vidi il sacchetto staccarsi dal suo braccio e precipitare ai piedi della cascata, tra gli spruzzi e le schiume bianchissime. A questo punto del nastro si sente un click, poi di nuovo il rumore della cascata; nessun commento di Peter. Ero qualcuno, allora, ai suoi occhi. Vivevamo il nostro attimo di felicità. La cascata non era che un sottofondo.

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