Fabrizio

Gli intrecci del desiderio tra innocenza e sopraffazione in un racconto di Matteo Marchesini sulla fioritura dell'amicizia.

di in: Antologia (0)

La mattina che Giulio ha portato il pallone nuovo in campagna, non vedeva l’ora di farlo vedere a Fabrizio.

In quella fine agosto, sotto l’argine c’era già un fresco autunnale. Tra pochi giorni, anziché scaricarlo dalla sua amica Lilia, andando al lavoro sua madre lo avrebbe portato a scuola. Preferiva la scuola o Lilia e Fabrizio? Non sapeva dirlo. Adesso era tutto del pallone. Il cuoio profumava ancora da stordirlo. L’avevano preso il giorno prima da Footlocker per i suoi sette anni. Era contento di averne trovato uno a esagoni neri come quelli di Holly e Benji, perché gli altri bianchi col disegno della marca sopra non gli piacevano. In cantina, prima di partire, suo padre l’aveva gonfiato tanto che a palleggiare scappava da tutte le parti.

Quando hanno girato nello spiazzo, Lilia li aspettava già in grembiule davanti alla tenda verde che copriva la porta. C’erano appena tre case, in quella specie di aiuola alla biforcazione di Castelletto: da un lato la ferrovia, dall’altro l’argine del fiume.

“Alle quattro dovrei essere qui” ha detto la madre di Giulio a Lilia.

“Non farti problemi. Te lo tengo anche fino a sera, tanto dove vuoi che vada? La spesa l’ho fatta, e il pane me lo porta il furgone. Vieni dentro te, dài lì, che vai a svegliare quel morto di sonno”.

Giulio ha schivato il bacio di sua madre ed è saltato giù dalla 127. Come al solito è entrato in casa di corsa; ma prima si è lasciato avvolgere per un momento dalla tenda. Nella penombra gli è venuto incontro il profumo di pasta fresca e mobili vecchi che faceva tutt’uno con Lilia. Ha attraversato il salotto, e si è precipitato su per le scale. La porta della camera era aperta. Di Fabrizio ha visto subito le grosse ciglia nere, il torso nudo sottile. Il lenzuolo gli sfregava tra le gambe come se ci stesse a cavalcioni, e continuava a muovere un polpaccio avanti e indietro.

Dopo un attimo di incertezza, Giulio ha lanciato il pallone contro il bordo del letto. Le palpebre di Fabrizio erano chiuse ma tremavano.

“Non sogna mica, è sveglio” ha pensato Giulio.

Il pallone è tornato indietro, e l’ha rilanciato più forte. Ma niente.

Tre, quattro, cinque volte.

Alla sesta, una mano è scesa di colpo verso terra e l’ha afferrato. Fabrizio ha tirato su il pallone contro la pancia, si è girato dall’altra parte e si è riaccucciato come prima. Allora Giulio è saltato sopra il letto.

“Basta, basta” ha urlato subito Fabrizio. Ma sorrideva sotto i baffetti, si vedeva che era proprio quello che voleva. Hanno cominciato a fare la lotta, e anziché mettere Giulio sotto l’ha sollevato in alto. Giulio aveva la ridarola, non smetteva più.

“Ho detto basta” ha fatto Fabrizio ributtandolo sul lenzuolo. Giulio ha smesso di colpo, ma a quel punto Fabrizio è scoppiato a ridere.

“Andiamo a mangiare i biscotti, scemo” ha detto. E intanto si alzava, stirandosi. Era più alto di Giulio di tutta la testa.

“E quello lì cos’è?” ha chiesto indicando col mento il pallone che era finito in un angolo.

Il viso di Giulio si è subito illuminato. L’ha ripescato con una mossa agile, e glielo ha avvicinato dolcemente ai piedi. Ma Fabrizio gli ha dato una delusione: sembrava quasi schifato. Ha accennato appena un palleggio, il pallone si è incastrato sotto il letto e l’ha lasciato lì.

“Fiuuu, costa” ha detto solamente. Poi si è infilato una maglietta e i pantaloni della tuta, ed è corso giù dalla scala. Così, dopo avere gettato un’occhiata malinconica al suo regalo, a Giulio non è rimasto che seguirlo.

In cucina Lilia stava tirando la sfoglia sul tagliere. Mentre si piegava con tutto il suo peso sulla massa gialla sembrava quasi stizzita, e a ogni pressione delle mani emetteva dei piccoli “ah, ah” asmatici. Per Giulio era strano pensare che fosse già grande quando la sua mamma era piccola come lui e abitava lì a Castelletto – ma a quanto pareva meno della nonna. Non riusciva a capire che età avesse: le sue poche rughe nette nella pelle scura gli facevano pensare a certi attori maschi dei telefilm americani. Anche il padre di Fabrizio, che non viveva più lì, lo associava alle auto sportive che si vedevano in tv. “Si è mangiato un’altra macchina con gli strozzini, mi ha detto la Lilia” aveva sussurrato un giorno sua madre a suo padre quando lo avevano incontrato alla fiera di Piumazzo.

“Arda lì, scende scalzo ‘sto disgraziato. Mettiti le ciabatte e porta il tegame ai gatti” ha ordinato Lilia a Fabrizio. Ma Fabrizio se la prendeva comoda, come se non la sentisse. Ha acceso la tv, e c’era proprio un telefilm di quelli, con un uomo coi capelli bianchi a capo di una squadra di detective. Poi si è alzato, ha tirato su dal tavolo il tovagliolo che copriva i biscotti appena fatti e ne ha inghiottito uno in un boccone.

“Fermo te. Non la sai l’educazione? Prima gli ospiti” ha sibilato Lilia fischiando in fondo al respiro; e con un gesto del mento, lo stesso di suo figlio, ha fatto segno a Giulio di servirsi. Giulio era ghiotto di quei biscotti che faceva solo lei, e che tra due rondelle di pasta frolla nascondevano una mousse di burro e zucchero.

Mentre dava il primo morso, Fabrizio è uscito fuori col tegame pieno a metà di latte. Chinato per terra, modulava quel verso che non sembrava neanche uscire dalla sua bocca: “minaaa… minaaa”.

Giulio è andato ad accovacciarsi vicino a lui col biscotto che gli si scioglieva in bocca, chiudendo gli occhi dal piacere.

“Adesso mi vesto e andiamo sull’argine. Sei pronto per l’allenamento?”.

Fabrizio lo ha detto voltandosi serio, con le sopracciglia che sembravano ancora più folte. Giulio ha fatto di sì con la testa. In realtà lui all’argine gli si sarebbe avventato contro divertendosi a rimbalzare su e giù, o scendendo nella golena a giocare ai pirati. Ma per Fabrizio era diverso. Non sapeva cosa facesse da solo, ma quando erano assieme aveva un’espressione perennemente corrucciata, e gli rimproverava qualunque accenno di entusiasmo. Sembrava che prima d’iniziare volesse calcolare le conseguenze di ogni gioco, e alla fine si arrivava sempre a quello in cui lui faceva l’allenatore e dava a Giulio degli ordini secchi, precisi, mandando giù come chi ha l’acquolina in bocca. Teneva anche un fischietto al collo, chissà dove lo aveva preso. Forse era di suo padre.

Un quarto d’ora dopo stavano lì, alti sulle case, sotto un cielo che prometteva pioggia. Giulio era tornato su a prendere il pallone. “Per l’allenamento” aveva detto quasi scusandosi mentre lo consegnava a Fabrizio. Ma sperava che si sarebbero messi davvero a fare una partitella, magari non troppo vicino al fiume. Fermo di fronte a lui sul bordo dell’argine, per un po’ Fabrizio ha tenuto il pallone sotto il piede guardando l’orizzonte. Sembrava in posa. Il suo fisico magro, spigoloso, quei baffetti da ragazzino più grande, la tuta da malato con scritto sopra in verde LOMBARDIAUTO – tutto era esibito per uno scatto o un pubblico immaginario che tambureggiasse intorno. Ma appena ha calciato il pallone gli è venuto fuori un tiro a banana. Ci andava di punta, o con un piatto impreciso. Pochi minuti dopo, mentre Giulio si esibiva in piccoli giochi di bravura col tacco, Fabrizio si era già rabbuiato. A un tratto ha preso il pallone con le mani: era serio come quando stava per arrabbiarsi.

Adesso dentro di sé Giulio si rimproverava. Come aveva potuto pensare che Fabrizio avesse voglia di giocare a calcio, dato che non era molto bravo, e che in quel modo faticava a dargli ordini? E in un angolo più riposto della coscienza, nell’angolo dove le intuizioni non hanno parole, sentiva anche che la sua contentezza per il regalo dava fastidio a Fabrizio. Così ha provato a fare una faccia triste chinando la testa sull’erba, perché fargli piacere gli dava un piacere diverso da tutti gli altri che conosceva. Ha contato cinque secondi, poi ha alzato appena gli occhi da terra, e gli è sembrato che sulla faccia di Fabrizio i lineamenti si rilassassero un po’.

“Non si può partire subito col pallone senza essersi allenati” stava già dicendo. “Prima bisogna fare gli esercizi. Per adesso questo lo tengo io”.

Ha soffiato nel fischietto, e tutto è ricominciato: Giulio che si metteva sull’attenti, e Fabrizio che cercava i sassi da sistemare come ostacoli per fargli fare una specie di gimcana (gli piaceva scandire la parola, con la sua voce blanda e monotona: “gim-ca-na”); Giulio rassegnato che iniziava a correre a zigzag, e Fabrizio che fischiava e gli veniva vicino per spiegargli come sistemare meglio un braccio o una gamba. Giulio sapeva che dopo sarebbero venute le flessioni. Ma se faceva il bravo, forse alla fine avrebbero giocato veramente col pallone, o almeno sarebbero andati a vedere i lucci nel Samoggia.

Invece pochi minuti dopo l’inizio dell’allenamento ha iniziato a piovere, e Lilia li ha chiamati dentro. Giulio non sapeva se essere contento per avere evitato gli esercizi o scontento per non poter stare fuori. Però gli piaceva quel tempo fresco, plumbeo: era come se da un momento all’altro dovesse succedere qualcosa.

In casa Lilia stava ancora tirando la pasta in una nuvola di farina. Di là in salotto la tv era accesa, Robin Williams sfrecciava rigido con un mantello in diagonale sullo schermo e la sigla andava allegra a tutto volume. Fabrizio ha preso fuori l’Indovina chi, e hanno iniziato una partita sul divano. Giulio ha indovinato quasi subito. Ne hanno fatto un’altra, e dopo un testa a testa ha vinto di nuovo.

“Busone. Busone che non sei altro” ha detto allora Fabrizio. “Adesso gli esercizi li fai qui”.

Gli ha preso un braccio, glielo ha torto, e hanno ricominciato a fare la lotta. Giulio quasi rideva, gli sembrava uno scherzo, ma poi ha sentito che Fabrizio voleva fargli male e si è messo a difendersi sul serio. Solo che Fabrizio era più forte, e lo ha buttato pancia sotto sul divano premendogli giù forte un braccio. A quel punto si è sentito qualcosa scrocchiare. “Ahi, male” ha fatto Giulio, ma quasi sottovoce, come se temesse di essere udito da Lilia. Fabrizio si è subito spostato. “Fa vedere, ‘sgrazia”. Lo ha girato, è rimasto a massaggiargli un po’ il braccio. “Non è niente non è” ha detto alla fine.

Si sono guardati fissi per un lungo momento, poi Fabrizio è scoppiato a ridere di una risata strana, artificiale. Ha risalito il braccio di Giulio con la mano, e siccome era una bella sensazione Giulio non è stato in guardia. Così quando è arrivato all’ascella si è trovato senza difese dal solletico. “No no daiii”. Cercava di sgusciare, ma per disarmarlo Fabrizio gli ha afferrato con l’altra mano il fianco e se l’è tirato addosso. Da una parte gli pizzicava con le dita l’ascella, e dall’altra se lo aggiustava cavalcioni. A poco a poco si è consolidato un movimento di su e giù, come su un dondolo. Giulio ridacchiava appena, perché adesso il solletico era leggero. Non sapeva neanche più se era Fabrizio a lanciarlo in alto o lui a saltellare come quando lo avevano portato al maneggio a provare il trotto. Si accorgeva solo che la risata di Fabrizio stava lasciando il posto a un’espressione assorta. Aveva i baffetti imperlati di sudore, le ciglia aggrottate come quelle di un personaggio di Kiss me Licia, e fissava un punto in mezzo alla maglia di Giulio. Adesso il movimento era più veloce. Giulio guardava quella faccia concentrata, e senza sapere perché aveva paura di fiatare, che Lilia arrivasse nel salotto. Si teneva al bordo del divano e avrebbe voluto dire basta, di metterlo giù; ma capiva che era come se Fabrizio non fosse lì con lui ma lontanissimo. Quando sbatteva contro il suo corpo, gli sembrava cambiato. Sopra la coscia sinistra, dove lo premeva più forte, sfregava su qualcosa di caldo. Sentiva le battute di Robin Williams con le risate registrate alle sue spalle, guardava ansioso la porta e non riusciva a parlare né a scendere, perché Fabrizio lo teneva sempre più stretto, anzi ormai anziché buttarlo in alto lo faceva solamente ondeggiare, con gli occhi semichiusi e le palpebre che gli tremavano come prima a letto. A un certo punto l’ha tenuto fermo pigiato contro quella sporgenza calda e pulsante sulla coscia. Giulio ha sentito che adesso tremava tutto. Non osava muoversi, e ha lasciato che lo stringesse per un tempo che gli è sembrato lunghissimo. Poi Fabrizio ha fatto un respiro pure lunghissimo e l’ha fissato negli occhi come se tornasse in sé. Allora Giulio guardando in basso ha visto che sulla tuta di Fabrizio si allargava una chiazza scura, e ha sentito che anche sui suoi pantaloni neri, dove non si vedeva niente, c’era dell’umido nell’interno della coscia destra. Ha aperto la bocca per parlare, ma in quell’istante ha realizzato che durante tutto quel tempo aveva avuto la ridarola, tanto che i muscoli gli si erano quasi bloccati; e prima che potesse dire qualcosa Fabrizio l’ha disarcionato, si è tirato su in fretta ed è sparito sulle scale.

Pochi secondi, e dal bagno di sopra è arrivato lo scroscio di un rubinetto. Intanto in fondo al salotto un raggio strisciava oltre la porta col suo pulviscolo: non pioveva più.

Giulio ha aspettato sul divano, guardando la tv senza vederla. Si girava di continuo facendo stridere la similpelle, e non riusciva a star fermo; era come se Fabrizio gli avesse trasmesso il suo tremolio.

Quando è sceso ha notato che si era cambiato, e gli ha trovato negli occhi uno sguardo pieno di sonno. Si stirava, senza tornare a sedersi. Giulio invece si sentiva addosso una strana energia, e una specie di commozione che non capiva.

“Andiamo a fare la gimcana?” ha detto con la voce un po’ rauca.

“Che gimcana?” ha ribattuto Fabrizio brusco. “Io adesso ho da fare i compiti”.

Giulio ha trattenuto il respiro. Fabrizio non lo guardava. Forse era arrabbiato? Poi gli sguardi si sono incrociati, e Fabrizio si è messo a scrutarlo come uno che voglia scoprire un segreto.

“Be’? Non hai niente da fare se non te lo dico io?” ha detto dopo qualche secondo con lo stesso tono brusco.

Adesso a Giulio tremava soprattutto la bocca. Il tremolio veniva da quell’energia che gli sembrava dover esplodere da un momento all’altro in una gioia pazza o una vertigine, e che intanto gli faceva gli occhi lucidi come di febbre. Gli sembrava che se non si fosse trattenuto avrebbe potuto far volare in aria Fabrizio e Lilia toccandoli appena.

“Vado a prendere il pallone” ha detto concentrando tutta l’energia in quella prova d’indipendenza.

È andato fuori, e ha cominciato a palleggiare contro il muro della rimessa. Dopo poco Fabrizio è comparso lì di fianco, sempre con quello sguardo torpido. Giulio buttava il pallone davanti a sé, e quando gli ritornava indietro lo stoppava di ginocchio, facendo una decina di palleggi tra collo e tacco prima di rilanciarlo. Dopo due o tre minuti, Fabrizio ha allungato una mano e l’ha intercettato.

“Te’” ha fatto con un ghigno. “Ecco una roba da bambini viziati”.  

“È un regalo” ha precisato inutilmente Giulio.

“Un regalo da cocco. Lo dice sempre mio padre. Sei un cocco, come era già tua madre qui, che se non c’era la mia a badarla, da piccola finiva nel Samoggia”.

“Tuo padre… tuo padre si è mangiato una macchina”.

Lo ha detto prima di pensare, e subito è stato sicuro che sarebbe successo qualcosa di orrendo. Invece Fabrizio è rimasto fermo. Solo, gli si è allargato un lento sorriso sotto i baffi: era come se non aspettasse altro.

“Sei proprio un bamboccio” gli ha soffiato in faccia, e ha fatto un passo avanti spingendolo con la mano aperta sullo sterno, mentre con la coda dell’occhio controllava che sua madre non uscisse. “Che cosa credi, che giocherei con te se non mi pregassero in ginocchio?”.

A quel punto Giulio non ce l’ha fatta più a trattenersi. Da qualche parte doveva incanalare quella forza spaventosa che si sentiva addosso, e non voleva usarla contro Fabrizio. Forse per questo ha cominciato a piangere. Fabrizio è indietreggiato per guardarlo bene. Sembrava soddisfatto. Mentre Giulio si lasciava cadere sulla ghiaia non faceva niente, non lo prendeva neanche in giro: era ricascato in quello stato di torpore. Poi ha avuto una specie di trasalimento. Ha sputato per terra, si è guardato intorno. Non c’era nessuno. Ha lasciato lì Giulio che piangeva, ed è entrato in casa portandosi il pallone. Quando è uscito aveva in mano un coltello. Ha tenuto fermo il pallone sottobraccio, e ha affondato la lama nel cuoio.

Giulio lo fissava con gli occhi spalancati, da cui le lacrime continuavano a sgorgare senza interruzioni. Oltre quella nebbia il pallone si afflosciava, Fabrizio ci sputava sopra e lo sbatteva come uno straccio contro il muro, e lui non riusciva proprio a muoversi, a pensare.  

In quel momento è uscita Lilia.

“Bizio” chiamava. “Dove sei, ‘sgrazia? C’è da andare in posta”.

Ha svoltato l’angolo della rimessa, e li ha visti.

“Ma cosa…”. Gli è corsa incontro ciabattando, con le mammelle che quasi le uscivano dal vestito a fiori, e Fabrizio è rimasto immobile a prendersi lo schiaffo. “Sei cretino? Ti lascio il cinno un’ora e me lo riduci così?”.

Ha continuato a prenderlo a schiaffi, e Fabrizio ancora non si muoveva.

A Giulio è venuto in mente che lei poteva pensare che piangesse per il pallone, scambiando l’ordine degli eventi. Ma non riusciva a parlare. E poi la verità è che non lo sapeva bene neanche lui perché piangeva.

La Lilia è venuta a tirarlo su, l’ha portato in casa e gli ha strofinato addosso un burazzo. “È tutto suo padre è tutto… ma stavolta non gliela lascio passare, ah no, sta’ tranquillo ch’a’t fag vadar me chi c’manda que, bistia ‘n ti ètar”.

Ma a Giulio non serviva un fazzoletto, e nemmeno quel discorso. Non pensava al pallone. Adesso era lucido; rivedeva il gesto del taglio, e muoveva la mano come per mimarlo. Mentre Lilia continuava a bestemmiare in dialetto e cercava il numero di sua madre, spiava le scale sperando di veder comparire Fabrizio. Aveva fretta di dire che andava tutto bene, di spiegarsi. Per la prima volta quell’estate temeva che la mattina dopo non lo avrebbero più lasciato lì con lui, proprio adesso che sentiva di potergli parlare come a un compagno di scuola.

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